Due
sere fa hanno sparato a Robert Kennedy, la cui casa estiva si trova a dodici
chilometri dalla casa in cui vivo tutto l'anno. E' morto la notte scorsa.
Così va la vita.
Un mese fa hanno
sparato a Martin Luther King. E' morto anche lui. Così va la vita.
E ogni giorno il
governo del mio paese mi comunica il numero dei cadaveri prodotti dalla
scienza militare in Vietnam. Così va la vita.
Mio padre morì
molti anni fa, di morte naturale. Così va la vita. Era un uomo dolce.
Era anche un fanatico di armi. Mi ha lasciato le sue armi. Si sono arrugginite.
Kurt Vonnegut, jr.,
Mattatoio n°5
Kurt
Vonnegut è nato a Indianapolis, nell'Indiana, l'11 novembre '22,
dall'architetto Kurt Vonnegut e da Edith Sophia Lieber, terzogenito.
Kurt
appartiene alla terza generazione dei Vonnegut nati in America.
I
fratelli sono Bernard, fisico piuttosto famoso che lavora nella Società
Little, a Cambridge, nel Massachusetts, e Alice, scultrice, morta di cancro
a quarant'un anni.
La
famiglia Vonnegut perse quasi tutto il proprio patrimonio nella Grande
Depressione del '29.
Kurt
è sposato con Jane Marie Cox, da cui ha avuto tre figli, oltre ad
averne adottati altri tre dalla sorella morta.
Studiò
nelle scuole pubbliche di Indianapolis.
Nel
'40 fu mandato alla Cornell University, a Ithaca, per laurearsi in chimica,
ma ottenne brutti voti.
In
questo periodo divenne direttore del Cornell Daily Sun, un quotidiano studentesco.
Poi
fu chiamato sotto le armi.
Fece
la guerra, e fu fatto prigioniero dai tedeschi, a Dresda.
Tornato,
si sposò e andò a vivere a Chicago, alla periferia del ghetto
negro, studiando antropologia all'Università di quella città,
e lavorando come cronista di un quotidiano.
Fece
poi il pubblicitario per la General Electrics Company, nello stato di New
York.
Il
lavoro non gli piaceva, ed è in questo periodo che incominciò
a scrivere, metà "stupide storie d'amore" e metà Sf.
Lasciò
quel lavoro e scrisse "Player Piano", e si trasferì Cape Code, una
cittadina marina.
Ha
scritto un centinaio di racconti, di cui solo una dozzina di Sf.
Ha
scritto testi per la televisione e due commedie il teatro.
A
Cape Code ha fatto anche il rappresentante di automobili e l'insegnante
di letteratura.
Oggi
è considerato uno dei maggiori scrittori americani.
Nel
'92 entra a far parte della American Academy and Institute of Arts and
Letters.
Dal
suo romanzo "Mattatoio n. 5" è stato tratto un film, diretto da
Roy Hill.
Esamineremo, ora, ad una
ad una, tutte le sue opere tradotte, ovvero tutti i romanzi, una delle
due commedie, ed appena undici del centinaio di racconti da lui scritti.
È probabile che qualche
altro racconto sia stato tradotto, ma io non ne sono a conoscenza.
"Rapporto
sull'effetto Barnhouse" (Report on the Barnhouse Effect, '50)
in
"Benvenuta nella gabbia delle scimmie" (Welcome to the Monkey House, '50,
'51, '55, '56, '61); traduzione di Franco Garnero; Prosa del novecento
n. 35, ed. Se, '91; 148 pagine-22. 000 £; ottima antologia, questa
di Vonnegut, fin'ora l'unica tradotta qua da noi, anche se non integralmente;
Altri
contributi critici
recensione
di Fabio Gadducci, "Algenib notizie" n. 9/10, '91, pag. 27, per l'intera
antologia,
"Kurt
Vonnegut, jr. ", XI° capitolo de "Il senso del futuro", di Carlo Pagetti,
"Biblioteca di studi americani" n. 20, ed. di storia e letteratura, '70,
pag. 271
è una divertente satira
antimilitarista, incentrato sulla scoperta, da parte di uno scienziato,
di una sua facoltà straordinaria, che, dapprima offre volontariamente
al Ministero della Difesa.
Ma poi si fà prendere
da una sorta di crisi di coscienza e scompare negando il suo potere
ai signori della morte.
"Il
portafoglio Foster", '51
in
""Benvenuta nella gabbia delle scimmie" op. cit. ; 16 pagine, pag. 37
in cui si racconta di uomo povero
che, anche dopo aver appreso di non esserlo, per la sua totale ignoranza
in fatto di cose economiche, decide di continuare a fare la stessa durissima
vita che vaceva prima, perchè è ciò che lo gratifica
realmente.
"La satira amara di Kurt
Vonnegut jr.", di Sandro Pergameno, pag.I°
"Kurt Vonnegut", XI°
cap. de "Il senso del futuro" di Carlo Pagetti, op. cit. pag. 269-77
"Introduzione"
a "La società della camicia stregata"", di Roberta Rambelli, "S.
f. b. c. " n. 38, ed. La tribuna, '69
"Vonnegut,
via dalla pazza folla", di Fernanda Pivano, "Corriere della sera" del 9/12/'92
recensione
a "Catastrofi di universale follia", di Marzio Tosello, "Urania" n. 1245,
ed. Mondadori, '94, pag. 222
recensione
a "Catastrofi di universale follia", di Roberto Casalini, "Max" n. 1, '95,
pag. 166
Recensione
a "Piano meccanico", di Alfredo Ronci, "Il paradiso degli orchi" n.4, pag.95
Howard
P. Sagal, in "No Place Else: Exploration in Utopia and Distopian Fiction"
(University Press di Carbondale & Edwardsville-Illinois, '83), a cura
di E. S. Rabkin, M. H. Greenberg e J. D. Olander
È un romanzo di Sf sociologica,
tanto che da molti è stato accostato a I mercanti dello spazio
(The Space Merchants, '52), di Fredrick Pohl e Cyril Kornbluth,
un'antiutopia.
E infatti qui non ritroviamo
assolutamente l'impianto narrativo che caratterizzerà i romanzi
maeinstream successivi, ma una vera e propria narrazione, una struttura
classica, con un protagonista, dei personaggi secondari e una storia che
procede linearmente, dall'introduzione all'ambientazione, alla focalizzazione
di ciò su cui ci si vuole soffermare, all'azione vera e propria
e ad una conclusione.
Ambientato, chiaramente,
negli States, racconta della rivolta, propugnata da un pugno di uomini,
contro la totale meccanizzazione della società.
È stato più
volte accostato anche a 1984 (Nineteen Eighty-Four, '50),
di George Orwell, e, decisamente, la figura del protagonista sui accosta
moltissimo a quella di Winston.
I ribelli si aggregano in
una confraternita denominata "La società della camicia stregata",
che ricalca il modulo classico, riscontrabile in moltissimi romanzi autiutopici,
delle società che cospirano contro il potere.
Vi si ritrovano già
le note antimilitariste e pacifiste del Nostro che vedremo essere centralissime
della sua poetica: ". . . c'è un'altra bella cosa da dire, sulla
guerra, non che ci sia qualcosa di bello nella guerra, secondo me:
è che finchè la guerra dura e ci si è dentro, non
ci si preoccupa mai di fare o no una cosa giusta. " (pag. 177-la sottolineatura
è mia).
