Il riflesso nero del vinile

Domenico Gallo

Noi moriamo a ogni alba
(Richard Calder)

Nha Trang odorava di spezie, di gamberi fritti e di ossido di carbonio. Il cielo estivo sfiorava i tetti dei palazzi irti di paraboliche pirata; la luce sembrava sparsa nel cielo come riflessa da miliardi di specchi, come se non fosse esistito un unico sole lontano, ma una pioggia bianca abbacinante di flash Nikon che galleggiava nell'aria. I viet pedalavano accaldati nelle loro camicie a fiori, respirando l'ozono; sfrecciavano tra il traffico immobile con le loro biciclette arrugginite. I ray-ban li facevano sembrare un popolo cieco che danzava negli ingorghi polverosi, accompagnando la musica sfuggita dai finestrini aperti delle automobili. Video kills the radio stars...

La casa coloniale, un reperto francese che aveva resistito a due guerre, si ergeva tra le abitazioni basse che costeggiavano la strada. La facciata pulita tremolava come un miraggio nell'aria calda che si levava dall'asfalto. Un uomo guardava l’ingorgo da dietro un vetro polveroso.

La donna si mosse nel letto tra il leggero frusciare delle lenzuola. L'uomo piegò il braccio lentamente, abbandonando la tenda colorata che teneva scostata con la mano, e si voltò verso di lei. La camera si ritrasse in una illusoria penombra. La donna si stirò pigramente, districandosi dal groviglio di cotone scurito dalle macchie di sudore. Si alzò, tenendo le palpebre socchiuse, e si diresse nella stanza attigua. L'uomo la osservò camminare mentre gli sfilava lentamente davanti, quasi indifferente alla sua presenza. La donna era alta, magra e aggraziata, i capelli neri e lisci giocavano con le spalle seguendo l'ondeggiare dei passi. Lui indossava solo un paio di calzoni di cotone blu, molto larghi. Il suo profilo assomigliava all'ombra di un uccello, il naso era lungo e affilato, gli zigomi sporgenti, le labbra serrate.

Il ronzio incessante del condizionatore copriva i rumori che provenivano dall'altra stanza e la donna riapparve all'improvviso davanti a lui. Teneva una sigaretta tra le labbra e si carezzava distrattamente la peluria scura del ventre.

- Valerian... - chiese la donna porgendogli la sigaretta accesa. - Vuoi fumare?

Il filo di fumo, anziché infrangersi contro il soffitto malconcio, si piegava verso il pavimento, sospinto dai flussi del condizionatore.

- No. - L'uomo rispose a fatica. La guardò intensamente e sembrò sul punto di continuare a parlare. Le parole si ritrassero, come se dovessero essere faticosamente decise una alla volta prima di essere pronunciate. Un cane, chiuso in una stanza vicino alla loro, iniziò ad abbaiare. Quattro latrati intervallati, poi l'animale si quietò.

- Il silenzio non esiste. Nora, ascolta quanti rumori... Ci illudiamo del silenzio, invece un sottofondo irregolare proviene dalla strada, il condizionatore vibra, questo cane che abbaia. - Valerian la guardò negli occhi. Erano neri, catturavano la luce ed emettevano un tenue brillio. Un disco di vinile, pensò, un vecchio disco di vinile della Savoy... un 33 giri. - Te ne eri accorta? -

- No. - Una smorfia saettò tra le labbra, chiudendosi in un sorriso ambiguo. - Valerian, fuma con me. - Si gettò sul letto e si piegò di lato, appoggiando la testa su un cuscino, tenendo alta sopra di sé la sigaretta.

- Fumare è un vizio, e io mi affeziono ai vizi; inevitabilmente finisco con lo spingerli all'estremo, fino a quando non mi dominano completamente. - Valerian guardò il corpo nudo della donna con desiderio, mentre in strada i clacson eseguivano un cacofonico concerto. - Non ho mai fumato quella roba, se lo avessi fatto questa debolezza sarebbe diventata una parte di me, un indizio che gli altri potevano carpirmi... un’informazione riservata.

- Non ti piace sentirti debole. - La donna rise e cambiò posizione, rivolgendo a Valerian il sesso dischiuso. - Me lo aspettavo. Con il lavoro che fai non conviene sentirsi umani...

Una serie di rapide detonazioni coprì momentaneamente i rumori del traffico.

- Cosa sono questi scoppi? - La donna si era seduta e ascoltava con attenzione i rumori che provenivano dall'esterno. Il viso immobile aveva rivelato le linee delle rughe che attraversavano la fronte e le guance.

Poteva avere trentacinque anni, anno più anno meno, pensò Valerian. Forse neppure lei conosceva esattamente la propria età.

Valerian scostò nuovamente la tenda acrilica e studiò l'incrocio sottostante. - Sono solo petardi. Domani inizia il capodanno del Teth.

- Lo festeggiano ancora?

- Tutte le occasioni sono buone per fare festa. - Valerian si sedette sul bordo del letto e sollevò l'orologio dal piccolo comodino di bambù ingombro di riviste. - Mancano quattro ore.

Lei gli si avvicinò e lo baciò sul collo, con dolcezza; la lingua saettò dietro l'orecchio, leccandolo delicatamente. - Quando ti ho visto la prima volta sull'isola di Socotra, nella hall di quel cesso di albergo, non mi eri sembrato né umano né particolarmente attraente. Ora, invece... - Nora rise.

Valerian si voltò verso di lei, sottraendosi all’abbraccio, e la osservò con attenzione, come se volesse impararla a memoria. Si era accorto da qualche giorno di questo insolito atteggiamento che si ingenerava in lui involontariamente. Studiava il suo modo di parlare, l'accento, i movimenti delle mani; scorreva il corpo con i polpastrelli, isolandosi da tutto, cercando di distinguerne le forme, di coglierne le morbidezze; seguiva gli occhi di Nora per capire quali movimenti o quali particolari avessero attratto il suo sguardo.

Valerian si rialzò. Era alto, i capelli biondi erano corti e fitti, la pelle abbronzata. Gli occhi azzurri, quasi grigi, si posavano dolcemente sugli oggetti guardati, ma erano, al tempo stesso, acuti e penetranti. Nonostante fosse magro il corpo era muscoloso, tonico, disegnato in maniera essenziale. Il torace era glabro e tradiva una forza nervosa, con le braccia lunghe distese lungo il corpo come due fruste in attesa. Raccolse da terra un quotidiano spiegazzato e lo aprì.

- Ora ti metti a leggere... - Nora sbuffò. - Che stronzo.

Valerian la ignorò e stese Le Monde sul letto, mentre Nora chiudeva le ginocchia tra le braccia. L’espressione di Valerian era diventata sofferente e lei se ne accorse.

- Cos’hai? Non stai bene? - Gli occhi neri lo fissavano come se volessero leggergli nella testa, per rubargli i pensieri.

La prima pagina del quotidiano era quasi completamente occupata dalla fotografia in bianco e nero di una donna impiccata a un albero. I particolari erano confusi, a parte la pieghettatura della gonna chiara che conferiva all’istantanea un angosciante realismo.

- È caduta Srebrenica - disse Valerian. - Questa ragazza si è uccisa per non cadere in mano ai serbi.

Nora scorse velocemente i titoli del quotidiano, poi lo guardò senza capire.

- Mia madre era una serba di Tuzla, un paese lì vicino - disse Valerian accarezzandole dolcemente i capelli. - Durante la guerra suo padre venne accecato dagli ustascia croati e lasciato morire dissanguato, e sua madre sventrata in un orto. La piccola si salvò perché i partigiani di Tito conquistarono il piccolo borgo in cui era stata imprigionata e la portarono con loro. Era tanto piccola che non sapeva neppure come si chiamasse, e le diedero loro un nome: Sofia.

Nora gli accarezzò dolcemente la schiena mentre Valerian guardava le fotografie di donne e bambini imprigionati dietro rotoli di filo spinato che tendevano le mani per un pezzo di pane.

- La ragazza morta era bosniaca, non serba come tua madre.

