Progetto P

Mario Mancini

Nella stanza della commissione estetico-edilizia del Ministero della Cultura l’ingegner Stabilo lo accolse calorosamente: “Caro Griss, è davvero un piacere rivederti! Accomodati.”

Si sedettero sulle poltrone di cuoio marrone accanto al tavolino kitsch ’60 e l’antiquato Kelvinator a rotelle dell’ufficio servì loro aperitivi e salatini. Durante i brevi convenevoli Griss si sentì scrutato dagli occhi vispi di Stabilo, che contrappuntavano quell’aspetto severo e saggio dato dai folti capelli bianchi. Quindi l’ingegnere venne al sodo.

 “Ho una richiesta urgente e riservata, giratami dal Ministero delle Opere Sociali” disse con voce grave. “Vogliono il miglior architetto in circolazione.”

 Griss sorrise. Da quando aveva intrapreso la professione, e ormai erano quasi venti anni, Stabilo era stato per lui un amico affettuoso, oltre che un maestro e una guida.

 “Di cosa si tratta?”

 “Il CPM sta battendo cassa. Crimine e devianza dilagano nel globo terrestre e c’è bisogno di nuovi penitenziari... Hanno offerto a ogni regione e città una serie di alternative sul modo di partecipare alle spese: denaro, materiali, consulenze e naturalmente progetti...”

 “Ma io...” cercò d’intervenire Griss.

 “No, aspetta. (Questa cosa resti tra noi) Da alcune settimane l’ITC ha messo a punto un nuovo sistema di progettazione. Una meraviglia che oltretutto riduce notevolmente costi e tempi di realizzazione. Noi ci mettiamo l’arte. E così Città 10 assolve ai suoi doveri con le Colonie Penali Mondiali. Naturalmente il tuo onorario sarà all’altezza.”

 Griss si carezzò il mento. Progettare prigioni? Per tutta la carriera era riuscito a non immischiarsi nelle baraonde dei Condomini a schiera, aveva sempre prodotto roba di qualità, e adesso proprio Stabilo veniva a chiedergli una cosa del genere...

 “Stabilo, non so... Perchè io? Ce n’è un sacco di giovani architetti schiumanti voglia di mettersi in mostra...”

 L’ingegnere si alzò in piedi, serissimo: “Non hai capito. Richiesta riservata e urgente significa che Ministero e CPM sono già in parola. Significa che qualcuno all’ITC ha pensato a te assemblando questo nuovo sistema. Significa che rischi di perdere lavoro ed onori se non accetti.”

 Griss lo fissò con stupore: “Non riesco a capire, infatti. Mi hai sempre spinto ad accettare solo lavori che sentivo... E ora mi dici che se non progetto una galera posso dire addio alla mia professione!?”

 Stabilo aprì il mobile bar di legno finto tarlato e versò altro Campari nel suo bicchiere. Ne offrì a Griss che rifiutò.

 “E’ un sistema di RVA ad altissima definizione.” Come se non lo avesse ascoltato. “Dopo il lavoro il prototipo resterà a te. E ti assicuro, Griss, ti assicuro: quando ti avrò parlato delle caratteristiche che dovranno avere questi nuovi istituti... be’, capirai che potrebbe essere la tua più grande opera, la migliore.”

 “Ma perchè proprio io?”

 “Di te mi fido, Griss.”

 Adagiato sul sedile ad acqua del taxi Griss seguiva il notiziario internazionale delle dodici dell’ITC. Quella mattina erano decollati da Paya Lebar cinquanta bidoni volanti carichi di profughi, mentre i colloqui di pace di Oslo segnavano il passo per un irrigidimento dei cattolici veneti. Nell’abitacolo la temperatura era di 20.C e il colore base il senape. Griss virò sul blù quasi notte e cambiò canale: per la dodicesima fiera della soia sintetica l’ITC movies stava dando una retrospettiva sulle ultime sei avanguardie europee di SF. Una piccola spia rossa avvertiva che per seguire quel film erano necessari i terminali RV. E lui se li mise. Ma quelli del taxi erano terminali giocattolo, buoni al massimo per voyeurismo statico. Trovò insopportabilmente noioso quel fruscio di fondo che copriva il suono del silenzio della comunità di micro-donne-gatto a quindicimila metri sotto il livello dell’oceano. E oltretutto qualcosa nell’impianto elettrico, le frecce probabilmente, interferiva col colore, per cui ogni tanto la cupola di cristallo lampeggiava rosso-celeste. Orribile. Spense e cercò di dormire.

 Scese dal taxi nella hall dell’albergo. Non appena lo slot gli restituì finalmente la carta, si diresse impaziente verso l’ascensore.

 “La signora che sta cercando non è più qui” lo gelò la voce metallica del bureau. “Ha lasciato un messaggio.”

 Griss respirò a fondo prima di chiedere di poterlo visionare e registrare sulla sua agenda.

 “Non è un’incisione olografica, signore.”

 “D’accordo. Dammi il nastro allora...”

 “E’ un messaggio scritto,” tagliò corto il bureau.

 “Un cosa!?” Griss, in mancanza di punti di riferimento, fissò il vecchio campanello a pulsante del bancone.

 “Lì, quel foglio azzurro piegato in due.”

 Una scrittura infantile, a grandi caratteri sans serif: “non sono studentessa. profuga. permesso di soggiorno scaduto. non chiedo perdono. tu. ALMA”

 Le macchine sfrecciavano a centoventi sulle varianti della tangenziale e lui continuava il giro dei pubs, a piedi, solo come un dromedario dal cuore infranto.

 S’incontra un sacco di gente triste nei pubs, constatò Griss, e questo lo avrebbe potuto dire chiunque di lui stesso, incontrandolo per caso o per forza presso un qualsiasi bancone. Tutto era così qualsiasi, così chiunque, così ovunque. Eppure c’era stato un tempo in cui la vita era stata speciale, unica e indivisibile. Un tempo nel quale non ti accorgevi di vivere, perchè eri tutt’uno con la vita. Dov’erano finiti tutti quanti? Dov’era finito il vecchio Griss? In un luogo  della memoria difficile da richiamare? Negli ologrammi ingialliti in fondo a un cassetto? O era stato tutto un maledetto sogno? Era stato soltanto avere ventanni?

Adesso vedeva questi giovani psicocriminali, tutti esalazioni di gas venefici e carte gonfie, e provava vergogna. Se ne sentiva responsabile, non potendo declinare le proprie colpe. Le stesse colpe che di padre in figlio affliggevano da sempre tutte le generazioni, il peccato originale di non aver sognato abbastanza forte e di esserselo dimenticato, alla fine, il sogno.