C'è anche un lungo
brano di commedia, anticipazione delle successive prove in quel campo del
Nostro (pag. 182-189).
Ancora, qui, l'ironia sferzante
che contraddistinguerà le sue migliori opere successive, non è
esplicitata completamente; se ne hanno alcuni brevi accenni quà
e là, ma niente che possa essere confrontato con, chessò,
"Ghiaccio nove" o "La colazione dei campioni".
L'invettiva contro la meccanizzazione
sembra si possa ricondurre al fatto che Vonnegut lavorava, in quel periodo,
alla nell'ufficio pubblicitario del Laboratorio di Ricerche della General
Electric Company a Shenectady, nello stato di New York.
Il volume è introdotto
da Sandro Pergameno, con "La satira amara di Kurt Vonnegut jr.".
"Un
futuro senza fine" (Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, '54)
in
"Grazia" del 24/7/'88, pag. 149; traduzione di Laura Bardare; 6 pagine;
anche in "Fantascienza della crudeltà", a cura di Roberta Rambelli,
"Tempo libero" n.6, ed.Lerici, '65, col titolo di "Domani e domani e domani",
nella traduzione di Roberta Rambelli; originariamente apparso in "Canary
in a Cathouse", '61, precedentemente apparso, col titolo di "The Big Trip
Up Yonder", in "Galaxy", gennaio '54; vedi "Kurt Vonnegut, jr. ", XI°
cap. di "Il senso del futuro", di Carlo Pagetti, op. cit. , pag. 273
si immagina un mondo di un futuro
prossimo in cui si sia trovata una cura contro la vecchiaia, una sostanza
che, praticamente, sospende l'invecchiamento.
Tutta la narrazione è
ambientata nell'appartamento di una famiglia che, a causa di questa scoperta,
si trova, per così dire, ingolfata dal fatto che le vecchie
generazioni non muoiano più.
Uno dei pochi racconti di
Sf del Nostro, ve ne fà anche un breve discorso sopra: "Ti
ricordi quando andavamo pazzi per la fantascienza. . . ?". . . "Perchè
preoccuparsi di ciò che succedeva sulla Terra?". . . "Nel giro di
pochi anni ci saremmo trovati tutti a sfrecciare attraverso lo spazio per
ricominciare la vita su un nuovo pianeta. ". . . "Solo che poi risultò
che ci vuole qualcosa grande come due volte l'Empire State Building per
trasportare un unico pidocchioso colono su Marte. " (pag. 151), alquanto
premonitore, prima ancora che essa iniziasse, del fallimento della conquista
dello spazio.
"Il
ragazzo che nessuno riusciva a controllare", '55
in
"Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 14 pagine, pag. 55
in cui si racconta di un direttore
d'orchestra, che riesce a far amare ad un ragazzo che aveva quale suo unico
hobby quello di lucidare gli stivali guardando la televisione, la musica.
"L'appartamento
accanto", '55
in
"Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 10 pagine, pag. 71
in cui un ragazzo tenta di salvare
il matrimonio dei suoi per mezzo di una dedica ad una radio. Questo ed
altro, nel racconto, ricordano Perle ai porci, un romanzo di cui
tratteremo.
"Miss
tentazione", '56
in
"Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 15 pagine-pag. 83
in cui si racconta dell'incontro/scontro
fra una giovane e bella donna ed un uomo anziano ed ormai solamente spaventato,
dalle donne, soprattutto da quelle piacenti. Lei, nel finale, riuscirà
a salvarlo dalla sua misoginia.
"Uomini
e missili" (The Manned Missile, '58)
in
"Fantaluna", a cura di Roberta Rambelli e Alfredo Pollini, ed. Feltrinelli,
'69; originariamente apparso in "Cosmopolitan", luglio '58, altra edizione,
'65; 15 pagine, pag.81
racconto in forma epistolare,
composto dalle lettere che i padri di due astronauti, uno sovietico e l'altro
statunitense, si scambiano, dopo che i rispettivi figli sono morti nello
spazio, per un errore di pilotaggio, in un'azione che non doveva essere
di guerra, ma, per così dire, di spionaggio militare.
Vonnegut non accentra la
sua micidiale ironia sulla corsa allo spazio, come si potrebbe pensare,
ma tiene una posizione, direi, equidistante, dicendone sia gli aspetti
positivi che quelli negativi; o, meglio, enfatizzandone la negatività
degli utilizzi militari, e esaltandone quelli delle prospettive della ricerca
scientifica.
"Introduzione",
di Kurt Vonnegut, ed.Eléuthera, pag.7
"Kurt
Vonnegut", XI° cap. de "Il senso del futuro", di Carlo Pagetti, op.
cit. , pag. 280;
"Un biglietto
per Trafalmadore",di Carlo Pagetti,"Cosmo oro" n.46,ed.Nord,pag.I°
"Breve
storia dell'astrogazione", in "La scienza della fantascienza", "Strumenti"
n. 18, ed. Bompiani, '91, di Renato Giovannoli, nota n. 78, pag. 210
'Recensione
a "Le sirene di Titano", "Oltre" n.1/2, associazione culturale "Il borgheto",
'93, pag.97
ancora fantascientifico; ma,
più che essere un vero e proprio romanzo di fantascienza è
un pò un romanzo sulla fantascienza, o, forse meglio, un
romanzo che i veri appassionati di essa potrebbero anche non apprezzare
troppo, in quanto, in realtà, ne fa uso, ed un uso decisamente irridente.
Pagetti, nell'introduzione
("Un biglietto per Trafalmadore"), dice che è una: "...de-codificazione
in chiave farsesca delle convenzioni favolistiche della "space opera" (pag.
II), ed è decisamente centratissimo; il tutto, infatti, è
una incredibilmente assurda storia di invasioni della Terra da parte di
marziani ridicolamente armati, di alieni dispersi nel nostro sistema solare,
eccetera.
Ed è proprio il tipico
discorso sull'assurdità dell'esistenza umana ciò che in realtà
Vonnegut vuol fare, qui davvero in maniera molto divertente e molto poco
angosciante, una sorta di preannuncio del suo "nichilismo positivo"
che, come vedremo, contraddistinguerà tutta la sua opera.
In sintesi, si viene a sapere
che: ". . . lo scopo della vita umana nel sistema solare era rimettere
in cammino un messaggero appiedato di Trafalmadore" (pag. 216).
Sempre Pagetti dice, a riguardo:
"La tradizione letteraria occidentale ha individuato la funzione della
scrittura come comunicazione di messaggi significativi. Lo scrittore scrive
per comunicare un messaggio-che può essere anche un messaggio di
morte, o di crisi, di auto-distruzione-ma sempre un messaggio importante.
"The Sirens of Titan" è un romanzo intorno a un messaggio
che non esiste. " (pag. V)
Qui, in pratica, Vonnegut
rivolge i suoi strali verso la letteratura americana, e non poteva esserci
mezzo migliore che la Sf, quella cattiva, dozzinale, completamente
vuota.
Infatti, come dice sempre
il Pagetti, questa è un': "...opera narrativa che interpreta se
stessa come gioco letterario-parodia, come abbiamo visto, della "space
opera", parodia della scienza, parodia del linguaggio dei comics, parodia
del corpus letterario americano..." (Idem).
C'è un richiamo del
racconto di questo anno, "Harrison Bergeron": "C'erano letteralmente miliardi
di persone che si autosvantaggiavano allegramente, sulla Terra.
E ciò che li rendeva
tutti così felici era che nessuno approfittava più degli
altri. " (pag. 157).
