La Luna e Michelangelo
Ian Watson



Peter Catlow si svegliò dal sogno di una strada larga e dritta che si stendeva in maniera invitante attraverso pascoli per bovini e salici piangenti su un tramonto verso... ma sì, qualche villaggio con un pub dove la vera birra sarebbe stata forte e col malto, proprio come piaceva a lui.

Rimase disteso, cercando di afferrare il sogno poiché erano passati anni da quando delle scene rurali erano apparse in una forma così decisa. Come si chiarificò un'immagine precedente, si rese conto che il sogno era stato felice solo a metà, dato che la strada del suo sogno partiva da una delle porte della città aliena. Il suo braccio destro era rimasto intrappolato nella bocca di una delle Erme di pietra; era stato a lottare per liberarlo.

Il formicolio punse la mano di Peter mentre la carne paralizzata rinveniva. Aveva dormito sul braccio, schiacciando il flusso sanguigno.

Sebbene fosse sicuro che doveva ancora essere verso la metà della notte aliena, appena si girò per afferrare altri tappa-occhi la sveglia iniziò a suonare. Con incredulità spense la sveglia con un colpo di piatto, con un colpo di piatto accese la luce (e il suo nastro sveglia delle Variazioni su un tema di Thomas Tallis di Vaughan Williams), e uscì di botto dal letto prima che potesse riaddormentarsi. Un pulsante aprì la finestra su un'altra alba color pancetta affumicata a strisce su Roccia.

Non che il panorama fosse desolato; la luce luminosa di Tau Ceti che sorgeva veloce andava schiudendo una vegetazione lussureggiante, i campi di vegetali che si pezzavano di porpora e smeraldo, un sinuoso fiume ricco di pesci e una foresta di felci giganti e alberi bottiglia. Ma laddove i terrestri avevano dato il nome al loro mondo secondo la carne del pianeta, il terreno soffice e fruttuoso, i nativi simili al lemure di Tau Ceti II avevano preferito chiamare il loro secondo le ossa del pianeta, il duro scheletro. Apparentemente.

Dall'orlo della finestra del suo piccolo cubicolo Peter poteva vedere per un chilometro il fianco a sud-est della città tremare con le sue gurgole grottesche.

Mary Everdon gli aveva detto: "Forse per i nativi la durezza della roccia e la manipolazione della roccia in forme dense di significato, si rapporta con la loro emergenza dalla biologia, dalla natura organica verso la cultura e la permanenza nella storia? La roccia scavata e la pietra scolpita eguagliano il pensiero solidificato e redento dalla atemporalità nel nuovo flusso del tempo sapiente."

Ogni volta che parlava della sua teoria embrionica questa sembrava assumere più peso, diventare perfino più vitale. Ma Peter la considerava come la sua gravidanza isterica... che poteva diventare anche più convincente fino a che un giorno imbarazzante avrebbe dovuto fronteggiare il fatto che non c'era niente in essa, dopo tutto. Naturalmente questa rappresentava anche un merito per Mary, in un contesto extraterrestre: l'abilità a fare salti speculativi.

Mary sottolineava che questa città vicino a cui la spedizione si era stanziata era solo una tra molte di queste terre delle meraviglie (o città degli orrori) scolpite nei due continenti abitabili che si dividevano lo stesso lato del mondo, rannicchiati insieme come una coppia di noci di acagiù. La distanza più vicina tra due qualsiasi città era di duecento chilometri circa. Foresta o palude, deserto o montagna si frapponevano. Non esisteva alcun sistema di strade. Così l'architettura doveva esprimere il fondo psichico degli abitanti, doveva essere un modo di percepire e celebrare la loro separazione trionfante dalla natura incosciente.

Mentre Peter lasciò che il crescendo pastorale di Vaughan Williams tonificasse il suo sistema nervoso (mentre si lavava velocemente, mentre si radeva) contemplò un altro giorno che non sarebbe durato abbastanza da affaticare una persona senza prendere una pillola, per essere seguito da un'altra notte non abbastanza lunga per riposarsi adeguatamente.

"Questo pianeta mi fa sentire vecchio prematuramente," aveva confidato a Mary a mensa la sera prima, mentre in fretta mandavano giù cucchiaiate di chili alla carne prima che incominciasse lo scambio di informazioni notturno, preludia all'ora di andare a letto.

I quaranta effettivi in forza alla base dello shuttle masticavano rumorosamente i loro fagioli piccanti e discutevano di scienza ai venti tavolinetti. (Prevenire le combriccole; prevenire l'isolamento. Nonostante ciò c'erano le combriccole. Nonostante ciò c'era...). Allegre pareti plastiche gialle; molte porte che si aprono sul corridoio; il podio del comandante; un grande schermo video che mostra una veduta di una spiaggia californiana in una sera particolare. In alto la grossa bolla della luce del cielo incorniciava una delle due lune luminose che inseguiva invano il proprio partner, o era inseguita. Periodicamente (non ora) si vedeva il luccichio della nave spaziale in orbita, la Michelangelo (battezzata con un tocco di arroganza col nome del supremo scultore della Terra) con l'equipaggio presente a bordo. Avrebbero avuto il loro turno molto presto: un villaggio verso le orbite dei pianeti tre, quattro e cinque che erano due modesti deserti senz'aria e un terrificante gigante gassoso con una famiglia di lune, prima di tornare a riprenderli.

Poiché Mary di solito generava una teoria, chiese: "La tua specializzazione ti fa sentire come una specie di persona medioevale che è antica se confrontata con tutto ciò?" Sorrise con affettuosa bonomia.

Scosse la testa. "No, è perché quando si è giovani i giorni sembrano allungarsi senza fine, e sembrano accorciarsi mentre invecchi. Qui i giorni sono diventati improvvisamente molto corti, come se fossi invecchiato di venti o trent'anni."

"Proprio così." Non aveva dimenticato.

Avevano avuto accesso alle biografie di entrambi e stando ai pochi accenni nella sua, Mary Everdon aveva trentanove anni, un dottorato in antropologia culturale presso... a Peter non importava nemmeno dove. Mary era indipendente, paffuta e con i capelli rossi. Gli ricordava (aveva mai avuto degli amanti? quali erano le sue preferenze erotiche? se mai ne aveva).

Peter annuì in direzione di Carl Lipmann, il biondo ed esile linguista. "E' un peccato che non possiamo chiedere ai nativi come si sentono e comprendere le risposte." Era un peccato che non poteva indursi a chiedere a Mary apertamente cosa provava per lui.

"Non ancora. Stiamo facendo dei progressi, non è vero?"

Lui li stava facendo?

"Cinguettano e trillano come uccelli."

"Sì, ma in un modo strutturato flessibilmente. E abbiamo alcuni gruppi di suoni fissati provvisoriamente con dei significati. Così è un linguaggio autentico. "Alzò la voce. "Sono ben lontani dall'essere una qualche specie di Termite mammifera, come Fremantle ha avuto il coraggio di suggerire."

Barney Fremantle, calvo ed elegante, sedeva due tavoli più lontano con Sandra Ramirez l'ecologa (una cascata nera di riccioli). Il biologo drizzò un orecchio e si strinse nelle spalle. Aveva una borsa di campioni di fianco a sé a cui dava dei colpetti affettuosi come ad un cane obbediente. Fremantle aveva suggerito che la costruzione della città e gli intricati scavi dei nativi potevano essere semplicemente un comportamento esagerato, istintivo (simile agli artistici cortili degli uccelli giardinieri) e quindi non genuinamente intenzionali. Questo a dispetto dei loro utensili agricoli di legno e delle loro slitte, delle loro coppe da cucina e l'uso del fuoco; nonostante si dovesse presumere che possedessero arnesi di metallo per scolpire la loro città ornata.

Peter non era certo qui con le stesse capacità degli altri esperti di scienze dure o leggere. Dopo che il velivolo sonda aveva inviato gli iper-impulsi delle foto aeree super dettagliate della città della Roccia verso la Terra, era stato deciso immaginativamente di includere uno scalpellino nella spedizione. Uno scalpellino avrebbe avuto una conoscenza pratica, esistenziali di quella che appariva come la manifestazione principale della cultura nativa.

Quando era giunto l'invito (allorché qualche computer aveva buttato fuori il suo nome come mastro scalpellino senza legami) Peter ricopriva l'incarico di rinnovare l'abaco delle statue antiche sul frontale della cattedrale di Lichfield, eroso dall'acido, ora che la città era protetta con sicurezza da una cupola Fuller. Forse fu la nostalgia piuttosto che la promessa dell'avventura interstellare, ad affrettare il suo assenso. Poter passeggiare attraverso una città di sculture non erose sotto il cielo aperto, una città che non era né marcita con l'inquinamento né con l'aria condizionata come un pezzo di museo.

