LA SATIRA AL VETRIOLO DI KURT VONNEGUT


Marcello Bonati

Due sere fa hanno sparato a Robert Kennedy, la cui casa estiva si trova a dodici chilometri dalla casa in cui vivo tutto l'anno. E' morto la notte scorsa. Così va la vita.
Un mese fa hanno sparato a Martin Luther King. E' morto anche lui. Così va la vita.
E ogni giorno il governo del mio paese mi comunica il numero dei cadaveri prodotti dalla scienza militare in Vietnam. Così va la vita.
Mio padre morì molti anni fa, di morte naturale. Così va la vita. Era un uomo dolce. Era anche un fanatico di armi. Mi ha lasciato le sue armi. Si sono arrugginite.

Kurt Vonnegut, jr., Mattatoio n°5



 

Kurt Vonnegut è nato a Indianapolis, nell'Indiana, l'11 novembre '22, dall'architetto Kurt Vonnegut e da Edith Sophia Lieber, terzogenito.
Kurt appartiene alla terza generazione dei Vonnegut nati in America.
I fratelli sono Bernard, fisico piuttosto famoso che lavora nella Società Little, a Cambridge, nel Massachusetts, e Alice, scultrice, morta di cancro a quarant'un anni.
La famiglia Vonnegut perse quasi tutto il proprio patrimonio nella Grande Depressione del '29.
Kurt è sposato con Jane Marie Cox, da cui ha avuto tre figli, oltre ad averne adottati altri tre dalla sorella morta.
Studiò nelle scuole pubbliche di Indianapolis.
Nel '40 fu mandato alla Cornell University, a Ithaca, per laurearsi in chimica, ma ottenne brutti voti.
In questo periodo divenne direttore del Cornell Daily Sun, un quotidiano studentesco.
Poi fu chiamato sotto le armi.
Fece la guerra, e fu fatto prigioniero dai tedeschi, a Dresda.
Tornato, si sposò e andò a vivere a Chicago, alla periferia del ghetto negro, studiando antropologia all'Università di quella città, e lavorando come cronista di un quotidiano.
Fece poi il pubblicitario per la General Electrics Company, nello stato di New York.
Il lavoro non gli piaceva, ed è in questo periodo che incominciò a scrivere, metà "stupide storie d'amore" e metà Sf.
Lasciò quel lavoro e scrisse "Player Piano", e si trasferì Cape Code, una cittadina marina.
Ha scritto un centinaio di racconti, di cui solo una dozzina di Sf.
Ha scritto testi per la televisione e due commedie il teatro.
A Cape Code ha fatto anche il rappresentante di automobili e l'insegnante di letteratura.
Oggi è considerato uno dei maggiori scrittori americani.
Nel '92 entra a far parte della American Academy and Institute of Arts and Letters.
Dal suo romanzo "Mattatoio n. 5" è stato tratto un film, diretto da Roy Hill.



 

Esamineremo, ora, ad una ad una, tutte le sue opere tradotte, ovvero tutti i romanzi, una delle due commedie, ed appena undici del centinaio di racconti da lui scritti.

È probabile che qualche altro racconto sia stato tradotto, ma io non ne sono a conoscenza.

"Rapporto sull'effetto Barnhouse" (Report on the Barnhouse Effect, '50)

in "Benvenuta nella gabbia delle scimmie" (Welcome to the Monkey House, '50, '51, '55, '56, '61); traduzione di Franco Garnero; Prosa del novecento n. 35, ed. Se, '91; 148 pagine-22. 000 £; ottima antologia, questa di Vonnegut, fin'ora l'unica tradotta qua da noi, anche se non integralmente;
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è una divertente satira antimilitarista, incentrato sulla scoperta, da parte di uno scienziato, di una sua facoltà straordinaria, che, dapprima offre volontariamente al Ministero della Difesa.
Ma poi si fà prendere da una sorta di crisi di coscienza e scompare negando il suo potere ai signori della morte.

"Il portafoglio Foster", '51

in ""Benvenuta nella gabbia delle scimmie" op. cit. ; 16 pagine, pag. 37 in cui si racconta di uomo povero che, anche dopo aver appreso di non esserlo, per la sua totale ignoranza in fatto di cose economiche, decide di continuare a fare la stessa durissima vita che vaceva prima, perchè è ciò che lo gratifica realmente.

Distruggete le macchine (Player Piano, '52)

"Cosmo oro" n. 36, ed. Nord, '79; traduzione di Roberta Rambelli; 296 pagine-9. 000 £; anche in "S.f.b.c." n.32, ed.La tribuna, '66, col titolo di "La società della camicia stregata"; "Prosa e poesia del novecento" n.51, ed.Se, '92, nella traduzione di Alessandro Roffeni; in "Catastrofi di ordinaria follia", "Classics", ed.Interno giallo/Mondadori, '94 (24.000 £), col titolo "Piano meccanico", con "Ghiaccio nove" e "Mattatoio n. 5"-© '59,by Kurt Vonnegut-finalista International Fantasy Award '53-riedito nel '54 col titolo di "Utopia 14"
Altri contributi critici:

