Virus della mente

Richard Dawkins

 

1 Duplicazioni

Una bella bambina al mio fianco, di sei anni, la pupilla degli occhi di suo padre, crede che Thomas the Tank esista davvero. Crede in Babbo Natale, e per quando sarà grande la sua ambizione è di diventare una Fata dei Dentini. Come i suoi compagni di scuola si fida della solenne parola dei rispettabili adulti, che le Fate dei Dentini esistono e che Babbo Natale esiste. La bimba ha un’età in cui crede a qualunque cosa le si dica. Se le parlate di streghe che mutano principi in rospi vi crederà. Se le dite che i bimbi cattivi arrostiscono per l’eternità all’inferno avrà gli incubi. Ho appena scoperto che, senza il consenso di suo padre, questa dolce, fiduciosa e credulona bambina di sei anni sta per essere mandata, per un corso di istruzione settimanale, da una suora cattolico-romana. Che possibilità ha?

Una bambina è modellata dall’evoluzione per assorbire la cultura della sua gente. Com’è risaputo, è questione di pochi mesi prima che impari i dati essenziali del loro linguaggio. Un vasto dizionario di parole da pronunciare, un’enciclopedia di informazioni di cui parlare, regole sintattiche e semantiche assai complesse per dare ordine al parlato: tutto ciò viene trasferito da cervelli più anziani nel suo, prima che raggiunga metà della sua taglia di adulta. Se si è programmati per assorbire informazioni utili ad altissimo ritmo, è difficile al tempo stesso escludere informazioni perniciose e dannose. Con un numero così elevato di bit mentali da caricare, così tanti codici mentali da replicare, non meraviglia che i cervelli dei bimbi siano creduloni, praticamente aperti a ogni suggerimento, vulnerabili al sovvertimento, facili prede di fanatici alla Moon, scientologi e suore. Come malati immuno-deficienti, i bambini sono totalmente esposti a infezioni mentali che gli adulti sono invece in grado di spazzare senza alcuno sforzo.

Anche il DNA include codici parassitali. Il meccanismo cellulare è alquanto abile nel copiare il DNA. In quegli aspetti che riguardano il DNA, esso sembra avere un desiderio smanioso di copiare, sembra ansioso di essere copiato. Il nucleo della cellula è un paradiso per il DNA, alle prese con una un macchinario di duplicazione sofisticato, rapido e preciso.

Il meccanismo cellulare è così ospitale nei confronti della duplicazione del DNA che non sorprende affatto che le cellule diano alloggio ai parassiti del DNA ---virus, viroidi, plasmidi e una marmaglia di analoghi viaggiatori genetici. Il DNA parassitale si unisce persino senza cuciture negli stessi cromosomi. I "geni che saltano" e dei tratti di "DNA egoista" si scindono o si copiano dai cromosomi e si attaccano altrove. È pressoché impossibile distinguere gli oncogeni dai geni legittimi tra i quali essi sono congiunti. In momenti evolutivi, probabilmente si verifica un traffico continuo da geni "regolari" a geni "fuorilegge" e viceversa (Dawkins, 1982). Il DNA è solo DNA. L’unica cosa che distingue il DNA virale dal DNA ospite è il suo metodo supposto di passare a generazioni future. Il DNA ospite, quello "leggitimo", è solo DNA che aspira a passare alla generazione successiva attraverso la via ortodossa dello sperma o dell’uovo. Il DNA "fuorilegge", o parassita, è solo DNA che cerca una strada più veloce, meno cooperante, per il futuro, tramite una gocciolina spremuta o una macchia di sangue, piuttosto che tramite sperma o uovo.

Per i dati su un floppy disc, un computer è un paradiso nello stesso modo in cui i nuclei della cellula fremono dall’ansia di duplicare il DNA. I computer e i loro associati, i lettori di dischi e nastri, sono progettati badando soprattutto all’alta fedeltà. Come accade per le molecole di DNA, i byte magnetizzati letteralmente non "vogliono" venire copiati fedelmente. Eppure, potete scrivere un programma di computer che faccia i suoi passi per duplicarsi. Non solo duplicarsi all’interno di un computer, ma anche diffondersi ad altri computer. I computer sono assai abili nel copiare byte e a obbedire ciecamente alle istruzioni contenute in quegli stessi byte, che sono specchietti per le allodolev per i programmi che si autoreplicano: del tutto esposti a sovvertimento da parte di parassiti del software. Ogni persona familiare con la teoria dei geni egoisti e dei meme avrebbe dovuto sapere che i moderni personal computer, con il loro traffico promiscuo di floppy disc e link di e-mail, sembravano andare in cerca di guai. L’unico aspetto sorprendente nell’attuale epidemia di virus da computer consiste nel fatto che ci abbia messo tanto ad arrivare.

2 Virus di Computer: Un modello per un’epidemiologia informatica

I virus dei computer sono brani di codice che si innesatno in programmi preesistenti e legittimi e ne sovvertono le normali azioni. Possono viaggiare tramite floppy disc scambiati o su network. Tecnicamente sono distinti dai "worms" ("vermi"), che sono interi programmi di per sé, e di solito viaggiano su network. Piuttosto diversi sono i "Cavalli di Troia", una terza categoria di programmi distruttivi, che di per sé non si autoreplicano, ma si basano sugli esseri umani per essere duplicati, a causa del loro contenuto pronografico o altrimenti accattivante. Sia i virus che i worms sono programmi che in realtà dicono, in linguaggio di computer: "Duplicami." Entrambi possono fare altre cose in grado di far sentire la loro presenza e magari soddisfare la vanità recondita dei loro autori. Tali effetti collaterali possono essere "umoristici" (come il virus che fa pronunciare all’altoparlante interno del Macintosh le parole: "Non farti prendere dal panico", raggiungendo inevitabilmente l’effetto opposto); maliziosi (come i numerosi virus IBM che cancellano l’hard disk dopo un annuncio ridacchiante del disastro imminente sullo schermo); politici (come i virus alla Telecom spagnola e di Pechino che protestavano, rispettivamente, contro i costi telefonici o il massacro degli studenti); o, semplicemente, involontari (il programmatore è incapace di maneggiare correttamente le richieste di sistema di basso livello necessarie per scrivere un virus o un worm efficace). Il famoso Worm di Internet, che il 2 novembre 1988 paralizzò gran parte del potere informatico degli Stati Uniti, non aveva intenti (del tutto) maliziosi, ma divenne incontrollabile e, nel giro di ventiquattro ore, aveva "otturato" 6.000 memorie di computer, tramite copie di se stesso che si moltiplicavano esponenzialmente.