Mentre Peter raggranellava su l'ultimo cucchiaio, il Comandante Ash si diresse a lunghe falcate verso il podio, breve, tarchiata, coi capelli a spazzola, l'ovale del viso, comunque (o forse proprio a causa del taglio a spazzola) come quello di una spazzola di porcellana. Vuotò lo schermo.

"Bisogno di brevità," ricordò. "Ghigliottinerò garrulità."

Oh, certo che l'avrebbe fatto; e durante lo scambio di informazioni avrebbero parlato tutti allo stesso modo telegraficamente potato. Come stipare una pinta in un'anfora da mezza pinta. Allo stesso modo dell'attività del giorno e del sonno della notte. Allo stesso modo del fisico del Comandante: una pinta di polvere in un corpo da mezza pinta, con una lunghezza irrilevante dei capelli. Non c'era tempo di preoccuparsi dei capelli su Roccia. Emulate il nome del mondo, fatevi la testa come un ciottolo. Fatto di porcellana. Peter sentì il cervello che accelerava per assecondare il passo della seduta informativa.

Eppure i capelli di Mary erano proprio lunghi, una marea di fuoco generoso... Mary si rendeva forse conto che in questo poteva irritare sottilmente Ash tanto da meritare un ascolto impaziente?

"Cambiare in un ciclo di due giorni?" Geologo (e temporaneamente rocciologo) Stevens richiese. "Lavoro sul campo un giorno più l'intera notte di analisi dei dati; sono per tutto il giorno e notte seguente."

"Così è troppo tempo sprecato per dormire," giudicò Ash. "Siate soldati della scienza, imparate a sonnecchiare. Prossimo?"

Non ci volle molto che Fremantle si alzasse, lanciando uno sguardo di trionfo divertito verso Mary.

"In relazione viaggio nella foresta. Alberi bottiglia ammontano a una dozzina specie principali; tutti sono gusci vuoti che sopportano fronde."

"Si sa" disse Ash.

"Gusci mostrano linee frattura, schemi a sega di grosso formato. Pietre fracassano gusci in frammenti di formazione." Estraendola dalla borsa mostrò una vanga di legno dei nativi con un breve manico curvo, il reperto incartato in una pellicola. "Questo." Poi piazzò un'ascia dei nativi sul tavolo. "O questo." Mostrò un coltello di legno fasciato di pellicola. "Oltre a cocci affilati. Tutti manufatti riconosciuti dei nativi facilmente ottenibili in natura."

Mary sedeva ferita, materialmente confusa. Tutti i dati sarebbero stati posti nell'infonet per l'accesso e lo studio di qualsiasi altra persona. Nel frattempo Fremantle sembrava aver segnato un punto.

"Biotecnologia?" chiese Peter in maniera gioviale. Conosceva il soggetto. "Alberi allevati per attrezzi?"

Fremantle rise brusco ma fu Vasilki Patel agronomo che fornì la risposta.

"Bio-tech richiede microscopi, scalpelli laser. Raccolti agricoli indicano semplice miglioramento rispetto alle varietà selvagge."

"Sorprendente," disse Stevens, con una nota di sarcasmo, "quegli alberi che si spaccano così convenientemente in attrezzi identificabili; quasi naturalmente anche." Anche lui stava cercando di essere gioviale: rocciologo in lega con lo scalpellino.

Sandra Ramirez proferì ad alta voce di fianco a Fremantle. "Ipotesi: abbattere un albero ha connessione con un ciclo riproduttivo. Lemuridi abbattono alberi che producono attrezzi utili. Così selezione evolutiva favorisce alberi che frantumano utilmente; contro quelli che non lo fanno."

Stevens guardò verso Peter. "Attrezzi da alberi bottiglia sufficienti per scultura? Se temprati col fuoco?

Peter pensò ai suoi strumenti meccanici e ai ceselli rimasti a casa. Strumenti meccanici per sgrossare un blocco di pietra (nell'antichità gli apprendisti avrebbero sgrossato un blocco in maniera molto più laborioso a mano) e i ceselli, i duri e taglienti ceselli. La loro azione abrasiva, le scintille che sprizzavano, che producevano una superficie protettiva sulla pietra che le avrebbe permesso di stagionarsi durante i primi anni fino a quando il naturale irrigidimento non sarebbe sopravvenuto. Come avrebbero potuto produrre i nativi tali superfici dure e dettagliate picchiando con del legno, per quanto duro?

Nessuno aveva mai visto lavorare un solo scalpellino. Una convinzione che Peter aveva dovuto correggere ai suoi colleghi al momento del suo arrivo era stato il fatto che gli scalpellini scolpissero qualsiasi cosa già in posizione a seconda delle preferenze. La pietra era imprevedibile; perfino il migliore dei capomastri avrebbe potuto rovinare un pezzo anche se non per colpa sua. Il modo più sensibile di lavorare era giù a terra. Ogni figura si sarebbe protesa da un blocco di supporto che poi sarebbe stato tirato via in posizione in un vuoto già deciso in precedenza. Così non era il caso di aspettarsi di vedere uno scalpellino lemuride abbarbicarsi su per i muri a scalpellare. Tutt'altro.

Né si erano mai evidenziati blocchi di pietra liberi e non usati che se ne stessero in giro o in transito.

Forse semplicemente non avevano ancora inciampato in un cortile da scalpellino nel labirinto della città. Forse dei rituali segreti circondavano l'arte dell'intaglio? Forse gli scalpellini lemuridi avevano nascosto i propri attrezzi metallici all'arrivo della spedizione, proprio come una tribù assennata deve nascondere i propri tesori da potenziali conquistatori?

Forse il lavoro era già completato da generazioni precedenti? Ma era ovvio che non fosse finito. E non ci doveva forse essere qualche evidenza di lavori di costruzione in corso?

"Commento," disse Ash con durezza.

Peter scosse la testa.

"Forse dovresti provare tu," suggerì l'agronomo Ismaili. "Scolpire qualcosa a caso sul muro usando legno bottiglia?"

"Scolpire La Michelangelo è stata qui, disse Fremantle. "Potrebbe attivare nativi. provvedere intuizioni per Everdon. Sforzo valoroso in comunicazione artistica usando metodo nativo, eh? Se non c'è risposta, comportamento nativo è indecifrabile."

"Vi piacerebbe" chiese Peter, "se gli alieni atterrassero a Parigi e iniziassero a scolpire dei graffiti sulla facciata di Notre Dame?"

"Migliorerebbe, forse."

A dire la verità Peter aveva scolpito una volta una mezza specie di graffito in un college ad Oxford: una scherzosa caricatura della sua testa che guardava fisso, dalla cima di una torre. Con un berretto a cono come quello da somaro degli scolari e quello dei maghi che faceva la parodia del cappella da muratore con la carta da giornale piegata con precisione per riparare i capelli dalla polvere. le orecchie larghe, esagerate in quelle da somaro, il naso prominente che sporgeva come quello di Pinocchio, le guance con le fossette molto scavate, gli occhi corrugati verso un punto sfuggente (ad evitare le schegge).

Il naso era stato un errore. Allora le cupole Fuller erano nuove e mostravano degli svolazzi di microclima. Si formavano a volte delle piccole nuvole. Gocce di condensa si raccoglievano alla fine di quel tipo di naso e gocciolavano come se avesse avuto un raffreddore galoppante. Forse quell'aspetto sarebbe stato considerato come una finezza dalle generazioni future di studiosi: il mago del naso gocciolante. dato che la pioggia reale non cadeva mai all'interno delle cupole Fuller, e gli autentici sgocciolatoi istoriati erano eternamente asciutti, forse il suo naso era, in un senso più ristretto, il solo sgocciolatoio rimasto a funzionare;

"Non hai provato che usino attrezzi di legno!" disse Peter con violenza.

"Prendere cesello metallico, martello, dimostrare arte umana d'intaglio," suggerì Vasilki Patel.

"Interferenza culturale," obbiettò Mary. "Analisi categorie sculture più importante, questo livello. Punto di vista Catlow più valido qui. Stabilire lessico di immagini di pietra."

"Rapportare quando completo," disse Ash. "Abbastanza sull'argomento. sicurezza della base?"

"Tutto liscio" riportò Leo Allen. L'uomo di colore coordinava tutta la sorveglianza esterna e sia la raccolta di immagini che la supervisione della rete informativa.

"Medica?"

Il dottor Chang disse: "Piazza pulita. Ancora nessuna iterazione nostri micro-org di Roccia. Forse non necessario nemmeno portare maschere. Raccomandato continuare, comunque, essere doppiamente sicuri. Inoltre, gli odori..."

