Il Meccanico
[The Mechanic] 

Mike Duncan 

Morchia guardava l'auto sapendo che se non fosse riuscito a trasformarla in una macchina che un umano sarebbe stato capace di guidare in due giorni, Angie Masters sarebbe morta alla curva 3.

Era il più vecchio degli androidi meccanici rimasti in servizio: erano passati settanta anni dalla sua prima attivazione. Il gruppo d'alimentazione interno gli era stato cambiato due volte e si stava avvicinando l'ora di metterne un altro nuovo. I milioni di minuscoli servomeccanismi nelle sue mani erano sfibrati e non erano più adatti per gran parte del lavoro che sapeva di dover svolgere. Non c'erano i soldi per sostituirli. Angie aveva bisogno di un secondo treno di gomme se voleva finire la corsa e così aveva ignorato i progetti di lei nei suoi confronti e le aveva comprate.

Fece un altro giro dell'auto, fissandola.

Evitò di pensare troppo a Sharon. Quando l'auto colpì il muro fu il primo sul posto ad estrarla, tutti e due coperti di schiuma ritardante. Il giorno successivo lei entrò in coma, complicazioni dopo l'urto, si disse. Angie ora era con lei, al capezzale, per tutto il tempo che sarebbe durato.

Ma Sharon s'era qualificata: l'auto aveva terminato l'ultimo giro. Con quattro giri a 548.19 km/h s'era classificata 45° su 46.

E ora Angie voleva guidare l'auto.

Si tolse dalla testa d'acciaio il berretto tutto unto di stoffa a righe bianche e blu e col suo nome il lettere corsive rosse che lo attraversava. Per la frustrazione lo buttò all'interno del garage.

Dopo un paio di minuti andò a raccoglierlo all'angolo, gli tolse la polvere e se lo rimise.

Tornò a fissare l'auto con concentrazione assente. Aveva passato l'ispezione di nuovo prima di qualificarsi. L'ARRA non l'avrebbe ispezionata di nuovo prima della gara. Così era libero per qualche giochetto. Quando avrebbero portato la macchina al Parc Ferm, il campo dove avrebbero ispezionato le auto dopo la gara, naturalmente si sarebbero scoperti tutti i suoi interventi, ma aveva un piano anche per questo.

Le interiora dell'Envi, il computer che era costato gli ultimi pezzi della fortuna della famiglia Masters, erano sparpagliate per tutto il cofano. Angie aveva passato gran parte della notte precedente a strapparle dall'auto e a farle a pezzi col grimaldello. Capiva che lei lo riteneva responsabile dello stato di sua madre che, come lui sapeva, era irreversibile. Le sue emozioni, nascoste nel cablaggio sotto zero del suo corpo di acciaio al titanio, erano sempre realistiche anche se affioravano nei suoi pensieri.

L'auto aveva sbandato leggermente per la pioggia, una variabile caotica che perfino l'Envi non poteva prendere in considerazione nei suoi miliardi di calcoli e Sharon aveva immediatamente ripreso il controllo con lo stile di guida perfetto e impietoso del computer. Aveva frenato e sembrava, almeno a Morchia e ad Angie, che nella peggiore delle ipotesi avrebbe perso un secondo o due per via dello slittamento. Non avrebbe certo potuto andare a sbattere contro il muro di contenimento. Non sarebbe bruciata.

La decisione dell'Envi, nei suoi logaritmi meticolosi, era stata che lei aveva sovraccompensato. Collegato al suo cervello e vedendo dai suoi occhi, accecati dal fumo e dalla pioggia, aveva ripreso il controllo e l'aveva accelerata direttamente contro quel muro che si trovava su quello che era convinto fosse il tracciato ideale.

Morchia raccolse un pezzetto di circuito stampato che lampeggiava pazzamente e lo stritolò nel pugno, gettandolo poi sul cofano. Un grosso spreco, pensò, di molte cose: silicio e opere d'ingegneria. Di Sharon e dei sogni.

