Viaggio nella memoria

Emilio Enzo D'Amico

I

"Accidenti alla folla!" Pensò Amedeo mentre scendeva dall'autobus. Si soffermò per assestarsi il nodo della cravatta poi si incamminò velocemente.

Entrò nel supermercato e vagò a lungo tra gli alti scaffali cromati. Grazie a Marta, la donna a ore che da anni manteneva in ordine la sua ordinatissima casa, aveva il frigorifero e la dispensa ben forniti, ma c'era sempre qualcosa che avrebbe stimolato la sua curiosità. Infatti, specialmente in giornate come quella, quando si sentiva depresso, amava acquistare tutto quello che, per qualunque motivo, anche assai futile, catturava la sua attenzione e allettava più la sua fantasia che la gola. In certe sere era ritornato a casa carico di cianfrusaglie o di cibi che aveva appena assaggiato, ottenendo così sia una ragionevole tregua con i soliti problemi che lo assillavano, sia dei grossi sensi di colpa per i soldi che aveva sperperato in modo tanto illogico. Ma ai sensi di colpa, purtroppo, era ormai abituato, come se fossero una parte integrante del suo sistema di vita.

Guardò appena i vasetti di sottaceti e le lunghe file di scatolette di carne, si soffermò indeciso davanti ai colori stuzzicanti delle varie marche di maionese, di salsa tartara, di salsa bernese e infine spinse il carrello oltre e svoltò nel corridoio di alti scaffali da cui occhieggiavano le grosse confezioni di biscotti. Con cura depose nel carrello due grandi scatole di pasticceria e proseguì fino ai multicolorati ripiani delle marmellate. Scelse due vasetti, li sollevò controluce e osservò soddisfatto, nella gialla massa gelatinosa, le zone più scure dei pezzi di frutta.

Rimase però indeciso davanti alle lunghe file di bottiglie di vino. Guardò rapidamente in alto, poi in basso e ancora in alto, finchè sentì all'improvviso tutta la stanchezza accumulata nella lunga giornata di lavoro. Le etichette delle bottiglie ondeggiarono, si sfuocarono e si confusero davanti ai suoi occhi arrossati. Amedeo si massaggiò la fronte e si stropicciò le palpebre lacrimose, poi si voltò di scatto e si guardò intorno. Non c'era nessuno, nessuno lo aveva visto. Si vergognò all'idea che avrebbero potuto vederlo in un atteggiamento strano e sconveniente.

Non sapendo decidere prese quattro bottiglie di vino di tipo diverso, a caso, tra le più costose e alcune lattine di birra scura, poi camminò rigidamente impettito fino alla cassa.

L'aria, fuori, era piacevolmente fresca e luminosa. Nei grandi negozi l'aria condizionata e la luce artificiale creavano una strana atmosfera che lo stordiva, periò avvertiva sempre nettamente una enorme sensazione di sollievo non appena si trovava di nuovo all'aperto.

La busta di plastica pesava ed oscillava pericolosamente ad ogni passo, facendo tintinnare le bottiglie, perciò Amedeo rallentò l'andatura e respirando a pieni polmoni giunse nuovamente alla fermata dell'autobus.

Guardò l'orologio, erano appena le diciannove. Avrebbe fatto volentieri quattro passi a piedi, se non avesse avuto quella borsa. "Perchè avere fretta? Più tardi arrivo, meglio sarà..." pensò, poi si sentì defluire il sangue dal volto perchè si rese conto di aver mormorato sottovoce. Incontrò lo sguardo grigio di una ragazzina e serrò le mascelle con rabbia.

"Accidenti a me! Accidenti a me! Accidenti!" Pensò mentre si incamminava lentamente verso casa guardandosi le punte delle scarpe. Si sentiva il collo irrigidito e il braccio indolenzito, ma continuò a reggere la pesante borsa con la stessa mano anche quando si fermò davanti a una vetrina che annunciava "SALDI", "SCONTI", "SALDI DI FINE STAGIONE" con piccoli manifesti multicolori.

Appena arrivato a casa avrebbe avvertito Roberta, c'erano delle cose interessanti.