L'atmosfera di Roccia era una miscela accettabile di ossigeno-azoto. Le proteine locali erano basate su D-aminoacidi destrogiri, come lo erano gli zuccheri negli acidonucleici locali... a differenza della controparti levogire della terra. Chang aveva dichiarato che gli umani potevano mangiare i vegetali e i pesci del luogo senza alcun genere di effetto; avrebbero espulso tutto senza usarlo. Niente da triturare nello stomaco, niente che fosse nutriente. Incompatibilità delle proteine. Così dovevi portarti un pranzo al sacco su Roccia, a meno che, come aveva detto Vasilki, non avevi intenzione di avviare una competizione con i vegetali locali piantando i semi terrestri, lasciando che i rivali schiacciassero i vegetali del posto per i minerali a disposizione. Al sicuro contro gli insetti e i virus locali grazie allo loro struttura sinistrorsa le messi terrestri avrebbero avuto un successo schiacciante.

Ash disse: "Autorizzo Michelangelo partire viaggio principale fra due notti, sedici ore locali. Di ritorno in quaranta giorni, locali, per volo verso Sole. Spero in una piena informazione locale per allora."

"Vedremo M partire?" chiese un chimico, Liz Martel.

"Sì. Fuochi d'artificio a fusione sopra le teste, bello spettacolo."

"Osservare effetto si nativi?" Chiese Lipmann. "Servizio notturno?"

"Sicuro," disse Ash. "Quella notte."

Mary si drizzò, i rossi capelli che ondeggiavano. "Partire parte distante del mondo, invece? Evitare impatto culturale?"

Ash scosse la testa. "Migliore partenza orbitale."

"Ma M orbita continuamente intero mondo! Bene, partenza diurna allora? Minimizzare shock da improvvisa luce in cielo?"

"Guastafeste!" esplosione di Liz Martel.

"Sincronizzazione già computata."

"Cambiarla! Impatto culturale."

"Forse fruttuoso." Ash sorrise debolmente verso Fremantle. "Se esiste vera cultura."

Era ovvio per Peter che la questione era già fissata, a sfavore di Mary.

Protestare ancora o smetterla? Possibili note nere nel curriculum. Insubordinata. Mary annuì e sedette.

"Fine riunione informativa," disse Ash.

Poiché una volta usciti non si potevano togliere le maschere filtranti per mangiare, la colazione della mattina successiva fu un vigoroso, anche se affrettato, affare di papaie, omelette ricostruite su grosse fette di prosciutto, focacce e sciroppo, schiacciatine e miele, pinte di caffè.

Poi Peter si avviò con Mary e Carl Lipmann verso la città. Già i contadini lemuridi erano fuori nei campi di verdure a zappare e a raccogliere. I pescatori si dirigevano verso il fiume. Gli umani raggiunsero uno dei sentieri delle slitte.

"Un po' disgustoso, quell'affare degli alberi bottiglia," osservò Carl. Naturalmente, pensò Peter, la scoperta di Fremantle era uno schiaffo anche per il linguista. Se i nativi erano solo animali altamente programmati che usavano gli attrezzi che gli forniva la natura, anche il loro "linguaggio" poteva essere un'illusione. Un pappagallo può mimare il discorso con ogni apparenza di intelligenza negli occhi piccoli e luccicanti, come pure strillare tutto il suo repertorio fisso. Una scimmia può ciarlare una specie di conversazione limitata, un delfino può schioccare e fischiare. Si starebbe ancora a passare i guai con un innocente* a sperare in una comunicazione flessibile completa.

"Sarebbe d'enorme utilità," disse Mary, "trovare qualche attrezzo metallico che fosse fatto in maniera dimostrabile... per la scultura, eh Peter?"

"Sapete quanto scrupolosamente abbia esaminato il loro lavoro," disse, " e ancora non posso giurare su quali attrezzi sono stati usati. Una grossa parte del lavoro non è colmata dalle schegge del cesello. L'arte sta nel nascondere l'esecuzione. Forse... forse semplicemente sfregano via la roccia in continuazione per anni finché non la consumano fino a formare le figure che vogliono."

"Come lo Skull of Doom? " chiese lei.

"Cos'è?"

"Un perfetto teschio umano nel cristallo di rocca. E' in un museo messicano. Lo fecero i maya sfregando un blocco solido di cristallo di rocca. Devono aver impiegato anni. Non posso immaginare la decorazione di intere città sfregate fino a quella forma allo stesso modo!"

"Forse," disse Carl "ogni figura occupa l'intera vita di un lemure, dall'alto in basso. Forse è la sua immagine di vita rituale."

"In questo caso dovrebbero trovarsi dei lavori a metà," sottolineò Mary.

"Forse hanno smesso di fare immagini cinquant'anni fa, cinquecento anni fa? Delle auto-immagini abbastanza buffe devono avere di se stessi, comunque!" Intanto si erano avvicinati alla porta d'ingresso a sud-est guardata da grottesche Erme e Termini, a seconda di quale definizione si preferisse usare per denominare i segni di confine o di entrata. Peter aveva usato entrambi i nomi. Erma, dal dio greco delle entrate, Termine, dalla parola latina terminus. Da entrambe le parti delle Erme si allungavano tremolanti di terrore, come un muro furtivo, dalle gurgole ammassate e protese come se stessero vomitando.

"Esattamente," disse Mary. "Questa sono le chiavi per la loro psiche."

E intanto una mezza dozzina di lemuridi li stava seguendo passo passo, pigolando in maniera interessata. Nessuno degli adulti superava l'altezza di un metro e mezzo. I ricci e le sfumature delle loro pellicce corte e compatte variavano senza posa da individuo a individuo, dando ad ognuno come un'impronta digitale di biondo rame, color ruggine, arancione, marrone; che poteva essere di colore unico, o screziato o con accenni di striature. I lemuridi non indossavano vestiti ed ornamenti di alcun genere. Senza dubbio, nascondere il corpo avrebbe potuto significare nascondere l'io, dato che le loro facce erano tutte abbastanza simili: di color bigio, con gli stessi larghi occhi neri e malinconici, dei nasi che sussultavano impertinentemente, delle orecchie erette arrotondate, delle bocche tristi. I lievi seni e le aperture genitali delle donne e i peni retrattili degli uomini erano velati dalla pelliccia. Le braccia del lemure erano lunghe e ciondolanti; le mani avevano tre dita affusolate e un pollice.

Una femmina tirò la tunica di Carl e gorgheggiò. Torcendo il naso dietro la maschera trasparente con humour amichevole, lui si aggiustò l'auricolare nell'orecchio sinistro, gingillò col minicomputer e l'adattatore alla cintura e pigolò in risposta. Forse in risposta.

Spiegò: "Sto provando a dire: volere/vedere/arnesi/tagliare/roccia. Ma forse ho detto solo "voglio che mi guardate mentre scavo il mondo"! Peter, ti spiacerebbe mimare l'azione dello scalpellino? Oh, sì, e anche quella dello sfregare."

In nessun luogo avevano trovato delle rappresentazioni dei lemuridi scolpite semplicemente. Le Erme erano delle teste altissime e allungate con degli occhi della grandezza di un piatto da portata al di sopra di bocche spalancate dai denti taglienti. Una barba di pietra esplodeva dalle guance affossate, allungandosi disordinatamente come crine uscito fuori dallo schienale di una vecchia sedia, annodandosi e ammassandosi a nascondere quasi del tutto un corpo tozzo, tarchiato, da nano. Tutte completamente in pietra, tranne che queste Erme apparivano tinteggiate di fresco dagli escrementi della notte liquefatti nell'urina.

L'arco della porta che si incurvava tra le due Erme era formato da un quartetto di babewyn che facevano capriole intrecciati tra loro, un motivo popolare. Erano degli esseri simili a babbuini, distesi come se le loro ossa si fossero fuse. Di nuovo, Peter aveva fornito il nome medioevale per questi robusti babbuini. Buffoni scolpiti.

Mentre Carl riprendeva a squittire, Peter si diresse verso l'Erma più vicina, grato del fatto di indossare la propria maschera. I lemuridi raccoglievano assiduamente le proprie evacuazioni notturne, una zuppa marroncina di escrementi e piscia. Invece di gettarla via per fertilizzare i campi, lanciavano il contenuto dei secchi di legno bottiglia sulle loro mura scolpite o versavano la miscela con giocoso abbandono sulle mostruosità o sulle gurgole.

(In una riunione informativa precedente: "Insulto ritualistico," aveva teorizzato Mary. "Così da addomesticare immagini paurose."

(Fremantle aveva ribattuto: "Forse lemuridi ereditarono città da autentiche intelligenze che scomparvero?"

(Mary era tornata alla carica: "Forse atto di rispetto, riverenza. Escremento non tabù... bensì regalo dell'io... Sostanza della propria creazione."

(Mentre Peter aveva detto: "Forse fanno ciò per proteggere, rafforzare superfici?"

(Quel chimico, donna, Martel, aveva inveito.

(Da allora aveva anche visto i cuochi lemuridi gettare sulle pietre lavorate l'acqua in cui avevano bollito la verdura o il pesce.)

La femmina lemuride osservò con curiosità mentre Peter accennava i movimenti di incidere con scalpello e martello e poi (anche se non aveva idea di ciò che questi altri movimenti potessero rappresentare) di strofinare pazientemente la pietra.