- Che importa, era indifesa e disperata come lo era mia madre. - Valerian chiuse malamente il quotidiano e lo lanciò a terra. Si stese supino e rimase immobile. L’aria fredda del condizionatore asciugava i rivoli di sudore, mentre i mortaretti esplodevano a raffica tra le auto ferme.

Nora si alzò per spegnere la sigaretta in un posacenere, e rimase in piedi a guardarlo. Il rombo pieno di un tuono coprì per un attimo i rumori assordanti degli abitanti di Nha Trang, annunciando l’arrivo del temporale.

- La guerra, la sofferenza... pensavo che almeno noi fossimo estranei a questi pensieri. - Le parole di Nora erano lente, e faticavano a vincere la spinta fredda che veniva dal condizionatore e che tagliava la stanza.

- Ti sei mai chiesta se siamo proprio noi, io e te, per esempio, tra le cause di tutto questo? - Un altro tuono in lontananza prometteva una serata più fresca.

Nora sbuffò spazientita. - No, non me lo sono chiesta... e non me lo chiederò.

- Forse te lo sei già chiesta molte altre volte e l’hai scordato. - Valerian sorrise sardonico, come se fosse arrivato finalmente a pronunciare la frase che cercava di esprimere da quando era iniziata quella difficile conversazione.

Nora non rispose, ma i suoi occhi lo fecero per lei, saettarono nella penombra esprimendo preoccupazione per quelle riflessioni.

- Tra meno di quattro ore entriamo in azione. Devi essere pronto. - Nora spostò indietro una ciocca di capelli che le si era scesa davanti agli occhi. - Sei sicuro che tutto sia a posto?

Valerian sembrò pensarci seriamente. - Sì... sì, sono pronto. Non temere.

Nora sorrise, rassicurata da quelle parole, e il suo corpo nudo sembrò lasciarsi andare a un generale rilassamento, come se avesse stabilito che Valerian aveva scherzato, e tutto era stato solo una futile schermaglia verbale.

Valerian la osservò ancora e i lineamenti di Nora continuavano a celare dei segreti; il suo sguardo presentava i tratti contraddistintivi della gioia come quelli oscuri del dolore, e bastava un movimento leggero per gettare il suo volto da una parte o dall'altra.

- Nora, vieni qui.

Nora spense la sigaretta male arrotolata dentro al posacenere appoggiato sul pavimento e si sedette al suo fianco, sul bordo del letto sfatto. Con le dita gli carezzò il torace, poi le sfiorò i capezzoli. Valerian piegò il viso verso di lei e la baciò, ma mentre la lingua entrava tra le sue labbra i loro occhi si incontrarono. Vide ancora il riflesso del vinile...

Chiuse gli occhi e si avvolse dentro di lei, come si fosse gettato in un bagno caldo. Chiuse gli occhi e i latrati del cane lentamente si modificarono, e la stanza intorno a lui si riempì degli stridii del sax alto di John Coltrane. India... A love supreme... Naima... Chiuse gli occhi e si lasciò invadere dalla musica.

Pioveva a dirotto.

Valerian Lakatos, come era scritto sui documenti europei, era acquattato su un tetto, con un ginocchio fradicio poggiato in una pozzanghera. La pioggia batteva contro un telo a righe bianche e verdi e si rovesciava contro di lui a ogni raffica di vento. Nha Trang aveva perduto i suoi odori, mentre le luci tremolavano tra le scariche irregolari della pioggia. Di fronte a lui, divisa dalla strada deserta, una costruzione di tre piani sembrava galleggiare mollemente come una nave agli ormeggi. L'unico segno di vita proveniva da un'insegna luminosa, con tre lettere spente: le luci al neon di un locale notturno. Le finestre dell’ultimo piano erano ombre scure che volevano staccarsi dalla parete e fuggire nella notte. Valerian tossì, agitandosi tra le macule gialle e rosse dei led che gli rigavano il volto, danzando a ogni movimento. Imbracciava una carabina di precisione Roth-Sauer calibro 6,35, e montava un caricatore elettronico Olivetti per il tiro rapido.

Una luce si accese davanti a lui. Valerian puntò l’arma in posizione di tiro e accese il mirino. Un breve ronzio, un tremito quasi impercettibile contro la spalla, i led verdi: l’arma era attiva, il reticolo vibrava in cerca di vita.

La finestra davanti a lui esplose in tutti i particolari. Un divanetto color senape dalla tappezzeria sdrucita lungo i bordi e un basso tavolino di vimini arredavano la parte di stanza che Valerian poteva vedere. Nora e un orientale si sedettero sul divano. L’uomo teneva in mano una bottiglia e due bicchieri. Riempì una coppa e la porse alla donna. Nora rideva, muta tra i muri calcinati della stanza. L’uomo indossava camicia bianca e pantaloni neri.

Il temporale infuriava piegando i rami di sapan nella boscaglia che circondava la città. La mente di Valerian avanzava dentro l’arma come l’onda di piena di un fiume; il metallo, la plastica, i proiettili diventavano rapidamente il suo corpo. L’acqua che colava lungo la schiena cessò all’improvviso di martellarlo, il cuore rallentò i battiti, un metronomo con il peso distante dal fulcro, un colpo secco sul pedale della grancassa, lo scatto di un vagone della metropolitana che attraversa lo scambio, le spazzole che frustano il tom... sticks and brushes. Il cuore si sciolse nella pioggia, il cervello nella carabina, l’occhio nel mirino. Nha Trang non esisteva più.

Un altro orientale attraversò la stanza e si fermò davanti a Nora. Era alto e senza capelli, indossava un completo blu di cotone. Si voltò verso Valerian, scrutando solo notte e pioggia. Dietro di lui comparve una donna, piccola, vestito rosso, scarpe con il tacco alto. Tutto accadde contemporaneamente, tra un battito di cuore e il successivo, l’intervallo tra due schiaffi di charleston. Nora estrasse una pistola e freddò a bruciapelo l’uomo dalla camicia bianca. Valerian sparò quattro colpi in rapida successione. Il primo colpì l’uomo vestito di blu alla testa, i due successivi la donna, l’ultimo ancora l’uomo, al torace, mentre si stava afflosciando. Nora, in piedi al centro della stanza, teneva sotto tiro i cadaveri.

Il cuore riprese a battere 5/4, poi tornò a farsi sentire fastidioso il freddo della pioggia e della paura.

Valerian si sentì al sicuro solo quando si sedette al volante dell’automobile. Accese il motore, e il tergicristallo rese alla notte il suo colore, quello delle luci tremolanti, dei riflessi, degli scotomi, del blu, del nero, del grigio, delle lame di luce che tagliano il selciato con rombi e trapezi. I passanti erano pochi, isolati l’uno dall’altro, rasentavano i muri per difendersi dagli scrosci di pioggia, confondendosi con le ombre.

Nora lo raggiunse da dietro, una sagoma scura riflessa dallo specchietto retrovisore, maculata di gocce, sdoppiata tra i riflessi del vapore acqueo. Camminava lentamente, con grazia, evitando le pozzanghere oleose e le cascatelle che irrompevano dai pluviali rotti. Si riparava con un ombrello a fiori, ragnatela di piccole rose rosse su fondo chiaro.

Entrò nell’auto. I capelli erano bagnati e le gocce scivolavano lungo il viso immobile. - Bel colpo, - disse Nora sedendosi. - Temevo fossi diventato inaffidabile. - Si accese una sigaretta.

Valerian guardava davanti a sé un piccolo gruppo di orientali che si riparava nell’atrio di un cinema. J’entends plus la guitare.

- Oggi pomeriggio facevi strani discorsi, - continuò Nora tenendo la sigaretta vicino alle labbra, senza fumare.

- Lo dirai a Travis?

Gli uomini davanti a loro iniziarono a litigare.

- Hai preso tutto? - continuò Valerian senza attendere risposta.

- È tutto qui. - Nora gli porse un contenitore termico di polistirolo. - Mutageno per telomerase.

Valerian lo prese e lo ripose in un frigorifero portatile incassato nel cruscotto. L’involucro era sporco di sangue.

Avviò il motore e, a velocità ridotta, si allontanò. Un uomo era finito con il volto in una pozzanghera, e non si muoveva, gli altri si erano dispersi nel temporale.

