Tradimenti

Danilo Santoni
illustrazione Antonio Folli

[nel #109/110 di IntercoM questo racconto è stato pubblicato con lo pseudonimo di Maria Sole Carini]


È strano come a volte di un avvenimento, o di una storia, o di una situazione, ci rimanga impresso nella memoria, tanto tempo dopo, un qualche cosa che allora sembrava piccolo e insignificante, un qualche cosa che allora era estraneo all'avvenimento principale.

Di quel giorno di maggio del '76 ricordo ora soprattutto il viso della vecchia che con la solita malagrazia ci diceva che la biblioteca chiudeva entro mezz'ora perché facevano sciopero anche loro contro l'assassinio di Curcio, e che se dovevamo consultare qualche libro non c'era tempo per farlo.

La chiamavamo la vecchia, anzi La vecchia, anche se al massimo poteva avere cinquant'anni; era per come si vestiva e perché era trasandata e slavata e, soprattutto, perché ci stava antipatica: sempre arrabbiata e sempre a fare storie ogni volta che dovevamo prendere un libro in prestito.

Di quel giorno, dunque, ricordo soprattutto il suo viso e la sua voce. Non che abbia scordato il resto, ma nei miei ricordi tutti gli avvenimenti di quel giorno si sono sistemati a forma di spirale attorno a quei lineamenti.

In biblioteca quei giorni ci andavo per consultare lo Stone, vecchio e caro libro che diceva tutto sull'Inghilterra puritana. Non ricordo più se lo dessero anche in prestito, ma ricordo che era talmente grosso che era inutile portarselo a casa. E poi mi piaceva andare in biblioteca a studiare, in silenzio, accanto a tanti altri che si comportavano come te. Mi serviva qualcosa sul periodo puritano in Inghilterra, o meglio sul periodo shakespeariano che lasciasse presagire il puritanesimo. Stavo lavorando alla tesi di laurea, era su The Sound and the Fury di Faulkner, e le parole di quella quinta scena del quinto atto del Macbeth m'hanno sempre affascinato. Ricordo quando andai a vedere la versione di Marini del Regio Teatro di Milano: il nero che trasudava dalle pareti, la luce che si spegneva lentamente e le parole lievi, quasi tremolanti che lasciavano guizzare ombre che sembravano sorgere dalle paure più profonde del nostro spirito. Spegniti, spegniti, breve candela! La vita non è che un'ombra in cammino, un povero attore, che s'agita e si pavoneggia per un'ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla. È un racconto narrato da un idiota; pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato.

Marini nella parte di Macbeth.

Mi rimase molto impressa quella rappresentazione, e poi ha assunto un valore particolare; di li a pochi giorni Marini rimase invischiato nei moti di Torino, quando i cattolici dell'MCR assaltarono il palazzo regio. Assaltarono per modo di dire: li ammazzarono subito senza che riuscissero a fare il minimo danno, ma si disse che c'era immischiato anche lui e lo arrestarono, sì proprio lui, povero attore che s'agitava e si pavoneggiava per un'ora sul palcoscenico.

Prima di andare in biblioteca ero passato in facoltà. Era presto e poi dovevo vedere Enzo. Con Chiara avevo un appuntamento alle dieci e mezzo di fronte alla biblioteca.

Non ricordo chi fu il primo a dirmi dell'assassinio di Curcio, ma tutti ne parlavano, anche perché fino a quel momento i cattolici erano sembrati l'unica speranza per cambiare le cose. I cattolici dell'MCR che volevano un'Italia diversa e senza re. Per un po' gli avevano creduto in molti, anche se l'aspetto religioso fosse soprattutto un impaccio. Forse anch'io, per un momento, avevo sperato in una scorciatoia per cambiare le cose. Un assistente di angloamericano, durante una lezione su The Scarlet Letter, aveva parlato dell'oscuro mondo puritano per contrapporlo al mondo cattolico, quasi che buttarsi nella guerra dei trent'anni e a dar vita all'inquisizione fosse cosa da poco. Ma fino ad oggi i cattolici, sotto sotto, erano visti un po' come una moda, un piccolo mezzo per sentirsi diversi dalla marmaglia che applaudiva alle cazzate del re.

C'era gente preoccupatissima in facoltà, quasi che dopo Curcio venissero ad ammazzare anche loro. Si sentiva parlare di barbaro assassinio e c'era che parlava in continuazione di attentato alla democrazia. Sembrava un po' fuori luogo la parola democrazia nella regia Italia di quei giorni, almeno così mi pareva.

Marini. Il ritmo del suo Macbeth. Un uccidere continuo, visione eroica di un uomo che uccide quell'ombra in cammino.

Spegniti, spegniti, breve candela!