Curiosità autentica? I grandi occhi lucenti dei lemuridi avevano una perpetua espressione di sorpresa e di incanto, di sorpresa vigile.

Comunque questa lemuride fece un cenno (di sicuro fece un cenno) e guizzò oltre la porta, ad aspettare ed annuire di nuovo.

"Credo che stia andando da qualche parte," disse Carl sorpreso piacevolmente. "Ben fatto."

Appena passarono sotto gli arcuati babewyn, la loro lemuride si incamminò lungo il più a nord dei tre possibili sentieri; la seguirono.

Saltuariamente Mary diffondeva il codice personale di quel giorno in ultravioletto invisibile sulle sporgenze di pietra scolpita. Al ritorno l'indicatore avrebbe risposto a quei marchi UV e a nessun altro. Nonostante una mappa annotata della veduta aerea composta dal computer A partendo dalle foto ad alta risoluzione della Michelangelo e quelle della ricognizione prima dell'atterraggio, non era cosa facile tracciare in altro modo i propri progressi con una certa confidenza attraverso il labirinto di muta, colonne, viottoli, cortili, corti passaggi a volta, vie d'accesso... quasi tutti affollati dalla statutaria. I sentieri si diramavano spesso, piuttosto arbitrariamente, a volte portavano a zone morte. Delle lapidi potevano bloccare la strada... figure che emergevano e che entravano nelle mura solide come spiriti che potevano camminare attraverso la pietra. Le gurgole potevano spuntare all'improvviso sopra la testa per unirsi in volte nervate cosicché quello che era stato un sentiero diventava un passaggio a volta. Un sentiero poteva entrare in una stanza attraverso una porta stretta per riprendere come un'ampia via al di là del muro opposto. Delle grottesche formavano i gradini che portavano ad aggrovigliati ponti di gurgole. Bocche di pietra spalancate erano le entrate di quelle che sembravano essere delle celle ma che potevano aprirsi in ariosi corridoi.

La loro guida trotterellava davanti, gorgheggiando, gettandosi occhiate alle loro spalle, battendo ogni tanto un braccio, anche se poteva solo aver dato un colpo all'equivalente di una pulce nella propria pelliccia.

Peter notò un'enorme creatura demoniaca scagliosa con delle ali a costola simili a ringhiere. Si protendeva dalla cima di un muretto completamente libero che sembrava non aver altro scopo che quello si sorreggere quel diavolo. I blocchi del muro, forse una quarantina, erano dei corpi di pietra condensati e schiacciati come se delle creature fossero state stipate dentro a degli stampi delle dimensioni di una valigia, là ad indurire.

"Quel tipo è totalmente nuovo," disse Peter e scattò una olo.

"Nuovo?" indagò Carl.

"Nuovo per me. Non ne ho mai visti di simili prima."

"Oh!"

"Non sono mai stato in questa parte della città."

Sempre meravigliandosi per il diavolo, Peter indietreggiò di alcuni passi cosicché ora si trovava di retroguardia. Da questo punto favorevole poteva osservare i fianchi di Mary e le onde dei capelli rossi mentre si affaccendava in avanti. Non poteva negare che gli ricordava una certa barista prosperosa di campagna che aveva conosciuto un tempo. Comunque quella barista piena di vita aveva levato un lamento funebre per un contadino da poco vedovo che si era rivolto a lei per simpatia, e altro.

Peter era sempre stato uno scapolo, più per incidente che per disegno. Sposato alla pietra, si può dire. In qualche modo il suo lavoro con la pietra sembrava esprimere (e anche limitare) la sensualità che sentiva essere parte di se stesso, in profondità. Era stato uno scultore di marmi, di levigati fianchi sensuali, sarebbe stato capace di esprimere il desiderio in maniera migliore di persona. L'avida durezza delle immagini a cui aveva lavorato, la loro frequente commedia satirica e severa e non da ultimo la loro sentenziosità morale sembravano allontanarlo dal poter esprimere nella vita reale le lussurie e le avidità e le malvagità che quelle sculture parodiavano. Se lui avesse commesso un... peccato (anche se il mondo dopo tutto non l'avrebbe ritenuto un peccato e senza dubbio la vita era un guazzabuglio di desiderio, invidia, orgoglio, rabbia e simili) allora questo peccato avrebbe potuto solidificarsi ed essere lui, per ere polverose. D'altra parte, quelle virtù che pure scolpiva e nelle quali viveva (la pazienza, la dolcezza amorosa, la carità, l'autocontrollo) in qualche modo imprigionavano il suo cuore... da cui, altrimenti, sarebbe potuto uscire un demone sogghignate?

Sospirò e desiderò che Carl non fosse con lui e Mary, anche se quell'uomo gli piaceva e in questo caso tre rappresentava una compagnia. Senza dubbio esagerava l'importanza di sensualità, rabbia, invidia e sessualità. Eppure uno fa così quando perpetua, attraverso il rinnovamento e la restaurazione, la tradizione medioevale di incarnare nella pietra (di lapidificare) rozzi emblemi del vizio e delle virtù. Mostrando così in caricatura i mostri dell'animo attraverso l'irrisione e il divertimento, attraverso l'immunizzazione verso quegli stessi mostri che rappresentavano le frustrazioni e le paure umane.

Raggiunse Mary. "Mi chiedo," fece "quali paure o frustrazioni possano aver portato i lemuridi a scolpire mostruosità di questo tipo... non come fregi della loro città, ma come la sostanza principale? Loro stessi appaiono gentili, innocenti, felici. Non è vero?"

In città non esisteva alcuna 'casa' come tale. Tuttavia, dove i ponti si inarcavano sopra dei cortili o dove le gurgole coprivano dei corridoi o si inarcavano sopra dei cortili o dove le gurgole coprivano dei corridoi o dove le mura si agganciavano, c'erano delle zone di soggiorno ben definite. Là ci sarebbe stata una massa pigolante di bambini lemuridi a giocare, i più piccoli che trotterellavano con le mani e con i piedi più veloci di qualsiasi bambino umano.. Là si sarebbe proceduto alla cottura dei cibi, curata da vegliardi brizzolati. Un guazzabuglio di pentole annerite piene di erbe e bacche che maceravano, connesse da tubi di legno gocciolanti, suggeriva una distilleria di liquori.

Due o tre strade erano piene del rumore di gruppi di lemuridi che si cantavano l'un l'altro. In altre strade un certo numero di nativi stava semplicemente rannicchiato lungo la base dei muri, fremendo nel sonno, apparendo come esempi di accidia, ignavia medioevale. Forse quei lemuridi erano malati e quello era l'equivalente dell'ospedalizzazione. Forse preferivano la vita notturna e avevano i postumi di una sbronza.

Durante il giorno, naturalmente, la maggior parte dei lemuridi era occupata nei campi o nella foresta degli alberi bottiglia o lungo le rive del fiume. O altrimenti estraeva l'acqua da uno o da un altro dei rozzi canali di scarico delle mura della città o era occupata a trovare o a spingere cibo verso la città sulle slitte di legno bottiglia.

Nessuna visibile attività di scultura; solo l'intera e caotica città di pietra che comprendeva tutto; o forse si doveva dire lo schizzo di una città solidificatosi dove la decorazione aveva completamente sorpassato in importanza la funzione.

"Come è possibile che progettino tutte queste immagini mostruose da vite naturali così semplici?" Rifletté Peter.

"E' proprio questo!" Disse Mary con forza. "Quelle sono immagini che spuntano dalla loro immaginazione che va germogliando, immagini che debbono inevitabilmente impaurire e allo stesso tempo affascinare perché sfidano, stimolano, infastidiscono. sono le creature affascinanti che vedono nei sogni e alle quali hanno bisogno di stringersi come ad una promessa, un mandato per aumentare la complessità di pensiero. Prima la forma poi la filosofia. Forse la mente del loro subconscio, con cui intendo l'inconscio collettivo, sta evolvendo e facendosi complessa, agendo come una specie di sprone per la loro coscienza ordinaria. Sono sicura che c'è una ricca tradizionale orali tra tutti coscienza ordinaria. Sono sicura che c'è una ricca tradizione orale tra tutti i gorgoglii." Lanciò tutto pigolano abbastanza. Inoltre, forse, sperimentano pure una specie di angst nell'emergere dalla natura (una perdita del paradiso animale istintivo e prelapsiano) e deflettono questa angst nell'incarnare e anche celebrare tali ansietà come ambiente. Forse, Peter, questa è una tua risposta."

Forse. le parole di lei suonarono convincenti in modo più eloquente di quanto potessero fare nello scarno discorso accelerato delle riunioni informative, dove si sarebbero ristrette in un borbottio.