 Una bella e dolce e simpatica ragazza bruna aprì lo sportello del suo 6x6 giusto sulla faccia di un poveraccio accucciato sul passapedoni di una traversa della tangenziale. Asciugò delle gocce di sangue rimaste sulla carrozzeria, fece scattare le ganasce del posteggio e si allontanò.

 Griss si avvicinò al poveraccio, sanguinante, senza filtri nè occhiali.

 “Tutto bene, amico?” gli chiese.

 “Cazzo vuoi, stronzo.”

 Senza intonazione, senza rabbia. Senza...

 “Luca!? Sei proprio tu?...”

 Luca lo guardò con gli occhi a fessura. Come in una nebbia dello spazio-tempo. “E tu chi saresti?” chiese con voce impastata.

 “Sono Roland... Roland Griss. Corso di Architettura...”

 “Ah... Hai una siga? Beviamo qualcosa? C’hai pure da accendere? Grazie. Come hai detto che ti chiami?”

 Guardandolo bere il suo terzo fernet lo ricordò seduto sul tettuccio del loro furgone. Microfono in mano, Luca sapeva arrivare al cuore della gente. Dritto al cuore dei problemi.

 “Che t’è successo, Luca?”

 “No, niente... Ho avuto una giornataccia. Di solito non bevo quasi mai dopo cena. Boh! Ma ho cenato stasera? Hai visto l’ultimo promo di... Vieni, ti presento...

 E Luca lasci andare la testa sul bancone del bar. Un ubriaco qualsiasi. Il barman disse di non preoccuparsi. Faceva così tutte le sere. Era incredibile come rimediava sempre qualcuno che gli pagasse i suoi tre fernet.

 Griss pagò.

 “Tutti signori come lei...”

 Il crepitio del fuoco e la luce tremolante e diffusa. Si sentì subito meglio quando fu nella sua poltrona con un generoso brandy nel bicchiere di cristallo delicato. Lo specchio inclinato sopra il caminetto rifletteva le luci dei vecchi quartieri e più lontano i grandi dischi e le antenne dell’ITC di Città 10. Chiuse gli occhi.

 Un tempo, dall’alto di questa sua torre d’avorio, si era sentito padrone del suo destino, in grado di determinare e controllare il succedersi degli eventi che lo riguardavano. E la città era un materiale da modellare, una creta elettronica per i suoi programmi grafici. Lentamente questa padronanza si era trasformata in distacco sdegnoso dal fiume vitale che attraversava quelle vie, lambendo e penetrando quei palazzi da lui progettati. Solitudine. E adesso, dopo averla rivista soltanto per un momento da più vicino, paura e orrore dell’oceano di folla che riempiva le piazze, le strade, le cupole, intreccio di vite devastante e devastato.

 Si alzò dalla poltrona e fece qualche passo nella sua enorme stanza dal pavimento di marmo. La porta scorrevole del bagno si aprì dolcemente al suo passaggio e Griss entrò nella doccia. Sotto il getto potente di acqua tiepida sentì ancora le mani di lei sulla schiena, una sensazione che scacciò a fatica. Rientrato nella stanza suonò a JVC per la cena e scorse le chiamate della giornata: diversi rappresentanti di prodotti per l’edilizia con le loro fantastiche novità, alcuni inviti a cena e sua moglie Clelia che, splendente nel suo ultimo rifacimento mascellare, lo avvertiva ridendo di essere in partenza per una crociera. Le sue pupille miotiche erano lo specchio della sua eccitazione.

 Sbocconcellò controvoglia il cibo e si versò diverse volte da bere. Nel riflesso rosato del vino rivide il volto di Alma. Nel fondo del suo essere lo aveva perfettamente saputo, da subito, che era una felicità troppo grande per durare. La macchina correva, la musica suonava, lei gli poggiava la testa sulle spalle. E lui sapeva che sarebbe finita. Soli in mezzo al lago, nudi sul fondo della barca, il senso di pienezza nei polmoni. Ma lui in qualche modo obliquo sapeva. E soltanto in quei pochi istanti alla fine dell’amore se ne dimenticava. Forse, ripensandoci adesso, perchè anche lei se ne dimenticava.

 Si sentiva ferito. Non aveva visto in lei alcun segno di turbamento, di piccolo dolore, quando si erano lasciati per rivedersi a colazione (per lui), per non rivedersi mai più (per lei). Un biglietto scritto a mano. Chissà dove aveva trovato il lapis? Ma era in sintonia con quella sua fissazione contro fotografie e registrazioni in genere. Non lasciare tracce, era probabilmente questo l’imperativo. Così lui avrebbe dimenticato più in fretta i suoi grandi occhi neri, l’ovale perfetto del viso, la sua pelle bruna e tesa. Mentre a lei gli affanni che sarebbero ricominciati l’indomani non avrebbero lasciato spazio a nessun tipo di ricordo.

 Continuava a sentirsi ferito pur comprendendo che per una profuga era l’unico comportamento possibile. Nessuno, sapendo che il suo destino è passare una frontiera ogni tre mesi, può tenere troppo conto dei sentimenti.

 Non chiedeva perdono. Forse glielo avrebbe concesso se lui lo avesse chiesto a lei. Lo fece.

 “Buona fortuna, Alma” disse levando il bicchiere.

 Quindi si alzò dal tavolino dove consumava i pasti per raggiungere la scrivania. Aveva un lavoro da finire prima di iniziarne un altro ben più impegnativo. Tra pochissimi giorni qualcuno (il Ministero o l’ITC) gli avrebbe consegnato il nuovo sistema di progettazione e nel frattempo voleva cominciare ad analizzare i dati fornitigli da Stabilo in merito alle caratteristiche tecniche del penitenziario. Che poi potevano riassumersi in un numero: complesso per 60.000 unit. 60.000? Distolse la mente dai punti interrogativi che la affollavano.

 Era stato il suo stile di vita fino ad allora e avrebbe continuato in quella direzione: una volta deciso qualcosa tagliare con le troppe domande. Quelle stesse domande che forse si era fatto Luca. Forse troppe volte.

 Richiamò JVC per il caffè e digitò alcuni comandi sul pannello. Sullo schermo apparve il titolo del pezzo che stava componendo per il videogiornale culturale della compagnia dei traghetti:


                          Roland Griss
     La progettazione degli spazi come estensione del sogno

 

 Cercò il foglio che voleva, sotto a un’immagine che aveva scelto prima di partire per il lago. La animò e dettò: “Quella che vedete è la tipica organizzazione urbana delle popolazioni della Regione Spirituale, dove al centro di un complesso...”