Roberta. Pensò per un attimo ai suoi grandi occhi scuri, ai suoi corti capelli sempre spettinati e riprese a camminare nervosamente. Quando si sarebbe deciso a prendere in mano la situazione? In certe serate proprio non la sopportava e, in fin dei conti, era sempre più difficile conciliare i loro gusti e le loro scelte. Il loro amore era ormai appiattito e monotono, tanto che gli sembrava strano che un tempo il loro legame era stato entusiasmante, appassionato, ricco di calda ebbrezza e di gioiosa esaltazione. Adesso, invece, solo la sua paura della solitudine gli faceva fimandare continuamente una qualsiasi decisione. Se almeno avesse saputo ritrovare in sé un po' di entusiasmo per qualcuna dele tante cose che potevano fare insieme, allora avrebbe potuto accettare più serenamente quello strano legame che si trascinava nevroticamente da oltre sei anni.

Una breve sibilante risata interruppe bruscamente il corso dei suoi pensieri.

Ai suoi piedi, saltellando come una rana, un piccolo qualcosa, grosso come un pugno, lo fissava con derisione.

"Non ne sarai capace, no, no, non ne sarai capace..." scandì con una vocetta esile e stridula.

Amedeo sollevò un piede per calpestarlo, ma il mostricciattolo saltò schivando il colpo, poi agitò le mani facendo rapidi gesti di scherno.

"Sono sempre più prepotenti!" Pensò, poi si guardò rapidamente intorno. Nessuno dei pochi passanti sembrava averlo notato, perciò continuò a camminare e, con un sospiro di sollievo, fissò il vuoto davanti a sé.

Svoltato l'angolo socchiuse le palpebre e guardò in direzione della sua casa. Qualcosa si muoveva dietro il cancello.

Ignorando la cosa che zigzagava intorno alle sue scarpe, stridendo frasi ironiche, allungò il passo ed iniziò a fischiettare. Intanto pensava: "Non può essere, non può essere assolutamente... calma, calma e poi calma..."

Ma si sbagliava. Aggrappato al cancello c'era un ragazzo alto e magrissimo, con gli occhi chiusi. Stava inginocchiato e le sue gambe formavano una curva strana con il bacino, come se avesse dei gommosi arti paralizzati. I tendini contratti delle sue magre braccia indicavano l'enorme sforzo compiuto per tirare su l'esile busto e per mantenersi aggrappato.

"Adesso osate anche uscire! Vi vedranno, vi vedranno tutti!" Disse Amedeo mentre apriva il cancelletto facendo cadere malamente il ragazzo sulle spalle. "Un giorno o l'altro non tornerò più in questa stramaledetta casa!"

Il ragazzo singhiozzò e si coprì il volto pallido con le mani. Dopo avere appoggiato in terra la borsa, Amedeo lo afferrò per le spalle e lo scrollò a lungo, con rabbia, in silenzio, poi lo lasciò nuovamente cadere e gli assestò un calcio nel fianco.

"Maledetto!" Esclamò mentre si avviava verso il portone, seguito dalla cosa saltellante che continuava a cantilenare: "Non lo farai, no, no, non lo farai..."

"Aiutami, aiutami per favore..." mormorò il ragazzo tendendo un braccio.

"Come sei uscito così rientri!" Disse Amedeo con rabbia e rimase a fissarlo mentre strisciava con fatica sul vialetto trascinando il corpo in avanti solo con la forza delle braccia. Quando varcò il portone, ansimando dolorosamente per la fatica, Amedeo lo colpì di nuovo con un calcio, sorridendo freddamente.

"Guarda come ti faccio camminare bene!" Disse mentre il ragazzo rotolava oltre la soglia e si raggomitolava, vicino al muro, in posizione fetale, cercando di sollevare, con movimenti frenetici delle magre mani, le ginocchia sull'addome, per ripararsi.

"Facciamo dei bei progressi, bravo!" Disse Amedeo avvicinandoglisi e gli assestò un calcio nel fianco. Poi andò in cucina.

Nel forno ci sono due hamburger, spinaci e patate. basta riscaldare cinque minuti. Marta. Il biglietto era sul tavolo apparecchiato, appoggiato ad un bicchiere pieno di succo di arancia.

Amedeo bevve avidamente, appallottolò il biglietto e lo lasciò cadere nella pattumiera. Accese il forno, salì in camera, si cambiò velocemente i pantaloni, si infilò un maglione e tornò ciabattando. Con gesti rapidi e sicuri tolse le due teglie, afferrò la cosa che gli saltellava davanti, la scaravantò nel forno, richiuse lo sportello e girò la manopola al massimo.

Sogghignò sentendo dei colpi soffocati e la vocetta lagnosa che strillava acutamente: "Non lo farai mai, no, no e poi no. Non lo farai mai, no no e poi no!" Poi si mise tranquillamente a sedere, afferrò il pane e iniziò ad affettarlo con meticolosa lentezza.