Pensò Peter: se provassi ad avvicinarmi a Mary sia emozionalmente che sensualmente, lei avrebbe avuto una teoria anche su questo. Ma comunque l'aveva anche lui, non era così? provò un istantaneo bisogno di scolpire Mary nuda, lasciva, vanitosa. Non come enorme esemplare di lussuria; al contrario come un indicatore di gioia. Gioia, sì, gioia liberatrice. Un'esplosione di gioia che lo poteva sommergere di polvere, comunque, una gioia che poteva pietrificarlo. No, voleva andare oltre ciò, plasmare un'immagine che stesse semplicemente per sé stesso e che non rappresentasse nessun catechismo morale o teoria di comportamento.

Con gli occhi della mente osservava Mary riempirgli un boccale si peltro di birra schiumosa e inebriante, poi un secondo boccale per sé stessa, così da lavar via la polvere dalla sua gola, dalla sua circolazione sanguigna, dai suoi lombi caprini pelosi, simili a quelli di Pan.

Ma dov'era la pietra avanzata, vuota, non occupata che attendeva di essere scolpita?

Oh, qui e là, qui e là. Senza dubbio dappertutto. Ancora non tutte le nicchie e gli angoli erano stati riempiti.

Una colonna non scolpita si levava in un cortile. Immaginare, scolpirci: Donna Aliena. Aliena per gli abitanti lemuridi, cioè.

"Non ti seguo," disse Carl. "Ci dovrebbe essere qualche particolare pressione ambientale per evolvere (alla quale andrebbero adattandosi), non è cosi? Non una pressione mentale dall'interno, una pressione della fantasia. Stai quasi dicendo che evolvono spontaneamente."

Mary sogghignò. "Forse è il mio lato romantico che si mostra." Il sorriso di lei inondò Peter, Peter più di Carl. Così forse, penso Peter, lei stava iniziando a comprendere e quel suo discorso significava... sospettò che potesse trovare un'unica espressione piena non nella semplice pietra, ma nel liscio, ricco, aristocratico marmo. Poteva tornare da questa spedizione metamorfosato in uno scultore piuttosto che in uno scalpellino. Le mani gli prudevano.

Sfociarono in una piazza fiancheggiata da geroglifici. Erano figure che sembravano indicare o spiegare qualche simbolismo speciale sopra e sotto le grottesche ordinarie; qualche significato univoco, se solo fosse stato possibile decodificarlo. Molte figure erano unite le une alle altre da un gesto, da uno sguardo, anche da connessioni fisiche a guisa di una catena di pietra di pietra che girava in tondo da ventre a ventre... forse era un cordone ombelicale.

Un pesce lemuride (un lemuride con pinne e coda) sospeso come se si tuffasse, una mano stretta intorno al naso. Due lemuridi distorti che erano fusi assieme, i tronchi gemelli che si ramificavano da mostruose gambe in comune, lottavano per il possesso di un coltello di pietra... per dividersi? Per tagliare via il rivale ricorrente, per amputarlo? Un'altra figura si protendeva con le braccia allungate, una mano che stringeva saldamente una zappa di pietra come fosse stato un tridente, ali di pietra che spuntavano dalla schiena come avesse voluto involarsi nel cielo.

Con le mani nude una quarta figura si squarciava un buco, una bocca ghignante, nel proprio ventre. Il suo vicino si era accartocciato quasi completamente in una palla avvizzita, eppure un unico gigantesco braccio puntato drammaticamente... verso un'entrata oscura, priva di qualsiasi immagine tranne una, e questa immagine tutt'altro che scolpita, piuttosto sembrava pitturata o bruciata (o entrambe le cose) sull'architrave incurvato di pietra. L'immagine dipinta rappresentava malamente un paio di occhi fissi cerchiati di nero, due cerchi fianco a fianco.

La loro guida gli aveva indicato con gesti e squittii di rimanere nella piazza ed era corsa via. Inizialmente erano stati più interessati nello scrutinio e nel prendere ologrammi dei geroglifici. Solo quando lei tornò, portando una radice rossa di qualche vegetale dura e ancora fumante sulla quale alternativamente soffiava e morsicava, notarono quel segno sull'architrave... verso cui trotterellò la lemuride che mangiucchiava e dove di acquattò.

"Un segno!" esclamò Carl. "Dio, è il primo graffito che incontriamo. Il primo vero simbolo arbitrario. Due cerchi che si toccano come il nostro segno per l'infinito, vero? Sono sicuro che è pitturato. Il primo brano di linguaggio scritto?"

"Occhi lemuridi," disse Mary. "Ecco ciò che mostra. Come un avvertimento? Buio all'interno. Da non rivelare e illuminare? No, perché dovrebbe mettere in guardia dall'oscurità... con la loro vista?"

"Ciò che presupponiamo circa la loro vista," corresse Carl. "Non possiamo fargli dei test come agli animali, come potremo? Diavolo se lo volessimo!"

Eppure era così. Grandi occhi. Di notte le camere spia di solito mostravano attività nella città. I lemuridi avevano il fuoco ma sembrava limitato alla cucina. Nessun nativo portava tizzoni per illuminarsi la strada né c'era qualche fiaccolata per illuminare qualcuna delle loro zone di soggiorno.

"Forse significa 'Guardare qui'." Carl estrasse una pila, accese il fascio di luce lungo una discesa di scalini larghi e poco profondi che non sembravano essere fatti di pietra.

"Ehi! Una porta contro il muro." Si piegò per picchiare con le nocche. "Porta di legno bottiglia. O una slitta rovesciata."

Stava sopra la lemuride. Inghiottendo i resti del vegetale, lei gli cinguettò. Aggrottò le ciglia in concentrazione.

"Figli. Correre. Nascondersi? Non riesco a capire."

Peter si sentì adirato per quel segno. Se mai era un segno, non era inscritto nel suo linguaggio di pietra.

Carl si piegò di nuovo per gettare la luce della sua pila lungo quei gradini. La lemuride si alzò, battendo gli occhi. All'inizio Peter fu convinto che la nativa stesse attaccando Carl per protesta al fenomeno della torcia, afferrò la tunica di Carl ed iniziò ad arrampicarglisi addosso. Prima che Carl potesse fare di più che strillare forte per la sorpresa, lei era arrivata a toccare il segno sopra la porta.

"Rimani fermo!" Urlò Mary. "Non far staccare!"

Con i piccoli denti appuntiti la lemuride si morse il pollice fino che non sanguinò abbondantemente un ricco flusso scarlatto. Col sangue tracciò i contorni del segno finché la ferita non coagulò. Poi con un salto si liberò di Carl, spinse il pollice ferito verso il vano della porta aperta, gorgheggiò quello che poteva essere un addio e se la squagliò.

Fu così che trovarono le catacombe.

'Catacombe' era la descrizione di Peter, anche se Mary subito aveva sottolineato che non sembrava esserci nessuna salma o niente ossa da alcuna parte nell'infinita serie di corridoi e piccole camere al di sotto di quella parte della città. L'intero complesso, inclusi i gradini, era scavato nella solida argilla, non tagliato attraverso la roccia, ed era vuoto eccetto per le numerose porte di legno bottiglia, nessuna delle quali possedeva un qualche tipo di cardine.

"E' una tana," disse Mary. "Evidentemente non sono mai stati degli animali erbivori, come i lemuridi della Terra! Erano delle creature che si nascondevano. E' per questo che hanno l'apparente adattamento notturno di quei grandi occhi... erano per vedere sotto terra. Questa è la Ur-tana. La tana originale, di base, su cui in seguito costruirono la città."

"Roccia su argilla?" Chiese Peter scettico. Si sentiva distrutto dalla claustrofobia mentre le loro torce danzavano su altri corridoi stretti e cellette vuote, tutte delle dimensioni dei lemuridi. Erano costretti a chinarsi. Oh, essere in alto su una guglia all'aria aperta, aggiustando un blocco nel suo nuovo posto di posa da secoli, un blocco rampante con una testa d'aquila. L'aria, sì, in questa catacomba puzzava di stantio e d'umidità.

Non c'era nemmeno una gurgola o lapide o demone. Niente che fosse scolpito. Niente pietra. Per la mente di Peter il posto era peggio che vuoto. era senza significato e aveva paura che in qualche modo qui stesse perdendo Mary, mentre lei tesseva la sua nuova teoria di come i nativi avessero originariamente vissuto in tane come conigli.

"E poi emersero dal suolo, dalla natura ctonia verso la luce e la coscienza e la creatività."

"Dove sono gli strumenti?" chiese, e si ricordò della poesia di William Blake. "Dove il mazzuolo, dove lo scalpello?"

Erano queste delle vere porte, porte staccate, quaggiù (mentre non c'era nessuna porta nella città sovrastante) o erano solo delle slitte in più, immagazzinate per un raccolto elefantiaco o tolte dal servizio?

Mentre Mary scattava delle olofoto, le camerette si illuminavano in modo accecante. L'oscurità successiva, mentre gli occhi si riaggiustavano alle pile, era terribile per il cuore di Peter.