 Torn al titolo e corresse:

 “... complesso intrico di vicoli e case relativamente basse, sorge per ogni quartiere un ampio spazio per lo piu circolare dov’è edificato il luogo di culto.”

 Entrò JVC sui suoi scivoli silenziosi e pose sulla scrivania il vassoio col caffè e il necessaire da fumo. Dopo che il servitore fu uscito Griss appoggiò i piedi sulla scrivania, rollandosi la prima canna della notte. Tornò a guardare la città e da lì adesso aveva un ampio scorcio dei nuovi Condomini a tripla schiera, stagliati sull’orizzonte con le loro luci intermittenti. Accese la sigaretta di marjuana sintetica e spense tutto il resto. La stanza s’inondò dei colori della notte.

 “Gran bell’apparecchio!” il tecnico dell’ITC era un ragazzone entusiasta cresciuto a risotti e concentrati proteici. “Ci ho fatto un giro insieme al master e posso...”

 Griss non lo ascoltava più. Le sue sensazioni erano le stesse di quando con sua madre andava a comprare hard e software per la scuola. Lo stesso odore di imballaggio, la stessa voglia di aprire per vedere i circuiti, lo stesso sospetto per qualcosa molto più grande di lui.

 Schermi, tastiere e puntamenti formavano una L nell’angolo più riparato della stanza, aveva tolto visore e divano per fare posto. Sulla sedia c’era la nuova tuta fiammante. Non vedeva l’ora che il ragazzone se ne andasse.

35.000 celle, di cui (mq x recluso 15):

20.000 singole

10.000 doppie

5.000 quadruple

 5.000 docce

300 refettori

250 sale di attività ricreative

100 laboratori

50 cucine automatizzate

50 palestre

20 campi da gioco

10 magazzini viveri

5 parchi auto

1 eliporto

1 casamatta separata per 25 guardie carcerarie, blindata, strutture interne a piacere.

 Non doveva pensare alla robotica di servizio ma lasciare spazio per alloggiamenti e officina.

 Non lo riguardava il sistema di controllo video, a parte le condutture relative.
 Era suo compito invece progettare il verde del complesso. Volevano una o più colonie penali perfettamente autonome, con 60.000 esseri umani dentro, in condizioni di maggior comfort possibile. Griss rabbrividì. Il serpentello del logo ITC gli sorrise.

 Lavorò un mese a un modulo base da 700 celle. Anche sedici ore al giorno, come inghiottito in un furore creativo autoalimentantesi. Lasciava l’RVA soltanto per qualche ora di sonno, poco cibo, i suoi esercizi di respirazione. Non toccò alcol e si concesse soltanto qualche canna e solo per chiarire la percezione durante le immersioni nel carcere in divenire. Alla fine riversò il modulo in uno degli speciali dischi di memoria forniti col sistema e dormì un sonno del giusto di quattordici ore.

 “Molto bene. Ora che ne dici: avevo ragione?”
 Stabilo fissò Griss con aria soddisfatta. Avevano appena visionato il modulo, immettendo dati su materiali e costi. E si erano immersi in coppia un paio di volte, per controllare l’impianto idraulico e i sistemi isolanti. In queste occasioni Griss, che fino a un mese prima aveva usato lo stesso tipo di RVA disponibile nell’ufficio di Stabilo, constatò nuovamente quanto fosse innovativo il sistema applicativo di realtà virtuale fornitogli dall’ITC.

 “Avevo dimenticato la sensazione di estraneità che si prova in immersione,” disse seguendo il filo dei suoi pensieri.

“Quando avrò finito devi venire a farti una passeggiata nel parco del penitenziario...”

 “Sono felice del tuo entusiasmo,” rispose Stabilo con un sorriso compiaciuto, “e penso che questo sia uno dei tuoi lavori migliori. Ma credo che mi accontenterò della gita di oggi: il tuo nuovo sistema è sconsigliato per gli ultrasessantenni.”

 “Ma via...” protestò Griss.

 “No, sul serio. Anche per te sarebbe meglio non esagerare. Limitare le immersioni allo stretto necessario.”

 Griss lo interrogò corrugando la fronte.

 “E’ qualcosa che ha a che fare col principio di realtà,” rispose Stabilo.

 “Ma di! Ancora questa vecchia storia...”

 “Più le applicazioni si perfezionano e più può essere intaccata l’aderenza alla tua vita, Griss. Niente di meglio di un bell’ambiente alternativo, se il reale non è abbastanza soddisfacente. Ma io” e Stabilo sorrise “sono discretamente tranquillo in merito alla tua stabilità psichica.”

 Griss fece una risatina: “Bene. Però promettimi che se precipito nella realt virtuale vieni a staccare la spina.”

 “D’accordo” Stabilo fece una breve pausa. “Come sta Clelia?”

 “Clelia? E’ in vacanza. Forse tornerà tra un paio di mesi... No, Stabilo, non preoccuparti. Non è questo il problema: tra noi due le cose sono chiarissime,” rispose Griss come a un fratello maggiore troppo apprensivo.

 “E allora qual’è il problema?”

 “Non ce ne sono.”

 Il vecchio Kelvin era pronto con una bottiglia e due flutes.

 “Perfetto” disse Stabilo con allegria. “Allora possiamo brindare al progetto P.”

 “E cos’è?”

 “Ciò a cui stai lavorando.”

 Tutta la città di Seul e Osaka 6 erano di nuovo entrate in conflitto. Questo poneva seri problemi a tutto il dipartimento IA. In California stavano raccogliendo firme prestigiose per una ipotesi di pace. Arrivò un fax anche a Griss. Lui firmò, per quanto da tempo avesse perso ogni fiducia in questo genere di iniziative. Dal fax seppe anche che i profughi legali erano già 250.000. I due stati maggiori, chiusi nei loro bunker, manovravano le loro armi intelligenti con abilità e precisione, ma questo non aveva evitato, nelle prime 72 ore di guerra, una perdita di civili valutabile in circa 1/38.000. Dato peraltro di poco inferiore alla media.

 Durante quel mese Griss non aveva avuto contatti con l’esterno. Fumando marjuana sintetica e bevendo brandy australiano, seguì per un po’ le notizie delle agenzie, sul foglio di cronaca banale.

 A Montreal, un uomo armato di un barattolo di virus da lui sintetizzati, aveva tenuto in scacco la polizia municipale per tutto il pomeriggio. Chiedeva un appartamento più spazioso, minacciando di versare nelle fognature il contenuto del barattolo.

Stavano ormai alla fine della trattativa quando fu colpito da un violentissimo attacco influenzale. Fortunatamente il ceppo virale era conosciuto così che il soggiorno dell’uomo in una colonia penale, certamente spaziosa, sarebbe cominciato in infermeria.