È un romanzo di Sf sociologica, tanto che da molti è stato accostato a I mercanti dello spazio (The Space Merchants, '52), di Fredrick Pohl e Cyril Kornbluth, un'antiutopia.
E infatti qui non ritroviamo assolutamente l'impianto narrativo che caratterizzerà i romanzi maeinstream successivi, ma una vera e propria narrazione, una struttura classica, con un protagonista, dei personaggi secondari e una storia che procede linearmente, dall'introduzione all'ambientazione, alla focalizzazione di ciò su cui ci si vuole soffermare, all'azione vera e propria e ad una conclusione.
Ambientato, chiaramente, negli States, racconta della rivolta, propugnata da un pugno di uomini, contro la totale meccanizzazione della società.
È stato più volte accostato anche a 1984 (Nineteen Eighty-Four, '50), di George Orwell, e, decisamente, la figura del protagonista sui accosta moltissimo a quella di Winston.
I ribelli si aggregano in una confraternita denominata "La società della camicia stregata", che ricalca il modulo classico, riscontrabile in moltissimi romanzi autiutopici, delle società che cospirano contro il potere.
Vi si ritrovano già le note antimilitariste e pacifiste del Nostro che vedremo essere centralissime della sua poetica: ". . . c'è un'altra bella cosa da dire, sulla guerra, non che ci sia qualcosa di bello nella guerra, secondo me: è che finchè la guerra dura e ci si è dentro, non ci si preoccupa mai di fare o no una cosa giusta. " (pag. 177-la sottolineatura è mia).
C'è anche un lungo brano di commedia, anticipazione delle successive prove in quel campo del Nostro (pag. 182-189).
Ancora, qui, l'ironia sferzante che contraddistinguerà le sue migliori opere successive, non è esplicitata completamente; se ne hanno alcuni brevi accenni quà e là, ma niente che possa essere confrontato con, chessò, "Ghiaccio nove" o "La colazione dei campioni".
L'invettiva contro la meccanizzazione sembra si possa ricondurre al fatto che Vonnegut lavorava, in quel periodo, alla nell'ufficio pubblicitario del Laboratorio di Ricerche della General Electric Company a Shenectady, nello stato di New York.
Il volume è introdotto da Sandro Pergameno, con "La satira amara di Kurt Vonnegut jr.".

"Un futuro senza fine" (Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, '54)

in "Grazia" del 24/7/'88, pag. 149; traduzione di Laura Bardare; 6 pagine; anche in "Fantascienza della crudeltà", a cura di Roberta Rambelli, "Tempo libero" n.6, ed.Lerici, '65, col titolo di "Domani e domani e domani", nella traduzione di Roberta Rambelli; originariamente apparso in "Canary in a Cathouse", '61, precedentemente apparso, col titolo di "The Big Trip Up Yonder", in "Galaxy", gennaio '54; vedi "Kurt Vonnegut, jr. ", XI° cap. di "Il senso del futuro", di Carlo Pagetti, op. cit. , pag. 273 si immagina un mondo di un futuro prossimo in cui si sia trovata una cura contro la vecchiaia, una sostanza che, praticamente, sospende l'invecchiamento.
Tutta la narrazione è ambientata nell'appartamento di una famiglia che, a causa di questa scoperta, si trova, per così dire, ingolfata dal fatto che le vecchie generazioni non muoiano più.
Uno dei pochi racconti di Sf del Nostro, ve ne fà anche un breve discorso sopra: "Ti ricordi quando andavamo pazzi per la fantascienza. . . ?". . . "Perchè preoccuparsi di ciò che succedeva sulla Terra?". . . "Nel giro di pochi anni ci saremmo trovati tutti a sfrecciare attraverso lo spazio per ricominciare la vita su un nuovo pianeta. ". . . "Solo che poi risultò che ci vuole qualcosa grande come due volte l'Empire State Building per trasportare un unico pidocchioso colono su Marte. " (pag. 151), alquanto premonitore, prima ancora che essa iniziasse, del fallimento della conquista dello spazio.

"Il ragazzo che nessuno riusciva a controllare", '55

in "Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 14 pagine, pag. 55 in cui si racconta di un direttore d'orchestra, che riesce a far amare ad un ragazzo che aveva quale suo unico hobby quello di lucidare gli stivali guardando la televisione, la musica.

"L'appartamento accanto", '55

in "Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 10 pagine, pag. 71 in cui un ragazzo tenta di salvare il matrimonio dei suoi per mezzo di una dedica ad una radio. Questo ed altro, nel racconto, ricordano Perle ai porci, un romanzo di cui tratteremo.

"Miss tentazione", '56

in "Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 15 pagine-pag. 83 in cui si racconta dell'incontro/scontro fra una giovane e bella donna ed un uomo anziano ed ormai solamente spaventato, dalle donne, soprattutto da quelle piacenti. Lei, nel finale, riuscirà a salvarlo dalla sua misoginia.

"Uomini e missili" (The Manned Missile, '58)

in "Fantaluna", a cura di Roberta Rambelli e Alfredo Pollini, ed. Feltrinelli, '69; originariamente apparso in "Cosmopolitan", luglio '58, altra edizione, '65; 15 pagine, pag.81

racconto in forma epistolare, composto dalle lettere che i padri di due astronauti, uno sovietico e l'altro statunitense, si scambiano, dopo che i rispettivi figli sono morti nello spazio, per un errore di pilotaggio, in un'azione che non doveva essere di guerra, ma, per così dire, di spionaggio militare.

Vonnegut non accentra la sua micidiale ironia sulla corsa allo spazio, come si potrebbe pensare, ma tiene una posizione, direi, equidistante, dicendone sia gli aspetti positivi che quelli negativi; o, meglio, enfatizzandone la negatività degli utilizzi militari, e esaltandone quelli delle prospettive della ricerca scientifica.