I meme adesso sono diffusi in tutto il mondo alla veloce della luce, e si replicano a un ritmo che fa sembrare immobili al loro confronto anche i moscerini della frutta e le cellule del lievito. Balzano in modo promiscuo da veicolo a veicolo. Da medium a medium, e si stanno rivelando praticamente "inquarantenabili". (Dennett 1990, p.131). I virus non sono limitati ai media elettronici, come dischi e linee di dati. Lungo la sua strada da un computer all’altro, un virus può passare attraverso l’inchiostro per la stampa, i raggi di luce in una lente umana, gli impulsi del nervo ottico e le contrazioni muscolari delle dita. Una rivista per appassionati di computer, che aveva stampato il testo di un programma virus nell’interesse dei suoi lettori, è stata criticata ovunque. In effetti, è tale il fascino dell’idea del virus, per un certo tipo di mentalità puerile (il genere maschile sarebbe d’obbligo) che ogni tipo di pubblicazione con informazioni su come progettare virus informatici è giustamente vista come un atto irresponsabile.

Non ho intenzione di rendere pubblico neanche un codice di virus. Ma esistono certi trucchi in programmi virus efficaci che sono così noti, persino scontati, che non provocherà alcun danno menzionarli, come mi serve fare per sviluppare il mio tema. Tutti quanti discendono dal bisogno dei virus di sfuggire all’individuazione mentre si sta diffondendo.

Un virus che clona se stesso all’interno di un computer con troppo elevata prolificità sarà ben presto individuato, poiché i sintomi dell’intervento diventeranno troppo ovvi perché li si possa ignorare. Per questo motivo molti programmi virus, prima di infettare un sistema, controllano di non essere già presenti sul sistema stesso. Detto per inciso, ciò apre una via difensiva contro questi, analoga all’immunizzazione. All’epoca in cui ancora non era disponibile un programma specifico anti-virus, io stesso fui costretto a rispondere a una prima infezione del mio hard disk col solo mezzo di una "vaccinazione" nuda e cruda. Invece di cancellare il virus che avevo individuato, mi limitai a disabilitare le sue istruzioni codificate, lasciando intatta l’"involucro" del virus, con la sua caratteristica "firma" esterna. In teoria, appartenenti successivi della stessa specie di virus che fossero arrivati nel mio sistema avrebbero dovuto riconoscere la firma del loro tipo, e astenersi dal provare a ri-infettare. Non so se questa immunizzazione abbia davvero funzionato, ma in quei giorni valeva la pena di "sbudellare" un virus e lasciarne l’involucro, piuttosto che rimuoverlo semplicemente armi e bagagli inclusi. Oggigiorno è meglio delegare il problema a un programma anti-virus compilato da professionisti.

Un virus troppo potente verrà rapidamente individuato e reso innocuo. Un virus che di colpo, catastroficamente, saboti ogni computer in cui si riconosce, non si riconoscerà in molti computer. Potrà avere effetti non molto divertenti su un computer –cancellare un’intera tesi di dottorato o fare qualcosa di ugualmente devastante- ma non si diffonderà a livello di epidemia.

Certi virus, perciò, sono programmati per avere un effetto sufficientemente limitato da renderne difficile l’individuazione, ma che comunque può rivelarsi estremamente dannoso. Ce n’è di un tipo che, invece di cancellare interi settori di disco, ne attacca solo alcuni, provocando qualche cambiamento del tutto casuale nelle quantità (di solito finanziarie) delle righe e delle colonne. Altri virus sfuggono all’individuazione venendo innescati secondo il calcolo delle probabilità, e cancellano per esempio solo un hard disk su sedici infettati. E altri virus ancora adoperano il principio della bomba a tempo. La maggior parte dei computer moderni "sa" la data del giorno, e i virus vengono innescati per manifestarsi in ogni parte del mondo in un giorno particolare, come venerdì 13 o il giorno del Pesce d’Aprile. Dal punto di vista di un parassita, non importa quanto un attacco si riveli catastrofico, purché il virus abbia ripetute opportunità per diffondersi (secondo un’analogia abbastanza sgradevole con la teoria dell’invecchiamento postulata da Medawar/Williams: noi siamo vittime di geni letali e sub-letali che maturano solo dopo che abbiamo dato loro molto tempo per riprodursi -Williams, 1957)). Come difesa, alcune compagnie importanti si spingono fino a sistemare un "canarino da miniera" nel loro parco-computer, e gli spostano il calendario di una settimana in avanti, in modo che qualunque virus del tipo bomba a tempo si riveli prematuramente, prima del gran giorno.

Sempre in modo prevedibile, l’epidemia di virus per computer ha innescato un braccio di ferro. Il software anti-virale sta avendo un commercio roboante. Tali programmi-antidoto –"Interferon", "Vaccino", "Gatekeeper" e altri- adottano un arsenale di trucchi differenti. Alcuni sono scritti pensando a virus specifici, ben noti per caratteristiche e nome. Altri intercettano qualunque tentativo diinterferire con delicate aree di sistema di memoria e avvisano l’utente.

Il principio del virus, in teoria, potrebbe essere usato per scopi non maligni, adiirittura benefici. Thimbleby (1991) ha coniato l’espressione "liveware" per il suo impiego già sperimentato del principio di infezione per tenere aggiornate copie multiple di un database. Ogni volta che un disco contenente il database è infilato in un computer, controlla se c’è già presente un’altra copia sull’hard disk locale. Se c’è, ogni copia viene aggiornata alla luce dell’altra. Quindi, con un po’ di fortuna, non importa quale membro tra un gruppo di colleghi stia immettendo, per fare un esempio, una nuova citazione bibliografica sul suo hard disk personale. L’informazione appena entrata infetterà immediatamente gli hard disk dei colleghi (poiché essi si inseriscono in modo promiscuo i dischi nei reciproci computer) e si diffonderà in circolo come un’epidemia. Il "liveware" di Thimbleby's non è del tutto analogo a un virus: non potrebbe diffondersi su qualunque computer e causare danni. Propaga dati solo a copie già esistenti del suo stesso database; e uno non può essere infettato dal "liveware" a meno che non sia lui stesso a decidere di esserlo.

Per inciso Thimbleby, che si è molto interessato alla minaccia dei virus, precisa che si può ottenere una certa protezione servendosi di sistemi di computer di cui non si servono altre persone. La giustificazione consueta per l’acquisto del tipo di computer oggi numericamente dominante è solo e semplicemente che è numericamente dominante. Praticamente ogni persona ragionevole concorda sul fatto che, in termini di qualità e soprattutto di supporto all’utente, il sistema minoritario e rivale è superiore. Eppure, l’ubiquità e considerata un bene di per sé, sufficiente a superare in valore la schietta qualità. Comprate lo stesso computer (sebbene inferiore) dei vostri colleghi, si è soliti sostenere, e potrete beneficiare di scambi di software e in genere di una più ampia circolazione del software disponibile. L’ironia è che, con l’avvento della piaga dei virus, il "beneficio" non sarà la sola cosa che ne ricaverete. Non solo dovremmo pensarci su due volte prima di accettare un dischetto da un collega, dovremmo anche essere consapevoli che, nel momento in cui ci uniamo a una vasta comunità di utenti di un certo tipo di computer, ci stiamo anche unendo a una vasta comunità di virus –addirittura, si scopre, sproporzionatamente vasta.