La linea dell’asfalto vomitava l’auto nel nulla, e la jungla che appariva improvvisa tra i bagliore dei lampi sembrava un fondale dipinto. Foreste lontane di teak, di sandalo e di yang. Infine, nel cielo diventato sereno, apparve Rat Buri, con le case bianche sfiorate dal fiume.

Valerian abbandonò il volante e cercò il corpo di Nora. La donna era al suo fianco chiusa nel silenzio. Le toccò un braccio, poi la strinse dolcemente. Lei non reagì, come se non se ne fosse accorta; ma la mano di Valerian scese verso la sua, carezzandola. Seguì la linea esile del braccio fino al polso affondato nella tasca. Stringeva ancora il ferro freddo della pistola.

- È tutto finito.

La donna non disse niente, silenziosa come i contorni delle fronde disegnate dall’aurora.

- È tutto finito - continuò piano, quasi inudibile. - Anche tra noi è tutto finito.

- Tra due giorni partiamo per Tokio.

Valerian rabbrividì, come fosse stata la pistola a parlare.

- Due giorni. Poi tutto sarà finito.

Fermò l’auto nello spiazzo sterrato davanti al bungalow. Nora scese e si avviò verso il pontile. La superficie dell’acqua brillava argentea alla prima luce del mattino. Valerian le si avvicinò e si fermò dietro di lei, a meno di un passo di distanza, senza toccarla.

- Lo sapevamo. - Nora si confidava alle acque immobili davanti a lei. - Lo sapevamo che tutto sarebbe finito. Siamo condannati a dimenticare. - Aveva una sigaretta tra le labbra che attendeva di essere accesa.

- Facevo l’addetto stampa all’ambasciata italiana. Varsavia, Parigi, Dubai, Seul. Drink, ricevimenti, conferenze stampa. A Singapore passavo interi pomeriggi nei bar, sotto gli ombrelloni, protetto da cumuli di quotidiani. Poi a Bugis Street uccisi un coreano. Ero finito nel locale sbagliato.

Nora si voltò verso di lui. Gli parve più bella di quanto l’avesse vista fino a quel momento, con le ombre della notte che le scorrevano lungo il viso soffocandone i lineamenti, fuggendo via nel giorno insistente.

- Cosa facevi prima?

La donna lo fissò intensamente, gettò la sigaretta ancora spenta oltre il pontile.

- Biologa. - Uno stormo di uccelli si levò dalla riva opposta, avanzò compatto verso il centro del fiume, poi virò bruscamente scomparendo all’orizzonte. - Lavoravo a Nolfok, in un’industria collegata alla Marina Militare. Accettai l’incarico per non vedere più mio marito.

Valerian si incamminò verso il bordo del pontile. Sotto di lui galleggiavano le foglie staccate dalla furia del nubifragio. Sentì il rumore dei passi di Nora che si avvicinava.

- Valerian, non dobbiamo parlare di noi stessi. Siamo costretti a dimenticarci... a dimenticare tutto.

- Dimenticheremo veramente? Ho l’impressione che i ricordi torneranno... il mare in burrasca restituisce tutto quello che ha portato via.

- No, non è possibile. - Il sole spuntò davanti a lei, dietro alle guglie granitiche tempestate dal sapan. - Dormiremo un sonno senza sogni, indotto per farci dimenticare tutto quello che è accaduto, tutto quello che abbiamo fatto... i volti di chi abbiamo ucciso. Il chew-z è un analizzatore temporale dei contenuti della memoria, cerca i ricordi posteriori a una certa data e li cancella. Sogneremo un grande vuoto capace di togliere tutto questo. - Con la mano destra spostò la frangia che copriva la fronte e si mise gli occhiali da sole. - In ogni caso non lo permetterebbero.

- Mi è accaduto di provare dei deja-vu. Alcuni volti mi sembrano noti, alcuni luoghi familiari.

- No, Valerian, nessuno ricorda cosa sia accaduto durante gli incarichi.

Nora lo prese per mano e lo condusse verso il bungalow, il suo volto era rigato di un pianto silenzioso e discreto. Non stringeva più la pistola.

Consegnarono il contenitore di polistirolo a un bianco di mezza età, poteva essere un pittore dilettante che passava le giornate sul molo a dipingere pescherecci. Si staccò da un gruppo di vietnamiti che conversavano e andò verso di loro strascicando i passi sulle lastre di pietra del lungomare. Aveva un paio di baffi brizzolati e un orecchino che gli penzolava a ogni movimento. Indossava un paio di jeans neri e una T-shirt dei Nirvana. Prese il contenitore senza degnarli di uno sguardo e tornò a chiacchierare come se loro non fossero mai esistiti.

Narita noon.

Sull’aereo non si degnarono di uno sguardo, e le mani, adagiate sui braccioli, non si toccarono. Entrambi desideravano stringersi per l’ultima volta, e per un’altra ancora, ma non accadde.

Valerian sfogliò alcuni quotidiani, poi passò a un video-notiziario internazionale. Rivolte, golpe, guerre civili, traffici di stupefacenti, di organi, di bambini, di armi. Valerian pensò quale incarico gli avrebbero affidato, in quale paese si sarebbe svolto. Tirò a indovinare, ma non avrebbe mai saputo se avesse vinto.

Giunti a Roma non passarono alla dogana, come il resto dei passeggeri: Talbot e altri oscuri funzionari li presero in consegna appena scesi dalla scaletta dell’aereo. Si separarono senza salutarsi, dopo aver pensato troppo a quel momento, scegliendo il modo più banale per accomiatarsi. Si infilarono in auto diverse, senza avere il coraggio di informarsi sulla destinazione.

Nora, prima di entrare, si voltò e guardò Valerian mentre era voltato di schiena. L’ultima cosa che vide di lui fu il bavero rialzato del loden. Talbot la tirò leggermente per la manica.

- Miss Béart, dobbiamo andare.

La mattina, dopo il caffè, forte e nero, è un assolo di batteria, Tony Williams o Elvin Jones, rullante, tom, charleston e grancassa, poi a mezzogiorno sale sul palco Antony Braxton, e fino alle quattro del pomeriggio è come se cambiasse sassofono a ogni nota, in strada il termometro digitale oscilla tra 33 e 34 gradi. Il sole cala, imporpora il cielo del ponente, incendiando i cirri che arrivano dal golfo, suona l’Art Ensamble of Chicago, o forse Sun Ra, con la vecchia orchestra, quella di Next Stop Mars, il concerto di vivere continua, il palco si svuota e John Henderson da solo divaga su un tema di Sam Rivers, forse è Beatrice. È notte, piove, si sentono le gocce che battono contro i cofani delle auto posteggiate, e anche i semafori, cambiando colore, sembrano fremere. Le pietre del selciato sono una pelle di leopardo e le macchie sempre più fitte sono i sogni che si spengono. Quiet Fire, nel dormiveglia, il rumore di un ombrello che si chiude, solo Steve Colemann può suonare nel limbo del primo sonno, con David Holland e Jack DeJohnette, suonano con i neuroni, le sinapsi, gli amminoacidi. Fase di REM: India. John Coltrane, Eric Dolphy, McCoy Tyner, Elvin Jones e Jimmy Garison... bass. Lo speaker pronuncia bass sibilando la doppia esse, avvicinandosi al microfono, confondendo la doppia esse con un sospiro. Drums, stesso suono finale. C’era anche Reggy Workman, era quella sera che usciti dal concerto Zoe lanciò una bottiglia di birra vuota contro una finestra. C’era anche un oboe, almeno così mi sembra...

All’improvviso si ritrovò sveglio. Valerian si sedette sul letto e si guardò attorno nella penombra della camera. La testa gli doleva ed era stanco, come se non avesse dormito. L’arredamento della camera lo inquietava, gli era familiare ma, al tempo stesso, lo sentiva estraneo. Quella non era una mattina come le altre: era tornato.

Nora acquistò un quotidiano e la data si ingigantì di fronte ai suoi occhi: un anno. Un anno di cui poteva ricostruire gli avvenimenti politici, quelli sportivi, gli scandali e le notizie mondane, ma niente di sé. Lungo l’avambraccio destro correva una lunga cicatrice bianca di cui non ricordava l’esistenza, la prova che aveva vissuto veramente, da qualche parte, forse con qualcuno.