E così ero salito su verso la biblioteca, in anticipo perché Enzo non s'era visto. Ero in anticipo e sapevo che Chiara non ci sarebbe stata ancora. E infatti non c'era, era molto se sarebbe arrivata in orario.

Non entrai, continuai verso le scalette per andarle incontro. Con un movimento irregolare a zigzag scendevano dall'altra parte, lungo il fianco più scosceso della collina: dopo un primo tratto poco inclinato e quasi rettilineo facevano una curva a gomito e diventavano più ripide.

A farle in salita, dopo un'unica tirata, ci fermavamo sempre a quel gomito, perché si vede tutta la città diceva Chiara, ma era soprattutto per riprendere fiato. C'era comunque una bella vista. Tutto il fianco della collina coperto dal rosso particolare dei coppi dei tetti, con le linee di fuga che s'intersecavano. Linee orizzontali ed oblique che si spezzavano al contatto delle masse verticali dei campanili e dei comignoli strani e fantastici come gurgole gotiche.

"Certo che in passato non guardavo tanto al verde!" aveva detto un giorno Chiara mentre ci riposavamo affacciati al parapetto. "Guarda là, per tutta la parte antica non c'è un albero."

"Ma la città medioevale funzionava diversamente, e poi era piccola, il verde lo trovavi fuori." Lo sguardo scivolava lungo il disegno sghembo delle facciate dei palazzi che si perdeva nel disegno totale del panorama. "…La città non era ancora un tradimento della natura."

"Cazzate!"

E quella volta (o un'altra) avevamo parlato di traduzioni. Stava traducendo una poetessa americana morta per overdose (Overoveroverdose diceva lei) e aveva fatto cenno proprio al tradimento.

"…tradurre è tradire!, ma è una cazzata," aveva detto. "Che tradisci? E chi?"

"mi viene sempre in mente La Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge, quel verso che fa 'Day after day, day after day'. In italiano l'hanno tradotto 'Un giorno e un altro, un giorno dopo l'altro'."

"Ebbè? Non è più bello?"

"sì, ma…"

"Cazzate!"

"Sei sempre molto fine!"

Ma Chiara era fine, nonostante tutto, e so che quel verso, la traduzione di quel verso, la preoccupava perché se una cosa puoi migliorarla traducendola, allora potresti anche peggiorarla. Non voleva dirmelo che si preoccupava. Come non voleva dirmi che si preoccupava per tutti quei casini che i cattolici stavano facendo al nord: aveva iniziato gli attentati dopo che quel sempliciotto di papa Luigi se n'era andato per protesta in Francia ("almeno fosse andato ad Avignone," aveva detto Giuseppe. No! A Parigi!" "Ma vuoi mettere le puttane di Parigi con quelle di Avignone?" aveva risposto Augusto ridendo). Combattevano l'industrializzazione portata avanti dai socialisti con Curcio, in difesa della tradizione contadina dicevano, e a nord c'erano stati veri e propri sollevamenti.

La natura, i contadini.

"Certo," aveva detto un giorno Chiara, "loro lassù un po' di industrie ce l'hanno e possono anche fare quello che vogliono…" E mi aveva sorpreso. Chiara non si era mai interessata del mondo che stava fuori delle sue poesie da tradurre.

Stava cambiando, day after day, day after day [un giorno e un altro, un giorno dopo l'altro]


Era giù, in fondo alle scalette. Non guardava in su, come al solito era concentrata sui suoi passi, o su qualche verso scabroso, chissà!. Ci avrebbe messo un bel po' a salire, la strada era lunga. Nel vederla mi venne in mente un'altra Chiara, una Chiara inventata. Mi tornò in mente quel momento quel romanzo che avevo scritto da ragazzino. Era solo mondezza, primi sogni di una fama irraggiungibile, e la protagonista si chiamava Chiara, e tradiva quel personaggio principale che ero io col suo migliore amico.

Ero affacciato al parapetto e mentre la guardavo salire mi chiedevo con quale megliore amico mi avrebbe potuto tradire.

Sergio forse? Col suo parlare lento e strascicato, quasi stanco. Mi mette l'angoscia, aveva detto un giorno Chiara.

O forse Enzo, con quella sua aria spaesata davanti alle donne e quei suoi occhi incerti?

O forse Giuseppe, con quel suo perbenismo da possidente terriero e quel suo odio viscerale per i cattolici?

Un personaggio vive e muore nel suo romanzo per bello o brutto che esso possa essere. Non avevo mai incontrato la Caddy di Faulkner su cui stavo facendo la tesi e neppure un tipo come Quentin che si uccide perché ama la sorella e lei va con tutti. Decomposizione morale del vecchio Sud, agrario e schiavista. Chiara non era Caddy, anche se forse un po' somigliava a quel Quentin che filosofeggiava su tutto, anche su l'orologio fermo d'un campanile.