Tornando al possibile utilizzo di virus per scopi positivi, si stanno facendo proposte di impiegare i principi del "bracconiere che diventa guardaforesta" e del "metti un ladro per prendere un ladro". Una maniera molto semplice consisterebbe nel prendere qualunque programma anti-virus esistente e caricarlo, come "avanguardia", in un virus innocuo che si autoduplichi. Dal punto di vista della "salute pubblica", una diffusa epidemia di software anti-virale potrebbe rivelarsi benefica, poiché i computer più vulnerabili nei confronti di virus maligni –quelli i cui proprietari si comportano in modo promiscuo nello scambio di programmi piratati- saranno anche quelli più vunerabili all’infezione dell’anti-virus curativo. Un anti-virus assai penetrante potrebbe –come nel sistema immunitario- "imparare" o "sviluppare" una crescente capacità di attaccare qualunque virus incontrasse.

Immagino altri utilizzi del principio del virus da computer che, se non proprio altruistici, potrebbero essere quantomeno tanto costruttivi da evitare l’accusa di pubblico vandalismo. Una compagnia informatica potrebbe desiderare di istituire una ricerca di mercato sulle abitudini dei suoi consumatori, avendo come obiettivo il miglioramento nel progettare i prodotti futuri. Gli utenti preferiscono scegliere file da un’icona disegnata o semplicemente dal nome del file stesso? Fino a che punto alcuni stivano magazzini (le directory) l’uno dentro l’altro? La gente di solito fa lunghe sessioni di lavoro con un solo programma, per esempio di word processor, o salta di continuo qua e là, per esempio tra programmi di scrittura e di disegno? I clienti riescono a puntare il mouse immediatamente sull’obiettivo, o vi gironzolano intorno dandogli la caccia con dei movimenti perditempo che potrebbero essere rettificati da un semplice cambio nel design? La compagnia potrebbe inviare un questionario contenente tutte queste domande, ma i clienti che rispondessero potrebbero essere un campione influenzato e, in ogni caso, l’accertamento della loro condotta nell’uso del computer potrebbe rivelarsi impreciso. Una soluzione migliore consisterebbe in un programma di computer per le ricerche di mercato. Si chiederebbe ai clienti di caricare tale programma nel loro sistema, dove se ne starebbe, inoffensivo, a monitorare tranquillamente e a registrare le pressioni sulla tastiera e i movimenti del mouse. A fine anno si chiederebbe al cliente di inviare il file disco contenente tutti i riscontri del programma-ricerca di mercato. Ma, nuovamente, molti non si darebbero il disturbo di cooperare, e alcuni potrebbero addirittura vedere questo fatto come un’intrusione nella loro privacy e nel loro spazio su disco.

La soluzione perfetta, dal punto di vista della compagnia, consisterebbe in un virus. Come ogni altro virus, sarebbe del tipo auto-duplicante e segreto. Ma non sarebbe dannoso o beffardo come un virus ordinario. Conterrebbe, insieme al suo lancio di auto-replicazione, una testa di ponte per la ricerca di mercato. Il virus sarebbe liberato clandestinamente nella comunità di utenti di computer. Come un virus ordinario, si diffonderebbe tramite il passaggio di floppy disk ed e-mail all’interno della comunità. Nel diffondersi da computer a computer, stilerebbe statistiche sul comportamento dell’utente, monitorate in segreto, a fondo, entro una successione di sistemi. A un certo punto una copia dei virus di certo troverebbe la sua strada, tramite il normale traffico epidemico, per tornare in uno dei computer della compagnia. Lì verrebbe esaaminato e i suoi dati collazionati con i dati di altre copie del virus che fossero "tornate a casa".

Guardando al futuro, non è troppo fantasioso immaginare un giorno in cui i virus, sia buoni che cattivi, saranno diventati così ubiqui che si potrà parlare di una comunità ecologica di virus e programmi legittimi coesistenti nella "silicosfera". Attualmente si pubblicizza del software, per dirne una, "Compatibile con il System 7". In futuro, si potranno pubblicizzare dei prodotti in tal modo: "Compatibile con tutti i virus registrati nel Censimento Mondiale dei Virus del 1998; immune a tutti i virus più potenti nell’elenco; trae enorme vantaggio takes dalle agevolazioni offerte dai seguenti virus benigni..."

Il software per il Word-processing, per esempio, potrà delegare funzioni particolari, come il conteggio delle parole e la ricerca, a virus "amici" che indaghino autonomamente lungo un testo.

Guardando ancora più in là nel futuro, potranno svilupparsi dei sistemi di software totalmente integrati, non per un progetto, ma per qualcosa di analogo alla crescita di un ambiente ecologico, come una foresta pluviale dei Tropici. Verrebbero su schiere di virus reciprocamente compatibili, così come si possono considerare i genomi come gruppi di geni reciprocamente compatibili (Dawkins, 1982). In effetti, ho persino suggerito che si dovrebbe guardare ai nostri genomi come a gigantesche colonie di virus (Dawkins, 1976). I geni cooperano l’un l’altro nei genomi poiché la selezione naturale ha favorito quei geni che prosperano in presenza di un altro gene che sembri comune nel pool del gene. Diversi pool di geni possono evolvere verso diverse combinazioni di geni reciprocamente compatibili. Immagino un momento in cui, più o meno allo stesso modo, i virus dei computer potranno evolversi verso la compatibilità con altri virus, per formare comunità o gruppi. Ma, fino ad allora, può darsi di no! A qualunque livello, trovo tale speculazione più allarmante che eccitante.

Al momento, i virus dei computer non si evolvono affatto. Vengono inventati da programmatori umani, e se si evolvono lo fanno nello stesso, debole modo in cui lo fanno le automobili o gli aeroplani. I progettisti ideano l’auto dell’anno come una lieve modifica dell’auto dell’anno scorso e possono quindi, più o meno consciamente, continuare la tendenza degli ultimi cinque anni –ulteriore appiattimento della griglia del radiatore o che altro. I programmatori dei virus dei computer sognano trucchi sempre più remoti, in grado di beffare i programmatori di software anti-virus. Ma i virus dei computer –che si sappia- non mutano e non si evolvono per selezione davvero naturale. Potranno farlo in futuro. Sia che si evolvano per selezione naturale, o che la loro evoluzione venga pilotata da progettisti umani, potrebbe non esserci molta differenza sulle loro effettive performance. Grazie a entrambe le tipologie di evoluzione, ci aspettiamo che diventino ingegnosamente compatibili con altri virus che già prosperano all’interno della comunità dei computer.