Rifare la strada di casa la rincuorò; riconosceva i palazzi, i negozi, i volti dei venditori. Ritrovò la calca attorno alle bancarelle di frutta fresca degli orientali, riconobbe i rumori. Nora si intrufolò tra la gente e spingendo riuscì ad arrivare al bordo del banco, urlò con quanta voce aveva in corpo e riuscì a malapena ad attirare l’attenzione del cinese. Comprò un ananas e due manghi pensando alla propria casa abbandonata per tutto quel tempo.

Aprì il cancello del residence passando il badge e sfilò davanti ai guardiani indifferenti. Raggiunse un’elegante palazzina a tre piani e si fermò davanti alla porta. Sulla targhetta dorata spiccava il suo nome: K. Novotny.

Allo Zero Bar suonava il quartetto di Albert Ayler. Valerian arrivò nel locale con largo anticipo. Indossava un paio di calzoni neri di cotone, fabbricati in India, e una maglietta a righe bianche e nere. Il proprietario del locale, un tipo basso e con pochi capelli, si agitava dietro alle luci che illuminavano la pedana. Valerian si sedette a un tavolo, in attesa. I musicisti fecero la loro comparsa. Don Cherry e Sonny Murray chiacchieravano tra loro, dopo apparve Gary Peacock che trasportava la pesante custodia del contrabbasso. Valerian chiuse il libro che stava leggendo, un pocket di fantascienza, e si diresse verso il bar. Davanti a lui un sudamericano gli accennò un sorriso, Valerian gli rispose distrattamente e continuò a camminare tra la gente. Una donna bruna si alzò di scatto da un basso divano lo urtò.

- Perdone... - disse la donna.

- De nada - rispose Valerian senza pensare.

La donna di fronte a lui non si scostò e Valerian si fermò in attesa. Era molto bella, alta, una cascata di riccioli neri. Valerian le sorrise, fece per parlare ancora ma sentì contro la schiena la pressione una pistola. La donna lo guardò negli occhi.

- Segui la señorita. Senza fare scherzi - disse l’uomo dietro di lui.

Nel locale si diffondevano i primi accordi del contrabbasso pizzicati da Gary Peacock.

L’uomo lo spinse nel bagno con decisione. Appena oltrepassarono la porta, lo strattonarono e Valerian, deciso a non opporre alcuna resistenza, ruzzolò tra i lavandini. Si sedette docilmente, spalle al muro, in attesa degli eventi. Davanti a lui era piazzato l’ispanico, con una 6,35 di fabbricazione ceca, al suo fianco la donna dai capelli neri stava estraendo un’arma automatica da sotto il vestito.

- Cosa volete da me? - chiese Valerian nell’impossibilità di ribellarsi.

- Non muoverti, - tagliò corto la donna puntandogli l’arma.

Nel locale entrarono due persone. Erano un bianco e un orientale. Il primo, un biondo chiuso in un giubbotto di pelle, giocherellava con un elastico, l’altro, che indossava un impeccabile completo blu scuro, lo sovrastava immobile.

- Valerian Lakatos - disse lentamente l’orientale. - O dovrei dire Robert Subik, o Pietro Warren. - L’uomo avanzò verso Valerian. Le armi sopra di lui fremettero, i muscoli tesi in attesa di premere il grilletto. Le scarpe nere, lucide, le stringhe sottili annodate, i calzini antracite, si fecero più vicini. L’uomo spostò un mozzicone di lato e lo mandò a sbattere contro il muro, lontano da loro. - O dovrei dire Pietro Maffei.

L’uomo fece un passo all’indietro. L’elastico nelle mani del biondo vibrava come le corde del contrabbasso. - Pietro Maffei. Questo nome le ricorda qualcosa?

- No, non l’ho mai sentito prima d’ora. - Valerian alzò gli occhi. - È un nome italiano. - Valerian decise di alzarsi mentre l’orientale annuiva. Subito la donna gli si avvicinò e gli puntò l’automatica direttamente contro la tempia. La pressione del metallo fu come un bacio violento e passionale. L’orientale le toccò gentilmente la spalla e la donna si ritrasse senza abbassare la mira.

- Cosa volete da me? - chiese Valerian, più stupito che spaventato.

- Sono Tsutomu Makoto. - L’uomo chinò leggermente il capo in segno di saluto.

- Devo averla vista in televisione - disse Valerian. - L’ingegnere dell’attentato contro il G7, a Tokio.

- Mister Lakatos, io so tutto di lei e della sua organizzazione di criminali internazionali. Sono qui per darle un’opportunità.

- Dai notiziari Tv risulta che lei sia a capo di un’organizzazione terroristica.

- Allora siamo colleghi - rispose l’uomo sorridendo. - Non abbiamo molto tempo, ascolti.

Valerian annuì.

- Lei non è entrato nell’organizzazione volontariamente. Le hanno cancellato una fetta di passato, esattamente come possono rimuovere le informazioni sulle missioni che porta a termine. Anche il suo passato è fasullo, lei non è affatto slavo come crede.

- È assurdo.

- Può essere. - Makoto infilò una mano in tasca e ne estrasse una pallottola di carta stagnola. - Prenda questa pillola tra due settimane e il procedimento di rimozione temporale selettiva non funzionerà. Lei potrà ricordare tutti i particolari della prossima missione.

Makoto gli porse il minuscolo involto.

- Non le credo. Potrebbe essere veleno.

- Mi sarebbe più facile eliminarla nel cesso di un locale notturno. Non sono un criminale sadico che vuole distruggere Gotham City.

Valerian prese la pillola. La mano gli tremava.

Makoto fece un cenno e le armi si ritrassero.

- Makoto, chi è Pietro Maffei?

Il volto metallico di Makoto tradì un sorriso di soddisfazione.

- Maffei è il suo vero nome. Lei era un gesuita che collaborava con l’Esercito di Liberazione Zapatista del Chiapas. Un giorno la CIA l’ha fatta prelevare e l’ha spedita al trattamento cerebrale. - Makoto gli porse un quotidiano spiegazzato. - Non più di sei anni fa combatteva al loro fianco - disse indicando i due ispanici armati. - Padre Maffei, un uomo di pace... Un uomo di Dio.

Gli uomini se ne andarono lasciandolo solo nel cesso. Valerian aprì il giornale, un quotidiano messicano. Una foto lo ritraeva tra un gruppo di indigeni mentre celebrava una messa da campo.

Aprì la porta ritrovandosi nella sala fumosa. Albert Ayler soffiava nel sax come un demone fuggito dagli inferi. Valerian tornò al proprio posto stringendo il quotidiano tra le mani. Si sedette mentre Don Cherry iniziava un assolo. I suoni acuti gli entravano nel cervello uno dopo l’altro: frustate, scariche elettriche che si aggiravano disperate tra i suoi neuroni svuotati e stanchi. Sonny Murray sfiorò il charleston e il quartetto riprese il tema tra gli applausi. Valerian iniziò a piangere.

Quattordici giorni dopo Valerian osservava la pillola. Era appoggiata a un basso tavolino di cristallo, a fianco di un bicchiere riempito d’acqua. Nell’appartamento la musica rimbombava a un volume eccessivo, un frastuono indistinguibile e snervante. Valerian era a torso nudo, inginocchiato davanti al tavolino come un pilota kamikaze votato al sacrificio supremo. La musica si interruppe, e nell’appartamento ci fu un attimo in cui l’aria vibrava ancora, indecisa.

Valerian respirò profondamente, prese la pillola e la ingoiò. Svuotò il bicchiere mentre l’acqua gli colava dalla bocca fremente. Si alzò e lanciò il bicchiere contro il muro, infrangendolo, frastornato dal silenzio. Fece qualche passo nella stanza, poi riavviò il lettore di cd e il frastuono lo fece sentire meno solo.