"E io?" Chiese il ragazzo guardandolo con occhi lacrimosi.

"Fuori! Fuori! Va' via!" Replicò Amedeo seccamente, poi, vedendo che accennava un movimento per avvicinarsi, gli lanciò il coltello, centrando la mano che si stava protendendo verso di lui.

Con movimenti frenetici il ragazzo si trascinò in un angolo vicino al figorifero, si leccò la ferita, poi disse con tono rassicurante: "non mi hai fatto nulla di grave... nulla, non è nulla."

"Per quel che me ne frega!"

Dal forno non proveniva più alcun rumore, perciò Amedeo si alzò, girò la manopola e aprì lo sportello.

"Stronzo!" Squittì mentre saltellava sul pavimento agitando le minuscole braccia ustionate, poi, cantilentando: "Non lo farai, mai, mai e poi mai..." uscì dalla stanza con grandi balzi.

Amedeo si sedette nuovamente a tavola e iniziò a mangiare.

"Ho sete." Ansimò il ragazzo dal suo angolo.

Amedeo continuò a masticare con indifferenza.

"Ho sete. Per favore." Riprese a lamentarsi poi ripetè: "Ho tanta sete, ti prego, ti prego..." "Pulisci quelle macchie di sangue." gli rispose con noncuranza. "Domani Marta deve trovare tutto in ordine. Mica la pago per pulire quello che combini tu!"

Si versò del vino, lo ammirò controluce e lo bevve a lenti sorsi, schioccando la lingua.

II

Come al solito, appena svoltato l'angolo, Amedeo socchiuse le palpebre e guardò in fondo alla strada, in direzione del cancello di casa sua. Sembrava tutto a posto. Quella sera, però, non aveva proprio alcuna voglia di rientrare, perciò tornò indietro, entrò in un bar e bevve un aperitivo. Poi passeggiò fino all'edicola dei giornali e guardò a lungo le copertine delle riviste esposte. Quando incontrò lo sguardo della giornalaia, una grassa donna che lo fissava al di sopra degli occhiali appoggiati quasi sulla punta del piccolo naso, allora si sentì a disagio. Rapidamente scorse ancora con lo sguardo lungo le file delle riviste e ne acquistò una qualsiasi. Se la infilò nella tasca esterna della giacca, dopo qualche passo, però, la tirò fuori, l'arrotolò a mo' di tubo e la portò in mano tornando lentamente verso casa.

Sul marciapiede davanti al cancello stava passeggiando un signore alto e leggermente curvo, con un grosso pacco sotto il braccio. Amedeo non pensò minimamente che potesse aspettare proprio lui, perciò lo fissò, mentre si avvicinava, senza eccessiva curiosità. Dalla distanza che li separava non poté giudicare bene quanti anni avesse, ma dovevano senz'altro essere molti perché aveva una lunga barba bianca e dei capelli altrettanto bianchi, folti e accuratamente pettinati. Portava un grosso paio di occhiali da sole, dalle lenti molto scure ed aveva un completo grigio a righe dalla foggia un po' strana.

Abbassando lo sguardo, mentre gli passava accanto, guardò per un attimo il pacco dalla carta vistosamente colorata. Si accinse ad aprire il cancello, tenendo la rivista sotto l'ascella.

"Amedeo?" chiese il vecchio signore con una voce roca ed esitante, come se si sforzasse di contraffarla. "Il signor Amedeo?"

Si voltò a guardarlo, imbarazzato. Non era poi così vecchio come aveva pensato, a dare quell'impressione era solo il colore candido dei capelli e della barba accuratamente livellata sulle guance.

"Permetta che mi presenti, sono Daniele De Filippi e vengo da parte di suo zio Dino..."

Amedeo gli tese la mano sorridendo cordialmente, l'altro gliela strinse con rapidità poi fece un passo indietro e lo fissò in silenzio.

"Si accomodi, le faccio strada." Disse Amedeo mentre apriva il cancello. Alzò lo sguardo e vide il volto triste del ragazzo dietro le leggere tendine di una finestra al secondo piano. 'Meno male, sono rimasti in camera mia.' Pensò, poi con un gesto di stizza abbassò lo sguardo.

"Spero di non disturbarla, mi tratterrò solo qualche minuto, il tempo di consegnarle questo e di riferirle..."