Aveva insegnato a due generazioni di Masters a guidare come le grandi e vecchie leggende delle corse. Harold Masters: ricco, eccentrico, tragicamente invalido, lo aveva preso, unico computer di una certa complessità che il grande uomo avesse mai posseduto. Aveva cibato Morchia a film di corse vecchie di duecento anni. Interviste ai piloti che descrivevano il proprio stile, libri tecnici sulla cura e sulla progettazione di qualsiasi cosa avesse delle ruote.

Morchia aveva usato quella conoscenza all'inizio per costruire un paio di Chevelles blu-notte e poi sotto i chiari cieli d'Arizona aveva insegnato alla giovane e impertinente Sharon com'è che si guida. Le aveva mostrato come mantenere controllo alle alte velocità, come manovrare in mezzo al traffico e come passare all'inizio, al centro e alla fine di ogni tipo di curva e i loro vari culmini, come usare la scia e come comandare la traiettoria, come superare in frenata un oppositore più timoroso.

E a ogni corsa di prova, Harold Masters osservava, dalla prigione della sua sedia a rotelle, e il viso, vecchie macerie cicatrizzate, sorrideva al distante lamento dei motori. Sharon lo amava e Morchia faceva qualsiasi cosa fosse necessaria per renderli felici. Costruì altre auto, ancora più veloci, e Sharon imparò a guidarle tutte.

Ma il vecchio era morto anni indietro e Morchia era rimasto solo nel circuito polveroso che aveva costruito loro, per oltre un anno.

Sharon se n'era andata e quando era tornata aveva una figlia. Angie sarebbe stata la seconda Masters a cui avrebbe insegnato l'arte della guida.

Tutto ciò era altamente illegale e perché Sharon avesse deciso di competere nell'ARRA era qualcosa che Morchia all'inizio non aveva capito. Nessun umano guidava, a meno che desiderassero la pena di morte. Erano solo passeggeri, da trasportare nei veicoli, pilotati da computer che non potevano sbagliare, che non potevano mai causare incidenti. Solo i piloti di professione, con la mente da campioni di scacchi, toccavano un volante e anche in questo caso non c'era altro che un casco collegato al cervello per guidare il computer all'interno del cofano. Era lui che prendeva le decisioni di guida, che guidava l'auto, e la gara per gli umani consisteva nel decidere sulla variabilità della superficie della strada, sulle condizioni dei pneumatici, sull'umidità; una scommessa a livello molecolare. Il cervello faceva solo le mosse strategiche, e ogni auto finiva a qualche micrometro o millisecondo dall'altra.

Forse Sharon realmente aveva voluto cambiare le cose, pensò Morchia, come suo padre che era stato uno degli ultimi veri piloti, prima del suo incidente. Harold Masters non aveva mai smesso di raccogliere consensi contro la legge, quella legge che aveva reso le corse d'auto il giochetto che erano ora, come diceva lui. Non aveva mai smesso fino a quando gli organi danneggiati non lo avevano abbandonato per l'ultima volta.

Ora toccava ad Angie.

Morchia l'aveva osservata il giorno prima, cronometrandola mentre correva lungo il tracciato, spinta da qualche odio interiore. Sapeva che poteva affrontare il tornante della curva 3 quasi senza frenare, che aveva il vero talento, quella capacità che lui conosceva solo per via delle sue immagini registrate e che non aveva mai visto realmente in Sharon. Lei aveva la competenza architettata da un androide; Angie era un razzo da guidare prima che si distruggesse.

Non poteva fermarla, ma poteva aiutarla.

Così tornò al lavoro.

Morchia conosceva la progettazione e conosceva l'emozione, in modo grossolano. Non era come i computer grandi come un garage che ogni anno producevano coupé da corsa e motori sempre più perfetti. Lavorava sulle sue auto con le proprie mani metalliche, così poco ferme, gli avambracci a pignone coperti d'olio e grasso. Sapeva dove andava ogni cosa, senza l'ausilio di occhi che potevano misurare un bullone dalla distanza di un quarto di miglio. Guardava le cose e le stimava, come qualsiasi uomo, o usava un metro. Amava le sue auto perché le aveva fatte con le sue mani, così come amava Sharon e sua figlia, i loro motori tenuti in corsa da lui.

