Vita di sogno

Danilo Santoni

Gary Cooper si sporse dalla balaustra che si affacciava sulla grande vallata. Il sole era sorto da poco e aveva ancora quella caratteristica tinta rosata che tendeva al violaceo che i tecnici per anni avevano cercato, senza successo, di togliere.

Rosso di mattina..., pensò, ma poi lasciò perdere e si mise a seguire con lo sguardo le linee della campagna che si stendeva pigra davanti a lui. Il nome preciso di quel tipo di panorama era "Campagna Toscana" e senza dubbio aveva proprio tutto del modello di partenza, dai volumi verticali dei cipressi che interrompevano la linea sinuosa dei fianchi delle colline a qualche cascina in pietra che soffocava pigra nel verde, dalle masse dolci e aggraziate dei boschetti al senso di pace che lo strano equilibrio naturale dava all'osservatore... tutte cose piccole e grandi che tendevano a riprodurre fedelmente le caratteristiche principali ed originali di tanti reperti. In questo caso (lo sapeva per averlo sentito dire dai tecnici stessi) i progettisti nel realizzare il panorama avevano fatto ricorso anche alle opere di molti paesaggisti rinascimentali e questo dava a tutto l'insieme un'aria un po' fiabesca, soprattutto per via di quegli sfondi lontani, velati da una foschia azzurrognola piuttosto irreale che lui ritrovava un po' stonata rispetto ai colori in primo piano.

Ben fatto, comunque, disse dentro di se, ma questo non faceva parte del copione. A questo punto ci doveva essere la voce di lei, e così avvenne.

"Non ti ho sentito alzarti, avevo paura che te ne fossi andato..."

Si voltò e Isabella Rossellini era là, nel vano della porta-finestra, colpita a metà dalla luce. Così, col viso un po' in penombra, assomigliava ancora di più a sua madre. La somiglianza così marcata lo colpiva e lo sorprendeva ogni volta. E ogni volta pensava che se avesse dovuto scegliere, avrebbe preferito la mamma alla figlia. (Stiamo invecchiando?, si chiese tra se e se.)

"Ma credi che potessi andarmene senza salutarti?"

Lei lo fissò mentre gli si avvicinava e aveva una sfumatura sul viso come se fosse indecisa se aspettarsi o meno un bacio. Lui la osservava, era bella, comunque, molto bella.

"No, ma avevo tanta paura. Ho tanta paura."

"Sono anni che mi sto preparando per questo momento, te l'ho detto. Non c'è più spazio per la paura dell'ultimo minuto. Sta sicura che quando si accenderanno i motori non avrò paura anch'io, e che sarò abbastanza emozionato quando scenderò sulla luna..."

Lei lo guardava come se volesse imprimersi nella mente anche le più piccole sfumatura del viso di lui.

"Lo sai che ti perderò per sempre." Lo disse come se fosse una cosa nota a tutti.

"Ma che dici, sciocca!" e nell'abbracciarla sentì le vibrazioni del suo corpo, di quel corpo che non poteva togliersi dalla mente.

"Quando tornerai non sarai più tu, non saremo più noi. Tu sarai per sempre il primo uomo ad essere sceso sulla luna. Sarai soltanto quello e noi così come siamo ora, quello che siamo ora, non esisteremo più." Aveva quasi una nota disperata nella voce. Lui non riusciva a sentirsi estraneo all'azione. Era un astronauta che stava per partire per la luna. Era il primo astronauta a partire con la consapevolezza che sarebbe sceso sulla luna. "Un giorno moriremo e tutti, primo o poi si scorderanno di noi... ma di te resterà un qualche cosa che forse non esiste ora e non esisterà dopo, un qualche cosa che è falso. Resisterà qualche immagine della tue discesa e sarai più solo quello..."

C'era silenzio.

"Non andare, ti prego. Non ucciderti... Non lasciarti costruire una immagine come potrebbero fare a un pupazzo."

"Non posso, non posso più ormai. Domani inizierà l'ultima fase del programma, domani inizierà la parte più bella del sogno. E sarà un sogno anche per te, vedrai! Non posso più tirarmi indietro ormai. Non voglio tirarmi indietro."

"Per me non sarà un sogno."

...

"Bene così... questa andava bene. Per oggi può anche bastare."

L'energia, la sacra energia, era già stata tolta al sistema di trasmissione neurocellulare e Arturo Raggi si ritrovò di colpo immerso nella sua grigia esistenza, senza Isabella Rossellini e con una Maria Sole Carini che accanto a lui formava poco più che un'ombra chiara e impalpabile. Lo studio si era rianimato di colpo e in tanti si stavano curando delle apparecchiature elettroniche per la verifica della traslazione virtuale prima di poter dire che la scena era riuscita.