Le sirene di Titano (The Sirens of Titan, '59)

"Cosmo oro" n. 46, ed. Nord, '81; traduzione di Roberta Rambelli; 224 pagine-24. 000 £; anche in "S.f.b.c" n.12, ed.La Tribuna, '65, e ed.Elèuthera, '93, nella traduzione di Vincenzo Mantovani-© by Kurt Vonnegut-finalista premio Hugo '60
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ancora fantascientifico; ma, più che essere un vero e proprio romanzo di fantascienza è un pò un romanzo sulla fantascienza, o, forse meglio, un romanzo che i veri appassionati di essa potrebbero anche non apprezzare troppo, in quanto, in realtà, ne fa uso, ed un uso decisamente irridente.
Pagetti, nell'introduzione ("Un biglietto per Trafalmadore"), dice che è una: "...de-codificazione in chiave farsesca delle convenzioni favolistiche della "space opera" (pag. II), ed è decisamente centratissimo; il tutto, infatti, è una incredibilmente assurda storia di invasioni della Terra da parte di marziani ridicolamente armati, di alieni dispersi nel nostro sistema solare, eccetera.
Ed è proprio il tipico discorso sull'assurdità dell'esistenza umana ciò che in realtà Vonnegut vuol fare, qui davvero in maniera molto divertente e molto poco angosciante, una sorta di preannuncio del suo "nichilismo positivo" che, come vedremo, contraddistinguerà tutta la sua opera.
In sintesi, si viene a sapere che: ". . . lo scopo della vita umana nel sistema solare era rimettere in cammino un messaggero appiedato di Trafalmadore" (pag. 216).
Sempre Pagetti dice, a riguardo: "La tradizione letteraria occidentale ha individuato la funzione della scrittura come comunicazione di messaggi significativi. Lo scrittore scrive per comunicare un messaggio-che può essere anche un messaggio di morte, o di crisi, di auto-distruzione-ma sempre un messaggio importante. "The Sirens of Titan" è un romanzo intorno a un messaggio che non esiste. " (pag. V)
Qui, in pratica, Vonnegut rivolge i suoi strali verso la letteratura americana, e non poteva esserci mezzo migliore che la Sf, quella cattiva, dozzinale, completamente vuota.
Infatti, come dice sempre il Pagetti, questa è un': "...opera narrativa che interpreta se stessa come gioco letterario-parodia, come abbiamo visto, della "space opera", parodia della scienza, parodia del linguaggio dei comics, parodia del corpus letterario americano..." (Idem).
C'è un richiamo del racconto di questo anno, "Harrison Bergeron": "C'erano letteralmente miliardi di persone che si autosvantaggiavano allegramente, sulla Terra.
E ciò che li rendeva tutti così felici era che nessuno approfittava più degli altri. " (pag. 157).
Il volume è corredato da alcune note appositamente redatte dall'autore per l'edizione italiana.

"Harrison Bergeron" (Harrison Bergeron, '61)

in "Blade runner" n. 11, '91; 4 pagine, pag. 2; precedente apparso in "Fantasia e fantascienza" n. 1, ed.Minerva, '62; originariamente apparso in "The Magazine of Fantasy & Sf", ottobre '61 ambientato in un futuro in cui il potere impone alle persone particolarmente dotate, in qualsiasi campo, degli handicapp appositi, specifici, atti ad uniformarli alla massa.
Davvero divertente, è letteralmente intriso della tipica satira corrosiva del Nostro.

"Chi sarò questa volta" (Who Am I This Time?, '61)

in "Benvenuta nella gabbia delle scimmie", op. cit. ; 15 pagine-pag. 101; anche in "Grazia" del 10/3/'91, col titolo di "Chi sono. . . ", nella traduzione di Laura Bardare forse l'unico racconto di quella serie di storie d'amore che Vonnegut ha anche scritto, ambientata nell'ambiente del teatro.
Da esso è stato tratto il film omonimo di Jonathan Demme, per la PBS, con Chris Walker.

"2BRO2B" (2BRO2B,'62)

in "Gamma" n. 1,anno 1°,vol.1°, ed. Gamma, '65,8 pagine-pag.62; originariamente apparso in "If", gennaio '62

una sorta di riflessione sul problema della sovrappopolazione, il controllo delle nascite e il suicidio, col l'Arte (e l'artista) decisamente al centro.
 
 

Ghiaccio nove (Cat's Cradle, '63)