"Assolutamente nessun disturbo!" Si affrettò a replicare con un sorriso. "Si accomodi." Amedeo aprì la porta e lo guidò fino all'ampio soggiorno.

De Filippi si guardò intorno ed accarezzò con lo sguardo le alte librerie di noce, il caminetto, le poltrone di pelle nera, le stampe alle pareti.

"Si accomodi, la prego." Amedeo continuava a sorridere, soddisfatto di come riusciva ad apparire calmo e con un gesto indicò la poltrona più vicina. "Se non le dispiace mi assento per un attimo, devo fare una telefonata velocissima, poi sarò completamente a sua disposizione."

L'altro accennò un movimento della testa, come soprappensiero, poi si afferettò a replicare: "Sinceramente, se non è un momento adatto, questo, posso ritornare dopo cena... sa, riparto domani, all'alba. Suo zio aveva detto che lei rientra a quest'ora e che..."

"Le ripeto che non mi disturba affatto, mi creda." Lo interruppe Amedeo, poi indicò il mobile bar. "Si serva pure, si consideri a casa sua."

Si allontanò rapidamente e salì le due rampe di scale fino al piano superiore. Spalancò di colpo la porta dela stanza e fissò il ragazzo, aggrappato al bracciolo di una poltrona, con la cosa che gli saltellava intorno sghignazzando.

"Non voglio sentire il minimo rumore, capito?" Sibilò mentre gli si avvicinava. Lo sollevò e lo sbatté sulla poltrona. Il ragazzo si afflosciò con un gemito e Amedeo lo colpì con un pugno in pieno volto.

"Ho detto silenzio, silenzio assoluto."

La cosa saltellante gli si avvicinò, gli fece una linguaccia e schizzò di lato evitando per un pelo il calcio di Amedeo.

"Silenzio assoluto." Ripeté sottovoce, guardandoli con odio, poi uscì e chiuse la porta a chiave.

Si avvicinò al telefono e fece il numero di Roberta.

"Ci sono dei contrattempi per questa sera." Esordì bruscamente.

Intanto al piano di sotto il signor De Filippi si asciugava gli occhi inumiditi con il dorso di una mano. 'Utilissimi questi occhiali scuri' Pensò. 'Non mi ha riconosciuto. Del resto come potrebbe... sono talmente cretino, a volte...'

Si avvicinò alla libreria e sfiorò con dita tremanti la costola di alcuni libri, poi si girò verso il caminetto ed osservò le statuette di porcellana disposte sulla mensola.

"Che tempi meravigliosi!" mormorò, poi lentamente si mise a sedere. "Quanto si può essere idioti!" Scosse il capo e rimase così, a fissare il vuoto con una strana espressione desolata, stringendo nervosamente gli occhiali con le mani sudate. Ben presto si ricompose, con un sospiro si passò una mano sugli occhi, si rimise gli occhiali e si appoggiò rigidamente alla morbida spalliera.

"A noi due." Disse e sorridendo fissò la porta da cui giungeva, attutito, il rumore dei passi di Amedeo.

III

Erano le ventidue circa quando rientrarono. Al ristorante il servizio era stato rapido, ma si erano attardati parlando quasi come se centellinassero con l'ultimo bicchiere di vino, che non rimaneva poi l'ultimo, anche la strana atmosfera familiare che si era instaurata tra di loro all'improvviso.

"Dopo di lei, prego." Disse Amedeo accennando un inchino. Riseo insieme. De Filippi si schermì e disse con la sua voce roca: "Prima i giovani!" lo spinse leggermente per le spalle e rimase poi irrigidito sulla soglia.

"Temo di disturbare, signor Amedeo. Temo di disturbare troppo."

"Non lo deve minimamente pensare... eravamo già d'accordo per il bicchiere della staffa. Vedrà che non mi sbagliavo, ho il brandy migliore delmondo. Non rimarrà deluso, glielo garantisco."

Mentre Amedeo preparava i bicchieri, de Filippi accennò qualche passo nella sua direzione, sorrise, poi scrollò la testa e si mise comodamente a sedere.

"Lo assaggi in religioso silenzio, è una cosa divina." Disse Amedeo porgendogli il bicchiere, quindi si sedette a sua volta. Bevvero a piccoli lenti sorsi, scambiandosi cenni di approvazione, poi Amedeo frugò nel taschino interno della giacca e ne tirò fuori le sigarette. Tese il pacchetto a De Filippi.

