Solo

Keith Brooke

Registrazione.

Il vento turbinoso getta manciate di nevischio attraverso l'oscurità. Luce gialla che esce dalle finestre dei palazzi bassi e uniformi allineati lungo il sentiero.

Mi nascondo dietro ad un albero, tengo la testa ferma mentre faccio una panoramica da sinistra a destra con il videocchio.

"In notti come queste la gente assennata se ne sta a casa e, lo confesso, è dove vorrei stare anch'io proprio adesso. Ma c'è una storia da coprire, avvenimenti da riportare." Tengo la voce bassa. Ho già imparato che questa costruzione è controllata benissimo. E se l'agenzia non mi avesse mandato via per fare economie, ora non sarei stato qui da solo, avrei avuto la riserva.

Faccio la nota mentale di tagliare su alcune vedute che avevo girato ieri: un palazzo di mattoni rossi a quattro piani con una linea di riflettori sospesi sulle grondaie, puntati verso il basso in modo che il terreno dove i veicoli militari sono allineati in modo preciso sia illuminato senza ombre.

"Qui nel Blocco C," parlo sopra, "hanno lavorato gli scienziati militari. E' nel Blocco C dove hanno portato ciò che rimaneva del mezzo d'atterraggio ed è nel Blocco C dove hanno imprigionato il pilota. Devono aver già comprato il silenzio del contadino che ha visto lo schianto. E se l'uomo non può essere comprato, lo hanno azzittito con altri mezzi perchè questa è gente brutale, regolata dalla loro stessa paura. Venire a sapere che la tua razza non è la sola accade una sola volta."

Fari che s'accendono istantaneamente, facendo risaltare il nevischio come uno sciame di lucciole. Una jeep, piena di soldati sbraitanti ed esuberanti. Premo il corpo contro l'albero, sperando che non guardino dalla mia parte. La jeep slitta, si riprende, avanza nella notte.

Mi piego verso il basso e corro tra il fango, mantengo un percorso parallelo alla strada blindata. Sono infreddolito e fradicio. Ma devo continuare. Questa è la mia grande occasione. In realtà l'agenzia m'ha fatto un favore: quando verrà fuori questa storia avrò i miei diritti d'agenzia, tutte che chiederanno i miei servizi.

Individuo una recinzione e mi fermo abbastanza vicino. Sembra una normale recinzione a maglie incatenate, ma dopo tutti i gadget ad alta tecnologia che ho visto negli ultimi giorni so che non è proprio il caso. Ci saranno come minimo le telecamere se non i raggi ad infrarossi e i sensori nel terreno.

"Il mio primo vero test," mormoro mentre faccio la panoramica da sinistra a destra. "Eseguo un approccio indiretto, cercando di trovare un'altra strada ed evitare così d'essere scoperto? O devo essere diretto: faccio un buco e li prendo di sorpresa?"

Mi stringo addosso ancora di più la giacca leggera rimpiangendo di non essere stato tanto bravo a vestirmi in modo appropriato. A volte non ti fermi a pensare. A volte prendi l'occasione che ti si presenta.

Mentre considero le mie opzioni registro indietro la strada coperta di fango, seguendo il percorso che ho fatto. Mi fermo con il videocchio che inquadra un fabbricato quadrato con i fari allineati lungo le grodaie. Mi volto di nuovo verso la recinzione. "Ho deciso," dico, avanzando. "A volte devi azzardare. Faccio un buco, ma devo essere veloce."

Prendo un pezzo di ferro tra police e indice, schiaccio. Il metallo scoppietta e passo alla maglia successiva, con sicurezza mi faccio strada, mi faccio la strada per uscire.


Nessun faro improvviso, nessuna sirena urlante, ma so che la corruzione da parte mia delle difese del fabbricato deve essere stata scoperta. Quando il buco è abbstanza grosso ci passo attraverso. Mi guardo attorno una volta e poi inizio a correre, sperando nella bioidraulica cresciuta nella mia colonna per mantenere ferma la ripresa del mio videocchio.