"Bur" n. 638, ed. Rizzoli, '86; traduzione di Roberta Rambelli; 203 pagine-6. 500 £; anche in "Avventure e Fantascienza" n.2, ed.Rizzoli, '66; "Catastrofi di ordinaria follia", "Classics", op. cit., con "Distruggete le macchine" e "Mattatoio n.5", nella traduzione di Vittorio Curtoni; © by Kurt Vonnegut
Altri contributi critici
Uno dei più importanti romanzi di Vonnegut, questo, in cui ancora rimane all'interno del genere fantascientifico.
È una feroce satira contro le religioni, e contro la stupidità degli esseri umani in genere.
La trama, estremamente stupida, in sè, è frastagliata, sminuzzata in una miriade di brevi capitoletti, anche se a volte consequenziali fra loro.
Altri obbiettivi della satira corrosiva di Vonnegut sono, come in molte sue opere, il militarismo e, qui, anche la pena di morte, i governi-fantoccio statunitensi (l'isola su cui è ambientato è una trasparente allegoria di Haiti e del governo di Duvalier) e, appunto, genericamente la stupidità dell'uomo medio americano, impastoiato in un modo di vivere totalmente falso.
Il ghiaccio nove del titolo, lo spunto fantascientifico su cui si basa la trama, ma che poi ne fà una parte invero marginale, ha un effetto di cristallizzazione della vita che mi sembra di poter paragonare anche a livello simbolico con quello del cataclisma cosmico in "Foresta di cristallo" di James G. Ballard.
Sia là che quà, infatti, questo effetto di cristallizzazione ha una valenza cancerogena, è una sorta di cedimento della vita a ciò che è il suo opposto, alla tendenza entropica dell'universo, uno sfaldamento progressivo del tessuto sano ad un'infezione che cristallizza la vita, la elimina.
Certo qua ha anche una valenza altra, quella, forse, di tutte le cose sbagliate che l'Uomo ha detto ed ha fatto, che, ad un certo punto, gli si ribellano contro, uccidendolo, mentre là il simbolismo era altro, e non analizzabile in questo ambito. Si veda ad esempio: Dall'ottimo scrittore che è, Vonnegut si permette anche di fare una lunga digressione sul ruolo dello scrittore nella società contemparanea, che a me è parso molto più incisivo e pregnante di tanti lunghi e noiosi saggi dei nostri accademici.
Ma bisogna essere veramente bravi per dire cose molto complicate in maniera semplice, e, come qui, anche divertente.
Il volume è introdotto da Goffredo Fofi e ha delle note appositamente redatte dall'autore per l'edizione italiana.

"Forza d'animo" (Fortitude, '65)

in "Il ritorno di Frankenstein" (The Ultimate Frankenstein, '91), a cura di Byron Preiss, "Varia fantascienza", ed. Mondadori, '93-319 pagine-29. 000 £; 18 pagine, pag. 75; traduzione di Massimo Patti; riedito in "Playboy", settembre '68 in cui si affronta il problema dell'eutanasia, come sempre, in Vonnegut, in maniera divertente, un breve atto unico, una commedia satirica, in cui si immagina, vista l'antologia in cui è inserito, un dottore del futuro che tiene in vita la testa di una donna ricchissima, che, però, ad un certo punto gli chiede, appunto, di poter morire.
Come vedremo, Vonnegut non è insolito a questo tipo di scrittura.

Perle ai porci, ovvero, Dio la benedica, mr. Rosewater (God Bless You, Mr. Rosewater, or Pearls Before Swine, '65)

ed. Elèuthera, '91; traduzione di Vincenzo Mantovani; © by Kurt Vonnegut; 229 pagine-25. 000 £; anche ed.Rizzoli, col titolo "Dio la benedica, mr.Rosewater, o, perle ai porci"

Altri contributi critici

Veramente molto buono, questo romanzo racconta una storia semplice, ed io ho trovato in questa semplicità della narrazione una delle sue qualità migliori.
Racconta, semplicemente, di un ultramiliardario americano che decide di mettere a disposizione il suo patrimonio per opere buone, e del tentativo, poi riuscito, da parte di un suo lontano parente povero, di impadronirsene.
La satira pungente di Vonnegut, questa volta, quindi, è puntata sul Dio Denaro, che domina la vita negli States (e non solo).
E, come al solito, lo fa in modo veramente squisito, senza mai esagerare nè da una parte nè dall'altra, prendendo in considerazione ogni possibile obbiezione, per poi, chiaramente, venendo fuori con la sua, sferzante, opinione, che certo non è molto mite nei confronti di chi del Denaro fà il suo unico mito nella vita.
Vi ci riscontra traccia di un episodio cruciale della vita dell'autore, una causa di divorzio intestatagli dalla seconda moglie, che lo gettò in una crisi depressiva.
E vi è anche un riferimento ad un racconto di "Benvenuta. . . ", quello omonimo, quel Salone del Suicidio Etico.
Veramente gradevolissimo da leggersi, non contiene alcun elemento che lo possa connotare in alcun modo come un'opera di genere fantastico, ma Vonnegut ci dà un motivo per apprezzarlo; infatti dedica un lungo brano agli appassionati di fantascienza, in cui ci fà i più sperticati elogi: "Vi voglio bene, figli di puttana. . . Siete i soli che leggo, ormai. Siete gli unici che parlano dei cambiamenti veramente straordinari che si stanno verificando, gli unici così pazzi da sapere che la vita è un viaggo nello spazio, e neanche tanto breve, perchè durerà miliardi di anni. Siete gli unici tanto coraggiosi da preoccuparsi veramente tutto quello che ci stanno facendo le macchine, che ci stanno facendo le guerre, che ci stanno facendo le città, che ci stanno facendo le idee semplici e grandiose, di quali tremendi equivoci, errori, incidenti e catastrofi sono causa. Siete gli unici tanto sciocchi da arrovellarsi sul tempo e sulle distanze, sui misteri che non moriranno mai, sul fatto che stiamo decidendo proprio adesso se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì finirà in Paradiso o all'Inferno. " (pag. 22-vedi "La satira amara di Kurt Vonnegut jr. ").
Il volume è introdotto da una breve nota dell'autore all'edizione italiana, "Air mail".