Bangalore, India. Fine autunno. Attorno allo stadio Chinnaswamy le squadre antisommossa caricavano gli ultimi manifestanti. La polizia, protetta dagli automezzi corazzati, sparava corte raffiche contro gli uomini che balenavano tra le auto in fiamme per tirare sassi. Una strada laterale si accese di blu e la polizia iniziò un fitto lancio di lacrimogeni contro i militanti del partito Bharatya Janata. Le basse autoblindo si mossero lentamente fino a conquistare il crocevia.

- Via libera - disse Nora, senza togliere gli occhi dal binocolo. - Possiamo raggiungere lo stadio.

- Io resto qui - disse Valerian alzando gli occhi da un libro. - Andare allo spettacolo non faciliterà la missione.

- Fai come vuoi. - Nora appoggiò il binocolo sul tavolo. - Io mi prendo una serata di libertà.

- È uno spettacolo di merda - riprese Valerian con decisione. - Inoltre una donna in quella bolgia di maschi può attirare l’attenzione.

- Sei geloso? - chiese Nora con uno strano sorriso.

- Non vorrei che finissi nei guai.

- Sei geloso.

Valerian allargò le braccia, poi riprese a leggere. Nora gli si avvicinò e gli passò una mano tra i capelli. Valerian si irrigidì e alzò gli occhi verso di lei.

- Ti faccio paura? - chiese la donna, mostrando ancora il sorriso che lo inquietava.

Valerian preferì non rispondere, ma la guardò profondamente, sostenendo il suo sguardo.

- Tu devi essere pazzo - concluse Nora ritraendosi, incerta tra l’essere indispettita o divertita da quell’uomo che gentilmente, ma con decisione, la rifiutava. - Del resto per fare questo lavoro bisogna essere pazzi.

La donna si diriresse verso l’altra stanza, mentre in strada ululavano le sirene.

Valerian accese la radio, sintonizzata su un canale australiano, e, mentre Nora si cambiava nell’altra stanza, si mise ad ascoltare un pezzo rock. La vedeva passare nello spazio della porta socchiusa, bellissima, mentre sceglieva un tailleur azzurro e una camicia bianca. Gong. Improvvisamente ebbe una visione. Quattro uomini suonavano in un anfiteatro. Fu un attimo, come se gli occhi si fossero scollegati dal cervello. Respirò profondamente, spaventato dal realismo dell’allucinazione. A pochi metri da lui Nora si stava pettinando. Valerian sentì il cuore impazzito che riprendeva la propria sequenza quando la visione tornò. Un uomo magro, dai lineamenti scolpiti nelle ossa, percuoteva il gong. Aveva i capelli lunghi e il volto di uno spettro.

- Set the controls for the heart of the sun - sospirò Valerian, portando le mani alla testa, come se la musica venisse suonata dentro la sua mente e non dalla radio. Fiumi di lava incandescente attraversavano la sua carne ustionandolo, la musica lo feriva e i suoi nervi erano le corde della chitarra elettrica. Finì contro la parete mentre gli occhi ammutinati si avvicinavano agli arabeschi del gong.

- Cosa ti succede? - Nora era ferma davanti a lui, in piedi.

- Sto male - riuscì a dire Valerian, mentre la stanza e il volto di Nora si muovevano lentamente, ondeggiando. - Ho male di stomaco.

- Ci mancava anche questa.

- Sta passando - disse Valerian premendosi il ventre. - Devo avere mangiato qualcosa che mi ha fatto male.

- Strano - commentò Nora. - Abbiamo mangiato le stesse cose.

- Sto meglio - continuò Valerian spegnendo la radio. - Tutto a posto.

- Bel compagno di missione che mi hanno affidato - disse Nora polemicamente. - Un vero spasso.

La donna aprì una valigia e prese una pistola, controllò il caricatore e la ripose nella borsetta.

Valerian la guardò uscire e la vide bellissima. Gli occhi neri erano capace di catturare la luce e di scintillare. Un disco di vinile, pensò, un vecchio 33 giri della Savoy che riflette la luce di un neon.

- Nessuno è prevedibile come un appassionato di jazz.

La frase colpì Valerian come la fucilata di un cecchino. Si trovava seduto a un tavolo di un pub frequentato da occidentali e famoso per essere l’unico locale jazz di Bangalore. Alzò lentamente lo sguardo e vide Makoto che si sedeva davanti a lui.

- Buonasera Maffei san. L’avremmo trovata anche senza seguirla.

Valerian annuì, più stanco che preoccupato dell’incontro. Il giapponese doveva avere almeno cinquant’anni; il suo viso coperto di rughe sembrava lo stradario di Tokyo. I capelli neri e folti erano tirati all’indietro e pettinati con cura. Le mani grandi erano raccolte, in attesa. Gli occhi fermi lo indicavano come una persona paziente, capace di dominarsi in maniera eccezionale. Vicino a lui si sedette il biondo che giocava con l’elastico. Alto, dinoccolato, portava un orecchino all’orecchio sinistro, ed era una nota stonata a fianco a Makoto, con la sua aria da dirigente d’azienda di una multinazionale dell’elettronica.

- È la sua guardia del corpo? - chiese Valerian indicando il biondo con un cenno del capo.

- Un prezioso alleato, Christian Vander. Anche lui è una star dei media.

- Tagli corto, Makoto, cosa vuole dirmi.

- Ha avuto problemi dopo aver assunto il farmaco che le ho consigliato?

- Non più di un’ora fa ho avuto una visione.

Il volto di Makoto s’illuminò in un’espressione di trionfo. - È il passato che torna - disse con enfasi. - Un’onda di marea psichica.

- Stronzate, ho visto gente che suonava la chitarra. E la lava di un vulcano che ribolliva.

- Non importa cosa abbia ricordato. In ogni caso il farmaco ha ripristinato delle sinapsi che erano state inibite. Il chew-z azzera tutti i ricordi, poi viene impiantato uno strato basale, che costituisce il suo passato fittizio, e infine è possibile la cancellazione selettiva. Questo perché lo strato basale è in grado di marcare le sinapsi che si vengono a creare dopo l’innesto, e quindi le può rimuovere. Molto del suo passato è stato cancellato, ma alcune informazioni sono solamente non disponibili. L’effetto collaterale della sostanza che lei ha assunto è anche di disinibire le sinapsi.

- Sono stato la vostra cavia...

Gli uomini si guardarono in silenzio, pesando le parole dette, mentre un trio jazz, relegato nell’angolo più lontano del locale, giocava l’ultima carta per farsi ascoltare suonando degli standard di Monk.

- Maffei, sono qui per chiederle di non uccidere Isabelle Vafiadis.

Valerian pensò seriamente che Makoto e Vander fossero un’allucinazione, una scheggia impazzita che sbandava tra i neuroni, una tempesta elettronica del midollo spinale, un’interferenza dei centri cerebrali allacciati ai cinque sensi.

- Perché vi sta a cuore la sorte di una candidata al concorso di Miss Mondo?

- Non so se avrò il tempo per convincerla - ammise Makoto, tradendo la sua preoccupazione con un movimento nervoso delle palpebre. - Il Fondo Monetario Internazionale ha intenzione di imporre all’India un aggiustamento strutturale in cambio di una dilazione sugli interessi del debito con la Banca Mondiale. La Corona Tecnologies, una multinazionale, ha deciso di utilizzare un territorio sulle rive del Shamsha. Per fare questo ha bisogno di una legislazione ambientale più accondiscendente e del permesso a radere al suolo un territorio sacro.

Valerian lo seguiva con attenzione, ma senza celare la sua perplessità.

- Se lei elimina Isabelle Vafiadis, che domani sarà eletta Miss Mondo, verrà incolpata la destra nazionalista del partito Bharatya Janata. Ci sarà una forte repressione in tutto lo stato, anche le organizzazioni ambientaliste e di sinistra verranno colpite, e quando la Corona inizierà la distruzione della foresta non ci sarà nessuno libero per protestare.

- È così importante bloccare la Corona? Ci sono decine di migliaia di multinazionali...

- La Corona Tecnologies è in procinto di mandare in produzione un ricettore TV miniaturizzato in grado di captare le trasmissioni via satellite e di inviarle direttamente al nervo ottico. Un ricettore che misura 100 micron che deve essere impiantato chirurgicamente sotto l’ipotalamo.