 A volte l’ironia delle IA che componevano le notizie riusciva ad essere veramente cattiva. Comunque Griss sorrise. E fu sfiorato dal pensiero che avrebbe dovuto saperne di più sulla psicologia dei futuri abitanti del suo penitenziario.

 Il papa bambino di Avignone in visita a Santiago aveva detto: “Mantenete il cuore puro come quello dei bimbi”. Quella sera un fotografo della Reuter lo aveva ripreso col teleobiettivo nel giardino dell’albergo intento a torturare ragni.

 Non senza aver prima raccomandato di non lasciarsi prendere dai facili entusiasmi, l’osservatorio sulla criminalità di Londra annunciava che i reati contro la persona erano sensibilmente in diminuzione (15%) mentre un aumento leggerissimo si era verificato per quelli contro la morale e la proprietà.

 Griss espirò una gran boccata di fumo: “Quando sarà pronto il mio carcere la gente farò di tutto per farsi arrestare...”

 Spense il collegamento con le agenzie con la sensazione di perdere il filo di qualcosa. Mise i filtri e uscì sul terrazzo. Il bruciore agli occhi gli ricordò immediatamente di mettersi anche gli occhiali. Un ambiente alternativo dove rifugiarsi...

 Il mezzo di trasporto in uso nel penitenziario  sarebbe stata un’auto a batteria solare. I reclusi avrebbero respirato un’aria di gran lunga migliore di quella della maggior parte delle città del pianeta. Il tachimetro indicava una velocità di 40 Km/h ma Griss non era per niente sicuro di aver assemblato bene i pezzi del piccolo automezzo. Non era molto ferrato in meccanica e aveva preso un progetto su una rivista di RV-Giochi, adatto comunque ai suoi scopi.

 Mentre procedeva sul viale d’accesso al penitenziario ripensava alle parole di Stabilo: stava forse giocando col principio di realtà? No, si rispose, questa era un’immersione di lavoro. Il progetto era finito e lui, privilegio specialissimo per un artista, controllava la sua opera facendoci un giretto.

 Impressioni del recluso all’arrivo: bel posticino.

 Si era lasciato in cuffia una musica acustica, che però gli sembrò troppo dolce per l’occasione. Si tolse la cuffia con una mano lasciando l’altra ben stretta sul volante e il ronzio dell’auto elettrica lo stupì. Varcò il cancello.

 Le file di alberi erano troppo regolari, rette precise verso l’orizzonte blù elettrico, per cui puntò la sua matita per segnare un albero. La casamatta del corpo di guardia brillava di grigio metallo, i moduli si snodavano nella loro asimettria contenuta e lui li immaginò brulicanti di vita. Certo le strade e i vialetti non sarebbero apparsi così asettici: per la presentazione doveva ricordarsi di sbiadire un po’ i colori standard dell’RVA e dare qualche decimo all’indice di usura.

 S’inoltrò nelle viuzze di un modulo, compiacendosi della proporzionalità degli spazi. Davanti all’edificio che ospitava due palestre e un teatro (un optional inserito di sua iniziativa) rallentò fin quasi a fermarsi e anche quando riprese velocità continuò ad osservarlo dalle diverse prospettive. Così, quando guardò nuovamente la strada, si trovò davanti un muretto di recinzione. Istintivamente frenò e sterzò per evitarlo. Mentre l’automobilina ribaltava facendolo ruzzolare a terra (avvertì lo spigolo del suo tavolino basso) si rimproverò la sua stupidità: “bastava proseguire dritto, Griss, solo proseguire...”

 La macchina si spense con un piccolo sussulto e a nulla valsero i suoi tentativi di riaccenderla dopo averla rialzata. Evidentemente il programma includeva l’educazione stradale e nel gioco a cui la macchina era destinata non poteva essere così semplice venire fuori da un incidente. Griss restò indeciso sul da farsi. Poteva riemergere e cancellare l’incidente, ma qualcosa lo tratteneva. Qualcosa che, intuì, riguardava il principio di realtà.

 Era il silenzio. Si passò la mano sulla faccia ma non sentì il rumore della sua barba non fatta. Decise di continuare e s’inoltrò nel modulo, nel silenzio perfetto di quell’acquario. Passava attraverso i muri con la gioia e la curiosità di un bimbo. Cominciò  a correre e per un attimo, ma soltanto per un attimo, si vide saltellare con la faccia da scemo sulla piccola piattaforma di contatto nella sua stanza a Città 10.

 “Ecco. Dietro questo muro c’è il corridoio delle celle singole...” Oltrepassò il muro ma non vi trovò alcun corridoio. Si fermò di colpo, con un vago senso di angoscia. Non aveva progettato quel cortile. Non lo avrebbe fatto così brutto, con le erbacce che spaccavano le stuccature tra i mattoncini del selciato, muri scrostati, cartacce, piante selvatiche. Un misto di kipple e natura selvaggia.

 Un’altra forma di vita scizzò via improvvisamente da un cespuglio, lasciandolo senza fiato. Nel suo progetto c’era un topo! Che s’infilò in una breccia del muretto in fondo al cortile. Griss si avvicinò con circospezione, pensando che tutto quello non aveva senso. Oltre il muretto c’era un vicolo dai muri alti sopra i quali vide ora un cielo carico di nubi.

 Un cielo carico di nubi. L’espressione gli era saltata in testa da sola, senza alcun nesso col tutto. Del resto, inoltrandosi in quella che ora diventava una giungla, non poteva più dire quale era il tutto e quali nessi fosse lecito attendersi. Così non si allarmò più di tanto quando, superato l’ultimo sbarramento di fogliame, si trovò sulla riva di uno slargo paludoso di un fiume, il cui corso  poteva vedere sullo sfondo. Immerse una mano nell’acqua e sentì il bagnato. Si sedette sulla riva e il topo si rifece vivo, squittendo.

 “Sto andando fuori di testa. Meglio staccare,” si disse ad alta voce, non sentendosi. Ma le sue braccia erano pesanti, non riuscirono a raggiungere i comandi pettorali della tuta RVA. Si stese sulla sabbia calda, provando a contorcersi per arrivare a toccarli. Niente da fare. Il suo sforzo muscolare lo faceva tremare ma non riuscì a spostare le braccia, a staccarle dal suolo. Tutto il corpo aderiva alla sabbia come un insetto alla carta moschicida. La testa gli restò piegata da una parte così da permettergli  di vedere  con la coda dell’occhio che nella palude erano spuntate alcune costruzioni primitive, casupole di canne e foglie, presumibilmente erette su pilastri di legno, che però da quella angolazione non poteva scorgere.