I virus del DNA e quelli dei computer si diffondono per un identico motivo: c’è un ambiente in cui esiste un meccanismo costruito appositamente per replicarli e diffonderli, e per obbedire alle istruzioni incorporate dai virus. Questi due ambienti sono, rispettivamente, l’ambiente della fisiologia cellulare e quello fornito da una vasta comunità di computer e macchinari che maneggiano dati. Esistono altri ambienti come questi, altri paradisi di replicazione?

3 La Mente Infetta

Ho già accennato alla credulità programmata di un bambino, assai utile per imparare il linguaggio e il bagaglio di conoscenze tradizionali, e così facile da sovvertire da parte di suore, sette e categorie affini. Più in generale, noi tutti ci scambiamo informazioni reciprocamente. Non è che infiliamo floppy disk nel cranio di un’altra persona, ma ci scambiamo frasi, tramite orecchie e occhi. Ci accorgiamo degli stili di muoversi e vestirsi degli altri, e ne siamo influenzati. Assorbiamo gli stacchetti pubblicitari, e si presume che siamo persuasi da questi, altrimenti i duri affaristi non spenderebbero così tanti soldi a inquinare l’aria con questa roba.

Pensate alle due prerogative che un virus, che ogni sorta di replicatore parassitario richiede a un medium ospitale, quelle due stesse qualità che rendono così accogliente il meccanismo cellulare nei confronti del DNA parassitale e i computer verso i virus. Tali prerogative sono, per prima cosa, una prontezza nel duplicare informazioni in modo assai accurato, appena con qualche lieve errore che in seguito viene corretto con precisione; in secondo luogo, una prontezza nell’obbedire alle istruzioni codificate nell’informazione in tal modo replicata.

Il meccanismo cellulare e i computer elettronici eccellono in entrambe queste qualità pro-virus. Come si comportano i cervelli umani? Quanto a fedeltà di riproduzione sono certamente meno perfetti delle altre cellule o dei computer elettronici. Eppure vanno bene, sono forse fedeli quanto un virus RNA, per quanto non siano fedeli come il DNA, con tutte le sue elaborate misure correttive contro la degrazione testuale. È lo stesso linguaggio a fornire prove dell’alta fedeltà dei cervelli, specie se allo stato infantile, come duplicatori. Il professor Higgins di G. B. Shaw era in grado, solo con l’udito, di localizzare un londinese a seconda della strada in cui era cresciuto. La narrativa non fornisce prove di alcunché, ma chiunque sa che questa abilità di Higgins, inventata in un’opera di finzione, è solo un’esagerazione di qualcosa che tutti noi possiamo maneggiare. Ogni americano sa riconoscere l’accento del Profondo Sud da quello del Mid West, quello del New England dall’Hillbilly. Ogni newyorkese distingue uno del Bronx da uno di Brooklyn. Analoghe osservazioni si potrebbero fare per qualunque paese al mondo. Tale fenomeno sta a significare che i cervelli umani sono capaci di di copiatura assai accurata (altrimenti l’accento di, per dire, Newcastle, non sarebbe sufficientemente stabile per poter essere riconosciuto) ma con qualche errore (altrimenti le pronunce non si evolverebbero, e ogni parlante di un linguaggio erediterebbe lo stesso identico accento dei suoi antenati più remoti). Il linguaggio si evolve, poiché possiede sia grande stabilità che impercettibile mutevolezza, pre-requisiti di ogni sistema in evoluzione.

Il secondo requisito di un ambiente ospitale per un virus –che obbedisca a un programma di istruzioni in codice- è, di nuovo, meno applicabile solo per quantità al cervello umano, rispetto alle cellule o ai computer. A volte obbediamo a ordini che ci diamo reciprocamente, ma a volte no. Nondimeno, è un fatto significativo che, nel mondo, la grandissima parte dei bambini segua la religione dei genitori piuttosto che qualunque altra religione disponibile. Si obbedisce a istruzioni su come genuflettersi, come chinarsi verso la Mecca, come scuotere la testa ritmicamente verso il muro, agitarsi come un invasato, parlare "più lingue" –la lista di gesti motori abritrari e inutili nelle religioni è davvero estesa- e si obbedisce se non come degli schiavi, quantomeno con un certo ragionevole e alto tasso di probabilità statistica.

In modo meno roboante, ma di nuovo assai evidente nei bambini, le "manie in voga" costituiscono un esempio assai forte di comportamento è debitore più dell’epidemiologia che della scelta razionale. Gli yo-yo, gli hula hoop e i pogo sticks, con le loro azioni comportamentali fisse, passano per le scuole, e più sporadicamente saltano da scuola a scuola, secondo modelli che differiscono da un’epidemia di morbillo per particolari ben poco rilevanti. Dieci anni fa potevate viaggiare per migliaia di chilometri lungo tutti gli Stati Uniti senza vedere un cappello da baseball rigirato al contrario sulla fronte. Oggigiorno, il cappellino da baseball alla rovescia è ovunque. Non so con precisione quale sia stato il tasso di diffusione geografica del cappellino alla rovescia, ma l’epidemiologia è sicuramente tra le discipline più qualificate per studiarlo. Non è qui necessario ricorrere ad argomentazioni sul "determinismo"; non serve dichiarare che i bambini sono costretti a imitare le mode dei cappellini dei loro compagni. Ci basti constatare, come prova evidente, che il loro modo di portare i cappellini da baseball è influenzato dal modo di portare i cappellini da baseball dei loro compagni.

Siano pure frivole, le "manie in voga" forniscono una prova ancor più circostanziale del fatto che la mente umana, specie quella dei giovani, possiede quelle qualità che abbiamo prescelto come desiderabili da parte di un parassita informatico qualunque. Quantomeno la mente è un possibile candidato per un’infezione da parte di qualcosa di simile a un virus per computer, anche se non è quell’ambiente di sogno per un parassita, come lo sono un nucleo di una cellula o un computer elettronico.

È intrigante domandarsi che succederebbe, da dentro, se una mente fosse vittima di un "virus". Potrebbe trattarsi di un virus progettato appositamente, come un attuale virus dei computer. O di un parassita inavvertitamente mutato e inconsciamente evoluto. In entrambi i casi, specie se il parassita evoluto fosse il discendente memico di una lunga linea di antenati forti, siamo incoraggiati ad aspettarci che il tipico "virus della mente" sia assai bravo nel suo compito di replicarsi con successo.