"Madre notte" (Mother Night, '66)

"Bur", ed. Rizzoli, '84; traduzione di Luigi Ballerini; © by Kurt Vonnegut 225 pagine-? £, con "Un pezzo da galera";
Altri contributi critici:
In questo romanzo Vonnegut, per la prima volta, tenta di esternare ciò che poi, più compiutamente, riuscirà a fare con "Mattatoio n. 5", e cioè quel sentimento ambivalente che gli derivò dalla terribile esperienza di essere stato sotto il bombardamento alleato di Dresda del 13 febbraio 1945, quando ormai le sorti della guerra erano segnate.
Vi si racconta di un piccolo gerarca nazista, o di un infiltrato dei servizi segreti amaricani, e delle sue vicissitudini, prevalentemente dopo la guerra, in America.
Ed è proprio la dicotomia fra questi due personaggi che convivono nel protagonista ciò che lo caratterizza, il suo non riuscire più, cioè, a distinguere dove stia il Bene e dove il Male: "Quale di questi è il tuo adesso, Howard?"
"Prego?" dissi.
"La falce e il martello, la svastica, o le stelle e le strisce. . . " disse "qual è quello che preferisci?"
"Fammi delle domande sulla musica" dissi.
"Che cosa?" disse.
"Chiedimi qual è la musica che preferisco di questi tempi" dissi. (pag. 92).
Vonnegut dice ogni cittadino normale è schizofrenico, e che è proprio questo che lo fà andare avanti, non facendogli sentire troppo il dolore del vivere.
Il protagonista, in un certo senso, incarna questa dicotomia, la fà vivere sulla pagina stampata: "Il corpo americano dei liberi combattenti era un sogno nazista. . . . . . Tra parentesi, quando definisco questo reparto come un sogno dei nazisti, vuol dire che sono in preda a un attacco di schizofrenia. . . l'idea del corpo americano dei liberi combattenti, infatti, è nata da me. Io ne suggerii la creazione, ne disegnai le uniformi e le insegne, io ne scrissi il testo del giuramento. " (pag. 94).
La trama, ancora una volta, è abbastanza semplice, anche se non così lineare come in "Dio la benedica. . . ", essendo infarcita di flash back e storie secondarie, ma sempre attinenti ad essa.
Qui, più che nelle precedenti opere, si dà spazio alle storie sentimentali, e c'è il solito angolino per le sferzanti ironiche punzecchiate contro la puritana società americana.
Forse uno dei più noiosi romanzi del Nostro, è comunque pur sempre stuzzicante.
Da questo romanzo è stato tratto un film con Nick Nolte, John Goodman e Alan Arkin.
Il volume è introdotto da Luigi Brioschi.

"Benvenuta nella gabbia delle scimmie" (Welcome to the Monkey House, '68)

in ""Benvenuta nella gabbia delle scimmie" op. cit. ; pag. 119, 21 pagine; anche in "Metamorfosi 1970", "S. f. b. c. " n. 38, ed. La tribuna, '70, nella traduzione di M. T. Guasti o Sandro Sandrelli, col titolo di "Benvenuti alla casa delle scimmie", e in "La fantascienza di Playboy.Parte prima" (The Playboy Book of Science Fiction, '98), a cura di Alice K. Turner, "Urania" n.1368, ed.Mondadori, '99, nella traduzione di Vittorio Curtoni, p. 102; originariamente apparso in "Playboy", gennaio '68
Altri contributi critici:
un buon racconto sulla problematica della sovrappopolazione, tanto cara alla Sf sociologica degli anni '60, ma qui ripresa da Vonnegut con un taglio decisamente personale, ovvero puntando tutto sulla satira pungente contro i moralisti e i cosiddetti benpensanti.
A completare questa antologia, di cui questo è l'ultimo racconto, c'è, in apertura una "Prefazione" dell'autore, e in chiusura un saggio, "Come scrivere con stile", originariamente apparso in un volume della International Paper Company, nella serie "Il potere della parola stampata".
È un breve e divertente apologo scherzoso su ciò che bisognerebbe fare per diventare dei buoni scrittori, nel quale si mescolano sapientemente alcune verità indubitabili e delle evidenti prese in giro del neofita che vi cercasse delle verità assolute.

Mattatoio n. 5, o la crociata dei bambini (Slaughterhouse-Five or The Children's Crusade, '68)

"Oscar" n.808, ed.Mondadori, '77; traduzione di Luigi Brioschi; 206 pagine-1.300 £; anche "Scrittori italiani e stranieri", "I gabbiani" n.21, ed.Mondadori, '70, '91, e in "Catastrofi di ordinaria follia", op.cit.;© by Kurt Vonnegut; un estratto, "Ritorni a Trafalmadore", è in "Pianeta" n.35, ed.Compagnia Editoriale, '70