 Invece, perfettamente in linea col suo campo visivo, vide procedere nella palude qualcosa di scuro. La curvatura del suo orizzonte relativo gliela rivelò poco a poco per una canoa, che tagliava il pelo dell’acqua dal quale ogni tanto sbucava la testa di un coccodrillo. Il panico lo stava divorando. E quando la canoa nella sua traiettoria fu nel punto più vicino  alla riva e lui vide due figure a bordo, urlò la parola più naturale e insieme più assurda: “Aiuto!”

 Ma non ci fu suono. Una delle due figure si voltò, ma non perchè avesse sentito, soltanto per controllare i coccodrilli sempre più numerosi. E pur guardando verso la riva, come non lo aveva udito neanche lo vide. E fu terribile la sensazione che lo invase, un senso di impotenza colpevole. Perchè quella figura aveva il volto di Alma. Griss svenne.


 

 “Può capitare... Tenuto presente il carico di lavoro a cui, come mi dice, si è sottoposto...”

 Socchiudendo gli occhi si ritrovò nel suo attico a Città 10. Anche adesso aveva una visuale limitata pur se non così drammatica:  due lunghe gambe perfette fiorivano da un paio di shorts neri larghi, stagliate sui riflessi del tramonto verde sulla vetrata. Sentì il dolore trafiggergli il collo quando cercò di spostare la testa. Mugulò. E subito il suo campo visivo fu completamente riempito dal volto preoccupato di Stabilo.

 “Come va, Griss? Dolore?”

 Lui abbozzò un sorriso: “Torcicollo da palude...”

 “Effettivamente ho notato una rigidità al trapezio, monolaterale” le gambe si avvicinarono. “A parte questo, come si sente dottor Griss?” Un viso minuto raccolto in un caschetto di capelli castano  chiaro gli sorrise professionalmente.

 “Sto bene. Soltanto un po’ stordito...”

 “E’ logico. Forse un massaggio al collo la rinfrancherebbe? Ah, mi scusi... Io sono la dottoressa Gloria Dubois, dello staff medico dell’ITC.”

 Stabilo e la Dubois aiutarono Griss a mettersi seduto e la dottoressa iniziò il massaggio.

 “Com’è questa storia del torcicollo da palude?”chiese Stabilo.

 “Forse era umido laggiù...” sogghignò iniziando il racconto.

 Era arrivato al punto in cui cercava di staccare i contatti, quando JVC introdusse due uomini, un piccoletto grassoccio con l’aria da duro e un gentile spilungone con un completo stazzonato, autenticamente vecchio di due anni come prescriveva la moda revival dell’anno. La Dubois presentò il piccoletto, che Stabilo già conosceva, come l’ispettore Hank del CPM e l’altro come dottor Smuda, psicologo. Stava per riprendere il suo massaggio ma Griss, in imbarazzo, la fermò cortesemente.

 “Va molto meglio, grazie dottoressa.” Poi si rivolse ai due nuovi ospiti: “Cosa posso fare per voi?

 Il risolino dell’ispettore Hank fu agghiacciante: “Era proprio la domanda che stavo per farle io, architetto. Ho idea che abbia passato un brutto quarto d’ora...”

 “Non vedo proprio come questo possa interessarla... Come vede, ho già chi si prende cura di me,” disse Griss, acido.

 “Ci interessa molto invece. Per parte mia, rappresentando il committente...”

 “Il mio committente è il Ministero delle Opere Sociali di Città 10, ispettore Hank, e vorrei...

 “Signori, vi prego...” intervenne Stabilo. “E’ tutto a posto, Roland. E’ gentile da parte del CPM interessarsi al tuo caso...” Glissò lo sguardo interrogativo di Griss e si rivolse ai due nuovi venuti: “L’architetto ci stava appunto raccontando cosa gli è successo in immersione.”

 “La prego, dottor Griss” disse Smuda con voce calma, “ci racconti l’accaduto. Siamo qui per questo. L’ITC, che io rappresento, vuole appianare qualsiasi difficoltà che possa inficiare la sua collaborazione...”

 “Non capisco...” e gli sguardi di Griss e Stabilo s’incrociarono  nuovamente. “D’accordo. Ero lì che cercavo di scollegarmi...”

 “Gran bel sogno” disse Smuda. “Il topo, la palude, le palafitte...”

 “Giusto. Palafitte!” esclam Griss. “Che strano: sia nel... sogno che adesso non mi veniva il nome. Palafitte...”

 “Già, molto strano. Per un architetto, poi...” convenne Hank col suo tono torvo da poliziotto.

 Griss lo ignorò per rivolgersi a Smuda: “E la canoa?”

 “Due sconosciute su un’imbarcazione primitiva... Bisognerebbe che io conoscessi un po’ più della sua vita, dottor Griss. Nulla di patologico, comunque. E, in ogni caso, niente di nuovo rispetto ad altri casi di caduta in immersione.

 “Ah. Quindi succede spesso? Le sono già capitati casi del genere?” chiese Stabilo, come sollevato.

 “Deve sapere, ingegnere, che questo è il mio campo di specializzazione. Per questo l’ITC mi ha chiesto questa perizia. La loro nuova RVA è ancora in fase sperimentale e non vogliono guai. Ma io credo di poter affermare che la sintomatologia del dottor Griss è assimilabile ad altre riscontrate con applicazioni molto meno potenti... E’ la riprova che tutto dipende dal soggetto. E che è stata fatta un’ottima scelta...”

 Smuda sorrise a Griss. Anche Stabilo e la Dubois sorrisero. Ma Griss fissò Smuda con sospetto: “Perizia? A che proposito?”

 “In caso di controversia legale, architetto” rispose con naturalezza lo psicologo. “Il suo caso si colloca nella fascia medio bassa di risarcimento.”

 Griss si alzò. E anche se un po’ malfermo sulle gambe raggiunse il pannello comandi della casa. A Smuda disse: “Non ho intenzione di chiedere alcun risarcimento.” Poi chiese sorridendo alla Dubois se gli era permesso mangiare, e al suo cenno di assenso si rivolse a tutti: “Posso invitarvi a cena?”

 Smuda e la Dubois declinarono  l’invito e cominciarono a prepararsi per uscire, convenendo che il paziente stava senz’altro meglio. Hank prese tempo, guardando fuori dalla vetrata, antipatico anche di spalle.

 “Un’ultima cosa, architetto” disse alla fine. “Il suo progetto è finito?

 “Praticamente sì” rispose Stabilo, visto lo sdegnato silenzio di Griss. Che lo fulminò con lo sguardo.

 “Allora” il tono dell’ispettore era conclusivo, “non avrebbe problemi a consegnarmelo... Ho una delega per ritirarlo subito.”