"No, grazie," rifiutò con un gesto della mano, "prima ne ho accettata una molto volentieri... così, per nostalgia. Fino a pochi anni fa fumavo anch'io coteste sigarette e quante ne fumavo! Adesso sono passato ad un tipo molto più leggero, sa, per la mia gola..." Allungò il braccio e tese il portasigarette. "Vuole provare una delle mie?"

"No, grazie." Rifiutò Amedeo e si sentì vagamente disturbato dalla vista di quelle strane sigarette dalla forma tozza e dallo strano filtro di materiale plastico trasparente entro cui brillava una spirale metallica.

Fumando in silenzio, Amedeo ripensò agli aneddoti che De Filippi gli aveva raccontato, fatti curiosi e allegri, saputi dallo zio Dino, sulla propria infanzia, alcuni dei quali lui stesso aveva dimenticato e aveva ricordato con gioia, ridendo di gusto.

"Qualcosa che non va?" Chiese educatamente, con noncuranza.

"Affatto." Amedeo lo guardò sorridente. "Pensavo al regalo di zio Dino e mi rallegravo per avere uno zio con tanto buon gusto."

Guardarono entrambi il bronzetto appoggiato sul tavolino, sopra la grossa scatola. Era un fauno che suonava la siringa, con una zampa sollevata in atto di danzare. Amedeo lo ammirò con soddisfazione e pensò che valeva senz'altro molto. Sarebbe stato benissimo nell'ingresso, sulla consolle dove una volta c'era la piccola Venere di marmo, degli inizi dell'ottocento, che lui aveva rotto tirandola al ragazzo, una sera d'inverno in cui si sentiva eccessivamente torturato dalla sua presenza.

"Sì, ha molto buon gusto... non certo come sua zia, la signora Beatrice, ricorda?"

Amedeo esplose in una risata. "Sa anche questo? Oh, poveri noi, poveri noi... zio Dino ha sperimentato con lei un nuovo tipo sofisticatissimo di tortura: la sala dei ricordi di famiglia!" Rise ancora e pensò al centrotavola di ceramica che sua madre tirava fuori dal ripostiglio in occasione delle rare visite di sua zia. Ricordò gli orribili centrini di pizzo verde. "Si sarebbe offesa a morte se non avesse visto quella roba là... l'ho ancora quella roba, in soffitta, da qualche parte. Si fosse mai rotta!"

Il campanello interruppe le loro risate e si guardarono reciprocamente con disagio malcelato.

"Sarà Roberta, è la mia fidanzata. Sarò lieto di presentargliela, così lo zio potrà avere sue notizie più dettagliate."

"Preferisco di no." Replicò velocemente, poi guardò l'orologio e continuò: "Tra una mezz'ora dovrò andare via e vorrei ancora parlare con lei. E' importante." Colse un lampo di smarrimento negli occhi di Amedeo e si affrettò a rassicurarlo. "Non si preoccupi," aggiunse con un sorriso, "non è niente di grave, è che... come dire... insomma sarebbe meglio se fossimo soli."

Il campanello squillò ancora con lunghi trilli impazienti.

"Capisco." Mormorò Amedeo rimanendo per qualche istante ancora immobile a fissare, con evidente perplessità, quel viso sorridente. 'E' buio e non si è tolto gli occhiali da sole. Perchè?' si chiese ed ebbe all'improvviso paura di ciò che avrebbe detto. Si affrettò verso il portone d'ingresso.

"Finalmente!" esclamò Roberta. "Credevo che tu fossi diventato sordo."

"Hai lasciato i fari accesi." Sussurrò Amedeo indicando la macchina oltre il cancello.

"Un attimo, vado a spengerli e torno subito."

"E' meglio che ritorni a casa, Roberta, se ne andrà tra poco... dobbiamo parlare, poi ti telefono." Disse Amedeo afferrandola per un braccio.

"E perchè mai?" Si liberò con uno strattone e lo fissò con rabbia. "Ancora segreti alle mie spalle? E' così?"

"Non essere sciocca!" Replicò con impazienza. "Ti ho già detto per telefono come stanno le cose! Ti prometto che ti richiamo appena se ne sarà andato e ti farò un resoconto dettagliatissimo. Cerca di capire. E' qua solo per stasera. Viene da parte di zio Dino e sai quanto gli sono affezionato. Sì... lo so... ci scriviamo solo a Natale, da molti anni, da quando se ne è andato in Canada. Ma è l'unico parente che mi sia rimasto ed è grazie a lui e ai soldi che mi manda regolarmente che posso mantenere questo tenore di vita..."