Altri contributi critici

Decisamente il romanzo di Vonnegut che ha avuto più successo, è quello in cui racconta, per esteso, la sua esperienza terribilmente traumatizzante del bombardamento di Dresda del 1945.
Per fare ciò utilizza un'espediente che rende quello che poteva essere un racconto noioso, una narrazione decisamente intrigante; parte, cioè, dalle conseguenze psicologiche del protaginista-alter ego, e lo fa sbalzare avanti e indietro nel tempo, lo descrive, cioè, come un uomo che non riesce a focalizzarsi.
Il protagonista viene rapito dai Trafalmadoriani, alieni molto simpatici, dalle caratteristiche alquanto particolari; una percezione del Tempo totalmente differente dalla nostra, un sistema riproduttivo altrettanto, e altre trovate decisamente divertenti.
Una di queste sono i romanzi trafalmadoriani: ". . . ogni blocchetto di simboli è un breve messaggio urgente, che descrive una situazione, una scena. Noi trafalmadoriani li leggiamo tutti in una volta, non uno dopo l'altro. Non c'è alcun rapporto particolare tra i messaggi, salvo che l'autore li ha scelti con cura in modo che, visti tutti insieme, producano un'immagine di vita bella, sorprendente e profonda. " (pag. 89).
Ciò non stride con la parte, per così dire, seria, ed è proprio questa capacità dell'autore di far coesistere il suo umorismo alla tragicità di ciò che stà raccontando, uno dei suoi pregi migliori.
Vi sono, come al solito, svariati riferimenti ad altri suoi romanzi: "Fu Rosewater a far conoscere a Billy la fantascienza, e in particolare i libri di Kilgore Trout. " (pag. 101-"Perle ai porci"); il "Corpo americani liberi" di "Madre notte", eccetera.
C'è un passo, nel romanzo una dichiarazione di un maresciallo, che mi è parso una specie di razionalizzazione di quell'immane tragedia bellica che segnò l'autore tanto profondamente: "Che il bombardamento di Dresda sia stato una grande tragedia, nessuno può negarlo. Che fosse realmente una necessità militare, pochi, dopo aver letto questo libro, lo crederanno. È stata una di quelle terribili cose che talvolta accadono in tempo di guerra, causate da una sfortunata combinazione di circostanze. Coloro che l'approvarono non erano nè malvagi nè crudeli, benchè può darsi che fossero troppo lontani dall'amara realtà della guerra per comprendere pienamente il terrificante potere distruttivo dei bombardamenti aerei nella primavera del 1945. " (pag. 181).
Una delle cose migliori del romanzo è il primo capitolo, più che altro una sorta di lunga introduzione in cui l'autore dialoga direttamente col lettore, e spiega le difficoltà che ha incontrato nello scriverlo.
Da questo romanzo è stato tratto un film, diretto da Roy Hill.

"Buon compleanno, Wanda June" (Happy Birthday, Wanda June, '70)

ed. Eléuthera, '95; traduzione di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini; 142 pagine-18. 000 £; © by Kurt Vonnegut
È, questa, una delle due commedie, non so se la prima o la seconda, che Vonnegut ha scritto; è la rielaborazione di una sua precedente, "Penelope", scritta verso la metà degli anni '50, e che venne rappresentata per una settimana all'Orleans Arena di Cape Cod.
Nella primavera del '70 Vonnegut incontra Lester Goldsmith, produttore esecutivo della Paramount, il quale si dice disponibile a produrre la commedia.
Così si mette a riscriverla, per tutta l'estate del '70.
In seguito il regista televisivo Michael J. Kane, letti gli abbozzi, si dichiara disponibile a dirigerla, e il 7 ottobre di quell'anno, al Lys di New York, si dà la prima, con Kevin MaCarthy quale protagonista.
Ma Vonnegut non è soddisfatto, e neppure la critica, nè il pubblico, e così si mette a riscriverla.
Gli spettacoli ripresero al teatro Edison, e proseguirono fino al 14 marzo del '71, per ben 142 rappresentazioni.
Altri attori furono Nick Coster e Marsha Mason.
Vi si racconta del ritorno a casa di un avventuriero, creduto morto dalla moglie e dal figlio.
La moglie si chiama Penelope, e non è certo un caso, visto che Vonnegut ci dice, tra le altre cose, nell'introduzione all'edizione italiana ("A proposito di questa commedia"), che l'idea iniziale della prima commedia degli anni '50 gli era venuta dopo la lettura commentata dell'Odissea, con la moglie, a Cape Cod, per un programma su "I grandi libri".
E torna con un colonnello, uno di quelli che aveva sganciato l'atomica su Nagasaki.
Tornano da un'avventura in Africa a caccia di diamanti che li ha resi straricchi, ma sono, entrambi, due animali da guerra, due eroi che, ognuno a modo loro, hanno massacrato migliaia di persone.
E, in ultima analisi, è una commedia, ancora una volta, antimilitarista, in cui si ironizza sull'assurdità di ogni guerra e dell'uccidere.
A Looseleaf, il colonnello, Vonnegut fa dire: Bisogna essere degli idioti per sganciare una bomba atomica su una città... Se non l'avessi fatto. Se avessi detto a me stesso: "Fanculo. Lascia vivere tutta quella gente laggiù." (pag. 120-1) in cui, forse, rivive l'eco della terribile esperienza sua di Dresda.
Che sia stato scritto agli inizi degli anni '70 lo si sente molto; penso che il ritorno negli States dei primi reduci del Vietnam possa avere influito notevolmente nella riscrittura di quest'opera, e poi c'è, indubbiamente, tutta la questione femminista che proprio in quegli anni era al suo apice, e, appunto, i primi rifiuti ad asservire la macchina bellica: I vecchi eroi si dovranno abituare. . . ai nuovi eroi, che si rifiutano di combattere. Stanno tentando di salvare il nostro pianeta. Non c'è più tempo per combattere, non c'è più alcun motivo per combattere ancora. (pag. 129). Ai due che tornano molto sembra cambiato, le parolacce nei discorsi di ogni giorno, le tette sulle copertine dei giornali, i capelli lunghi dei giovani, cose che li fanno indignare; ciò, oltre al loro militarismo sfrenato, mi sembra possa connotarli decisamente come simboli di tutto ciò che è il fascismo, un altro degli obbiettivi preferiti della satira al vetriolo di Vonnegut.
Una delle invenzioni più divertenti dell'opera è, senza dubbio, il paradiso, in cui le anime dei vari morti si ritrovano tutte quante, compresi Hitler e Gesù, a giocare a bocce e a divertirsi; ci sono anche tutte quelle di ogni altro popolo dell'universo: Quassù incontro gente di altri pianeti.
(Ride)
Ci sono dei tipi davvero matti quassù. I loro pianeti d'origine non erano affatto graziosi come la Terra. Sempre nuvolosi. Non vedevano mai un bel cielo limpido. Mai la neve. Mai un oceano. C'era qualche piccolo lago, ma nuonarvi dentro era impossibile. Erano laghi di acido. Come ci nuoti, ti sciogli.
Ci sono dei tipi, quassù, che hanno fatto il bagno in questi laghi. Si sono sciolti. (pag. 65).
E dunque, l'ed. Elèuthera, dopo le varie ristampe che abbiamo visto e che vedremo, ci ha offerto questa chicca veramente prelibata; ora non ci rimane che sperare che editi al più presto anche l'altra, di cui sinceramente non so dirvi nulla.