Alla riunione informativa di quella sera Mary riferì di una grande scoperta che poteva passare briscola sul carico di Fremantle in merito all'origine naturale degli attrezzi agricoli. Uno strato sotterraneo completamente nuovo era stato portato allo scoperto. Una città di Troia biologica: l'habitat originario. Senza dubbio doveva essere fonte di imbarazzo per il biologo il fatto che lei aveva scoperto tutto ciò mentre lui se n'era andato a caccia di lepri nella foresta, facendo ipotesi, sbagliandole. Per un po' la tana sembrò rimpicciolire perfino la città di statue, spingendole nell'ombra, come se quel buco nel terreno potesse essere più importante.

"Definitivamente non per scopo sepoltura?" Chiese Ash. "Neppure in epoche precedenti?"

"Abbastanza improbabile," replicò Mary. "Non abbandonato. Mantenuto efficiente. Usando, uhm, arnesi legno bottiglia. Altrimenti finisce per crollare. Inoltre, ingresso marcato con segno vita-sangue, costantemente rinnovato. Ritualmente. Qui c'è la radice, la nascita razziale."

Fremantle disse: "Tu pensi che dita lemuridi adattarono a scavare terra? Ah!"

Prima che Mary potesse rilanciare questa ipotesi, Leo Allen disse: "Sembrano come ricoveri guerra. Rifugi da nemici."

"No, no. Quando atterrammo, lemuridi non si nascosero. Non coscienti pericoli."

"Intagli possono avermi ingannato," disse Allen. "Dove attrezzi scultura in metallo, a proposito? Se non nascosti dentro tana?"

"Forse sepolti là, sottoterra. Se è vero, posto appropriato, culturalmente. Simmetrico, mitico inversamente. Città opposta a tana, pietra opposta a terriccio."

"Escursione sul campo domani?" suggerì Allen. "Col metal detector?"

"Sì," disse Ash. "Everdon, prendi Allen, Fremantle e Ramirez."

Peter non aveva alcun desiderio di unirsi a questa spedizione verso la conigliera oppressiva e senza senso. Che il viscido Fremantle e il compagnone Ramirez rovinassero pure la giornata a Mary, cosicché lei sarebbe tornata al mondo superiore dell'arte della pietra, lontana dall'accidia e dalla malizia uncinata sentendosi repressa, cercando in Peter... solidità, insaziabile significato e calore.

Se i detector di Leo Allen avessero scoperto qualche cesello nascosto, Peter non sarebbe potuto essere più felice. Comunque non aveva voglia di essere presente e non poteva veramente dare credito all'argomento 'simmetrico' di Mary. Il giorno successivo sarebbe stato meglio impiegato in compagnia di Lipmann, che anche lui non aveva nessuna ragione concepibile di riscendere in quella silenziosa collezione di buchi di tarli nell'argilla.

Quasi schivando Mary, Peter tornò distrattamente alla sua baracca per dormire. Prima di schermare la finestra per la notte, guardò fuori verso una delle piccole lune, piena, bianca come le ossa, sopra la foresta. Le due lune di Roccia orbitavano a differenti velocità su diversi livelli inclinati. Poteva quasi scorgere quella luna spostarsi, ma poi una nuvola solitaria consumò il satellite cosicché la sua luce si diffuse e si dilatò in una bolla incandescente e amebica. La pietra pura e circolare della luna si era sciolta in una minaccia senza forma, priva di significato.

Leo Allen non trovò alcun metallo nascosto nella tana, non di meno dopo il suo giro d'ispezione era ancora incline all'idea del rifugio, seppure con riserva.

"Sciami annuali d'insetti? Come api assassine, locuste letali?" Suggerì la sera successiva. "Piccole, ma tantissime e mortali."

Ramirez riferì succintamente e velocemente sugli analoghi locali degli insetti, roditori e rettili rivieraschi. Per le orecchie di Peter appariva lei stesa come una lemuride cinguettante.

"Invasioni istantanee di pseudo-topi," stava borbottando. "Simili comportamento piccoli roditori artici migratori ogni pochi anni, sviluppano forse morso tossico?"

"Necessità stoccaggio cibo," disse Allen. "Tana non immagazzinata."

"Specie apparentemente innocue soggiacciono o sorprendenti metamorfosi ciclo vitale? Come da bruco in falena?"

"Lemuride perfino intelligente da costruire rifugio," Mary argomentò ottimisticamente. "Memorie di passato, concetto di futuro."

"E' intelligente tartaruga ibernante?" chiese ad alta voce Fremantle.

"Effettivamente," aggiunse Allen "rifugio non spazioso abbastanza per più di un quarto popolazione stimata."

"Per questo casa originale," disse Mary, "prima che popolazione crescesse."

"Gergo?" Chiese Ash e Carl riferì velocemente sul giorno frustrante che aveva trascorso con Peter.

"Occorre ulteriore lavoro, di ritorno a casa. Riuscita per successiva spedizione. Sì. Se linguaggio autentico."

Ash sollevò un ciglio inquisitorio.

"Intaglio?" domandò. Un risolino corse lungo il refettorio, originato nei pressi di Ramirez.

"Segno cerchio gemelli non trovato sculture." Peter confessò.

"Sei cieco?" continuò ad interrompere Fremantle. Immagine di occhi lemuridi."

"Non necessariamente." Anche se che cos'altro?

"Se tana rifugio da minaccia percepita," disse Allen "Montare ulteriori camere di controllo nella città per quando M metterà in moto domani? Supponete Antro registri comportamento prossimità rifugio?"

Mary sedeva sulla cuccetta di Peter, proprio come lui aveva sperato che facesse.

"Che giornata disgraziata."

"Sì." Accondiscese con grande comprensione, di buon grado. "Temo che le mie sculture non rappresentino nessuna stele di Rosetta, finora."

Perché avrebbe dovuto essere dispiaciuto? Pensò ai geroglifici che aveva restaurato in un college di Oxford, geroglifici ispirati dal bestiario medioevale rappresentanti desiderio, timidezza, malinconia. Desiderava toccare Mary, tenerla, plasmarla, rovesciarla sul letto. Eppure non poteva. Non sapeva come. Non poteva leggere i suoi segnali, che non erano scolpiti nella pietra, ma inscritti nella carne; non poteva trasmetterle i propri segnali adeguatamente, geroglificamente.

La sua paura era più profonda, oscura, indefinibile, come se la tana lemuride rappresentasse qualche area d'incubo di se stesso in cui fosse stato forzato ad entrarvi con riluttanza. Anche se non vi era stato trovato niente, nessuna verità finale o idolo definitivo, né glorioso né maligno. Perché la sede dell'incubo doveva stare laggiù quando incubi eclatanti si rotolavano in piena realizzazione di grottesche lungo le stradine della città? Tornare al cortile degli... occhi del diavolo, proprio la notte successiva come doveva fare ora in compagnia di Carl e Mary, lo impauriva in un modo che nessuna cima di guglia o altezza di torre aveva mai fatto. Una vertigine delle oscure profondità compresse lo affliggeva.

"Mary."

"Che cosa c'è?"

Dannata timidezza!

"Cioè, raccontami di te, Mary, ti va?"

"Ma lo conosci già. Conosciamo tutti i nostri curriculum."

"Sì, ma una persona non è una biografia." La sua non conteneva niente sulle pinte di birra o su una certa barista che consolava un certo agricoltore, che era accaduto che non fosse tanto legato al denaro come altri agricoltori locali perché aveva visto il futuro e aveva coperto i propri campi quasi subito con la pellicola filtrante e umidificante che controllava il clima.

"Non più di quanto una tribù di alieni sia un rapporto etnologico vestito a festa? E' questo che vuoi sottintendere?"

Aveva inavvertitamente aperto una porta verso qualche cavità che la infastidiva? La più intuitiva delle mappe sociali (anche della sua vita ben pianificata!) non era il vero territorio paradossale e disordinato.

"Che dovrei raccontarti, Peter? Delle volte che mi sono comportata da stupida? Di quando mi sono intestardita? Di quando mi sono confusa? I miei cibi preferiti? Le mie fantasie preferite?"

Sì, quelle, pensò.

"Non preoccuparti," disse. "Guarda la luna." (Che stava sopra un fiume e tracciava un serpente argentato.) "Un bel pezzo se lo sta portando via lo scultore della notte."

Lo guardò assorta. Lo sguardo di lei era un segnale? Non lo sapeva.

Lei disse: "Dovrebbe essere ancora abbastanza piena domani sera. Ed è passata l'ora d'andare a letto, se dobbiamo essere dei saggi gufi poi."

Per quella notte delle notti Leo Allen aveva reso gli osservatori splendidi. Il suo gruppo, lui e Carl, gruppo due, precisamente Fremantle e Ramirez, e gruppo tre, Mary e Peter, non solo erano in contatto audio l'uno con l'altro, con la base e con Michelangelo, ma avevano anche collegamenti video multicanali con tutte le telecamere di ispezione le quali erano equipaggiate con gli infrarossi in caso di oscurità delle nuvole. Per ora il cielo era chiaro; la luce della luna e delle stelle inondava la città.