L’evoluzione progressiva di parassiti mentali più efficaci avrebbe due effetti. Nuovi "mutanti"'' (tanto casuali che progettati da esseri umani) bravi a diffondersi diventerebbero sempre più numerosi. E ci sarebbe tutto un riunirsi di idee che fiorirebbero l’una in presenza dell’altra, idee che si sosterrebbero l’un l’altra proprio come fanno i geni e come ho immaginato che un giorno potrebbero fare i virus dei computer. Probabilmente i duplicatori muovebbero insieme di cervello in cervello, in gruppi reciprocamente compatibili. Tali gruppi andrebbero a costituire un "pacco", sufficientemente stabile per meritarsi un nome collettivo come Cattolicesimo Romano o Voodoo. Non ha grande importanza se pratichiamo un’analogia tra l’intero "pacco" e un singolo virus, od ognuna delle parti componenti di un singolo virus. L’analogia non è del tutto precisa, proprio come la distinzione tra un virus di computer e un worm di computer non è qualcosa su cui poter lavorare. Ciò che importa è che la mente è un ambiente ospitale per idee o informazioni parassitiche, che si auto-replicano, e che è infettabile in modo devastante.

Come i virus dei computer, i più efficaci virus della mente tendono a essere difficili da distinguere da parte delle loro vittime. Se ne siete vittima, ci sono molte probabiità che non li riconosciate e che addirittura lo neghiate con vigore. Dando per scontato che un virus nella vostra mente sia difficile da individuare, che segni di riconoscimento dovreste cercare? Risponderò immaginando come dovrebbe descrivere i sintomi tipici di un paziente (arbitrariamente maschio) un testo di medicina.

1. Il paziente tipico si trova spinto dalla profonda convinzione interiore che qualcosa è vero, o giusto, o virtuoso: una convinzione che non sembra dovere qualcosa all’evidenza delle prove o alla ragione ma che, nondimeno, lui sente come totalmente cogente e convincente. Tra medici ci riferiamo a tale credenza con il termine "fede".

2. I pazienti tipici considerano una virtù positiva il fatto che la loro fede sia salda e incrollabile, a dispetto del fatto che non è basata su prove. In realtà, sembra che pensino che meno prove ci sono, più lodevole sia il loro credere (vedi sotto).

Tale idea paradossale, che la mancanza di prove sia una virtù positiva quando si ha a che fare con la fede, ha qualcosa delle qualità di un programma che si auto-alimenta, in quanto auto-referente (vedi il capitolo "Frasi virali e strutture auto-replicanti" in Hofstadter, 1985). Una volta che si crede a una proposizione, essa automaticamente squalifica la sua contraria. L’idea che "la mancanza di prove è una virtù" potrebbe essere un ammirevole colpo a effetto, che si unisce alla fede in sé, in un cricca di programmi virali che si sostentano reciprocamente.

3. Un altro sintomo collegato, che può presentato da un ammalato di fede, è la convinzione che "il mistero, di per sé, è buona cosa. Non è un pregio risolvere i misteri. Anzi, dovremmo godere di loro, persino festeggiarne l’insolubilità."

Ogni impulso a risolvere misteri sembrerebbe un serio nemico della diffusione di un virus della mente. Non dovrebbe perciò sorprendere che l’idea che "i misteri è meglio non risolverli" sia stata membro favorito di una gang di virus che si sostentano reciprocamente. Prendiamo il "Mistero della Transustanziazione". È facile e "non misterioso" credere che in un certo senso simbolico e misterioso il vino eucaristico diventa il sangue di Cristo. La dottrina cattolico-romana della transustanziazione, però, proclama ben altro. La "sostanza tutta" del vino viene mutata nel sangue di Cristo; la parvenza restante del vino è "puramente accidentale", "propria di nessuna sostanza". (Kenny, 1986, p. 72). Si insegna che transustanziazione, in parole semplici, significa che il vino si trasforma "letteralmente"" nel sangue di Cristo. Sia nel suo nebuloso linguaggio aristotelico che nella sua forma colloquiale più terra terra, il dogma della transustanziazione si può accettare solo se operiamo grande violenza al normale significato di parole come "sostanza" e "letteralmente". Ridefinire le parole non è certo un peccato, ma se usiamo parole come "sostanza tutta" e "letteralmente" in questo caso, che parole dobbiamo usare quando davvero vogliamo intendere che qualcosa è realmente accaduto? Come ha osservato Anthony Kenny, a proposito delle sue perplessità da giovane seminarista, "Per quanto riuscivo a capire, la mia macchina da scrivere poteva benissimo essere Benjamin Disraeli transustanziato..."

I cattolici-romani, il cui credo nell’infallibilità dell’autorità li costringe ad accettare che il vino si trasforma "fisicamente" in sangue, a dispetto di ogni evidenza sensibile, parlano del "Mistero" della transustanziazione. Chiamarlo mistero mette tutto a posto, no? O almeno, funziona bene con delle mente preparate da un’infezione sotterranea. Lo stesso trucco viene praticato con il "Mistero" della Trinità. I "Misteri" non sono fatti per essere risolti, devono solo ispirare timore. L’idea che "Il Mistero è una virtù" viene in aiuto del cattolico, che altrimenti reputerebbe intollerabile l’obbligo a credere agli ovvi nonsense della transustanziazione e del "tre in uno". E in più, il credere che "Il Mistero è una virtù" crea un cerchio autoreferente. Come direbbe Hofstadter, è la stessa misteriosità del credere che spinge il credente a perpetuare il mistero.

Sintomo estremo dell’infezione del tipo "Il Mistero è una virtù" è il "Certum est quia impossibile est'" di Tertulliano. ("È certo perché è impossibile"). Che follia. Viene voglia di citare la Regina Bianca di Lewis Carroll che, in risposta ad Alice che afferma: "Non si può credere a cose impossibili", controbatte: "Suppongo che tu non ti sia allenata molto… Quando avevo la tua età lo facevo sempre, mezz’oretta al giorno. A volte sono riuscita a credere addirittura a sei cose impossibili prima di pranzo." O il Monaco Elettrico di Douglas Adams, un meccanismo risparmia-fatica programmato per credere al vostro posto, che era "capace di credere persino cose che avrebbero faticato a credere a Salt Lake City'" e che quando viene presentato al lettore crede, contro ogni evidenza, che tutto al mondo sia di un’uniforme tinta rosa. Ma Regine Bianche e Monaci Elettrici diventano meno divertenti, se si pensa che questi "virtuosi del credere" sono indistinguibili dai riveriti teologi della vita reale. "Bisogna credervi con ogni mezzo, poiché è assurdo" (di nuovo Tertulliano). Sir Thomas Browne (1635) cita Tertulliano con approvazione, e si spinge ancora più in là: "Parmi che non ci siano abbastanza cose impossibili nella religione, per una fede attiva." E: "Desidero esercitare la mia fede fino alle vette più ardue; poiché credere agli oggetti comuni e visibili non è fede, ma persuasione."