Ma Chiara, la Chiara di oggi, l'avevo sempre sognata, soprattutto in quel periodo in cui scrivevo quel romanzo ed ora mi sembrava troppo belo stare con lei affacciato al parapetto a parlare di cose che ci sembravano più grandi e importanti di quello che erano veramente.

"Ma il re che ha detto?" mi chiese quando le dissi di Curcio, non sapeva niente dell'assassinio, al solito, qualche verso scabroso…

"Che vuoi che dica: hanno mai detto e fatto qualcosa i Savoia? Si sono ritrovato l'Italia facendo poco o niente e se hanno provato a muoversi hanno combinato solo casini."

"Ma perché Curcio?"

"Perché era il primo ministro, ecco perché. Stanno tentando di far staccare il nord. Il sogno dell'Europa. Parigi e quel papa sempliciotto."

"E ora che succede…?"

"Che vuoi che ti dica?"

Era preoccupata e forse tutta sarebbe stato più semplice se avesse potuto buttarci dentro un tutte cazzate. Come se fosse veramente il racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, e senza alcun significato.

"A volte mi chiedo se la storia potrebbe essere diversa." Lo disse come se si stesse chiedendo se c'era una versione diversa di una poesia. "Mi chiedo a volte come sarebbe potuta essere l'Italia, se questa nostra realtà poteva essere diversa, se non fosse successo qualche avvenimento del passato."

"A me sembra proprio una cazzata, come dici tu."

"Pensa se Michelangelo (o Leonardo o Raffaello) fosse nato morto. Come sarebbe oggi? Sarebbe diverso? Ci penso quando c'è qualcosa che mi fa paura. A volte spero che succeda."

Il suo profilo sembra più sfuggente del solito. Chiara che è sempre stata così, anche da bambina, impenetrabile e irraggiungibile e fragile.

"A volte viene di pensare a come potrebbe essere una vita diversa. Forse si starebbe meglio senza questi re che hanno rovinato l'Italia. Tutta questa corruzione, tutto questo immobilismo… Quanti sogni impossibili si fanno ogni giorno? Va bene forse per scriverci un romanzo."

"Vedi quella casa laggiù?, quella con la facciata rosa e le persiane blu?"

"Sì, e è proprio brutta."

"Be', se crollasse cambierebbe tutto il panorama che stamo guardando."

"Forse, ma solo se guardassimo da quella parte."

"Case brutte di colore rosa e con le persiane blu le trovi dappertutto."


Da piccolo forse avrei potuto chiedermi cosa sarebbe successo in un mondo senza la Cappella Sistina, senza i profili splendidi delle sibille. Ora che Pancov aveva fatto saltare tutto forse so cosa si prova a perdere qualcosa, ma non so cosa si perde non avendo mai avuto qualcosa.

"Ti ricordi quand'eravamo piccoli e facevo la collezione di francoboli? La serie Michelagiolesca era quella che mi piaceva di più."

Riproduceva tutti i volti della volta della Cappella Sistina; più di tutti mi piaceva quello della sibilla Cumana.

"Papà e mamma non ci hanno mai portato a vederla…"

I rumori della città di fronte a noi sembravano ripetere un silenzio magico, quasi un gusto nuovo di percepire la vita.

"Penso che non l'avrebbe potuta dipingere nessun altro."

"Penso di no."


Mi sembra di ricordare che fosse una giornata di sole. Non sono molto sicuro, non è un ricordo vivido come quello della vecchia che ci diceva che la biblioteca avrebbe chiuso. Non capivo comunque l'aria tesa di Chiara e uscendo le dissi di non preoccuparsi, tutto si sarebbe risolto. Intendevo l'incertezza e lo sbandamento per l'assassinio.

"Poco prima che uscissi Enzo è passato a casa."

"Ma.. gli avevo detto che l'aspettavo in facoltà!"

Spegniti, spegniti, breve candela!

"Aveva capito… m'ha baciata."


E' strano, non avevo mai fatto caso che la citazione dal Macbeth non era completa, era solo la metà conclusiva. Infatti incominciava con sarebbe pur morta, un giorno o l'altro. Il tempo per quella parola sarebbe pur dovuto venire… domani, e domani e domani striscia a piccoli passi, di giorno in giorno, fino all'ultima sillaba del tempo prescritto; e tutti i nostri ieri hanno illuminato a dei pazzi il cammino verso la polverosa morte. Spegniti, spegniti… e via a finire.

Ora, dopo tanti anni che faccio il traduttore per mestiere, so che che se si tradisce lo si fa solo in malafede, in tutti gli altri casi si tratta di semplici accomodamenti, uno scendere a patti che è indispensabile per tirare avanti, un giorno e un altro, un giorno dopo l'altro.