"Sì, sì, conosco la storia!" tagliò corto Roberta, poi sgusciò attraverso il portone socchiuso, percorse il corridoio con piccoli passi rapidi e silenziosi e si affacciò alla porta del soggiorno.

De Filippi si era alzato e stava guardando i titoli dei libri nello scaffale accanto al mobile bar, volgendo le spalle alla porta.

Delicatamente, ma con decisione, Amedeo afferrò Roberta per le magre spalle e la riaccompagnò al portone.

"Non mi piace quell'uomo. Ha un'aria strana. Ha un'aria strana, c'è qualcosa di familiare... non so dove, ma l'ho visto da qualche parte..."

"Ma che diavolo dici! Non lo hai neanche visto bene."

"Io non sbaglio mai, dovresti saperlo..."

"Sì, sì, conosco la storia!" Replicò Amedeo, imitando la sua voce stridula. Roberta lo fissò con occhi gelidi, poi afferrò la maniglia del portone e se lo tirò alle spalle. Il tonfo rimbombò nel silenzio.

Amedeo rimase immobile finchè sentì il rumore della macchina che si allontanava, poi ritornò nel soggiorno cercando di apparire il più tranquillo possibile.

"Non le ho causato qualche guaio, vero?" Domandò de Filippi appena Amedeo si fu seduto. "Non è nulla, nulla." Cercò di sorridere, reprimendo la collera e l'ansia. Ecco come si può rovinare una serata piacevolissima. Cercò di non pensarci più.

"Stavamo dicendo?" Chiese Amedeo mentre cercava sul tavolino e poi sul divano il pacchetto delle sigarette.

"Parlavamo di zia Beatrice, del suo centrotavola, ricorda? Era una ceramica orribile, una montagna di frutta alta così, con dei meravigliosi ghirigori dorati!"

"... meravigliosi ghirigori dorati!" Ripeté Amedeo ridendo. Non gli sembrava affatto strano che quell'uomo conoscesse tanti futili particolari della sua vita.

"No, non parlavamo di questo." Disse improvvisamente De Filippi, continuando a sorridere soddisfatto.

Amedeo, per nulla allarmato, allungò un braccio indicando la parete di fronte. "Il quadro! Il quadro dei nonni, la marina!"

"Non parlavamo di questo," continuò con calma, "cioè parlavamo di questo, ma non è questo ciò che volevo dirle. No, no."

De Filippi calcò con intenzione certe parole, quasi le avesse sottolineate nell'aria fumosa.

"Lo zio Dino?" Chiese Amedeo alzandosi, incapace di mascherare l'ansia e il nervosismo. "Lo zio Dino non sta bene?"

"Stia calmo, non si preoccupi subito di certe cose. Sempre la solita ossessione della malattia e della morte, vero?"

"Voglio sapere come sta lo zio Dino. Lo voglio sapere."

"Per quello che so io... vediamo... sì, è morto da sei anni e mezzo." Sorrise e sembrò divertirsi nel notare le diverse espressioni che si alternavano sul volto impalidito di Amedeo. "Beva qualcosa, per favore, mi ha tutta l'aria di non sentirsi troppo bene... e dimentichi ciò che ho detto, per favore, lo dimentichi."

Amedeo non seppe cosa rispondere: Si sentiva confuso, sbalordito e anche un po' intimorito. Si avvicinò al mobile bar e prese una bottiglia di porto. 'E' ubriaco?' Si chiedeva. Si versò una discreta quantità di liquore, poi si girò di scatto e disse: "Scusi, non le ho chiesto se gradiva..."

Si interruppe e rimase con la bocca socchiusa a guardare De Filippi che, alzatosi, si era portato a pochi centimetri dal suo volto e si stava togliendo gli occhiali con studiata lentezza.

"Cucù! Chi sono?"

Amedeo strinse con forza il bicchiere con entrambe le mani. Aveva ragione Roberta, quel volto aveva qualcosa di familiare, ma in quel momento, sconvolto com'era, non sapeva proprio capirne il perchè.

"Questo me lo bevo io," disse togliendogli il bicchiere di mano, "tu ne avresti più bisogno, è vero, ma ho voglia di brindare. Scusa l'entusiasmo, dopo ti spiego... ora torniamo a noi. Avanti... chi sono? ...eh? Chi sono?"

"Signor De Filippi, io... veramente..." Amedeo cercò di guadagnare tempo e guardò accuratamente quegli occhi, il naso, la barba, i folti capelli.