Poiché i lavoratori erano tutti a casa dai campi, tutta la popolazione era all'interno della città. Molti erano addormentati, ma altri giravano intorno cinguettando, cosicché le viuzze e i cortili e le stanze sembravano proprio popolati (o spopolati) come di giorno.

"Fusione meno 100 secondi," contò una voce radio. Il bagliore della nave che partiva poteva apparire in qualsiasi momento.

"Qui Allen. Dovrebbe sembrare come se quella luna avesse dato alla luce un'altra luna. Come se l'altra luna avesse saltato per tutto il cielo proprio per porsi accanto ad essa."

"Fremantle. Nascita di un mito, forse? Come Bibbia di Velikowsky?" Un sogghigno nella voce.

Peter fece scorrere la luce della pila sull'architrave della tana. Due occhi, di sangue essiccato, fissavano in maniera torva. Nel panico inserì il suo sistema di comunicazione.

"Qui Catlow. Comandante! Michelangelo! Non accendete sistema fusione. Arresto!"

"Sessanta secondi."

"Ho capito quello che vuol dire il segno, Comandante. Non sono per niente degli occhi. Sono le due lune piene quasi in congiunzione, prima che la vicina eclissi l'altra. Quando sono di fianco nel cielo succede qualcosa! Quando spesso accade?"

Una voce che non riconobbe dalla M: "Ogni trentun anni locali!"

"Trenta secondi."

"Si vede."

"Per l'amor di Dio, non accendete quei motori finché non ci abbiamo riflettuto bene."

"Qui Everdon," disse Mary. "Condivido Catlow. Interferenza culturale non autorizzata."

"Fremantle. Esperimento buono. Comportamento programmato a scatto. Ne dimostra esistenza."

"No!" Gridò Peter.

"Quindici secondi."

"Seguire parole di scalpellino? Navigare nave spaziale con martello e cesello?" Una donna. Chi? Ramirez?

"Per favore, Ash!"

"Protesta annotata."

Nel cielo (secondo le apparenze proprio vicino alla luna, anche se in realtà a cinquantamila chilometri di distanza) la torcia di fusione della nave spaziale si accese, la torcia che poteva accelerare la Michelangelo nell'iperfase. La luce sembrò espandersi nella dimensione di quella luna.

Lungo il cortile i geroglifici si distorsero nella morsa di quella nuova luminosità quasi che stessero per tuffarsi, volare, lottare, aprirsi. Tutto d'un tratto la notte fu piena del gorgheggio e del cinguettio di quelli che potevano essere stati migliaia di uccelli impauriti.

I lemuridi si riversarono nel cortile. Le femmine tenendosi stretti i bambini che strillavano e i maschi che si tiravano dietro i più giovani, si compressero attraverso quell'entrata del doppio occhio (oh no, della doppia luna), gettandosi nell'oscurità. Peter fu sbattuto e risucchiato dal fiume di corpi che si accalcavano tutti verso un'unica meta.

"Ehi," dalla radio, "come un gatto tra i piccioni! Hanno preso tutti il volo."

No, non erano mani lemuridi quelle che stavano tirando Peter! era Mary che lo incitava.

"Bisogna vedere cosa succede là."

Peter si sentì gemere. Tutti quei corpi impacchettati in quelle catacombe strette e scure! Ma non poteva sfuggire alla pressione. I fasci di luce delle loro pile vagarono, mentre lui e Mary incespicarono curvandosi, lungo i duri gradini d'argilla e dentro una delle camere. Questa cella era già mezza piena. Appena i due umani entrarono dentro, ansimanti, i lemuridi si affrettarono a sbarrare la porta di legno bottiglia, con decisione. La porta si adattò con precisione agli orli d'argilla e i portieri lemuridi si allontanarono, apparentemente soddisfatti che coloro che ancora si affollavano fuori lungo il corridoio non tentavano di forzare l'entrata.

Ora tutti i lemuridi si calmarono. Si sedettero e si quietarono, anche i più giovani. la presenza dei grossi umani con le loro luci e gli apparecchi di comunicazione video e il cicaleccio delle voci radio sembrava immateriale. Nessun rumore di piedi dei lemuridi, niente più.

"Cristo!" Voce della radio. "Che maledetta tempesta di polvere!" Allen?

"Polvere?" L'intero posto sta fumando". Questo era di sicuro Carl.

"Non si vede proprio niente..."

Appena Mary sintonizzò i videocom fu chiaro che tutte le telecamere sorveglianza erano passate all'infrarosso. delle immagini luminose distorte di lemuridi barcollavano in mezzo alla nebbia. Gurgole, babewyn, mura, stavano esalando delle fitte nuvole rosa attraverso tutti i microscopici fori della pietra. Immagini di lemuridi, certamente sfocate, che aderivano alle opere in pietra. Immagini di lemuridi, certamente sfocate, che aderivano alle opere in pietra, acquattandosi, scalando, impegnandosi in strane acrobazie.

"Intera città nascosta." La voce di Chang, dalla base. "Abbandonare se possibile.

"Allen. Sicurezza. Controllare integrità maschere. Collegarsi con telecamere per seguire strada. Mantenere videoschermi agli occhi. Guardare in infrarosso. Mantenere le lenti pulite."

"Rivestiti da dannato materiale. Cuoio capelluto prude, non posso..."

Perché mai i lemuridi appaiono sullo schermo così contorti? Perché si muovono con lenti movimenti indolenti? Perché quello sta montando su un capitello?

"Patel." Lei era tornata alla base. "Tutto il tessuto della città rilascia spore, miliardi di spore. Come funghi o vesciche di lupo."

"Qui Ash. Più simile a moltiplicazione corallo. Simultaneamente, una volta all'anno ai vecchi tempi per tutta la lunghezza della barriera Corallina d'Australia. Osservatolo in vacanza da bambina. Fatto scattare da temperature e comportamento maree... e da luna piena! Città forse organismo sociale. Colonia di microrganismi. Aria corallina. Banco corallino in aria, non mare. commento, Fremantle?"

"Occupato." Un colpo di tosse.

Peter parlò. "Fatto scattare da doppia luna. Le rassomiglianze. La luna e Michelangelo. Insieme."

"Qui Ash. Catlow?"

Mary riferì: "Everdon e Catlow in tana, su canale venti. Lemuridi rifugiati. Chiusa saldamente porta. Così alcuni sopravvissuti. Ma da cosa?"

"Da quello, Mary!" Peter puntò il dito sul piccolo schermo. Anche se l'immagine era doppiamente annebbiata a causa della patina delle lenti delle camere, era ancora possibile vedere un lemuride appoggiato contro una colonna, ricoperto di spore. Lla bocca del nativo si spalancava al massimo, la schiena si stava inarcando. Il pene gli era esploso fuori dal rivestimento peloso, s'era irrigidito, crostoso ed enorme. Il lemuride attraversava il processo per diventare un geroglifico della lussuria inveterata. mentre aderiva, indietro, a quella colonna, le sue gambe si piegavano e si allontanavano da terra, restringendosi, contraendosi e spostandolo di traverso sempre più verso l'alto in concerto con le braccia crudelmente attorcigliate, finché non si arrestò e rimase appeso come cemento.

"Nativi trasformati in mostri!" Udirono. "E' una maledetta notte di Halloween."

"Pizzica..."

"Non grattare..."

"Incompatibilità proteine," disse Chang. "Non dovrebbe affliggere umani. ma raccomando disintossicazione e quarantena."

"La mia gamba si irrigidisce...!"

Un urlo... di panico? Panico di chi?

"Non fanno le statue, Mary," disse Peter. "Diventano le statue. E il resto della costruzione! Non hanno mai costruito questa città. Generazioni dei loro corpi si sono fuse in essa. Come dice Ash!... Barriera coralline nell'aria! Nutrita dai rifiuti notturni e dall'acqua di cottura buttata su di essa. E nel momento di diffusione delle spore gli organismi corallini coprono i lemuridi, li trasformano in altra barriera."

"Ma i lemuridi si stanno alterando così grottescamente..."

"Sì! Le spore acquistano il controllo dei loro corpi. Li metamorfizzano... secondo, che so, le emozioni archetipe, le passioni, i programmi istintuali dei lemuridi."

"E così si riuniscono alla Natura." Meditò lei. "Ma non scappano per vivere nei boschi. Invece fanno assegnamento su una tana che salverà abbastanza sopravvissuti per far continuare la razza. probabilmente figliano abbastanza velocemente. Poco più di trent'anni sono un tempo sufficiente per il ripopolamento, più che sufficiente. Ma non cercano di sfuggire il loro destino. E' l'unica cosa che dà loro cultura, città." Le voci dei gruppi uno e due erano solo brontolii, ora, o spettrali. Chang stava parlando.