Ho la sensazione che qui sia in ballo qualcosa di più interessante che la semplice follia o il nonsense surrealista, qualcosa affine all’ammirazione che proviamo nel guardare un giocliere con dieci palline in piedi su una corda tesa. Come se il fedele acquistasse maggiore prestigio nel credere a cose più impossibili di quelle in cui credono i suoi rivali credenti. Questa gente sta forse provando –esercitando- i propri muscoli da credente, si sta allenando per credere cose impossibili in modo da scavalcare le cose semplicemente incredibili in cui quotidianamente è tenuta a credere?.

Mentre stavo scrivendo queste righe, per caso "The Guardian" (29 luglio 1991) riportava uno splendido esempio. Era in un’intervista con un rabbino, che si sottoponeva al compito bizzarro di controllare la purità kosher dei prodotti alimentari, fino alle più remote origini dei loro ingredienti più insignificanti. In quel momento si stava tormentando se andare fino in Cina per sottoporre a scrutinio il mentolo che va nelle caramelline contro la tosse. "Ha mai provato a controllare il mentolo cinese? È estremamente difficile, specie dopo che la prima lettera che mandammo ottenne una risposta in puro anglo-cinese, "Il prodotto non contiene kosher"... Solo di recente la Cina ha iniziato ad aprire le frontiere alle investigazioni kosher. Il mentolo dovrebbe essere OK, ma non si può mai essere sicuri al cento per cento se non si va sul posto." Questi "investigatori kosher" hanno una hot-line telefonica in cui vengono registrati allarmi rossi di sospetto in tempo reale nei confronti di sbarrette di cioccolato e olio di fegato di merluzzo. Il rabbino si lamentava che l’atteggiamento ecologista contro gusti e coloranti artificiali "rende dura la vita nel campo kosher, poiché bisogna star dietro a tutte queste cose." Quando l’intervistatore gli chiedeva perché si dannasse tanto con tale pratica ovviamente insensata, lui chiariva con decisione che "l’utilità è proprio che non c’è utilità":

Che quasi tutte le leggi Kashrut siano ordini divini senza motivo, questo è il punto, al cento per cento. È facile non ammazzare nessuno. Molto facile. È un po’ più difficile non rubare, perché uno di tanto in tanto è tentato. Cosicché non è gran prova del fatto che io creda in Dio o che stia rispettando la Sua volontà. Ma se Egli mi dice di non farmi una tazza di caffè con latte e frutta secca all’ora del lunch, questa è una prova. L’unica ragione per cui lo faccio è perché così mi è stato detto. È piuttosto difficile.

Helena Cronin mi ha suggerito che potrebbe esserci un’analogia, qui, con la teoria dell’handicap nella selezione sessuale e dell’evoluzione dei segnali di Zahavi (Zahavi, 1975). Da tempo fuori moda, persino messa in ridicolo (Dawkins, 1976), la teoria di Zahavi è stata di recente riabilitata in modo intelligente (Grafen, 1990 a, b) èd è adesso presa seriamente dai biologi evoluzionisti. (Dawkins, 1989). Zahavi pensa per esempio che i pavoni abbiano sviluppato le loro ruote assurdamente pesanti con i loro colori vistosi ed esilaranti (per i predatori), proprio perché sono pesanti e pericolose, e perciò fanno impressione sulle femmine. È come se il pavone dicesse: "Guarda quanto devo essere in forma e robusto, visto che mi posso permettere di portare in giro questa coda assurda."

Per evitare equivoci con il linguaggio soggettivo in cui Zahavi ama fare le sue afermazioni, andrebbe aggiunto che qui sarà data per scontata la consuetudine del biologo di personificare le azioni inconsce della selezione naturale. Grafen ha tradotto tale argomentazione in un ortodosso modello matematico darwiniano, e funziona. Qui non c’è nessuna ipotesi sull’intenzionalità e sulla consapevolezza dei pavoni maschi e femmina. Potete ritenerli atteggiamenti casuali o intenzionali, come vi garba (Dennett, 1983, 1984). E in più, la teoria di Zahavi è sufficientemente generale per non dipendere da un puntello darwiniano. Un fiore che fa la pubblicità del suo nettare a un’ape scettica potrebbe trarre beneficio dal principio di Zahavi. Ma anche un venditore umano, che cerchi di impressionare un cliente.

La premessa dell’idea di Zahavi è che la selezione naturale incoraggi lo scetticismo tra le femmine (o, in genere, tra chi riceve il messaggio promozionale). L’unico modo che ha un maschio (o un pubblicitario) per autenticare la sua esibizione di forza (di qualità, o che altro) è dimostrare che è sincero sottoponendosi un handicap dal costo davvero alto -un handicap che solo un maschio genuinamente forte (di alta qualità, ecc…) è in grado di sopportare. Lo si potrebbe chiamare il principio dell’autenticazione ad alto costo. Ed eccoci al punto. È possibile che alcune dottrine religiose siano favorite non a dispetto del fatto che siano ridicole, ma proprio perché lo sono? Qualunque sempliciotto in materia di religione potrebbe credere che il pane rappresenta simbolicamente il corpo di Cristo, ma ma ci vuole un vero cattolico purosangue per credere in qualcosa di così folle come la transustanziazione. Si crede di poter credere in ogni cosa e (teniamo presente la storia di Tommaso l’incredulo) questa gente è allenata per vedere ciò come un valore positivo.

Torniamo alla nostra lista di sintomi che si presume viva una persona colpita dal virus mentale della fede, con la comitiva di accompagnamento delle sue infezioni secondarie.

4. Il malato può trovarsi ad agire in modo intollerante nei confronti dei vettori delle fedi rivali, in casi estremi fino a ucciderli o a invocare la loro morte. Può avere disposizione ugualmente violenta verso gli apostati (coloro che un tempo possedevano la fede ma vi hanno abdicato) o verso gli eretici (coloro che propongono una diversa versione della fede –spesso, da notare, appena appena diversa). Può anche mostrarsi ostile nei confronti di modi di pensiero che sono nemici potenziali della sua fede, come il metodo di ragionamento scientifico, che potrebbe essere visto come un pezzo di software anti-virale.