Non ho molte idee su cosa aspettarmi, ora che sono libero dall'esercito e dai loro scienziati. Sono arrivato in questo posto dentro un camion militare: nessuna finestra, nessuna possibilità di trovare la strada dal luogo abbandonato dove m'hanno preso. Non avendo familiarità con quel modo arcaico di trasporto, non posso neppure immaginare la distanza coperta, so solo che il viaggio era iniziato verso la metà del pomeriggio ed era finito con l'oscurità.

E' difficile correre in mezzo a tutto questo fango. Ai piedi della discesa arrivo ad un'altra strada blindata. Scelgo di correre sulla sua superficie solida, rimettendoci in copertura ma guadagnando in distanza.

 


Di nuovo fari. Vengono verso di me. Mi tuffo nella siepe, gemo di dolore quando i rami appuntiti e le spine mi graffiano il viso. L'auto prosegue.

In lontananza posso sentire delle voci, motori pretrolchimici che scoppiettando diventano velenosamente vivi. Mi apro la strada attraverso la siepe. La strada non è più sicura, ormai.

Mentre lo faccio sento un altro veicolo che si avvicina: questa volta viene dalla base militare. Mi sporgo. Assomiglia alla jeep che ho visto prima: quattro soldati dall'aspetto infantile, uno che guida , gli altri aggrappati alle armi. Devono essere diventati sobri in modo istantaneo se sono gli stessi soldati.

Corro nel lato del campo della siepe, il fango che mi risucchia i piedi. La risposta terrorizzata dei militari farà una ecellente notizia, ma per prima cosa mi devo assicurare che la mia fuga abbia successo. E poi devo trovare qualche strada per andarmene da questo miserabile pianeta.


Quasi subito dopo il passaggio della jeep si sono uniti alla ricerca gli elicotteri. Grandi cose sgraziate, i loro motori che scoppiettano persistentemente. Ogni volta che se ne avvicina uno, con le luci che spazzano il terreno che sta davanti, mi butto al riparo. E che pensano, che rimango all'aperto a salutare?

Ora sono in una città. Piccole case pulite, strade illuminate da potenti lampade su dei pali. Questa gente usa l'energia come fosse gratis. Forse lo è. Forse sono proprio stupidi.

Ho realizzato, prima quand'ero nel fango e nella melma, che non c'è modo di scappare via. Ho bisogno della riserva, ma per la prima volta da quando ho iniziato questo affare sono solo.

Mi ricattureranno, lo so.

E forse sarà meglio. Anche ora sto trasmettendo tutto ciò che vedo. A meno che non venga bloccato, il mio segnale sta andando in orbita e da qui ritrasmesso in ogni dataspread del Sistema. Non so perchè questa razza non sia mai stata contattata, introdotta nel Sistema, ma il mio scoop romperà quell'embargo. Diffondendo la mia storia e forzando così il contatto, mi sto creando l'unica possibilità di tornare a casa.


Gli abitanti di questo posto guardano ma senza dubbio vedono molto poco.

Devrebbero essere le prime ore della sera, perchè altrimenti questa gente nelle strade starebbe a casa nei quartieri dormitorio.

Cammino all'aperto, attraverso una folla di pedoni che vanno di corsa, la pelle pallida, piccoli ciuffi di capelli sulla testa e qualche volta sul viso, tutti fasciati contro gli elementi. A volte qualcuno mi sbatte contro, mi guarda. Quando succede faccio un sorriso e forse solo allora sentono qualcosa di differente in me. Mi guardano, notando il mio aspetto glabro, la mia giacca leggera sopra membra magre e allampanate. Poi volgono lo sguardo, abbassano la testa, e tornano ad unirsi alla corrente.

Mi fermo di fronte ad una grossa finestra che rivela una stanza cavernosa illuminata in modo vivace. Una qualche specie di atrio pubblico, immagino. Striscioni luminosi ed insegne pendono dal cielo e file e file di monitor televisivi guardano nell'oscurità. Alcuni di questi monitor mostrano auto che corrono veloci, ruotano nel fango, folle di persone che guardano. Altri mostrano una persona con capelli lunghi e sgraziati seduta ad un tavolo con un'immagine dietro di lui. Mentre guardo la scena taglia su una foto: un uomo dallo sguardo fisso con una camicia senza collo. L'uomo è calvo e sta cercando di essere sorridente, anche se è qualcosa che non sa fare bene.