"Controllo da segnali chimici in aria. Corallo è architetto. Forse influenza anche forma alberi bottiglia? Abbiamo fatto errore antropomorfico. Assumere lemuridi dominanti perché assomigliano a noi. Invece parti di sistema simbiotico."

"Ecco cos'è," Mary disse a Peter "simbiosi." All'improvviso apparve disperatamente triste. "Non è per niente Antro-Culturale, ma è Bio. Totale biologia animale."

Chang disse: "Lemuridi nutrono corallo, sono periodicamente incorporati, usati per costruire ulteriore massa corallina. Lemuridi beneficiavano ricovero, attrezzi, agricoltura con cui nutrire corallo... e ai loro pensieri viene data forma e sostanza, rafforzando programmi che governano lemuridi."

"Devono dare i corpi al loro Dio," mormorò Mary.

"Corallo è vera intelligenza qui," cantilenò Chang. "Bio-ingegneria, eh, Fremantle? Giù fino al livello molecolare."

Silenzio da Fremantle.

"Può trasmutare elementi del corpo. Può sconvolgere e riavvolgere cellule, riproducendo in tutto l'io microscopicamente. Ha effetto anche sugli umani. Ma l'intelligenza è impenetrabile come pietra. Non intelligenza nel nostro senso. Beffata dal bagliore della fusione."

Un gemito dalla radio, come di qualche materiale che si tende, che si spacca, poi si indurisce.

"Per quanto tempo durerà l'aria quaggiù?" Si chiese Mary.

I rifugiati nativi nella cella erano ormai quasi comatosi, muovendosi e reagendo appena nonostante il rumore e la luce prodotta dai due ospiti. In altre celle Peter poteva immaginare l'inerzia totale. Così da conservare l'ossigeno. Pure questo doveva far parte del programma. In questo caso di sopravvivenza razziale. Per il bene della città, a beneficio del corallo.

"Abbastanza a lungo," disse, "se non fossimo qui. Rispetto a loro siamo dei divoratori di ossigeno."

Michelangelo stava trasmettendo via radio delle richieste preoccupate d'informazione.

"Città sta ancora emettendo spore," a mò di risposta. "Potrebbe continuare tutta la notte. Probabili perdite, quattro del personale, altri due rifugiati in un cunicolo sigillato."

"Abortire viaggio principale? Circumnavigare luna, tornare su orbita Roccia?"

"Negativo," disse Ash. "Nessun pericolo per Base. Prossimo lavoro su campo, recupero corpi, indossando tute protettive."

Peter mormorò: "Staccheranno via Fremantle e compagnia dal corallo? Mi chiedo che cosa siano diventati..."

In quel momento la base geroglifica della vita e della società lemuride gli divenne chiara... o gli sembrò che diventasse chiara; il modo in cui questi esseri pelosi si rivelavano a se stessi alla fine in un momento trascendente di comprensione, un picco di coscienza nel momento in cui le spore li coprivano e li invadevano, li trasmutavano e li pietrificavano e li sigillavano nella sostanza della loro città in una caricatura rampante, in un emblema che a prima vista sembrava mostruoso ma che non era necessario che lo fosse.

Semplice biologia, veramente! Qual era la parola che aveva udito usare da Mary in derisione?

Riduzionismo, era questa. La riduzione di una complessità meravigliosamente intricata ad un dondolio di reazioni chimiche. La riduzione ad un sogno a programmi elettrochimici, della visione e della passione giù fino alla vibrazione delle molecole.

Peter sapeva che doveva determinare la propria categoria dominante dell'essere, il suo umore primordiale, all'interno della radice di roccia eterna della propria esistenza.

Timidezza, cupidigia, invidia, lussuria? O gioia amoroso, o pazienza o qualcun'altra delle virtù?

Non era anche questa una specie di riduzione...?

Ricordò le parole di un poeta francese morto da tempo, Saint-Jean Perse, che aveva una volta imparato a memoria. On ne bavarde pas sur la pierre... Non si chiacchiera sulla pietra. Non ci si farfuglia o ci si divaga. riduce il tuo significato alle sue essenze.

"Vado sopra," disse a Mary. "Non posso restare quaggiù. Mi opprime. Su, e fuori."

"Morirai! Le maschere non ci proteggono. E faresti entrare le spore!"

"Ci sono un sacco di porte. Chiudo bene questa dietro di me... a meno che tu, piuttosto, non preferisca venire."

Rabbrividì. "Peter, stai commettendo un suicidio. Morirai."

"No, non succederà. Diventerò eterno. Archetipo. Sono venuto attraversando così tanti anni luce, Mary, ad incontrare me stesso. Come potrei salpare verso la Terra come un artigiano superfluo, uno scherzo, quando potrei diventare ciò a cui l'intera mia vita è stata tesa? Promettimi che non lascerai che mi stacchino via dalla città. Non far sì che mi trasportino a casa in una valigia di campioni. prometti!"

"Guarda, abbiamo avuto un intoppo, io e te, ma non è ciò che abbiamo trovato affascinante?"

"Oh, senza dubbio." Le allungò il proprio apparecchio di comunicazione. "Liberare il sogno, per modellare l'io per sempre."

"Liberarlo? Sarai legato ad una barriera corallina aliena. Potrebbe anche essere incapace di competere con te. Codificazioni differenti, aliene. I lemuridi ti butteranno escrementi e acqua delle verdure sulla faccia."

"Prometti che non lascerai che mi riportino indietro!"

"Sì. Se mi ascolteranno." Sembrava profondamente impaurita, ora, cosa della quale lui si pentì.

"Fai che per una volta ti ascoltino. Di' loro come avrebbero dovuto darmi ascolto sulla M e la luna. Di' loro che spero di comunicare con il corallo offrendomi ad esso, ma occorrerà aspettare la prossima emissione di spore per vedere qualche effetto. Sì, di' loro questo. E di' loro trasmutazione delle proteine in roccia! Cosa non darebbe la Terra per l'abilità ad alterare la struttura molecolare della roccia in proteine?" Anche se certi agricoltori che avevano messo a dimora delle bariste avrebbero perso il loro investimento.

"Non dirò addio perché mi rivedrai." Cacciandosi temporaneamente la torcia sotto l'ascella, Peter grattò l'argilla per liberare la porta di legno bottiglia. Venne via e s'infilò velocemente nel corridoio che sembrava libero dal pulviscolo. "Rimettila bene a posto!"

Non c'era alcun segno di lemuridi. Le porte di fronte a lui bloccavano le celle. Le scale di fronte salivano alla porta della doppia luna che era sprangata. Salì mantenendosi acquattato.

Fece scorrere la porta in cima, sgusciò fuori, tirò la barriera a chiudersela dietro meglio che poteva. Ora la sua pila ingialliva una fitta nebbia. Non poteva vedere un solo oggetto nel cortile dei geroglifici; comunque pensò di ricordarsi di un vuoto conveniente tra due grottesche vicino, suppergiù in quella direzione. Subito andò a sbattere contro dei blocchi duri, appena visibili. voltando, appoggiandosi a quei blocchi e a un'altra serie di blocchi a un braccio di distanza, trovò una levigatezza relativa.

Non tutti i lemuridi sarebbero diventati dei geroglifici o delle gurgole o dei babewyn. Neanche per sogno! Molti lemuridi sarebbero semplicemente scomposti per diventare blocchi di sostegno, pezzi di muro o colonne, parti del tessuto piuttosto che decorazioni. L'ordinario letto di roccia della società, quelli! Mentre lui, Peter da un altro pianeta, era insolito? Notevole? O forse quei tipi erano i più perfetti, degli esempi platonici.

Si strappò la maschera e respirò profondamente e quasi soffocò. Ma già un'esaltazione calda (sì, che prude) gli attraversò le vene e i nervi.

I pensieri gli si affollarono nella mente, una ridda di immagini che tentavano di incastrarsi e raggiungere uno schema solido e unificato, di allinearsi come una squadra per la parata..

Non si preoccupò del proprio sconforto. Perfino angoscia? Vagamente ebbe coscienza che parti di sé venivano afferrate e scosse. Comunque era oppiato, con i centri del dolore disattivati. Solo il terrore aveva fatto strillare quella voce alla radio.

Che ne era di Mary? Che ne era di quella barista? Chi erano loro in confronto ai secoli? La sua devozione era per la pietra. Aspirava a diventare una guglia. Si tese verso l'alto, sempre di più. E conobbe il sublime.


Ian Watson, The moon and Michelagelo, Isaac Asimov's Science Fiction Magazine, #10, 1987
tr.it. Santoni Danilo

Illustrazioni A. Bani
© Intercom 2000




collegamenti
Ian Watson
Mario Fabiani, La Luna e Michelangelo, una doppia chiave di lettura
Mirko Tavosanis, Città, arte e natura in Ian Watson