Il volume è corredato
da alcune note appositamente redatte dall'autore per l'edizione italiana.
"Harrison
Bergeron" (Harrison Bergeron, '61)
in
"Blade runner" n. 11, '91; 4 pagine, pag. 2; precedente apparso in "Fantasia
e fantascienza" n. 1, ed.Minerva, '62; originariamente apparso in "The
Magazine of Fantasy & Sf", ottobre '61
ambientato in un futuro in cui
il potere impone alle persone particolarmente dotate, in qualsiasi campo,
degli handicapp appositi, specifici, atti ad uniformarli alla massa.
Davvero divertente, è
letteralmente intriso della tipica satira corrosiva del Nostro.
"Chi
sarò questa volta" (Who Am I This Time?, '61)
in
"Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 15 pagine-pag. 101;
anche in "Grazia" del 10/3/'91, col titolo di "Chi sono. . . ", nella traduzione
di Laura Bardare
forse l'unico racconto di quella
serie di storie d'amore che Vonnegut ha anche scritto, ambientata nell'ambiente
del teatro.
Da esso è stato tratto
il film omonimo di Jonathan Demme, per la PBS, con Chris Walker.
"2BRO2B"
(2BRO2B,'62)
in
"Gamma" n. 1,anno 1°,vol.1°, ed. Gamma, '65,8 pagine-pag.62; originariamente
apparso in "If", gennaio '62
una sorta di riflessione
sul problema della sovrappopolazione, il controllo delle nascite e il suicidio,
col l'Arte (e l'artista) decisamente al centro.
recensione
in "Nei labirinti della fantascienza", a cura del collettivo "Un'ambigua
utopia", op.cit., pag.194
"Un labirinto
per ogni mostri" (II° parte), Nicoletta Vallorani, "Ucronia" n. 2,
'86, pag. 60;
"Kurt
Vonnegut", XI°cap. de "Il senso del futuro", di Carlo Pagetti, op.
cit. , pag. 270;
recensione
a "Catastrofi di universale follia" di Marzio Tosello, op.cit.
recensione
a "Catastrofi di universale follia", di Roberto Casalini, op.cit.
Uno dei più importanti
romanzi di Vonnegut, questo, in cui ancora rimane all'interno del genere
fantascientifico.
È una feroce satira
contro le religioni, e contro la stupidità degli esseri umani in
genere.
La trama, estremamente stupida,
in sè, è frastagliata, sminuzzata in una miriade di brevi
capitoletti, anche se a volte consequenziali fra loro.
Altri obbiettivi della satira
corrosiva di Vonnegut sono, come in molte sue opere, il militarismo e,
qui, anche la pena di morte, i governi-fantoccio statunitensi (l'isola
su cui è ambientato è una trasparente allegoria di Haiti
e del governo di Duvalier) e, appunto, genericamente la stupidità
dell'uomo medio americano, impastoiato in un modo di vivere totalmente
falso.
Il ghiaccio nove del titolo,
lo spunto fantascientifico su cui si basa la trama, ma che poi ne fà
una parte invero marginale, ha un effetto di cristallizzazione della vita
che mi sembra di poter paragonare anche a livello simbolico con quello
del cataclisma cosmico in "Foresta di cristallo" di James G. Ballard.
Sia là che quà,
infatti, questo effetto di cristallizzazione ha una valenza cancerogena,
è una sorta di cedimento della vita a ciò che è il
suo opposto, alla tendenza entropica dell'universo, uno sfaldamento progressivo
del tessuto sano ad un'infezione che cristallizza la vita, la elimina.
Certo qua ha anche una valenza
altra, quella, forse, di tutte le cose sbagliate che l'Uomo ha detto ed
ha fatto, che, ad un certo punto, gli si ribellano contro, uccidendolo,
mentre là il simbolismo era altro, e non analizzabile in questo
ambito.
Si
veda ad esempio:
recensione
in "Nei labirinti della fantascienza", a cura del collettivo "Un'ambigua
utopia", op. cit. , pag. 45;
in "J.
G. Ballard", ed. Intercom press: "Frammenti molto provvisori", di Jean-Francois
Jamoul, pag. 26;
"La parola
nuda: aspetti del sincronismo apocalittico nella tetralogia degli elementi
di J. G. Ballard", di Domenico Cammorota, pag. 37;
"Il paesaggio,
la follia e la catastrofe", di Alberto Poggi, pag. 44;
"Ritratto
d'autore: James Ballard", di Giuseppe Caimmi e Piergiorgio Nicolazzini,
"Robot" n. 18, ed. Armenia, '77, pag. 10;
"L'altra
via della catastrofe: la Gran Bretagna", di Giuseppe Caimmi, "S&F"
n. 1, '83, pag. 18;
"Ballard:
l'opera", mia, "La spada spezzata" n. 15, pag. 14;
"Un labirinto
per ogni mostro" (II° parte), di Nicoletta Vallorani, "Ucronia" n.
2, '86, pag. 60;
"Shangai
a picadilly", di Riccardo Valla, "Urania" n. 1040, ed. Mondadori, '87,
pag. 138;
recensione
alla quadrilogia degli elementi, di Gian Filippo Pizzo, "Future shock"
n. 3, vecchia serie, '87pag. 6;
in "J.
G. Ballard", ed. ShaKe, '94: "Immagini del futuro", di James G. Ballard,
pag. 51; "Lesioni-Tv rivelazioni immaginazioni", pag. 155;
"Il quadruplice
simbolismo di Ballard", di D. Pringle, pag. 221; estratto da una recensione
di B. Aldiss, pag. 249, da "Oxford Mail", aprile '66
Dall'ottimo scrittore che è,
Vonnegut si permette anche di fare una lunga digressione sul ruolo dello
scrittore nella società contemparanea, che a me è parso molto
più incisivo e pregnante di tanti lunghi e noiosi saggi dei nostri
accademici.
Ma bisogna essere veramente
bravi per dire cose molto complicate in maniera semplice, e, come
qui, anche divertente.
Il volume è introdotto
da Goffredo Fofi e ha delle note appositamente redatte dall'autore per
l'edizione italiana.
"Forza
d'animo" (Fortitude, '65)
in
"Il ritorno di Frankenstein" (The Ultimate Frankenstein, '91), a cura di
Byron Preiss, "Varia fantascienza", ed. Mondadori, '93-319 pagine-29. 000
£; 18 pagine, pag. 75; traduzione di Massimo Patti; riedito in "Playboy",
settembre '68
in cui si affronta il problema
dell'eutanasia, come sempre, in Vonnegut, in maniera divertente, un breve
atto unico, una commedia satirica, in cui si immagina, vista l'antologia
in cui è inserito, un dottore del futuro che tiene in vita la testa
di una donna ricchissima, che, però, ad un certo punto gli chiede,
appunto, di poter morire.
Come vedremo, Vonnegut non
è insolito a questo tipo di scrittura.
Perle
ai porci, ovvero, Dio la benedica, mr. Rosewater (God Bless You, Mr. Rosewater,
or Pearls Before Swine, '65)
"La satira
amara di Kurt Vonnegut jr. ", di Sandro Pergameno, "Cosmo oro" n. 36, ed.
Nord, '79, pag. II;
"America,
non ti sopporto più", di Fernanda Pivano, "Corriere della sera"
del 20/10/'91;
"Galleria
di figurine", di Mario Materassi, "il Giornale" del 8/12/'91;
"Kurt
Vonnegut-Benvenuti al mattatoio", di Romano Giacheti, "Sf clipping" n.