- Pazzesco - commentò Valerian con ingenuità. - Avremo la CNN dentro la testa.

- Non ha capito, Mister Maffei - intervenne Vander. - Con il ricettore in testa sarà tecnicamente possibile il controllo della personalità. Le diranno direttamente cosa deve fare, che prodotti deve comprare, quanto deve lavorare e per quale salario.

Valerian tacque, non sapendo più che dire, ma la notizia l’aveva decisamente scosso.

- Miss Mondo deve vivere; la Corona deve rallentare i propri progetti, mentre noi tenteremo di fermarla - concluse Makoto. - Un battito di ali a Bangalore può provocare un uragano a Zurigo... Deve.

- Come farete? - chiese Valerian con speranza.

Makoto non rispose.

- Dobbiamo andare - disse Vander alzandosi e tradendo un sottile accento olandese. Il giapponese lo seguì, ma Valerian, alzandosi a sua volta, lo trattenne.

- Cosa vuol dire "set the controls for the heart of the sun"? - chiese Valerian.

- È il titolo di una canzone... una canzone di trent’anni fa - rispose Vander allontanandosi.

Ore 01:34, Isabelle Vafiadis tornava alla suite 644 dell'Hilton. Era troppo stanca per essere felice. Abbandonò la scorta nel corridoio ed entrò nell'appartamento accompagnata dalla sorella. Era stata eletta Miss Mondo da meno di cinque ore e l'evento più importante della sua vita apparteneva già a un passato lontano. Scott, il suo manager, aveva insistito per continuare i festeggiamenti nel suo appartamento, ma Isabelle l'aveva tenuto fuori con decisione. Quando poté chiudersi la porta dietro le spalle fu come se il mondo intero ne fosse rimasto fuori. Silenzio. La gente era svanita rapidamente come l'acqua sporca della vasca dopo aver tolto il tappo. Sua sorella stava parlando al telefono portatile e non smetteva di piangere per l'emozione.

Ore 01:35, Valerian e Nora abbandonarono il loro nascondiglio al tredicesimo piano e scesero dal montacarichi di servizio. Le porte si aprirono su un corridoio deserto. Fuori dalla suite 644 Scott stava considerando di rientrare nell'appartamento di Isabelle. Guardò l'orologio a lancette che teneva al polso, un'operazione che gli procurò un'acuta fitta alla tempia sinistra. I tre agenti del servizio di sicurezza risero fra loro e si scambiarono rapide battute in dialetto sui desideri dell'uomo.

Ore 01:36, Isabelle si tolse le scarpe dal tacco alto e a piedi nudi si avviò verso la toilette. Sua sorella continuava a frignare al telefono e non accennava a smettere. Nora controllò il corridoio perpendicolare a quello in cui si trovavano loro con uno specchietto. Inquadrò gli agenti e li indicò a Valerian. Scott passeggiava davanti alla camera strascicando i piedi sulla moquette.

Ore 01:37, Nora, impeccabile nel suo tailleur rosa, svoltò l'angolo e si diresse verso l'appartamento 644 rasentando la parete opposta agli agenti. Percorse metà della distanza che la separava dalla scorta quando Valerian comparve nel corridoio imbracciando un mitragliatore leggero. Sparò due colpi contro un agente mentre Nora colpiva gli altri due a distanza ravvicinata. Gli spari, attutiti dal silenziatore, non vennero neppure distinti dalla mente confusa di Scott, vide gli uomini cadere uno dopo l'altro senza ragione, guardò stupito Nora senza avvedersi che impugnava una pistola. Valerian fu su di lui in un attimo e lo atterrò assestandogli un colpo violento con il calcio del mitragliatore. Mentre Valerian sfondava la porta, Nora lo scrutò preoccupata.

Ore 01:38, la sorella di Isabelle appoggiò il telefono portatile su una poltrona e si mise a urlare. Nora le sparò in piena faccia. Isabelle uscì dal bagno in slip e si trovò di fronte al cadavere della sorella. Non disse una parola. Valerian alzò il mitragliatore verso di lei ed ebbe una nuova visione, rapida, una sferzata che gli attraversò il corpo per disperdersi negli occhi e nel cervello. Davanti a lui il profilo della chiesa di San Carlo di Altamirano al tramonto, il cortile di terra battuta sconvolto dall’andirivieni dei soldati, i contadini che abbandonavano il paese cercando rifugio sulle montagne.

- Spara - intimò Nora spaventando la visione.

Valerian colse lo sguardo rassegnato di Isabelle, i grossi seni che si alzavano e si abbassavano attendendo la fine, le mani che tremavano.

- Spara - ripeté Nora dietro di lui.

Valerian abbassò il mitragliatore, si voltò e si diresse verso la porta, sopportando lo sguardo di Nora che gravava su di lui. Raggiunse l’uscita dell’appartamento quando udì la detonazione.

Ore 01:39, Miss Mondo era morta.

L’elicottero atterrò a Madras qualche minuto prima dell’alba. Valerian intuiva le onde del golfo del Bengala incatenarsi al cielo cupo del mattino, un rumore lontano inghiottito dal sommesso rollio del motore. Nora, seduta nel lato opposto dell’abitacolo, lo guardava in silenzio, tenendo la pistola serrata tra le mani. Valerian, attendeva le improvvise manifestazioni delle visioni. Traven uscì da un’auto blindata dell’ambasciata italiana e attraversò il piazzale a passo spedito, evitando le pozzanghere che costellavano l’asfalto bagnato. Indossava una camicia bianca, all’indiana, e un paio di pantaloni eleganti neri. Teneva in mano una Delsey scura.

Quando Traven entrò nel vano dell’elicottero Nora si alzò.

- Miss Béart - disse Traven con calma, sorridendo come se nulla fosse accaduto. - L’auto l’attende.

Nora appoggiò l’automatica sul pavimento metallico e uscì senza guardare Valerian. L’auto si allontanò a moderata velocità nel chiarore del giorno indiano.

L’elicottero decollò mentre Traven era ancora in piedi. Appoggiò la valigia su un sedile e scostò l’arma verso la parete con un piede. Le scarpe lucide brillavano di gocce di pioggia. Il velivolo prese la via del mare.

- Cosa mi farete? - chiese infine Valerian, quando l’elicottero giunse in vista di un cacciatorpediniere della marina britannica.

- Le daranno una bella ripulita - rispose Traven osservando la nave che di avvicinava.

Bangalore. Centinaia di arresti tra gli attivisti del partito nazionalista indù Bharatya Janata. Nella notte, sul piazzale antistante la prigione dove sono stati rinchiusi gli arrestati, due giovani donne aderenti al Mahila Jagran Samiti si sono date fuoco per protestare contro l’offesa dei valori della tradizione indiana. Poche ore lo studente Suresh Kumar, militante del partito comunista-marxista indiano, si è dato fuoco davanti a centinaia di persone che abbandonavano l’università sgombrata dalla polizia.

Decine di tecnici e di ricercatori dei centri di calcolo della Oracle e della Motorola sono stati prelevati dai loro laboratori e accusati di cospirazione.

Mancavano pochi giorni a Natale quando Valerian si fermò davanti alle saracinesche semiabbassate dello Zero Bar. Sui manifesti molli e gibbosi veniva pubblicizzato il concerto di Bill Evans, avvenuto una settimana prima. Valerian si guardò attorno, come cercando il conforto di qualche passante, poi si chinò ed entrò nel locale.

L’ampio salone era vuoto, le sedie poggiate sopra i tavoli, le luci del palco spente. Valerian si diresse verso il bancone del bar, i suoi passi risuonavano sul pavimento come un segnale d’allarme. L’uomo calvo che stava pulendo lo specchio dietro le bottiglie si voltò.

- È aperto il bar? - chiese Valerian.

- Io ci sono, quindi è aperto - rispose l’uomo annuendo.

- Un bourbon.

- Troppo presto - disse l’uomo scuotendo la testa. - Facciamo due birre. - Senza attendere risposta versò due Bud e allungò un bicchiere verso Valerian.

Valerian sorbì la birra troppo fredda guardando i giganteschi ritratti dei musicisti che avevano suonato nel locale.

- E lei il padrone?