"Beh... effettivamente mi sono camuffato un po', solitamente non porto la barba, sai com'è, non volevo che ti venisse un accidente!" Rise a lungo, poi lo prese per un braccio e lo attirò a sé. Lo abbracciò rapidamente, Amedeo non ebbe la forza di divincolarsi e si lasciò guidare fino alla poltrona. "Amedeo, sei la persona che amo di più, credimi, ma sei anche quello che odio maggiormente, non posso perdonarti per ciò che mi hai fatto. Ma finalmente posso liberarmi di te." Lo fece sedere e gli si inginocchiò davanti, poi gli cacciò in mano il bicchiere semivuoto.

"Ecco il nostro bicchiere, bevi. Brinda anche tu. in un certo qual modo è anche la tua festa."

Lo guardò bere, poi gli tolse il bicchiere di mano e lo appoggiò in terra. Gli strinse le mani fra le sue e le sollevò di fronte ai suoi occhi.

"Non noti niente? Su, guarda!" Lo fissò negli occhi imbambolati e spiò per qualche istante il suo sguardo inespressivo. "Allora?" Chiese con ansia, poi gli lasciò le mani e si sollevò in piedi. "Meglio, così, sarà tutto più facile."

"Le sarei grato se potesse spiegarmi." Amedeo si sentiva così confuso che non riuscì a proseguire e non tentò neppure di fare domande. Sentì un motore rombare e si augurò che fosse tornata Roberta, ma la macchina proseguì e il rumore svanì nel silenzio. Si alzò e raccolse il bicchiere abbanddonato sul pavimento.

"E' là la piscina, vero?" Chiese sottovoce. "E' piena?"

"Sì."

"Vorrei che me la mostrassi. Ho una sorpresa per te, una bella sorpresa."

"Cosa significa?" Mormorò.

"Significa che ho una bella sorpresa per te. E adesso fammi vedere quei due cosi che sono su, in camera tua. Ricordo molto bene. So che il ragazzo è paralizzato, già, un facile bersaglio per i tuoi calci... poi c'è quel buffo esserino, quell'altro affare, già, quello che ti prende sempre in giro... più difficile da acchiappare, certo, ma non è impossibile liberarsene. Non fai altro che pensarci, ma poi non ne hai mai il coraggio, basterebbe poco, che so... metterlo nel frullatore, per esempio! Ma tu no, non ne sarai capace, vero? 'Non lo farai, no e poi no!' Ti dice così, vero?"

Amedeo urlò e gli sembrò di svenire. De Filippi lo schiaffeggiò ripetutamente.

"Silenzio, senti come li agiti?"

Dalla stanza di sopra giunse un ovattato tramestio, un rumore come di salti e di mobili spostati.

Amedeo riaprì la bocca per urlare, ma si irrigidì subito perchè la mano di De Filippi era a pochi centimetri dal suo viso.

'Dio mio, ma che cosa sta succedendo?' pensò per un attimo, poi si accasciò sul pavimento.

IV

Una fresca brezza gli scivolava sul volto sudato e sui capelli arruffati. Si lasciò cullare da quella sensazione piacevole per una quantità di tempo che gli sembrò lunghissima, ma che avrebbe voluto ancora far durare per molto. Uno strano rumore familiare, però, lo costrinse ad aprire gli occhi. 'Dove sono?' pensò mentre si massaggiava la nuca con lenti movimenti.

"Stronzo!" Sibilò gracchiante, poi iniziò a saltellare davanti ai suoi occhi, sulle rosse lucide mattonelle.

Amedeo si sollevò a sedere. Era sul bordo della piscina. Si voltò verso la porta illuminata e vide un'altra sagoma, controluce, che trasportava un fagotto sulle spalle. Si stropicciò gli occhi con le dita indolenzite.

"Eccoli qua!" Ansimò De Filippi gettando in terra il ragazzo, accanto a lui. Amedeo seguì la traiettoria con un rapido movimento della testa e quando percepì nettamente, nel silenzio, lo scricchiolio delle ossa e il lungo gemito di terrore, si sollevò in piedi barcollando. Con movimenti rapidi delle mani si spolverò i pantaloni e le maniche della giacca.