5, '91, pag. 6, da "la Repubblica" del 4/9/'91
Veramente molto buono, questo
romanzo racconta una storia semplice, ed io ho trovato in questa semplicità
della narrazione una delle sue qualità migliori.
Racconta, semplicemente,
di un ultramiliardario americano che decide di mettere a disposizione il
suo patrimonio per opere buone, e del tentativo, poi riuscito, da
parte di un suo lontano parente povero, di impadronirsene.
La satira pungente di Vonnegut,
questa volta, quindi, è puntata sul Dio Denaro, che domina la vita
negli States (e non solo).
E, come al solito, lo fa
in modo veramente squisito, senza mai esagerare nè da una parte
nè dall'altra, prendendo in considerazione ogni possibile obbiezione,
per poi, chiaramente, venendo fuori con la sua, sferzante, opinione, che
certo non è molto mite nei confronti di chi del Denaro fà
il suo unico mito nella vita.
Vi ci riscontra traccia
di un episodio cruciale della vita dell'autore, una causa di divorzio intestatagli
dalla seconda moglie, che lo gettò in una crisi depressiva.
E vi è anche un riferimento
ad un racconto di "Benvenuta. . . ", quello omonimo, quel Salone del Suicidio
Etico.
Veramente gradevolissimo
da leggersi, non contiene alcun elemento che lo possa connotare in alcun
modo come un'opera di genere fantastico, ma Vonnegut ci dà
un motivo per apprezzarlo; infatti dedica un lungo brano agli appassionati
di fantascienza, in cui ci fà i più sperticati elogi: "Vi
voglio bene, figli di puttana. . . Siete i soli che leggo, ormai. Siete
gli unici che parlano dei cambiamenti veramente straordinari che
si stanno verificando, gli unici così pazzi da sapere che la vita
è un viaggo nello spazio, e neanche tanto breve, perchè durerà
miliardi di anni. Siete gli unici tanto coraggiosi da preoccuparsi veramente
tutto quello che ci stanno facendo le macchine, che ci stanno facendo le
guerre, che ci stanno facendo le città, che ci stanno facendo le
idee semplici e grandiose, di quali tremendi equivoci, errori, incidenti
e catastrofi sono causa. Siete gli unici tanto sciocchi da arrovellarsi
sul tempo e sulle distanze, sui misteri che non moriranno mai, sul fatto
che stiamo decidendo proprio adesso se il viaggio spaziale del prossimo
miliardo di anni o giù di lì finirà in Paradiso o
all'Inferno. " (pag. 22-vedi "La satira amara di Kurt Vonnegut jr. ").
Il volume è introdotto
da una breve nota dell'autore all'edizione italiana, "Air mail".
recensione
di Silvio Sosio, "Ucronia" n. 1, '85, pag. 106;
recensione
di Giangiacomo Gandolfi, "Il paradiso degli orchi" n. 4, '93, pag. 97
In questo romanzo Vonnegut,
per la prima volta, tenta di esternare ciò che poi, più compiutamente,
riuscirà a fare con "Mattatoio n. 5", e cioè quel sentimento
ambivalente che gli derivò dalla terribile esperienza di essere
stato sotto il bombardamento alleato di Dresda del 13 febbraio 1945, quando
ormai le sorti della guerra erano segnate.
Vi si racconta di un piccolo
gerarca nazista, o di un infiltrato dei servizi segreti amaricani, e delle
sue vicissitudini, prevalentemente dopo la guerra, in America.
Ed è proprio la dicotomia
fra questi due personaggi che convivono nel protagonista ciò
che lo caratterizza, il suo non riuscire più, cioè, a distinguere
dove stia il Bene e dove il Male:
"Quale di questi è
il tuo adesso, Howard?"
"Prego?" dissi.
"La falce e il martello,
la svastica, o le stelle e le strisce. . . " disse "qual è quello
che preferisci?"
"Fammi delle domande sulla
musica" dissi.
"Che cosa?" disse.
"Chiedimi qual è
la musica che preferisco di questi tempi" dissi. (pag. 92).
Vonnegut dice ogni cittadino
normale è schizofrenico, e che è proprio questo che
lo fà andare avanti, non facendogli sentire troppo il dolore del
vivere.
Il protagonista, in un certo
senso, incarna questa dicotomia, la fà vivere sulla pagina stampata:
"Il corpo americano dei liberi combattenti era un sogno nazista. . . .
. . Tra parentesi, quando definisco questo reparto come un sogno dei nazisti,
vuol dire che sono in preda a un attacco di schizofrenia. . . l'idea del
corpo americano dei liberi combattenti, infatti, è nata da me. Io
ne suggerii la creazione, ne disegnai le uniformi e le insegne, io ne scrissi
il testo del giuramento. " (pag. 94).
La trama, ancora una volta,
è abbastanza semplice, anche se non così lineare come in
"Dio la benedica. . . ", essendo infarcita di flash back e storie secondarie,
ma sempre attinenti ad essa.
Qui, più che nelle
precedenti opere, si dà spazio alle storie sentimentali, e c'è
il solito angolino per le sferzanti ironiche punzecchiate contro la puritana
società americana.
Forse uno dei più
noiosi romanzi del Nostro, è comunque pur sempre stuzzicante.
Da questo romanzo è
stato tratto un film con Nick Nolte, John Goodman e Alan Arkin.
Il volume è introdotto
da Luigi Brioschi.
"Benvenuta
nella gabbia delle scimmie" (Welcome to the Monkey House, '68)
in
""Benvenuta nella gabbia delle scimmie" op. cit. ; pag. 119, 21 pagine;
anche in "Metamorfosi 1970", "S. f. b. c. " n. 38, ed. La tribuna, '70,
nella traduzione di M. T. Guasti o Sandro Sandrelli, col titolo di "Benvenuti
alla casa delle scimmie", e in "La fantascienza di Playboy.Parte prima"
(The Playboy Book of Science Fiction, '98), a cura di Alice K. Turner,
"Urania" n.1368, ed.Mondadori, '99, nella traduzione di Vittorio Curtoni,
p. 102; originariamente apparso in "Playboy", gennaio '68
Altri
contributi critici:
"Presentazione
a "Metamorfosi 1979"", di Sandro Sandrelli, "S. f. b. c. " n. 38, ed. La
tribuna, pag. 6
un buon racconto sulla problematica
della sovrappopolazione, tanto cara alla Sf sociologica degli anni '60,
ma qui ripresa da Vonnegut con un taglio decisamente personale, ovvero
puntando tutto sulla satira pungente contro i moralisti e i cosiddetti
benpensanti.
A completare questa antologia,
di cui questo è l'ultimo racconto, c'è, in apertura una "Prefazione"
dell'autore, e in chiusura un saggio, "Come scrivere con stile", originariamente
apparso in un volume della International Paper Company, nella serie "Il
potere della parola stampata".
È un breve e divertente
apologo scherzoso su ciò che bisognerebbe fare per diventare dei
buoni scrittori, nel quale si mescolano sapientemente alcune verità
indubitabili e delle evidenti prese in giro del neofita che vi cercasse
delle verità assolute.
Mattatoio
n. 5, o la crociata dei bambini (Slaughterhouse-Five or The Children's
Crusade, '68)
recensione
in "Nei labirinti della fantascienza", op.cit.