Rimosse le ultime vestigia dei circuiti dell'auto. A notte inoltrata finì di rimodellare il telaio di sopravvivenza con una approssimazione abbastanza alta di somiglianza all'interno di un'auto da Formula Uno del 1982.Lo sigillò con cura di modo che nessun occhio elettronico potesse guardarci dentro, o potesse notare che l'adolescente bionda che entrava non era sua madre. Nel vano del computer mise un transponder, in modo che avrebbe trasmesso tutto ciò che l'Envi avrebbe trasmesso al sistema di telemetria del computer della giuria: velocità, temperatura del motore, stato dell'auto. Il giorno dopo allineò le sospensioni attive e sostituì il motore, riuscendo ad ottenere maggiori cavalli dal nuovo. Di solito duravano una sola corsa, a causa della terribile pressione interna che dovevano superare.

Mise il corpo, rimuovendo l'orrenda ammaccatura sul lato sinistro, in una galleria del vento. Osservando gli sbuffi bianchi d'aria che danzavano lungo la superficie aggiustò i parafanghi posteriori per dare all'auto quell'aderenza a cui Angie era abituata, molto minore di qualsiasi auto guidata dal computer. Per gli altri parafanghi osservò l'aria definirli col flusso e li aggiustò ad occhio. Lei avrebbe avuto la sua velocità. E avrebbe corsi i sui pericoli, in quanto quest'auto sarebbe piombata già dalla scogliera nel Mediterraneo solo se avesse staccato la sua mente dal volante anche solo per un secondo. A Roma il circuito era lungo ed era stato disegnato da un pazzo, né un ovale né un tracciato stradale, ma entrambi e molto di più, un incubo alla Esher di banchine e cunette e dossi.

Morchia a volte si chiedeva come mai Harold Masters lo avesse creato per duplicare quel tracciato qui nel deserto. Era come se avesse previsto proprio questa gara. Conosceva il desiderio del vecchio: Sharon sarebbe stata la prima a riportare l'elemento umano nelle corse. Comunque, non era vissuto abbastanza per vederlo. O Angie.

Morchia si sedette sul sedile dell'auto e misurò con le dita metalliche il posto dov'era stato l'Envi. Io starò qui, pensò. Accanto agli esplosivi. Si chiese come fosse la morte e arrivò alla conclusione che fosse probabilmente simile a qualsiasi altra sensazione: interessante, forse che avrebbe fatto scattare uno dei suoi pochi impulsi emotivi. Doveva tenerne fuori Angie, comunque, per quanto potesse. Non era così vecchia come lui.


La ragazza venne a vedere l'auto il giorno prima della corsa mentre Morchia la stava facendo girare lungo il tracciato, sotto il sole brillante del deserto. Aveva gli occhi gonfi per le lacrime, la casacca da guida tutta stropicciata.

La guardò: "E' pronta per una corsa," disse.

Annuì, quasi assente.

"Ha smesso di respirare," disse.

Non disse nulla per dieci secondi.

"Mi spiace."

"Lo so."

Lei gli strinse le braccia attorno alla struttura fredda, la tutta sporca per il lavoro della notte precedente. La tenne per un po', incerto su cosa pensare.

Dopo un po' lei si allontanò, la testa bassa. Lui si risollevò solo quando lei si avvicinò all'auto.

Le girarono attorno e lui spiegò quello che aveva fatto.

"Ma vedranno ogni cosa quando l'ispezioneranno dopo," disse singhiozzando.

"Non riesco a fare i miracoli, li posso solo rendere meno apparenti."

Lei sorrise, ma solo un po'.

Quando fu nella tuta a tre strati e nell'equipaggiamento a prova di fuoco, l'assicurò sul seggiolino e le mostrò i controlli nello spazio angusto. Lei li conosceva, avevano corso più della Chevelles blu cielo, là su quella pista. Ora comandava una grande bestia nera che abbracciava il terreno, i parafanghi invertiti sotto le minigonne le davano una trazione incredibile, tutto ciò assomigliava più a un jet che ad un'automobile.