L’ingiunzione di uccidere il celebre Salman Rushdie è solo l’ultimo di una lunga serie di tristissimi esempi. Lo stesso giorno in cui stavo scrivendo queste cose, il traduttore giapponese de "I versetti satanici". è stato trovato assassinato, una settimana dopo un’aggressione quasi riuscita contro il traduttore italiano dello stesso libro. Perdipiù, il sintomo apparente opposto di "simpatia" per l’"offesa" ai Mussulmani, espresso a parole dall’arcivescovo di Canterbury e da altri leader cristiani (che inclina, nel caso del Vaticano, verso una esibita complicità criminosa) è, naturalmente, una manifestazione del sintomo che abbiamo discusso in precedenza: l’illusione che la fede, per quanto nociva possa risultare, va rispettata semplicemente perché è una fede.

L’assassinio è un mezzo estremo, naturalmente. Ma esiste un sintomo ancora più estremo, ed è il suicidio durante il servizio militante per la fede. Come una mosca guerriera programmata per sacrificare la sua vita per le copie in linea germinale dei geni che hanno messo a punto il programma, si insegna a un giovane arabo o giapponese (??!) che morire in una guerra santa è il modo più rapido per raggiungere il paradiso. Che i leader che lo sfruttano credano davvero in ciò non diminuisce affatto il brutale potere che il "virus missione suicida" esercita nell’interesse della fede. Naturalmente il suicidio, come l’assassinio, è una benedizione a metà: i potenziali convertiti potrebbero essere tenuti lontano, o potrebbero disprezzare una fede che percepita come così insicura da aver bisogno di tali tattiche.

Ancora più ovviamente, se troppi individui si sacrificassero, la scorta dei credenti potrebbe abbassarsi. Ciò è vero a proposito di un noto esempio di un suicidio ispirato da una fede, anche se in questo caso non si è trattato di una morte da "kamikaze" in battaglia. La setta del Peoples' Temple si estinse quando il suo leader, il reverendo Jim Jones, portò la massa dei suoi seguaci dagli Stati Uniti nella Terra Promessa di "Jonestown", nella giungla della Guyana, ove persuase più di novecento di loro, per primi i bambini, a bere cianuro. Sulla macabra faccenda investigò a lungo una squadra di giornalisti del "San Francisco Chronicle" (Kilduff and Javers, 1978).

Jones, "il Padre" aveva raccolto il suo gregge e aveva detto loro che era tempo di partire per il Cielo.

"Ci rincontreremo", promise, "in un altro luogo."

Le parole iniziarono a uscire dagli altoparlanti del campo.

"C’è grande dignità nella morte. Morire è una grande dimostrazione da parte di tutti."

Detto per inciso, non sfugge alla mente allenata del sociobiologo attento il fatto che Jones, all’interno della sua setta, nei giorni precedenti "si autoproclamò l’unica persona a cui era permesso fare sesso" (si presume che fosse permesso ance alle sue partners). "Una segretaria gli programmava gli incontri. Costei chiamava le ragazze e diceva: "Il Padre detesta fare ciò ma ha questo bisogno insopprimibile, e potresti…?" Le sue vittime non erano soltanto femmine. Un seguace diciassettenne dell’epoca in cui la comunità di Jones si trovava ancora a San Francisco, raccontò in che modo fu portato in un albergo per squallidi fine settimana, albergo in cui Jones fruiva della riduzione per ministri di culto per "il reverendo Jones e suo figlio." Lo stesso ragazzo raccontò: "Ero davvero in soggezione nei suuoi confronti. Era più di un padre. Per lui avrei ucciso i miei genitori." Ciò che è notevole riguardo il reverendo Jim Jones non è tanto il suo comportamento egoista, quanto la creduloneria quasi sovrumana dei suoi seguaci. Data una dabbenaggine così prodigiosa, c’è qualcuno che dubiti che la mente umana è adattissima a infezioni maligne?

Ammettiamolo, il reverendo Jones plagiò solo qualche migliaio di persone. Ma questo è solo un caso estremo, la punta dell’iceberg. La medesima brama di venire plagiati da leader religiosi è diffusa in tutto il mondo. Molti di noi avrebbero scommesso che nessuno se ne sarebbe potuto andare in televisione a dire, in poche parole: " Mandatemi i vostri soldi, così posso persuadere altri babbei a mandarmi i suoi." Ma oggi, in ogni conurbazione maggiore degli Stati Uniti, potete trovare almeno un canale televisivo evangelista dedicato interamente a tale trasparente capzione di fiducia. E se ne vanno via con sacchi di soldi. Messi di fronte a una gonzaggine su scala tanto terrificante, non è difficile provare una riluttante simpatia nei confronti dei plagiari dai bei completi luccicanti. Fino a che non si capisce che non tutti i babbei sono ricchi, e che spesso gli evangelisti ingrassano sugli oboli delle vedove. Ne ho persino sentito uno invocare esplicitamente il principio che ora chiamo "Il principio di Zahavi dell’autenticazione ad alto costo". Dio apprezza davvero una donazione, diceva con sincerità colma di enfasi, solo quando la donazione è così consistente da far male. Dopodiché arrivavano dei poveri anziani su sedie a rotelle, a testimoniare come si sentissero più felici da quando avevano mollato tutti i loro pochi averi al reverendo, chiunque egli fosse.

5. Il paziente potrebbe accorgersi che le sue convinzioni particolari, mentre non hanno nulla a che fare con l’evidenza sensibile, sembrano dovere tanto all’epidemiologia. Perché, potrebbe domandarsi, ho questo insieme di convinzioni piuttosto di quello? È perché ho passato in rassegna ogni fede del mondo e ho scelto quella i cui proclami mi sembravano più convincenti? È quasi certo di no. Se possiedi una fede, è pressoché statisticamente preponderante la possibilità che sia la stessa dei tuoi genitori e dei tuoi nonni. Non c’è dubbio che le sublimi cattedrali, la musica emozionante, le storie commoventi e le parabole aiutino un bel po’. Ma la variabile senza dubbio più importante che determina il tuo credo religioso è la casualità della nascita. Le convinzioni in cui credi con tanta enfasi sarebbero state un insieme di convinzioni del tutto diverse e alquanto in contraddizione con le attuali, se solo ti fosse capitato di nascere in un posto diverso.

Epidemiologia, non evidenza sensibile.

6. Se il paziente rappresenta una delle rare eccezioni che seguono una religione diversa da quella dei genitori, la spiegazione può nuovamente essere di natura epidemiologica. A dir la verità è possibile che abbia passato in rassegna spassionatamente le fedi del mondo e abbia scelto quella più convincente. Ma è statisticamente più probabile che sia stato esposto a un agente infettivo particolarmente potente –un John Wesley, un Jim Jones o un San Paolo. Stiamo parlando di trasmissione orizzontale, come per il morbillo. In precedenza l’epidemiologia riguardava la trasmissione verticale, come nel Morbo di Huntington.