"Il viaggio
alla rovescia: i semplici", di Nicoletta Vallorani, "Ucronia" n.3,anno
II°, '86, pag.93
recensione
a "Catastrofi di ordinaria follia", di Marzio Tosello, op.cit.
Decisamente il romanzo di Vonnegut
che ha avuto più successo, è quello in cui racconta, per
esteso, la sua esperienza terribilmente traumatizzante del bombardamento
di Dresda del 1945.
Per fare ciò utilizza
un'espediente che rende quello che poteva essere un racconto noioso,
una narrazione decisamente intrigante; parte, cioè, dalle conseguenze
psicologiche del protaginista-alter ego, e lo fa sbalzare avanti e indietro
nel tempo, lo descrive, cioè, come un uomo che non riesce a focalizzarsi.
Il protagonista viene rapito
dai Trafalmadoriani, alieni molto simpatici, dalle caratteristiche alquanto
particolari; una percezione del Tempo totalmente differente dalla nostra,
un sistema riproduttivo altrettanto, e altre trovate decisamente divertenti.
Una di queste sono i romanzi
trafalmadoriani: ". . . ogni blocchetto di simboli è un breve messaggio
urgente, che descrive una situazione, una scena. Noi trafalmadoriani li
leggiamo tutti in una volta, non uno dopo l'altro. Non c'è alcun
rapporto particolare tra i messaggi, salvo che l'autore li ha scelti con
cura in modo che, visti tutti insieme, producano un'immagine di vita bella,
sorprendente e profonda. " (pag. 89).
Ciò non stride con
la parte, per così dire, seria, ed è proprio questa
capacità dell'autore di far coesistere il suo umorismo alla tragicità
di ciò che stà raccontando, uno dei suoi pregi migliori.
Vi sono, come al solito,
svariati riferimenti ad altri suoi romanzi: "Fu Rosewater a far conoscere
a Billy la fantascienza, e in particolare i libri di Kilgore Trout. " (pag.
101-"Perle ai porci"); il "Corpo americani liberi" di "Madre notte", eccetera.
C'è un passo, nel
romanzo una dichiarazione di un maresciallo, che mi è parso una
specie di razionalizzazione di quell'immane tragedia bellica che segnò
l'autore tanto profondamente: "Che il bombardamento di Dresda sia stato
una grande tragedia, nessuno può negarlo. Che fosse realmente una
necessità militare, pochi, dopo aver letto questo libro, lo crederanno.
È stata una di quelle terribili cose che talvolta accadono in tempo
di guerra, causate da una sfortunata combinazione di circostanze. Coloro
che l'approvarono non erano nè malvagi nè crudeli, benchè
può darsi che fossero troppo lontani dall'amara realtà della
guerra per comprendere pienamente il terrificante potere distruttivo dei
bombardamenti aerei nella primavera del 1945. " (pag. 181).
Una delle cose migliori
del romanzo è il primo capitolo, più che altro una sorta
di lunga introduzione in cui l'autore dialoga direttamente col lettore,
e spiega le difficoltà che ha incontrato nello scriverlo.
Da questo romanzo è
stato tratto un film, diretto da Roy Hill.
"La
grande chiavata spaziale" (The Big Space Fuck, '72)
in
"Aliens" n. 9/10, ed. Armenia, '80; 3 pagine, pag. 44; originariamente
apparso in "Again Dangerous Visions", a cura di Harlan Ellison, '72; traduzione
e introduzione di Vittorio Curtoni
divertentissimo, è il
racconto di una Terra futura in completa decadenza, in cui si decide di
inviare un'astronave carica di sborra su Andromeda:
...per provvedere a che
la vita umana continuasse a esistere in qualche punto dell'universo, dato
che ormai, non c'erano dubbi, sulla Terra non sarebbe durata ancora per
molto. (pag. 44).
Ma, forse, ciò non è
che il pretesto, per Vonnegut, per dire un'altra cosa; infatti ipotizza
anche che in questo futuro ci sia la possibilità, per i figli, di
denunciare i proprio genitori per le malefatte che, secondo loro, gli avrebbero
rovinato l'esistenza.
E la figlia che qui denuncia
i proprio genitori, è la Wanda June che abbiamo visto nella commedia.
Curtoni premette una breve,
e divertente, introduzione.
La
colazione dei campioni (Breackfast of Champions, '73).
"La
scala", ed. Rizzoli, '74; traduzione di Attilio Veraldi; 277 pagine-? £;
anche ed. Eléuthera, '92, nella stessa traduzione; da questo romanzo
è stato tratto il film omonimo, diretto da Alan Rudoph (Usa ’98),
con Bruce Willis (che ne è anche il produttore), Nick Nolte, Albert
Finney e Barbara Hershey: vedi la recensione di Giovanni Valerio, "Max"
n.3, ed.Rizzoli, ’99, pag.54 e "Revival anni Settanta o un’opera datata?",
di Lietta Tornabuoni, "L’espresso" del 25/2/’99"; Altri contributi critici:
"Uomini
sull'orlo di una crisi da video", di Enzo Di Mauro, "Corriere della sera"
del 18/4/'99
"Ma erano
tutti già morti", di Daniele Del Giudice, "Panorama" del 9/7/'84;
"La vita
come malattia", di Antonio Caronia, "Linus" n. 7, ed. Milano libri, '84,
pag. 102
Uno dei romanzi maggiormente
nichilistici di Vonnegut, racconta una storia davvero miserabile,
una storia fatta di nulla, di umiliazioni di umili, di sfigati congeniti.
Il protaginista uccide accidentalmente,
a dodici anni, una donna incinta con una fucilata; e, con l'aggiunta del
fatto che la sua famiglia, per pagare i danni, va in rovina, ciò
gli segnerà il resto dell'esistenza in maniera indelebile.
Molto importante, direi,
il fatto che egli trovi nella sublimazione artistica il suo modus
di uscire da tale situazione; e anche la figura di Felix, il fratello;
Vonnegut, infatti, ha sempre avuto un atteggiamento simile nei riguardi
di suo fratello, di ammirazione della sua normalità: "Il
mio unico fratello, più vecchio di me di otto anni, è uno
scienziato di successo. La sua specializzazione è la fisica delle
nuvole. Si chiama Bernard, ed è più divertente di me. " ("Prefazione"
a "Benvenuta nella gabbia delle scimmie", pag. 15).
Egli, mi sembra di poter
dire, si ritiene, ho si è ritenuto, unicamente più divertente
di lui, ma, per il resto, più sfortunato.
Qui, il protagonista ha
una sorta di breve successo personale quale drammaturgo, e, nella narrazione,
sono disseminati spezzoni di commedie; come abbiamo visto, nell''82
Vonnegut aveva già scritto sicuramente almeno una delle sue due
commedie.
Vi si fà molta attenzione
alle storie sentimentali, sempre fallimentari, e la narrazione è
decisamente meno spezzettata che in "La colazione dei campioni" o "Ghiaccio
nove".
Ma, nonostante ciò,
rimane, anche questo, un non-romanzo; ecco quanto, a proposito della questione
romanzo si dice in questo testo: "Noi tutti vediamo la nostra vita
come un romanzo. . . . Se una persona vive la sua vita fin oltre la sessantina,
è molto probabile che il romanzo della sua vita sia ormai bell'e
finito-in quanto tale-e quel che resta da vivere è solo l'epilogo.
. . Un romanzo, dopotutto, è tanto artificiale quanto uno di quei
cavalli da rodeo meccanici, che si trovano da noi in certi locali pubblici.