"Questa poi..." Mormorò De Filippi osservando i suoi movimenti, poi alzò le braccia e le lasciò ricadere. "Ecco di cosa ti preoccupi! E' molto importante, in questo momento, che tu sia in ordine, veramente molto importante." Con rapidità, respirando un po' a fatica, chiuse la vetrata e si avvicinò alla tettoia della serra dove c'erano gli interruttori. Quattro faretti, agli angoli della piscina, si accesero in rapida successione.

"Allora, Amedeo, cosa vogliamo farne?" Chiese mentre si avvicinava al ragazzo che si ritrasse con un'ombra di paura negli occhi. Afferrò la cosa saltellante, la collocò sul palmo della mano, l'acccarezzò come fosse un cucciolo e tese il braccio verso Amedeo.

"Falli fuori, sbarazzatene subito. Adesso."

"Non posso! Non posso!" Urlò Amedeo e cercò di fuggire via, ma De Filippi lo agguantò per una spalla e lo costrinse a fermarsi.

"No, mio caro, tu non te ne vai, guardali." Lo spinse di nuovo sul bordo della piscina. "Guardali! Guardali! Non hai che da spingerli oltre il bordo, così... con la punta del piede... un attimo solo e tutto sarà finito."

"Non posso, non posso!" Ripeté Amedeo scrollando la testa con violenza.

"Lo so, lo so, altrimenti non sarei qua, adesso. Ma ci ho provato lo stesso." De Filippi rovesciò la mano. La piccola cosa rimase per un po' afferrata alle sue dita poi cadde con uno stridio di imprecazioni.

"Tu stai troppo male, Amedeo, sei malato, te ne rendi conto? Stai zitto e ascolta! Sì, tu stai male, male, non fai che covare rancori veso te stesso, sei gonfio di rimorsi, speranze fallite, sensi di colpa, vecchie ferite, vecchie abitudini... insomma..." la sua voce sembrava tanto aumentare di intensità, che Amedeo si tappò le orecchie con le mani. "...insomma, tu non hai il diritto di farmi questo, non ne hai alcun diritto!"

"Io non posso liberarmi di loro, non posso..." protestò debolmente.

"Lo so, è duro, lo so, ma è più duro tenerseli!" Poi riprese, pacatamente: "Sei immobilizzato, Amedeo, sei paralizzato, hai paura del futuro e il tuo passato è pieno di sensi di colpa. Ma che vita è? Altro che i racconti idilliaci rifilati allo zio Dino... il lavoro all'azienda, la fidanzata ricca e innamorata, Marta che tiene tutto in ordine... Cazzate, tutte cazzate! Hai ventinove anni, vuoi continuare ancora così per quanto?"

"Ma lei, insomma..."

De Filippi, con rapidità, gli immobilizzò un braccio dietro le spalle e lo spinse ancora più vicino al bordo della piscina, tanto che, stando pericolosamente in bilico, sarebbe caduto se non fosse stato sorretto dalla sua stretta dolorosa. "Quanto vuoi continuare così? Te lo dico io, continuerai a sfuggire, continuerai a giustificare la tua infelicità per mascherare la tua debolezza ancora un bel po'... per tanti anni... tanti... gli anni migliori..." Gli sibilò vicinissimo, con rabbia, quasi sfiorandogli l'orecchio con la bocca, "...fino a quarantatré anni. Quarantatré anni, sappilo, poi non ce la farai più!"

"Ma lei chi è?" Amedeo, che era talmente paralizzato dalla paura da subire gli eventi passivamente, si stupì per primo per quella domanda, che gli era uscita fuori così, quasi a sua insaputa.

"Non mi hai riconosciuto. Cosa vuoi farci? Chi può dire di conoscere veramente se stesso? Tu poi non hai mai imparato niente, per questo hai sofferto e soffrirai tanto, Dio! come soffrirai! Ma almeno ti darà la forza di capire e di reagire, una buona volta!"

"Come?"

"Capirai che c'è un sistema solo, rapido ed efficace, per liberarti del tuo passato, perchè qui sta la soluzione: liberarsi del passato."

Caddero insieme nella piscina. Amedeo tentò di sollevari, ma l'altro gli stava a cavalcioni sulle spalle e gli premeva la testa sul fondo. Si divincolò e tentò di resistere, ma infine fu costretto a respirare. L'acqua gli esplose nei polmoni con un sordo gorgoglio. L'ultima cosa che vide, in uno strano attimo di lunga lucidità dolorosa, fu l'ondeggiare dei corpi inerti del ragazzo e di quella piccola cosa ormai rattrappita che si posavano sul fondo, là, proprio di fronte ai suoi occhi immobili.


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