- Sono Michael Zero, e ho tirato su questo locale più di vent’anni anni fa. - Zero appoggiò i gomiti sul ripiano e protese il viso verso Valerian. - Quando sono scappato dal Cile.

- Come è andato il concerto di Bill Evans?

- Strepitoso. Ascolti - disse l’uomo mentre si accucciava sotto il bancone. - Registrazione pirata. - Alzò il volume e il locale prese improvvisamente vita, come se il pubblico accalcasse la sala e i musicisti stessero concedendo l’ultimo bis.

- Gloria’s step, il mio pezzo preferito.

Il piano dialogava con il contrabbasso, acuto e magico.

- Me lo sono perso - disse Valerian, pensando ai giorni trascorsi all’ospedale della Marina Militare durante il trattamento. - Problemi di salute.

- Mi sembra di sia ripreso molto bene - disse l’uomo finendo la birra. - Non ha una brutta cera... padre Maffei.

Valerian sentì freddo alle braccia e alla schiena. Quasi non credette alle proprie orecchie, temendo un’altra allucinazione, esplosioni di immagini e suoni che l’avevano attraversato durante tutto il periodo della terapia con il chew-z.

- Devo parlare con Makoto - disse piano Valerian, ripensando all’orientale. - Devo dirgli che il farmaco...

Zero lo interruppe con un gesto, la sua larga mano che tagliava l’aria. - Ha perso Bill Evans, non manchi al concerto di Zoot Sims, la settimana prossima. Le terrò un buon posto.

Valerian annuì e uscì dal locale. Fuori, tra i fiocchi di neve, la musica non si sentiva più.

La chiesa era imbizzarrita dalla penombra, odorava di umido, dei tronchi della foresta, di atole, di birra di mais. Pietro Maffei si dirigeva verso l’altare. Vecchi, donne e bambini erano assiepati negli angoli, muti; persino i più piccoli, ancora in fasce, avevano imparato a tacere. Valerian si soffermò su ognuno di loro, seppure per poco, sperando di infondergli un po’ di coraggio. Arrivò all’altare, si voltò verso il popolo del suo piccolo ejidos e indossò i paramenti sacri. Fuori dalla chiesa le station wagon delle squadracce assoldate dai proprietari terrieri sfrecciavano per le strade sterrate. Sparavano in aria, entravano nelle povere case e distruggevano quel poco che trovavano. Gli uomini si erano ritirati sulle alture, protetti da tre militanti dell’Esercito di Liberazione Zapatista. Una scorta troppo esigua per difendere il villaggio dalle decine di picchiatori armati, inviati da Canales Fierro per punire il villaggio colpevole di aver fondato una cooperativa agricola.

Maffei aveva paura, paura per la gente raccolta davanti a lui, paura per i contadini fuggiti dalle loro case, paura per quei tre studenti incauti che volevano difendere il villaggio con due fucili da caccia e una carabina Mauser di quarant’anni prima, paura per sé. Mentre stendeva la tovaglia bianca sull’altare capì che aveva paura soprattutto per sé, perché aveva incoraggiato la gente, aveva usato la sua cultura e la sua autorità per convincerli a iniziare. E ora erano lì davanti a lui, mentre le case venivano distrutte, le piantagioni di mais incendiate, mentre quegli uomini urlavano fuori dalla chiesa; e lui aveva paura.

Una raffica entrò nella sala, passando per la finestra senza vetri, e andò a infilarsi nelle travi del tetto. La gente si buttò a terra in cerca di riparo. Maffei non si mosse, capì che non doveva muoversi per loro, per placare il senso di colpa che lo martoriava da giorni. La chiesa aveva perduto il proprio silenzio, e i piccoli rumori gli entravano nel cervello ronzando e battendo come mosche che scontrassero un vetro: i lamenti sommessi, le preghiere sussurrate, il pianto, i respiri. Il silenzio non esiste, pensò, c’è sempre una voce o un rumore che ci illudiamo di non sentire. Poi gli uomini entrarono in chiesa.

Ignazio Bartoli, detto Verdugo, guidava la squadra. Era un militante del PRI conosciuto e temuto in tutto il Chiapas, tradizionale collaboratore di ogni potente. Dietro di lui una decina di uomini armati lo seguivano. Bartoli andò dritto all’altare e colpì Maffei con un pugno, gettandolo a terra. Il prete sentì il gusto del sangue in bocca e cercò di pregare, ma le parole non gli venivano, non si ricordava l’inizio della preghiera. Sopportò altri colpi, poi Bartoli lo prese per i capelli e lo trascinò fuori dalla chiesa. Quando l’uomo si chinò su di lui, con i baffi ingrigiti e folti, i capelli unti e radi pettinati all’indietro, il prete distinse l’acre odore di tequila e di tacos. Maffei prima vomitò poi svenne.

L’allucinazione continuò, forse falsa e incontrollabile. Lo caricarono sul retro di una jeep e lo portarono via, lungo la strada in discesa che portava a Comitam. A ogni curva il suo corpo si raggomitolava contro la parete del veicolo, così fino al confine con il Guatemala, dove lo attendevano gli yankee.

Valerian si sedette al tavolo che Zero gli indicò, un posto in seconda fila con una buona prospettiva sulla batteria e sul piano. Mancavano venti minuti all’inizio e tutti i tavoli erano già occupati da gente che beveva e chiacchierava. Valerian si sedette in attesa, sfogliando un quotidiano, passando da una pagina all’altra senza terminare un articolo. Un cameriere sistemò sul tavolino un bicchiere di bourbon e un telefono portatile. Valerian si voltò verso il bar, Michael Zero, indaffarato dietro in bancone, gli rivolse un cenno di saluto. Il telefono trillò.

- Bentornato.

Valerian riconobbe la voce paziente di Makoto, foglie che galleggiavano sulla superficie di uno stagno.

- Abbiamo cinque minuti di assoluta riservatezza. Può parlare liberamente.

- Il farmaco ha funzionato - disse Valerian. - Sempre più spesso sono soggetto a visioni. Ho rivisto anche il prete di cui mi parlava. Maffei... Penso si tratti dei miei ultimi veri ricordi.

- Ricorda cosa è accaduto a Bangalore?

- Ho ucciso degli uomini - rispose Valerian con amarezza. - Non sono stato capace di oppormi. Il suo piano è fallito.

- No, non ancora. Abbiamo creato altre difficoltà alla Corona, in altri paesi che garantiscono produzioni strategiche.

- Da dove viene il passato che ho dentro la testa?

- Non lo sappiamo con certezza. Questa sua insana passione per la musica jazz ci porta a supporre che le abbiano impiantato i ricordi di un certo Robert Quandra, un agente di scorta del Presidente Bush, allontanato dalla Casa Bianca con l’arrivo di Clinton. Quandra passò alla CIA, poi sparì dalla circolazione. Ultimo domicilio conosciuto Champerico, in Guatemala, dove lavorava in una maquiladora della DiapTex, una copertura dell’Agenzia. - Una leggera scarica elettrostatica disturbò la conversazione. - Era un appassionato di jazz, non si perdeva un concerto.

- I ricordi di quel prete sono sempre più frequenti.

- La sua psiche sta vivendo esperienze estreme - disse Makoto. Le foglie piatte ebbero un fremito, come se il pelo dell’acqua fosse stato spazzato da una raffica di vento.

- Cosa volete da me?

- Vogliamo che somministri il farmaco alla donna che lavora con lei: Nora Béart, Karen Novotny, oppure Helen Remington. Anche lei ha troppi nomi.

- Nora - fece eco Valerian nel microfono del portatile. - Mi odiava, mi disprezzava.

- Non sia ingenuo, anche lei è ricostruita.

- Chi è veramente?

- Ora è davvero Nora Béart, prima era una studentessa dell’UCLA, un’aderente a gruppi radicali. Si chiamava Catherine Austin e abbandonò gli studi di fisica per trasferirsi a Nuevo Laredo, nel 1991. Organizzò una lotta sindacale contro la General Motors, dimostrando che gli scarichi degli impianti avvelenavano le riserve di acqua potabile della regione. La ebbe vinta e l’azienda fu costretta a spendere 17 milioni di dollari per installare gli impianti di trattamento delle acque nei suoi stabilimenti delle maquiladoras. Subì un attentato, e l’anno dopo di trasferì in Chiapas.