"Per me va benissimo, era il regista che stava parlando, sembrava rivolgersi soprattutto a Maria Sole, è una bella puntata e avrà successo. Sei stata bravissima."

"Grazie, ma non ne potevo proprio più con tutto quel panorama... e il sole, e ci avevate messo anche gli uccelli. Mi fanno stare male... che so, mi sento oppressa se non ho uno spazio limitato da controllare."

"Eh, lo so, è difficile. Ma è difficile per tutti. Apposta si gira tanto poco in esterni. E per questo, però, sono scene che al pubblico piacciono tantissimo."

"E' fortunato Arturo, lui è il grande appassionato di esterni."

Tutti e due si voltarono verso di lui; era appoggiato alla parete e sul viso aveva un'aria sperduta, quasi che stesse aspettando di riprendere da un momento all'altro l'azione.

I tecnici stavano confabulando con l'aiuto regista. Sembrava tutto a posto. La scena poteva essere materializzata olograficamente attraverso il punto di vista dei due attori ed uno esterno. Il regista avrebbe poi montato una copia base anche se poi lo spettatore avrebbe potuto scegliersi il montaggio proprio e il punto di vista che preferiva.

"Dai, andiamo... esternista!" gli fece Maria Sole prendendolo sottobraccio e incamminandosi spedita fuori dallo studio.

"Per te è facile scherzarci sopra...", il neurochip gli pulsava come se volesse scoppiare, al laboratorio gli avevano spiegato (o avevano cercato di fargli capire) che per il sovraccarico si innescavano delle microscillazioni. Meno partecipazione emotiva, gli ripetevano ogni volta, ma per loro era anche troppo facile sminuire tutto: se ne stavano collegati al virtualer e regolavano i livelli e i toni. Avevano delle scale di valori dei livelli, ma che ne sapevano di quello che si provava e che si sentiva? Che ne sapevano del neurochip che come un grosso parassita ti divora la forza del cervello e ti spinge ad andare, ad andare, ad andare...

"Dai, su, non offonderti. Lo sappiamo tutti che sei un grande. E poi non ci sarebbe bisogno di dirlo, hai tutti i personaggi più importanti... ora ti hanno dato anche Chaplin. E' vero no?"

Arturo fece una smorfia che doveva essere un sorriso amaro e la seguì lungo la stradicciola che portava ai camerini. Aveva piovuto e la pioggia doveva essere stata abbastanza acida, c'era una nebbiolina giallastra che si stava formando per l'evaporazione. Ma la cosa, per i tre tronchi anneriti e secchi degli alberi era ininfluente e Arturo non poteva vederla. Gli impianti visivi, anche se avevano un nome tanto altisonante, gli permettevano solo di non andare a sbattere contro un muro o di cadere da qualche scalino. Invece del buio pesto della cecità c'era un mondo grigio di ombre che gli permetteva di muoversi con autonomia ma non riusciva a dargli nessun alito di poesia.

"Voi che vedete non capite che vuol dire. Per voi è normale. Il cielo azzurro, il sole, i fiori, gli alberi, gli uccelli... per voi è naturale. Ma io posso vederli solo durante le registrazioni, solo col 'casco'..." il tono della voce sembrava quasi risentito. "Voi sarete anche stufi, ma per me rappresenta la vita." E lo disse scrollandosi di dosso Maria Sole; salì le scale lasciandola là, in mezzo all'umidità acida che non poteva vedere.

Maria Sole si volse verso il regista quasi sorpresa.

"Il sole, i fiumi, gli uccelli...? Ma che, oltre che cieco è anche sordo? Non li sente i notiziari?"

Il regista scrollò le spalle e guardò in alto. Dietro quella foschia giallastra il sole c'era di sicuro e forse anche l'azzurro del cielo e il bianco delle nuvole; ma che cavolo!, il regista non può mica essere responsabile di tutto quanto! Non può stare a pensare anche alle beghe personali degli attori. Tirò su il bavero della giacca e se ne andò a pranzo, doveva ancora visionare tre paesaggi per la puntata della settimana successiva.

E poi, domani è un altro giorno. Si sorprese con questa frase in testa mentre scendeva una scalinata. Era una bella frase, gli era venuta in mente così. Chi l'aveva detta? Chissà, forse qualche politico. Doveva essere una frase legata a qualcosa di importante.