" (pag. 183-4); da cui mi sembra di poter dedurre che, forse, ciò
che Vonnegut, in fin dei conti, ha voluto dirci, scrivendo sempre e solo
non-romanzi sia proprio la sua impossibilità di ricondurre ad un
filone unico la proprio esistenza, lo sfilacciamento derivatogli forse
anche dalla sua terribile esperienza di Dresda.
Il tocco divertente
di questo romanzo, ciò attraverso cui Vonnegut interrompe la narrazione
e introduce un elemento, suo tipico, di meditazione scherzosa, è
la presenza di ricette culinarie; il protagonista, infatti, è, fra
le altre cose, un cuoco provetto.
In apertura c'è una
prefazione dell'autore.
"In dieci
sull'arca della nuova umanità", di Leda Di Malta, "Grazia" del 2/12/'90;
recensione
mia, "Algenib notizie" n. 8, '91, pag. 4;
"Libri",
di Daniele Brolli, "Cyborg" n. 2, ed. Star comics, ’91, pag. 52;
"Sturgeon,
Vonnegut, and Trout", di Norman Spinrad, "Isaac Asimov's Science Fiction
Magazine", aprile '87
Un fantasma racconta da un lontanissimo
futuro le ultime gesta dell'umanità; è il fantasma di Leon
Trout, figlio dell'ormai a noi ben noto Kilgore Trout, di cui apprendiamo
che anche la moglie era una scrittrice di fantascienza.
Ciò che derminò
la fine della razza umana è una gravissima crisi economica che sgretola
il sistema capitalistico, : ". . . Intere nazioni venivano a trovarsi da
un momento all'altro. . . impossibilitate perfino a comprare lo stretto
indispensabile ricorrendo alla loro valuta metallica o di carta. " (pag.
30), il moltiplicarsi le guerricciole fra stati sull'orlo della bancarotta,
: ". . . allo scopo di distogliere i grossi cervelli del paese dai loro
cruciali problemi, i nuovi leader del Perù si accingevano a dichiarare
guerra all'Ecuodor" (pag. 129), sommata ad un'epidemia che rende sterili
le donne.
Il fantasma, che racconta
così in che modo lo è diventato: ". . . decapitato. . . d.
. . a. . . una lastra d'acciaio che mi è caduta sul collo mentre
lavoravo nello scafo della Bahìa de Darwin. " (pag. 225),
racconta proprio attraverso la narrazione della crociera di quella nave,
sulla quale ci saranno gli ultimi esseri umani del pianeta, questa catastrofe.
E , come al solito, lo fà
in maniera molto divertente, con il suo solito gusto nel caricaturare i
caratteri dei protagonisti fino al parossismo.
L'antimilitarismo intrinseco
di Vonnegut lo si vede, qui, anche nei brevi flash back sulla guerra del
Vietnam, che il narratore ogni tanto intermezza alla narrazione: "la guerra
a cui ho avuto l'onore di partecipare in qualità di combattente,
ovverosi la guerra del Vietnam" (pag. 110); "Io stesso in Vietnam ho avuto
qualche esperienza personale in fatto di sogni-che-si-avverano di questa
specie, a base di mortai, di granate e di artiglierie. " (pag. 197).
Vi è anche una sorta
di breve discorso sul romanzo fantascientifico: ". . . giochi d'azzardo.
. . come il pocker, il polo, la borsa il romanzo fantascientifico. " (pag.
85), in cui si descrive, direi magistralmente, la vera natura di esso,
di rompicapo, di esercizio per la mente, ma per menti vive, per
menti aperte; coi suoi rischi, quindi, per gli ottusi e quelli di strette
vedute.
E, un vero e proprio romanzo
di fantascienza, lo è in tutto e per tutto; a parte ciò che
abbiamo detto, cè anche la tipica invenzione, il Mandarax,
una sorta di traduttore simultaneo da un migliaio di lingue conosciute,
che, ad un certo punto, si guasta, e si mette a emettere citazioni in (anuances-NO,
sostituire dizione esatta) con quanto sente.
"Vonnegut,
via dalla pazza folla", di Fernanda Pivano, "Corriere della sera" del 9/12/'92
Romanzo in cui Vonnegut dà
prova di quanto si possa scrivere davvero attorno al nulla; la trama
è, praticamente, inesistente: un vecchio pittore in disgrazia ospita
una scrittrice di bestsellers, che lo induce a scrivere la sua autobiografia.
La narrazione procede quindi
fra questi due livelli, il romanzo autobiografico e il racconto della convivenza
dei due; la prima, chiaramente, densa di avvenimenti, l'altra in
cui non succede nulla, se non il normale tran tran quotidiano.
Ha me è sembrato,
sinceramente, che sia un pò un romanzo sulla letteratura;
Vonnegut, infatti, qui, sembra non puntare la sua sferzante ironia verso
alcunchè, ma, forse, fermarsi a riflettere sul mezzo che ha scelto
per esprimersi: "Chi è più da compatire, uno scrittore imbavagliato
dalla polizia oppure uno che vive in piena libertà ma non ha
più niente da dire?" (pag. 165-la sottolineatura è mia).
E infatti ciò verso
cui verte tutta quanto l'opera è proprio un discorso sull'arte,
in genere, sugli artisti, sul loro costante sforzarsi di produrre qualcosa
che gli sopravviva, che li faccia ricordare.
Il titolo si riferisce proprio
alla famosa fiaba, ed è dovuto al fatto che il protagonista nasconde
qualcosa in un patataio, qualcosa che la sua ospite vuole scoprire
ad ogni costo, ma che egli, appunto, gli vieta assolutamente di fare, se
non poi, nel finale, permetterglielo.
È, ciò, simbolicamente,
un qualcosa che ha a che fare col grande segreto di Vonnegut, la
sua terribile esperienza di Dresda, di cui precedentemente troviamo pochissime
tracce: ". . . uno che sia stato a lungo sotto i bombardamenti può
ben dire di doversi scaccolare pezzi di calcinacci dai capelli. " (pag.
201); e, molto più esplicito: ""Fui preso prigioniero quando mancavano
ormai soltanto pochi mesi alla fine della guerra", dissi. "Rappezzato alla
meglio in un ospedale militare, fui mandato in un campo di prigionia situato
a sud di Dresda, dove le provviste alimentari erano praticamente esaurite.
Tutto, in quel che restava della Germania, era stato divorato. " (pag.
215).
È un enorme quadro,
in cui è rappresentata la scena dell'ammassamento dei prigionieri
del campo, lasciati in libertà all'approssimarsi delle truppe alleate:
"Una sera di maggio, "dissi"
ci fecero uscire dal campo di prigionia e marciare per strade di campagna.
Ci diedero l'alt alle tre di notte e ci dissero di dormire all'addiaccio
come meglio potevamo.
"Quando ci svegliammo, al
levar del sole, le guardie erano scomparse e ci trovavamo sul ciglio di
una valle presso i ruderi d'un'antica torre di guardia. Sotto di noi, in
quell'innocente campagna, c'erano migliaia e migliaia di persone come noi,
condotte là dalle loro guardie e là scaricate. Non soltanto
prigionieri di guerra; c'erano anche individui evacuati da campi di concentramento
e da fabbriche dove erano stati schiavi, nonchè da prigioni per
criminali comuni e da manicomi. L'idea era quella di lasciarci liberi il
più lontano possibile dalle città, dove avremmo potuto fare
il diavolo a quattro.