"La grande chiavata spaziale" (The Big Space Fuck, '72)

in "Aliens" n. 9/10, ed. Armenia, '80; 3 pagine, pag. 44; originariamente apparso in "Again Dangerous Visions", a cura di Harlan Ellison, '72; traduzione e introduzione di Vittorio Curtoni divertentissimo, è il racconto di una Terra futura in completa decadenza, in cui si decide di inviare un'astronave carica di sborra su Andromeda: ...per provvedere a che la vita umana continuasse a esistere in qualche punto dell'universo, dato che ormai, non c'erano dubbi, sulla Terra non sarebbe durata ancora per molto. (pag. 44). Ma, forse, ciò non è che il pretesto, per Vonnegut, per dire un'altra cosa; infatti ipotizza anche che in questo futuro ci sia la possibilità, per i figli, di denunciare i proprio genitori per le malefatte che, secondo loro, gli avrebbero rovinato l'esistenza.
E la figlia che qui denuncia i proprio genitori, è la Wanda June che abbiamo visto nella commedia.
Curtoni premette una breve, e divertente, introduzione.

La colazione dei campioni (Breackfast of Champions, '73).

"La scala", ed. Rizzoli, '74; traduzione di Attilio Veraldi; 277 pagine-? £; anche ed. Eléuthera, '92, nella stessa traduzione; da questo romanzo è stato tratto il film omonimo, diretto da Alan Rudoph (Usa ’98), con Bruce Willis (che ne è anche il produttore), Nick Nolte, Albert Finney e Barbara Hershey: vedi la recensione di Giovanni Valerio, "Max" n.3, ed.Rizzoli, ’99, pag.54 e "Revival anni Settanta o un’opera datata?", di Lietta Tornabuoni, "L’espresso" del 25/2/’99"; Altri contributi critici: In quest'opera Vonnegut fà un'operazione letteraria completamente differente dalle sue opere precedenti; è, infatti, un non-romanzo, senza alcuna trama, il cui protagonista è Kilgore Trout, uno scrittore di fantascienza pubblicato su collane pornografiche.
Più che altro, è una serie ininterrotta di battute, il più delle volte estremamente divertenti, ma con sempe, come siamo ormai abituati a sapere, con quel sottofondo di amarezza che accompagna tutte le sue opere.
Particolarmente presente il fattore sessuale.
Ciò che lo rende particolarmente divertente è il tono che lo pervade tutto quanto, che, quasi, fà pensare che il narratore non sia neanche di questo pianeta, ma un alieno totalmente ignaro di come vadano le cose qua da noi.
Ma ciò che forse più di ogni altra cosa lo caratterizza, è la presenza di innumerevoli disegni, dal tratto infantile, dell'autore stesso, che frequentissimamente interrompono la narrazione preceduti da diciture tipo: "Ecco come si presentava" (la più frequente, con le varie variazioni); "Ecco cosa diceva"; ". . . che diceva", ecc. .
È, in sostanza, una specie di lunghissima requisitoria sulla futilità della vita, vista da un'angolazione serena e bonaria.
Comica finale (Slapstick, '76). ed. Eleuthéra, '90; traduzione di Vincenzo Mantovani; 238 pagine-24. 000 £;© by Kurt Vonnegut; Altri contributi critici: "In libreria", di Nicoletta Vallorani, "Urania" n. 1144, ed. Mondadori, '91, pag. 141 Decisamente anomalo all'interno della produzione di Vonnegut, proprio per il fatto di essere un vero e proprio romanzo, di raccontare una storia dall'inizio alla fine, e non, come abbiamo visto e vedremo, solamente spezzoni, frammenti di narrazione, solo vagamente riconducibili ad una narrazione unitaria.
Anche qua essa è, graficamente, spezzettata come in quasi tutti, ma, appunto, racconta una storia, per quanto assurda e sconclusionata, all'apparenza.
È, infatti, l'ennesimamente, biografia, questa volta del Presidente degli Stati Uniti d'America di un qualche futuro, un futuro in cui l'umanità è regredita ad una struttura sociale medioevale, a causa di un'influenza, i cui: ". . . germi. . . erano dei marziani, la cui invasione era stata evidentemente respinta. . . ", e dalla Morte Verde, : ". . . provocata da cinesi microscopici. . . " (pag. 231).
Ciò che in realtà racconta, è del tenero affetto che deve aver avuto per la sorella, Alice, : ". . . morta tra estranei nel New Jersey, di cancro: all'età di quarantun anni. " (pag. 30).
Per fare ciò, si inventa una storia davvero divertente, che si legge tutta d'un fiato, la cui parte migliore risulta, appunto, quella in cui descrive la particolarissima adolescenza sua e della sorella, due handicappati gravi che, però, quando uniscono le loro energie psichiche, diventano dei Super Geni.