 Griss allibì mentre l’altro gli mostrava un sogghigno e un tesserino: “Se vuole inserirlo nel suo lettore...”

 “Non ce n’è bisogno, le credo. Ma vede” e Griss usò il tono più calmo che potè, “ho bisogno di apportare alcune modifiche, pensate proprio durante l’ultima immersione.” Quindi, rivolto a Stabilo, con fare casuale: “Sai, la storia dei muretti e degli alberi...”

 “Se si tratta di piccole cose, non credo che...” cercò di ribattere Hank.

 “No, sono cose importanti. E poi, sinceramente, vorrei seguire la procedura regolare, ispettore. Consegnerò il progetto al Ministero, alla data fissata.”

 “Come crede” concluse allora Hank, con uno strano sorriso.

 Era molto raro che Griss uscisse fuori dai gangheri. Ma quando succedeva non c’era modo di fermarlo fino a quando tutta la rabbia non fosse stata espulsa. Quello che Stabilo gli aveva appena detto, messo alle strette dalle sue domande, gli fece andare di traverso la deliziosa cenetta vietnamita ed ebbe bisogno di un buon quarto d’ora di imprecazioni ed insulti, oltre a qualche suppellettile fracassato. Quando disse: “E’ un fatto maledettamente grave, deontologicamente scorrettissimo, li denuncio!” Stabilo capì che la sfuriata era finita.

 “Non puoi” gli disse con calma. “Sul contratto non c’è nulla che impedisce al CPM di essere al corrente minuto per minuto. Ho controllato.”

 “Bravo! Certo, potevi anche dirmelo prima!”

 “L’ho saputo oggi. Me l’ha detto il Ministro quando l’ho avvertito del tuo incidente... “Non c’è problema, Stabilo... Lo sappiamo... E  non può aver fatto danni irreparabili...”

 “Lo stronzo. Ecco perchè quel testa di cazzo di Hank sogghignava... Ma perchè controllare il progetto passo passo? C’è davvero tutta questa necessità di fare così in fretta?”

 “E’ proprio questo che a me personalmente non quadra...” sussurrò in risposta Stabilo.

 “E poi perchè, allora, venire qui? Se già sapevano tutto?”

 “Tutto tranne il tuo sogno, Griss...”

 “Che vuoi dire?” chiese Griss, abbassando la voce e bloccando di colpo la sua tirata.

 “Non lo so” rispose Stabilo, dopo aver bevuto l’ultimo sorso del suo vino. “Senti, Griss. Diamoci un taglio. Hai quasi finito, no? Be’, fai le tue correzioni, consegnamo e arrivederci e grazie. Stiamone fuori... E’ ancora valido il tuo invito?”

 Griss aveva proposto di vedere insieme un’opera epica, per la quale aveva acquistato due collegamenti in platea. Lo guardò in silenzio per qualche istante e poi si alzò da tavola.

 “Certo, sistemiamo il visore. Non c’è altro che possiamo fare, giusto?”

 I grandi movimenti di massa e gli stupefacenti effetti sensoriali li coinvolsero da subito, trasportandoli in un altro tempo, in altri spazi. Si passavano joints come due compagni di scuola, ridevano e piangevano insieme. Si commossero quando la principessa vide svanire il suo sogno d’amore e trepidarono  per l’eroico cavaliere rinchiuso nel labirinto del malvagio. Poi, sulla fine del secondo atto, Griss percepì una serie di immagini, brevissime e del tutto sganciate dal contesto, qualcosa poco al di sopra della soglia subliminale usata per la pubblicità. Nell’intervallo chiese a Stabilo se le aveva viste anche lui.

 “No, di cosa si trattava?”

 Griss si passò le mani dalla fronte alla nuca: “Erano prigioni, Stabilo. Di diversi tipi ed epoche. Il vecchio Alcatraz, forse lo Spielberg, il primo International... E...”

 Lo sguardo di Stabilo era una domanda preoccupata.

 “Sì, c’era anche il mio penitenziario modello.

 Il seguito dell’opera non fu goduta alla stessa maniera, immersi entrambi in giri di pensieri concentrici. La scena che comunque li colpì maggiormente fu il grande esodo del popolo della principessa. Alla testa di quella moltitudine Griss vide ancora Alma, ma stavolta non erano immagini subliminali, e neanche scherzi di realtà virtuale. Era proprio la sua povera immaginazione.

 Stabilo se n’era andato con un’aria tesa: “Ti farò sapere qualcosa, voglio proprio riparlare col Ministro a questo punto. Troppe stranezze. Tu cerca di stare calmo e di finire il lavoro prima che puoi. Così non ci pensi più.”

 Non era un’idea pessima non pensaci più. Al limite, visto che razza di mascalzoni erano, poteva anche risparmiarsi le modifiche. Ma ci sarebbero andati di mezzo i detenuti e questo non gli garbava. Senz’altro però non si sarebbe più immerso. E anzi... Con tutta probabilità gliel’avrebbe restituita, l’RVA. Ne sarebbero stati tutti felici. Lui per primo.

 Per qualche ragione arcana, si mise a cercare nel ripostiglio. Trovò un vecchio imballaggio in PVC celeste da cui estrasse il suo vecchio videograph  2000 delle superiori. E si mise a giocare, disegnando ardite architetture futuribili. Libertà. Controllo dei dati e delle informazioni. Dall’uno al tutto. Da tutti a tutti. Consegna. Contatto perpetuo. Comunicazione orizzontale. Contatto.

 Spense il videograph che perse così irrimediabilmente quelle magnifiche torri eptagonali. Tornò all’RVA. Non aveva idee supplementari e dichiarò finito il lavoro dopo aver apportato quei piccoli cambiamenti. Memorizzò il progetto su dischi speciali in triplice copia come da contratto e quello che poteva anche sul suo archivio personale, in doppia copia. Quindi cancellò il progetto dall’RVA.

 Ora l’immensa capacità della macchina era un grande lenzuolo bianco. Richiese la banca dati dell’ITC. Da questa passò al CPM, sezione progetti. Vuoto.

 Tornò all’ITC e da qui alle Opere Sociali. Progetti. Progetti CPM. Una valanga di dati lo sommerse. Erano comunque organizzati  in modo elementare, con codici di accesso standard. Arrivò facilmente dove voleva.

 Progetto P. La sigla PASSWORD gli lampeggiò davanti per qualche minuto. PALAFITTE. Cominciò a scorrere il solito menu, alla fine del quale insieme alla richiesta di un altro codice, scattò un allarme: aveva solo 30 secondi per trovare il modo di entrare. Era stato troppo facile fin lì. Ora era fottuto: a rigore, quello che stava facendo era spionaggio. Già vedeva la faccia di Hank sogghignante sulla sua povera espressione da...