Sul palco si accesero i riflettori di luce bianca. La gente attorno a Valerian prese posto e il brusio si attenuò.

- Lei venne accompagnata nel suo villaggio da uomini della guerriglia - continuò Makoto - E per mesi abitò con lei, in chiesa.

- Non ricordo - ammise con amarezza Valerian.

- Non ricorderà mai tutto il passato di Maffei. Lei ora è un uomo nuovo, diverso. Lei è Valerian Lakatos.

Le parole di Makoto suonarono come una sentenza di morte, una definitiva condanna a proseguire un’esistenza che non aveva scelto, a continuare un viaggio che non aveva intrapreso.

- Valerian, lei deve somministrare il farmaco a Nora Béart - disse Makoto scandendo le parole, distanziandole l’una dall’altra come se le stesse scrivendo a mano su una lavagna. - Dobbiamo arrivare a Talbert, il capo del progetto. L’uomo che ha realizzato tutto questo. Un uomo di cui non conosciamo l’identità.

- Io l’ho visto, mi ha ritirato a Bangalore e mi ha accompagnato in Europa - ammise Valerian, ricordando i lineamenti vuoti dell’uomo confondersi con la parete dell’elicottero. - Non l’ho dimenticato.

- Lo speravo - disse bruscamente Makoto. - Nora Béart è l’ultimo agente rimasto in attività. Se la blocchiamo, Talbert dovrà uscire allo scoperto.

- Costruiranno nuovi agenti. - La voce di Valerian era scettica e metallica.

- Talbert non è un neurologo, è solo un burocrate. Chi era in grado di attuare l’innesto dei ricordi è stato eliminato. Lo staff di Talbert riesce a garantire solo la rimozione selettiva.

Un tecnico del suono si aggirava tra i cavi e gli altoparlanti del palco.

- Somministri il farmaco a Nora Béart, anche con la forza - concluse Makoto. - O la elimini.

La comunicazione si interruppe. Valerian tenne il telefono in mano per qualche minuto, poi lo riappoggiò al tavolino. Il cameriere ritirò l’apparecchio e gli servì un altro bicchiere di bourbon. Valerian lo vuotò di un fiato mentre i musicisti prendevano posto sulla bassa pedana.

Il corpo di Traber fu trovato vicino alla sede della filiale di Caracas della Corona Tecnologies. Alcuni testimoni, un gruppo di senza dimora che aveva trovato rifugio sotto il porticato di una banca, sostengono che una donna bianca, vestita con eleganza, gli si sia avvicinata da dietro e gli abbia sparato un colpo al collo. Sempre secondo i testimoni, l’uomo non sarebbe morto sul colpo, e avrebbe tentato di arrestare l’emorragia con le mani. La donna, immobile davanti a lui, avrebbe atteso un paio di minuti mentre l’uomo di spegneva. A questo punto le versioni dei testimoni divergono. Alcuni riportano che la donna abbia raccolto la valigia che apparteneva al deceduto e si sia allontanata, altri che la donna abbia spogliato il cadavere dell’orologio, dei contanti e delle carte di credito e le abbia consegnate a una banda di ragazzini attirati dalla detonazione. In ogni caso sul cadavere non è stato trovato alcun oggetto di valore.

Sotto di loro la vertigine della Barranca del Cobre. Valerian amava sporgersi sul bordo roccioso, respirare profondamente, chiudere gli occhi, e pensare che a un meno di un metro da lui esplodeva il vuoto. Ogni mattina, accompagnato dal vecchio indio tarahumara, saliva il ripido sentiero che abbandonava la foresta e portava nel punto più alto del canyon. Era la sua terapia per vivere in equilibrio con se stesso, con i due sé che non potevano congiungersi, ma che dovevano imparare a convivere.

Il vecchio indio, Josè Daniel, lo attendeva fuori dalla bassa casa colorata che aveva trovato come abitazione. Aveva sentito dire che Valerian era stato prete e lo seguiva ovunque, perché il piccolo villaggio, in tutta la sua storia secolare, non aveva mai avuto né una chiesa né un sacerdote. Valerian aveva negato, il vecchio preferiva pensarlo prete.

Lontano, a est, si distingueva la linea del disboscamento operata dall’International Paper Company, una ferita marrone che avanzava contro la foresta come un incendio. Molti indio avevano trovato lavoro presso la compagnia per pochi pesos. Una paga più molto bassa di quella di un boscaiolo statunitense, ma sufficiente per un messicano delle tarahumara, poco abituato a un salario regolare. Valerian e gli altri faticavano a spiegare agli operai e alle loro famiglie la necessità di boicottare la IPC, di difendere la foresta, di risparmiare gli esemplari di tascates sabino. Spesso avevano più problemi con gli indio che con i vigilantes della compagnia, ma alla fine, anche grazie agli anziani come Josè Daniel, uomini i cui padri avevano conosciuto Zapata e Pancho Villa, i tarahumara si erano convinti che la foresta, tagliata con quel ritmo, si sarebbe rapidamente esaurita, che il clima della loro regione si sarebbe radicalmente modificato, e che loro si sarebbero ritrovati più poveri di prima.

- Domani... - disse Josè Daniel, indicando la direzione dove si trovava la sede della IPC.

Valerian annuì, e sorrise. Tutto era pronto per il primo sciopero globale. L’indomani i lavoratori della IPC del Messico e degli Stati Uniti si sarebbero fermati. I messicani avrebbero chiesto salari più alti e un piano di disboscamento che salvaguardasse l’ambiente della sierra, gli statunitensi avrebbero lottato per mantenere i livelli di occupazione e di salario esistenti. Dovevano presidiare le strade usate per trasportare il legname, bloccare le chiatte agli imbarchi, occupare gli uffici della IPC.

Militanti ecologisti provenienti dal Texas e dalla California avrebbero abbordato le chiatte dove venivano caricati i tronchi tagliati abusivamente, mentre i sindacati di base statunitensi avrebbero bloccato la produzione delle cartiere. Ma la lotta più dura sarebbe avvenuta sulla sierra, con le bande pagate dai latifondisti, con la polizia, con le rappresaglie contro gli abitanti dei villaggi.

- Domani - ripeté Valerian, e si avviò lentamente al luogo dell’appuntamento con i guerriglieri venuti dal sud per sostenere la lotta degli indio tarahumara e per difenderli dalle violenze e dagli abusi dei grandi proprietari. Non voleva armi con sé, esattamente come Josè Daniel, ma avrebbe lottato a fianco di uomini armati, come era suo destino.

- Questa sarà la mia ultima avventura - disse Josè Daniel, dopo un’allegra risata. Il vecchio riprese a camminare, arrancando dentro i vecchi scarponi, poi si mise a cantare. Un elicottero della IPC virò sopra di loro per perdersi verso ponente; il vecchio salutò l’apparecchio agitando le mani, con la gioia di un bambino, cantando ancora più forte.

Musica, pensò Valerian, rientrando nello strano paesaggio dei propri ricordi, in quella inquietante miscela di immagini già accadute e sfolgoranti sequenze a lui estranee. L’immagine di una collezioni di dischi si formò distintamente; i sottili dorsi colorati, i logo delle etichette: Blue Note, Atlantic, ECM, Impulse, Savoy. Prendendo in mano un disco di vinile, a volte la luce si rifrange contro i bordi dei solchi, e un inspiegabile e improvviso brillio divampa da quella superficie nera per sparire immediatamente. Come gli occhi di Nora, ricordò. L’indomani si sarebbero rincontrati, dopo molti mesi. Nora avrebbe guidato l’occupazione degli uffici della International Paper Company, asserragliandosi con i dirigenti della compagnia, e aveva il difficile compito di rendere inoffensive le squadre di sorveglianti senza provocare uno scontro a fuoco.

Josè Daniel cantava ancora, accompagnando i propri passi con il ritmo della canzone. Valerian si immaginava quando avrebbe rivisto quella luce brillare negli occhi di Nora.


D. Gallo, 20 gennaio 1997