C'erano anche profughi civili,
là, scappati dinanzi all'avanzare del fronte russo o del fronte
angloamericano. I due fronti si erano congiunti, in effetti, a nord e a
sud di dove eravamo noi.
E poi c'erano centinaia
di militari tedeschi, con le armi ancora ben funzionanti, ma docili adesso,
in attesa di arrendersi e cedere quelle armi a chi di dovere. " (pag. 216-7).
Le battute di spirito tipiche
di Vonnegut si contano col contagocce, e, perlopiù, piazzate
in punti in cui evidenziano il loro essere molto amare.
Il quadro si intitola "Ora
tocca alle donne", e, unitamente a questo brano: "Le donne sono inutili
e prive di fantasia, vero? Nella terra, pensano solo a piantarci i semi
di qualcosa di bello o commestibile, no? L'unico missile che riescono a
pensare di lanciare è una palla o un mazzolino di fiori nuziali.
" (pag. 206), fanno, a mio parere, di questo romanzo, l'ennesima opera
antimilitarista e femminista del Nostro.
In apertura, c'è
la consueta "Nota dell'autore" all'edizione italiana.
"Le follie
americane", di Mario Materassi, "Sf clipping" n. 26, '92, da "il Giornale"
del 8/12/'91;
recensione
di Mirko Tavosanis, in "Recensioni e massacri", febbraio '92, pag. III°,
allegato a "Algenib notizie" n. 20;
recensione
di Roberto Genovesi, "L'eternauta" n. 114, ed. Comic art, '92, pag. 23;
"L'imbarazzo
di essere umani", di Alberto Rollo, "Sf clipping" n. 26, '92, pag. 8, da
"l'Unità" del 28/10/'91;
"Messaggi
in bottiglia inviati da Vonnegut a un mondo impazzito", di Maria Sebregondi,
"Sf clipping" n. 35, '92, pag. 6, da "L'indipendente" del 15/11/'91
È interamente incentrato
sulla guerra del Vietnam, o, meglio, sul problema più volte messo
in rilievo da vari intellettuali statunitensi dei reduci di quella guerra.
Vonnegut affronta il problema
al suo solito modo, cioè con la sua carica ironica tagliente, graffiante.
Il protagonista, ma meglio
sarebbe dire il narratore, è uno di questi reduci, e il romanzo
altro non è che, ennesimamente, appunto, una sua biografia, stracolma
di minimi dettagli, e di quell'ironia sferzante che abbiamo imparato a
conoscere.
Una parte molto importante,
nel racconto, la fà un racconto di fantascienza ambientato sul Trafalmadore
di "Le sirene di Titano", "I protocolli degli anziani di Trafalmadore",
del non nominato Kilgore Trout.
Il tutto, ovviamente, a
far da tramite al solito discorso antimilitarista e pacifista del Nostro,
della cui terribile esperienza di Dresda si odono echi un pò in
ogni pagina, ma, forse, più di tutto in questo passo: "Il massacro
di Nanchino è uno dei tanti episodi di ferocia che si conoscono,
relativi a soldati che trucidano prigionieri e civili , inermi. . . " (pag.
265).
Qui, il fattore amalgamante
della solitamente spezzettata trama è, sostanzialmente, l'idea del
protagonista/narratore, di stilare una lista delle donne amate e delle
persone uccise, dei suoi: ". . . omicidi, legalmente compiuti da militare.
. . " (pag. 269).
In apertura vi è
la consueta breve prefazione, scherzosa, dell'autore, "Nota del redattore".
"Vonnegut,
il dramma della Storia che si ripete", di Ermanno Krumm, "Corriere della
sera" del 1/7/’98
è, forse, il suo romanzo
meno romanzo è più biografia che abbia scritto; infatti,
vi dice un’infinità di aneddoti e fatti della sua vita, con, solamente,
il tenue legame di quello che potremmo chiamare il novum fantascientifico
che, appunto, ne fa da collante: "Il cronosisma del 2001 fu un crampo cosmico
nelle viscere del destino. Allo scoccare di quelle che a New York erano
le 2: 27 p. m. del 13 febbraio di quell’anno, l’Universo ebbe una crisi
d’autostima. "Debbo continuare a espandermi indefinitamente?Che senso avrebbe?"
si chiese.
Fibrillò d’indecisione.
Magari avrebbe dovuto tenere una riunione di famiglia, e poi esibirsi in
un nuovo grande big BANG.
"Improvvisamente si contrasse
di dieci anni. Mi ricacciò, insieme a tutti gli altri, al 17 febbraio
1991, allo scoccare di quelle che per me erano le 7: 51 a. m. , in fila
davanti a una banca del sangue a San Diego, California.
Per ragioni note solo a
lui stesso, l’Universo disdisse la riunione di famiglia, almeno per quella
volta. E riprese a espandersi. " (pag. 62).
E, la stessa fantascienza
vi è più volte citata, a partire dalla presenza di quel Kilgore
Trout che abbiamo visto protagonista, o, comunque, presente, in tante sue
opere; qui, addirittura, vi sono diversi suoi racconti narrati per
intero, come il "Le sorelle B-36", a pag. 25; di lui, poi, Vonnegut dice
di un’idea: "Il suo livore nei confronti della "letteratura alta", inoltre,
non era tipicamente suo. Era diffuso tra gli scrittori di fantascienza".
(pag. 70); vi si cita, con molta commozione e rispetto, Isaac Asimov, e,
principalmente, questo: ". . . giochi mentali che cominciano con la domanda:
"Se la situazione fosse così-e cosà, cosa succederebbe?"
(pag. 116), indubbia parafrasi della Sf.
Ma, oltre a ciò,
Vonnegut, come abbiamo detto, vi immette a piene mani quella sua saggezza
nichilista che gli abbiamo imparato a sapere, a partire dal suo scetticismo
nei riguardi del progresso, a partire dalla televisione (". . . a quei
tempi. . . la maggior parte degli europei (non) era in grado di leggere
e scrivere. . . grazie alla TV torneremo ben presto in quelle condizioni.
" (pag. 66); "La TV è una gomma per cancellare. " (pag. 195))
e dal computer (". . . i libri-benchè fabbricati con materiali scarsamente
lavorati, reperiti nei boschi, nei campi e dagli animali-erano arnesi con
un’enorme praticità di stivaggio e una grande potenzialità
per la trasmissione di informazioni: tali caratteristiche erano assai vicine
a quelle dei più recenti miracoli di Silicon Valley. Ma per accidente,
e non per astuto calcolo, i libri, a causa del loro peso e della loro consistenza,
e per via della loro dolce e figurata resistenza alla manipolazione, coinvolgono
le nostre mani e i nostri occhi, e poi i nostri cervelli e le nostre anime,
in un’avventura spirituale che mi dispiacerebbe molto che i miei nipoti
non potessero assaporare. " (pag. 161); "Come vengo a conoscenza di tutte
queste cose?Grazie al computer?No, grazie alla perduta arte della conversazione.
" (pag. 193)).