Mi volto. Così hanno il coraggio di mostrare la mia foto in pubblico. Gli scienziati dovrebbero fare affidamento sulla rassomiglianza delle nostre razze, sono certo che non hanno trasmesso un appello per un alieno disperso. Penso che mi abbiano descritto come un criminale, forse un assassino pericoloso.

Spero che non sparino agli assassini in questa città.


Una sala illuminata vivacemente, costruita su tre livelli con un soffitto di vetro alto, incurvato. Allineate, ad ogni lato, e sopra a me in gallerie ci sono altre sale più piccole col davanti di vetro. Degli alberi sorgono da aiuole murate e una fontana spruzza alta l'acqua che ricade in una pozza perfettamente circolare. La gente passa di corsa, molti abbrancando borse di plastica. Altri siedono sulle panchine, osservano l'acqua o la gente che corre. Questa dovrebbe essere una qualche specie di chiesa, decido. Faccio una panoramica lentamente, registrando tutto.

Forse una cattedrale.

E' bello stare lontano dal vento freddo e dal nevischio, ma ora noto che una o due persone mi stanno studiando attentamente.

Una di loro cattura il mio sguardo e provo di nuovo a sorridere. La persona fa un gemito poi raccoglie un bambino e scappa via.

Di sicuro hanno visto il mio viso nei monitor.

Trovo una panchina. La sua struttura è cromo, la superficie una quqalche tipo di plastica. Mi siedo e osservo la fontana e la gente che passa di corsa. Non penso che ci metteranno molto, comunque.


E' stato tutto molto sottotono. Soldati con le uniformi blu, poi i familiari soldati in verde.

Sono rimasti a lungo con le loro armi puntate verso di me mentre la folla, tutto intorno, si disperdeva. Se avessero potuto comprendere la mia lingua avrei detto loro di non preoccuparsi, sarei andato con loro in pace. Ma loro non mi avrebbero capito così ho lasciato che mi puntassero i loro stupidi fucili e che urlassero a chiunque si avvicinava troppo.

Alla fine arrivò uno degli scienziati. Almeno avevo sempre creduto che fosse uno scienziato, anche se indossa una uniforme del tutto simile a quelle degli altri.

Ora il camion si ferma, il motore si quieta. Esco fuori nel nevischio. I fari si accendono dall'alto cosicchè le sole ombre sono quelle immediatamente sotto i veicoli parcheggiati ordinatamente.

Entriamo.

Invece di salire le scale verso dove mi tenevano prima, sono indirizzato verso una piccola stanza, forse un ufficio. Gli uomini mi parlano, ma naturalmente non comprendo quello che dicono.

Lo scienziato indica una sedia. Mi siedo e guardo verso di lui, inquadrando l'uomo col videocchio.

Il silenzio è imbarazzato, ma c'è poco da fare.

Alla fine la porta si apre di nuovo. Entra un uomo. E' sgraziato come tutti gli altri, ma non porta un'uniforme, così assumo che sia importante. E' un uomo magro, con occhi fissi. C'è qualcosa nelle sue maniere che cattura la mia ttenzione. Qualcosa di diverso. Lo guardo fisso, lo seguo mentre attraversa la stanza, poggia il sedere sull'orlo della scrivania.

Si scambiano delle parole e lo scienziato e le guardie lasciano la stanza. Il nuovo arrivato o è sicuro o è pazzo, o tutte e due.

"Il suo segnale è stato bloccato," dice.

Lo avevo sempre sospettato, ma la trasmissione era stata la mia unica possibilità.

Mi arresto, guardo l'estraneo. Avevo compreso le sue parole.

Mi sorride, ma non è proprio un sorriso, piuttosto un'espressione bene esercitata. "Avrei dovuto lasciare che ti sparassero," dice. Poi spalanca le braccia e mi accoglie nel suo abbraccio. Avrei dovuto realizzare che non ero solo in questo posto. Inizio a piangere, con tutte le paure represse e i traumi degli ultimi due giorni. Ci sono tante cose che vorrei chiedere ma, soprattutto, mi chiedo, Da quanto tempo è che siamo arrivati qui?



 
Il racconto, pubblicato col titolo 'Solo' è apparso nel n°1, luglio 1996, della rivista Maind Maps.
La versione elettronica è presente su infinity plus
trad.ital. Danilo Santoni