 PROFUGHI. Dolcemente gli si aprì davanti il baratro del Progetto P. Qualcosa di inimmaginabile. Su tutti i continenti, nei posti più impervi e desolati, con predilezione per le steppe sudamericane e i deserti africani e australiani, sugli altipiani asiatici e nelle zone contaminate dell’Europa, i cloni del suo progetto erano a buon punto, tutti allo stesso stadio di realizzazione. Tutti avevano i loro parchi artificiali, anche se mancavano i teatri e le calotte termo-protettive. Vide con terrore che a partire da una colonia ai margini di quel che restava della foresta amazzonica stavano già attuando la modifica alle linee degli alberi. Ecco cosa significava quell’RVA ad alta definizione: la costruzione seguiva di pochissimo la progettazione. Il risparmio si doveva al fatto che la progettazione era la realizzazione. Grazie a qualche tipo di collegamento robotico per lui inesplicabile, Griss aveva costruito, da solo, quell’immensa colonia penale, A partire dal modulo a 700 celle erano sorte abitazioni per centinaia di migliaia, forse milioni di...

 Doveva sentire Stabilo. Avere conferma del suo atroce sospetto. Cercò di uscire, ma gli fu richiesto un codice. Buttò lì MAR ROSSO senza convinzione e scatt immediato l’allarme. Spense tutto.

 Stabilo non rispondeva. Neanche la segreteria. Allora si collegò in telematica, con i codici che usavano per le loro partite a pinnacolo. Una volta dentro il sistema, un semplice programma home-manager come il suo, evitò tutta la sezione archivio-dati e attraverso i giochi arrivò al visore. Lo accese e collegò le telecamere a circuito chiuso di Stabilo col suo visore. Niente in camera da letto e in bagno. Nello studio qualcosa si muoveva dietro la scrivania.

 “Stabilo, sei lì?” digitò, ascoltando allo stesso tempo una voce femminile computerizzata tradurre in suoni la sua domanda. Fissò l’angolo della scrivania e vide un braccio sporgersi lentamente, faticosamente. La mano di Stabilo si aggrappò alla gamba del tavolo e con sforzo immane riuscì a raggiungere il piano e a toccare il pulsante del microfono. Griss alzò al massimo il volume del suo speaker.

 “E’ finita... Griss... Scappa...” la voce di Stabilo era un flebile sussurro sotto il fruscio statico. “Prigioni per... profughi...”

 Dal cono d’ascolto lo scatto della porta dello studio risuonò come uno sparo. Vide il braccio di Stabilo ricadere pesantemente e prima di staccare udì una voce: “Infarto. Scrivi infarto e non rompere i coglioni...” Era la voce dell’ispettore Hank.

 Per alcuni secondi non potè far altro che fissare la nebbiolina del visore, in fondo alla quale si sforzò di immaginare il volto di Stabilo. Il Progetto P. La soluzione. Masse di diseredati, perenni e sacri pellegrini, rinchiuse segretamente in colonie penali modello appositamente costruite. Da lui.

 Poi la mente cominciò a girare veloce. Era passato un quarto d’ora dall’allarme provocato alla banca dati. Altri dieci minuti e percorreva un affollatissimo passaggio sotterraneo, con addosso i peggiori vestiti che aveva potuto trovare, una sacca col portatile e le sue memorie, il suo denaro di silicio e la paura.

 Restò un paio di minuti davanti alla labirintica mappa luminosa delle linee e alla fine scelse il treno per Lagosecco, giusto sotto quelle montagne attraverso le quali sperava di trovare una via di fuga dai confini di Città 10.

 “EHHH! Ti dico vero. Pura setola. Spugne precise. Quaranta a pezzo.”

 “No interesse.”

 “Trenta.”

 Seduto, o meglio accucciato in un angolo del vagone, Griss, pur voltando le spalle agli altri passeggeri, poteva sentire i loro sguardi su di sè. Allontanandosi dal Centro, il treno  aveva gradualmente mutato la composizione sociale dei viaggiatori e adesso il suo abbigliamento risaltava come un faro nella nebbia. Ascoltava il vociare confuso nelle tante lingue e dialetti periferici e in quello slang della metropolitana di cui fino ad allora aveva soltanto sentito favoleggiare nei salotti, da scrittori che avevano provato il brivido dei treni notturni. Ora quel brivido sarebbe diventata la sua vita, quindi era meglio darsi subito una regolata, capire in fretta come muoversi.

 Tanto per cominciare decise di scendere un paio di stazioni prima del capolinea, che sarebbe stato senz’altro strapieno di quell’umanità eterogenea. (Fino a poche ore prima  li avrebbe chiamati devianti) E il diverso è sempre meglio prenderlo a piccole dosi.

 E infatti una piccola dose lo seguì. Un ragazzo piccolino e agile nelle sue enormi scarpe da gioco e una ragazza pallidissima nel suo impermeabile nero. La stazione era fredda, segata da un vento maligno. Salì con noncuranza i gradini sventrati  dall’incuria e non appena fuori, in un piazzale deserto e male illuminato, si voltò verso quei due.

 “Bene, ragazzi” disse calmo, “eccovi la mia carta di credito. OK?” Vide un bar con parecchia gente dentro, non soffermandosi a pensare se questo era un bene o un male.

 “La tua carta di credito. OK? E tu pensi che ci accontenteremmo...” disse la ragazza con un sorriso neutro.

 Come un roditore, il ragazzo ebbe un guizzo improvviso e leggero in direzione della sua amica, trasmettendole la sua scarica di adrenalina. Ma era già tardi. Una coppia di agenti si materializzò accanto a Griss.

 “Calmi, abbacchietti. Vedere stringenti...” disse il più anziano facendo ciondolare un paio di manette in fibra ottica. Il suo slang risuonò di affettazione all’orecchio di Griss, sembrava uscire dalla penna di uno di quegli scrittori da salotto.

 Quello giovane gli poggiò un’amichevole mano sulla spalla:

 “Tutto bene?”

 Misero le manette ai polsi dei due ragazzi, regolando la chiusura con il comando a distanza. E mentre qualche curioso stava uscendo dal bar, li sospinsero già da dove erano venuti, invitando Griss a seguirli.

 “Li portiamo giù al posto di polizia dove potrà sporgere denuncia... “disse a Griss quello anziano.

 La ragazza si voltò e gli fece uno strano sorriso complice.

 “Non c’è nessun posto di polizia lì sotto, Griss. E questi due non...” riuscì a dire prima che un potente manrovescio la zittisse.