Morchia la osservò distruggere i resti dei pneumatici di Sharon in quattro giri. Non aveva bisogno di un cronometro per prenderle il tempo. 29.5 secondi il migliore, 120.1 il totale, 259.7 miglia orarie. Era veloce e non sbandò una volta. Era capace di inorgoglirsi e lo fece. Prese le chicane, le piccole curve del tracciato per abbassare la velocità media delle auto, oltre i 200, che pensò poteva andare.

L'aiutò ad uscire dall'auto e l'unico commento fu che andava un po' sotto sterzo.

"Oltre a questo, sei pronta?" le chiese.

"Sì."

"Devi regolarti per vincere. Sono centocinquanta giri, non quattro. Lo hai fatto solo una volta."

"Questo lo so," disse. "Tu non ti sei comprato le mani nuove."

"Non c'erano più soldi."

Abbassò la testa. Si guardò i polsi, i tendini e i nervi erano aumentati da piccoli frammenti di metallo necessari a collegarla all'Envi. "Lo so. Dopo..."

"Io verrò con te," la interruppe.

"Huh?," lo fissò, gli occhi quasi come il cielo o la vecchia Chevelles.

Si tolse il cappello, cullandolo con cura tra le mani. "Lo sai che non riusciresti a reggere per tutta la gara senza un computer. Sei veloce.. sei giovane.. ma loro non faranno mai nessun errore. Tu guidi e io mantengo i lavori."

"Non potrai guidare nell'auto! Non c'è posto."

"Il posto c'è, l'Envi non ci sarà."

Lo fissò di nuovo. "No. Tu..."

Lui sorrise un po', il sole gli scintillava sul viso, sugli occhi neri, sul bordo della mascella di metallo.

"Non posso più insegnarti niente. Posso solo guidarti. Si fermò. "Non voglio mandarti contro il muro, Angie."

Cercò di farlo ragionare con un sorriso. "Non sei abbastanza potente, Morchia. Tu sei... vecchio. Sono tutti nuovi e veloci. Ti surclasseranno... e io ti perderò, maledizione. Hai già deciso, non è vero?"

"Qualcosa che gli si assomiglia," ammise.

Angie Masters si sedette tra gli scarti e rimase a giocherellarci con le dita. Si tolse i capelli dal viso con rabbia. Non lo guardò per un po' e lui non disse niente.

Alla fine lei disse senza guardalo: "Non potresti tornare indietro, una volta che ti sei messo nell'auto, giusto? Non funziona in tutti e due i modi."

"Se tu vinci, forse. Non lo so. In ogni caso avresti sempre un'auto con un cervello decente."

Fece un debole sorriso e si asciugò nervosamente gli occhi. "Non voglio perdere te e Mamy nella stessa settimana, va bene? E' tutto."

"Potrei dire la stessa cosa io."

Sorrise e sollevò lo sguardo.

"Maledetto. Vorrei che fossi... lo sai."

"Non ti sai di nessuna utilità domani, se lo fossi."

E poi il silenzio li coprì entrambi. Lui lavorò all'angolo di campanatura e prima che il sole fosse completamente tramontato lei disse che l'auto era bilanciata. Arrivò la sera.


"Telespettatori bentornati alla 146° finale dell'International Automated Auto Racing Association: la Albano 600. La notizia del giorno è il recupero di Sharon Masters dopo il disastroso incidente durante le prove di qualificazione tre giorni fa. Mentre non è possibile intervistarla, la Chevrolet nera qualificatasi al 45° posto sta facendo il giro di riscaldamento proprio ora, con tutto il gruppo dei partecipanti..."

Angie strinse il volante. Il percorso era freddo e grigio e deserto, e anche se si poteva discernere un'anima che stava nelle altre auto lungo il percorso o tra le mura grigie senza uno spettatore che allineavano il suo universo, non aveva importanza. Era sola.