Dice anche molto, moltissimo,
sulla letteratura, a partire da una sorta di spiegazione sul perché
i suoi romanzi, in definitiva, non lo siano: "Se avessi perso tempo
a creare personaggi. . . non sarei mai riuscito a darmi da fare per attirare
l’attenzione su cose veramente importanti: le irrefrenabili forze della
natura, le invenzioni crudeli, gli ideali di pastafrolla e i governi e
le economie che riducono a qualcosa tirato dentro dal gatto qualunque tipo
di eroe o di eroina. " (pag. 70), questo brano, bellissimo, in cui sintetizza
la sua idea di ciò che è un’artista: "Gli artisti. . . sono
gente che dice: "Non riesco a sistemare la mia nazione, o la mia città,
o il mio matrimonio. Però, cavolo, posso rendere questo quadro di
tela, o questo foglio di carta ventuno-per ventisette, o questa massa di
argilla, o queste dodici battute di musica, esattamente quello che dovrebbero
essere!" (pag. 144), e questa definizione dello scrivere: ".
. . comporre su righe orizzontali, con inchiostro e su fogli di cellulosa
sbiancata, bizzarre combinazioni di ventisei simboli fonetici, dieci numeri
e circa otto segni di interpunzione. " (pag. 37).
Numerosi i passaggi in cui
si intuisce, e forse di più, la sua intenzione di smettere:
"Nel 1991, così come adesso, stavo guardando un elenco dei libri
che avevo pubblicato, domandandomi: "Come diavolo ho fatto a farlo?".
Mi sentivo esattamente come mi sento adesso, come i balenieri descritti
da Herman Melville, che non parlano più avendo già detto
tutto quello che avrebbero avuto da dire. " (pag. 85-6), e ". . . dopo
che la radiolina nella mia testa aveva finito di ricevere messaggi da dovunque
sia che arrivino le idee brillanti. " (pag. 150).
Un’altra cosa che ci dice
del suo scrivere, è questa sorta di autoanalisi: "Va comunque ricordato
che io sono un maniaco monopolare depressivo, discendente da altri maniaci
monopolari depressivi. Ecco come mai scrivo così bene. " (pag. 94).
Numerosissimi i consueti
riferimenti alle precedenti opere, a partire dalle famiglie allargate di
"Comica finale", concetto ampiamente. . . ampliato, per passare a questo
brano di poesia:
"Mattatoio Cinque è
stato adattato In un’opera da un giovane
tedesco, E a giugno ci sarà
la prima a Monaco. Non andrò neppure
là. Non mi interessa. " (pag.
48)al personaggio Leon, di "Galapagos":
". . . accidentalmente decapitato in un incidente in un cantiere navale
in Svezia" (pag. 54), fino a dirci del film che abbiamo essere stato tratto
da "Madre notte", diretto, si dice, da Robert Weide, ed interpretato, anche,
da Kevin McCarthy. Vi è, e non poteva
mancare, un riferimento all’episodio di Dresda, ma mi sembra proprio che
Krumm, nella sua recensione, abbia centrato il fatto che quest’opera, così
come, forse, quelle immediatamente precedenti, siano di un periodo in cui.
". . . il frastuono del bombardamento di Dresda sembra tacere. . . " (vedi
note); ma non manca la punzecchiatura antimilitarista, graffiante come
al solito: "Sicuramente oltre alla radio ha ucciso anche degli uomini",
disse, "risparmiando loro anni di seccature e di noie nella vita civile.
Per citare il poeta inglese A. E. Housman, egli ha fatto si che quegli
uomini "morissero nel proprio fulgore senza mai diventare vecchi". ". (pag.
86).
Altro bersaglio dei suoi
strali, è qui il colonialismo, la strage degli indiani: ".
. . gli attuali studi rilevano la possibile presenza di 80 milioni di indiani
americani in America Latina quando Colombo "scoprì"-come si suol
dire-il continente, e di altri-in un numero compreso tra i 12 e i 15 milioni-a
nord del Rio Grande.
Prosegue Chomsky: "Nel 1650,
circa il 95 per cento della popolazione originaria dell’America Latina
era stato spazzato via, e, al momento della definizione dei confini continentali
degli Stati Uniti, della popolazione indigena rimanevano solo 200. 000
individui. " (pag. 94).
Vi è, anche, una
sorta di difesa della religiosità: ". . . ciò che
serve più a un adulto derelitto. . . è qualcosa che si avvicini
a una famiglia. . . Il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche. .
. disse che solo una persona di profonda fede potrebbe permettersi il lusso
dello scetticismo religioso. . . Voltaire. . . nascondeva ai suoi meno
colti e più timorosi contemporanei il proprio disprezzo per la chiesa
cattolica, poiché conosceva il potere equilibrante che la religione
aveva per loro. " (pag. 79-80).
A proposito della trama,
vi si sottende una precisa visione filosofica, anche evidenziata: ". .
. incidentalmente dimostrando che il passato è inalterabile e indistruttibile.
" (pag. 102).
Per concludere, un canto
del cigno forse esageratamente non-romanzo, ma che, comunque,
rimane la solita miniera d’oro di idee interessanti, e nel quale, ancora
una volta, non manca la sferzante ironia che abbiamo visto essere in tutte
le sue opere; bastino queste due battute: ". . . la versione di Trout del
perché l’AIDS e le nuove forme di sifilide e di scolo stiano girando
dapperetutto, come dimostratrici della Avon impazzite. " (pag. 51); ".
. . siamo sulla terra per cazzeggiare. Non credete a quelli che vi dicono
che non è così!" (pag. 193). "
"Nuove
idee" (New Ideas)
in
"Cyborg", ed. Star comics, ’91, traduzione di Boris Vani, originariamente
apparso in "Oklahoma Details" n. 45; 2 pagine, pag. 46
non è
indicata la data di pubblicazione originale.
Si
tratta quasi sicuramente di uno dei tanti falsi d'autore che il
direttore della rivista, Brolli, ha pubblicato a più riprese. Si
tratta di racconti scritti dallo stesso Brolli con lo stile e la tecnica
degli autori più famosi (Dick, Gibson...):
è
la breve narrazione di una notte che il solito protagonista/narratore trascorre
con Kilgore Trout, lo scrittore di fantascienza che abbiamo trovato in
tanti romanzi, a sbronzarsi, imitare oggetti e chiacchierare su di idee
strampalate (ma non poi così tanto).
Abbiamo quindi visto come
Vonnegut utilizzi in maniera del tutto personale lo strumento romanzo
per fare la sua satira caustica contro la Way of Life americana, e, sul
versante, per così dire, privato, come la terribile esperienza del
bombardamento alleato su Dresda del 1945, lo abbia segnato profondamente.
Mi pare di poter dire che
l'amaro della satira del Nostro, la spietata e feroce invettiva contro
questo e quello del modo di vivere degli States, possa essere anche letto
come un suo, appunto, del tutto personale modo di superare uno stato di
nichilismo che il suo essere aveva raggiunto, tramite, proprio, lo strumento
della satira.
Più le sue opere si
fanno mature, più questo senso di serena rassegnazione, di
divertita constatazione della condizione umana, si fà più
forte, e, al contempo, quindi, meno acuto il nichilismo delle prime opere.
Questa citazione del Mandarax
di "Galapagos", mi sembra esaudiente:
La
grande maggioranza degli uomini vive in preda a una quieta disperazione.
(Henry David Thoreau)"
(pag. 276-la sottolineatura è mia).
Saggi
generici: "Vonnegut:"Vi parlo di un mondo in preda alla follia"", di Gianni
Riotta, "Corriere della sera" del 17/2/'91
"La
narrativa di Kurt Vonnegut jr.", di Leo Marchetti, ed.dell'Università
di Pescara, '80
"L'impero
colpirà ancora", di Mirella Serri, "Sf clipping" n.5, '91, pag.8,
da "La stampa" del 15/9/'91