7. Le sensazioni interne del paziente possono sorprendentemente ricordare quelle più comunemente associate all’amore carnale. Si tratta di una forza mentale estremamente potente, e non sorprende che alcuni virus si siano evoluti per sfruttarla. La famosa visione orgasmica di Santa Teresa d’Avila è troppo nota per essere di nuovo citata. Più seriamente, e su un piano meno crudamente sensuale, il filosofo Anthony Kenny offre una commovente testimonianza del puro piacere che attende coloro che riescono a credere nel mistero della transustanziazione. Dopo aver descritto la sua ordinazione da prete della Chiesa cattolico-romana, che gli conferisce la facoltà di dire la Messa, va avanti a descrivere ciò che ricorda nitidamente:

L’esaltazione dei primi mesi in cui ebbi la facoltà di dire Messa. Di solito mi ero sempre alzato dal letto lentamente e svogliatamente, allora balzavo presto dal letto, del tutto sveglio e pieno di eccitazione al pensiero dell’atto fondamentale che era mio privilegio mettere in pratica. Di rado dicevo la Messa per la Comunità: più spesso celebravo da solo su un altare laterale, con un membro giovane del College che mi serviva da accolito e congregazione al tempo stesso. Ma non faceva differenza per solennità del sacrificio o validità della consacrazione.

Era toccare il corpo di Cristo, l’intimità del prete con Gesù, che mi affascinavano maggiormente. Fissavo l’Ostia dopo le parole di consacrazione, a occhi semichiusi come un innamorato che guardasse gli occhi dell’amata… Quei giorni da prete rimangono nella mia memoria come giorni di appagamento e tremula felicità; come qulcosa di prezioso, eppure troppo fragile per durare, come una storia di amore romantico troncata dalla realtà di un matrimonio male assortito (Kenny, 1986, pp. 101-2).

È commovente e credibile che il dottor Kenny dica che si sentisse come se fosse stato innamorato dell’ostia consacrata. Che virus dallo straordinario successo! Nella stessa pagina, per inciso, Kenny ci mostra anche che il virus è trasmesso per contagio –se non letteralmente, quantomeno in un certo senso- dal palmo della mano del vescovo che infetta, in cima al capo del nuovo prete:

Se la dottrina cattolica ha ragione, ogni prete regolarmente ordinato mutua i suoi ordini in una linea ininterrotta di mani che si posano, tramite il vescovo che lo ordina, fino a risalire a uno dei dodici apostoli… devono esserci catene lunghi secoli, registrate, di imposizioni di mani. Mi sorprende che i preti non sembrino mai darsi la pena di rintracciare la loro stirpe spirituale in tal senso, scoprendo chi ha ordinato il loro vescovo, e chi ha lo ordinato a sua volta, e così via fino a Giulio II o Celestino V o Ildebrando, o addirittura a Gregorio Magno (Kenny, 1986, p. 101).

In effetti sorprende anche me.
 
4 La scienza è un Virus

No. Non lo è, a meno che ogni programma di computer si possa considerare un virus. Programmi buoni e utili si diffondono perché la gente li valuta, li raccomanda e li passa in giro. I virus dei computer si diffondono solo perché incorporano un’istruzione codificata: "Diffondimi." Le idee scientifiche, come ogni meme, sono soggette a una sorta di selezione naturale, e ciò potrebbe sembrare, in apparenza, analogo alla sorte dei virus. Ma le forze selettive che vagliano le idee scientifiche sono tutt’altro che arbitrarie e capricciose. Si tratta di regole esigenti, ben temperate, che non proteggono una condotta inutile ed egoista. Esse proteggono le prerogative inserite nei testi di metodologia standard: testabilità, supporto delle prove, precisione, quantificabilità, consistenza, intersoggettività, ripetibilità, universalità, interesse per il progresso, indipendenza di ambiente culturale e così via. La fede si diffonde nonostante una mancanza totale di ognuna di queste prerogative.

Potrete riscontrare elementi di epidemiologia nella diffusione di idee scientifiche, ma si tratterà in gran parte di epidemiologia descrittiva. La diffusione veloce di una buona idea all’interno della comunità scientifica potrà anche ricordare la descrizione di un’epidemia di morbillo. Ma se si passa a esaminare le ragioni sottostanti, si scopre che sono buone, e soddisfano gli impegnativi standard del metodo scientifico. Nella storia della diffusione della fede si troverà ben poco al di fuori dell’epidemiologia, epidemiologia causale. Il motivo per cui una persona A crede una cosa e B ne crede un’altra consiste solo e semplicemente nel fatto che A è nato in un continente e B in un altro. Testabilità, supporto delle prove e tutto il resto non sono considerati neanche remotamente. Per il credo scientifico, l’epidemiologia viene solo dopo, e descrive la storia della sua accettazione. Per il credo religioso, l’epidemiologia è la causa principale.

5 Epilogo

Per fortuna, i virus non vincono sempre. Molti bambini escono intonsi dal peggio che le suore e i mullah gli scaraventano addosso. La storia personale di Anthony Kenny ha un lieto fine. Rinunciò agli ordini, poiché non riusciva più a tollerare le ovvie contraddizioni insite nel credo cattolico, ed ora è uno studioso alquanto stimato. Ma non si può fare a meno di rimarcare che deve essersi trattato di un’infezione davvero potente, se un uomo della sua saggezza e della sua intelligenza –direttore della British Academy, nientemeno- ha impiegato trent’anni di lotta per uscirne.

Sono un allarmista fuori luogo, se ho paura per l’anima della mia innocente bimba di sei anni?



Riferimenti bibliografici Browne, Sir T. (1635) Religio Medici, I, 9

Dawkins, R. (1976) The Selfish Gene. Oxford: Oxford University Press.

Dawkins, R. (1982) The Extended Phenotype. Oxford: W. H. Freeman.

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Hofstadter, D. R. (1985) Metamagical Themas. Harmondsworth: Penguin.

Kenny, A. (1986) A Path from Rome Oxford: Oxford University Press.

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Thimbleby, H. (1991) Can viruses ever be useful? "Computers and Security", 10, 111--14.

Williams, G. C. (1957) Pleiotropy, natural selection, and the evolution of senescence. "Evolution", 11, 398--411.

Zahavi, A. (1975) Mate selection -a selection for a handicap. "Journal of Theoretical Biology", 53, 205--14.

Text taken from Dennett and His Critics: Demystifying Mind, ed. Bo Dalhbom (Cambridge, Mass.: Blackwell, 1993). 



Typed 9 March 1995 | Last changed 11 February 1997 (grazie a Mitch Porter, Steve Bliss e Richard Smith suggerimenti tipografici)

 tit orig: Viruses of the mind, tr.it.Andrea Marti