Hai me, le disse Morchia nella mente.

Allora sorrise e fu esposta la bandiera verde sventolata da un braccio robotico rigido.

I pannelli attorno a lei si illuminarono e lui mantenne le ruote bilanciate, il corretto tragitto da seguire presente nella mente e il motore acceso.

Arrivarono alla curva 3, e mentre le altre auto seguivano il tragitto ideale con pazienza metodica, lei le superò con un'esplosione facendone volteggiare molte pazzamente fuori controllo, con la programmazione che non includeva scenari in cui il veicolo dietro di loro le sorpassava a una tale velocità. Laddove rallentavano lei metteva la sesta. Fece i suoi errori, naturalmente. Quando le fece la piccola scatola lampeggiante in metallo sotto la colonna dello sterzo, tra le sue gambe, prendeva il comando e la salvava.

Milioni di spettatori guardavano a bocca aperta ai loro schermi e quando lei le aveva superate tutte e quarantaquattro in venti giri, parlò di nuovo la voce nella sua testa, attraverso il display visivo a tre dimensioni davanti ai suoi occhi.

Penso che finiremo col vincere. Tutto sembra andare bene. Attenta alla temperatura del motore: devo continuare a rallentarti.

"Morchia!"

Che c'è?

"Zitto e fammi guidare."

Se fosse stato ben altro che una macchina, avrebbe riso. Passarono la bandiera a scacchi sessanta minuti dopo. Il giro d'onore fu breve in quanto Angie riusciva a sentire la tensione nella sua voce.

Ascolta, Angie. Quando l'auto sarà portata all'ispezione esploderà.

Il volante scattò un po' nelle sue mani.

"Cosa?"

Ho messo altre cose nell'auto. Dalle prove diranno che è stato un sabotaggio. Avevo i soldi per le mani, Angie, ma invece ho comprato gli esplosivi. Ti dichiareranno vincitrice comunque. Avrai i soldi del premio Usali per vivere.

"Esplodere? C'è una bomba? Morchia, ti devo tirare fuori!"

Non puoi portarmi con te. Ci sono attaccato. Dovevo programmare bene le cose. Gli ispettori avranno solo qualche graffio. Non posso dire lo stesso per il resto del campo.

"Morchia!"

Girarono lentamente lungo il tracciato, le voci eccitate dei commentatori che uscivano dallo schermo delle comunicazioni. Un nuovo record, dicevano.

Sarà la tua ultima corsa. Qualcun altro sospetterà ciò che hai fatto e seguirà il tuo esempio. Tuo nonna avrà ciò che voleva: una corsa vera. Forse ora ti sta guardando.

Non c'era abbastanza spazio nell'abitacolo per muovere le mani, così le lacrime le scivolavano lungo il viso, liberamente. "Perché? perché non me l'hai detto?"

Perché ti avrebbe tolto la convinzione. Ricordati del vecchio piano. Tua madre non morirà prima della fine della corsa. Rallenta c'è gente.

E c'era sul serio. Un nodo di persone sul tracciato, reporter, telecamere meccaniche nero lampeggiante, ufficiali placcati. Iniziarono a circondare la macchina mentre entrava nella corsia del vincitore.

"Dirò tutto."

No. Non lo farai. Addio, Angie, va subito dentro prima che ti vedano senza casco.

No!

E poi tirarono indietro il tettuccio e l'aiutarono a scendere verso un mondo di domande urlate e luci accecanti. Voleva togliersi il casco e lasciare che l'aria fredda le mordesse il viso, ma bisognava mantenere l'illusione. Non disse niente a nessuno, dando scarso ascolto al fuoco di sbarramento di domande che le fecero. Era anche troppo facile non voltarsi a guardare l'auto mentre cercava di liberarsi della folla.

Ma lo fece comunque, prima di sfuggire alla stampa. L'ultima volta che lo vide lo stavano rimorchiando verso il Parc Ferm.


Mike Duncan, The Mechanic, E-Scape, Number 8, June, 1998