 Il ragazzo ebbe una specie di ruggito e ricevette in risposta una stretta ai polsi. Lo sguardo di Griss guizzò dal sorriso della ragazza al telecomando delle manette che il poliziotto giovane riponeva nel taschino apposito. E quindi al ghigno dell’agente anziano. Gli sorrise amichevole e scendendo le scale si portò vicino a quello giovane. Erano a pochi metri dalla banchina di una monorotaia.

 “Ma no... Evitiamo la denuncia” disse guardando davanti a sè. “E’ una ragazzata. Sono convinto che anche il vostro superiore sarebbe d’accordo...”

 “Non credo...” sibilò l’agente giovane.

 Griss si voltò verso l’anziano: “Davvero? A me è sembrata una persona così squisita, l’ispettore Hank...”

 Approfittando della sorpresa dei due, Griss sfilò il telecomando dal taschino del più giovane e con uno sgambetto fece ruzzolare giù l’altro. Sul comando c’erano due tasti. Ne toccò uno e il ragazzo  urlò. Ma ugualmente si gettò di nuca contro il ventre del poliziotto giovane mentre Griss lo liberava finalmente dalla morsa. Il poliziotto anziano stava estraendo la pistola. Il ragazzo saltò sulle molle delle sue scarpe, si aggrappò a una barra del soffitto e si lanciò. Il suo calcio raggiunse la pistola mentre risuonò lo sparo. Griss, tremante, prese quella del giovane mentre era piegato in due dal dolore. Il lontano fischio acuto  del treno in arrivo gli trapanò il cervello.

 Il ragazzo e l’agente anziano lottavano sull’orlo della panchina. C’erano almeno trenta chili di differenza tra i due e il poliziotto stava avendo decisamente la meglio. Con espressione feroce prese il ragazzo per la maglia e caricò un diretto che l’avrebbe fatto finire nel solco del treno. Nell’esatto momento di massima flessione del braccio il ragazzo ebbe uno dei suoi guizzi, squilibrò l’altro e con una piroetta lo mise spalle alla monorotaia. Evitò il pugno e gettandosi a terra colpì le caviglie dell’agente.

 Il treno non fermava a quella stazione e il suo rombo coprì ogni altro rumore.

 “Bravo Giamaika” disse la ragazza, le cui manette si erano allentate di colpo. Poi prese la pistola dalle mani tremanti di Griss, Giamaika imbavagliò l’agente giovane e lo condusse verso un angolino riparato dove lo legò con le sue manette a una ringhiera arrugginita.

 “Andiamo” disse la ragazza. “C’è un treno tra pochi minuti. Lui è Giamaika ed io mi chiamo Viola.”

 “Chi siete? Come conoscete il mio nome?”

 Il vagone era semivuoto, e Griss non sapeva dove portasse quel treno. Giamaika guardava senza nistagmo il finestrino, i suoi riflessi, le poche luci lontane e i pali che sfrecciavano.

 “Noi siamo il tuo sogno, Griss” gli rispose Viola. “A volte anche tra i campioni del regime può nascondersi un cuore deviato.”

 “Vuoi dire che siete stati voi a...? Ma no, è impossibile.”

 “Ti abbiamo dato solo un input, un luogo diverso dalle prigioni del CPM. Il resto lo hai fatto da te. Per questo ora siamo qui.”

 “Qui. E dove stiamo andando?” chiese Griss.

 “Ovunque non sia Città 10, l’ITC, gli Stati e le Città e le Regioni.”

 “Come... profughi...”

 “Tutti lo siamo,” lei sorrise. “Lo saremo finchè tutto questo non finirà.”

 “Ma allora...” lo stomaco di Griss ebbe uno spasmo. “Se davvero siete il mio sogno, conoscete Alma. Sapete dov’è.”

 E raccontò quello che neanche a Stabilo e a Gloria Dubois aveva detto. Raccontò del suo amore per una profuga. Gli occhi di Giamaika luccicavano nel finestrino.

 “In effetti Gloria ci ha parlato di un qualche transfert molto potente” disse Viola. “Evidentemente sei a un punto più avanzato di quanto credessimo. E’ probabile che Alma non ti abbia visto perchè non è ancora pronta. Anche se...” e la ragazza prese improvvisamente la mano di Griss, “è certamente lei il contatto che ha reso possibile tutto questo. Sei un elemento importante, Roland. Non solo per quello che sai.”

 “Importante per cosa? Alma non è pronta per cosa?”

 Giamaika si voltò e Viola annuì.

 “Noi non lo sappiamo” disse con voce da bambino. “Alma non lo sa, non lo sai tu e non lo sa nessuno. Quello che crediamo è che ci sono serrature nascoste in noi. Porte che dobbiamo aprire. Chiamali chakra, o parti assenti del cervello. Terzo occhio o codici di accesso. Chiamala anima. O cuore deviato. E aspetta: il momento verrà.”

 “Per ora dobbiamo solo resistere e liberare altri cuori deviati” aggiunse Viola.

 Griss non capì. Ma il suo usuale modo di procedere gli disse che ormai era fuori dalla società civile di Città 10 e quindi fuori da tutto il resto. E se anche quei due erano fuori, un fuori doveva pur esserci da qualche parte.

 “Conoscete un modo per uscire da Città 10?” chiese d’un fiato.

 Giamaika si voltò di nuovo verso il finestrino.

 “Intendi senza passare per il controllo cromosomico?” gli chiese Viola a sua volta. “Pensi di andare a fare l’architetto da qualche altra parte?” e fece una risatina allegra.

 No, non era solo una fuga. C’era dell’altro. Il suo sentire non seguiva più soltanto il filo della sua conoscenza, dell’esperienza. Tangenti estranee di pensiero lo portavano oltre.

 “No, in effetti” rispose col primo sorriso dopo tanto tempo.

 “E allora non ti porre il problema” disse Viola, rilassandosi sul sedile. “Sei al sicuro ormai.”

 Il treno proseguiva la sua corsa verso l’ignoto. Griss pensò che il suo piccolo bagaglio scelto in fretta ma con l’illusione della razionalità era da quel momento del tutto inutile. Pensò che tutta la sua vita passata era già di un’altra persona. Pensò alle spiegazioni che JVC avrebbe potuto fornire a Clelia. Pensò, con soddisfazione, alla rabbia dell’ispettore Hank e di tutto il CPM di cui conosceva un così tremendo segreto. E pensò ad Alma. In questa sua seconda vita che adesso iniziava avrebbe avuto certo più possibilità di incontrarla di nuovo. Qualsiasi frazione decimale superiore allo zero.
 



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