Ma Vonnegut non poteva non ampliare il discorso, dall'ottimo scrittore quale è; e, infatti, il romanzo risulta, prevalentemente, un lungo discorso sulla solitudine, su quanti, negli States, debbano sopportare una tale condizione, a causa di come è strutturata quella società: ". . . il morbo più diffuso tra i miei connazionali è la solitudine. " (pag. 19); ". . . questi sono gli Stati Uniti d'America, dove nessuno ha il diritto di contare sull'aiuto di qualcun'altro: dove tutti devono imparare a farsi strada da soli. " (pag. 105); "Tutti gli eccessi rovinosi degli americani nel passato. . . erano motivati dalla solitudine" (pag. 167).
Il sottotitolo, : "Non più soli!", è lo slogan con cui il protagonista narratore si presenta alle elezioni; egli infatti ha un progetto grandioso, quanto assurdo: dare un secondo nome a tutti gli americani, in modo da creare delle Famiglie Allargate.
È un progetto che gli deriva da una delle tante idee balzane che lui e sua sorella avevano avuto nell'adolescenza; secondo essa, le corporazioni in cui normalmente si sentono appartenere gli americani erano: ". . . cattivi esempi di famiglie allargate (perchè) escludevano i bambini, i vecchi e le casalinghe, e i diseredati di ogni genere. "; invece: "La famiglia allargata ideale. . . dovrebbe dare una rappresentanza proporzionale agli americani di ogni genere, secondo il loro numero. " (pag. 163-4).
Secondo lui, ciò dovrebbe servire a far avere delle amicizie a chiunque: "La semplice esperienza dell'amicizia gli permetterà di salire la scala evolutiva in poche ore, in pochi giorni, o al massimo in poche settimane. Non sarà un'allucinazione. . . quando li vedrò diventare degli esseri umani, dopo essere stati per tanti anni. . . dei millepiedi, delle lumache, delle forbicine e dei vermi. " (pag. 181).
Dicevo che è un romanzo anomalo, anche perchè ciò che abbiamo visto essere il punto focale della poetica di Vonnegut vi è solamente in modo molto marginale; quando descrive una delle guerricciole fra i mini stati neofeudali venutisi a creare negli States, dice: "Gli dissero che la guerra non doveva essere uno spasso, e in effetti non lo era: che si stava parlando di una tragedia, e che avrebbe fatto meglio ad affrontarla con una faccia un pò più seria. . . " (pag. 212), e, nell'epilogo, c'è un'immagine alquanto toccante, molto simbolica, di evidente interpretazione: ". . . arrivò la piccola Melody incinta, spingendo davanti a sè i suoi patetici beni materiali in una carrozzina sconquassata. Tra questi beni c'era un candeliere di Dresda. " (pag. 235).
Il volume è ottimamente introdotto da Goffredo Fofi, e vi è anche una breve nota dell'autore per l'edizione italiana.

Un pezzo da galera (Jailbird, '79)

"Bur", ed. Rizzoli, '85; traduzione di Pier Francesco Paolini; 210 pagine-? £, con "Madre notte"; © by Kurt Vonnegut Uno dei romanzi di Vonnegut dalla narrazione più serrata, è una sorta di autobiografia immaginaria romanzata, in cui uno dei pesci piccoli rimasti immischiati nell'affare Watergate racconta, a partire dal suo ultimo giorno di prigionia, la propria storia, con alcuni flash back.
Non c'è, come nei romanzi precedenti, un obbiettivo specifico della satira di Vonnegut, che, genericamente, qui, si rivolge all'insieme della Way of Life americana.
A partire dal prologo, in cui si racconta di un episodio immaginario di lotta di classe negli States negli ultimi anni del secolo scorso, che, come dice Vonnegut stesso: "Si tratta di un episodio inventato, ma composto a mosaioco utilizzando le cronache di numerosi fatti del genere in tempi non tanto antichi. " (pag. 16).
Oltre all'affare Watergate, chiaramente tirato in ballo ad ogni piè sospinto, Vonnegut dedica ben due lunghi capitoli a raccontare nei minimi particolari la tragica sorte di Sacco e Vanzetti, di cui dice: "Quand'ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. "
Marginalmente, ma non poi così tanto, va a toccare il problema degli homeless, i senzatetto che vagano nelle grandi metropoli statunitensi, senza che ormai più nessuno vi faccia caso.
Il tipico umorismo caustico di Vonnegut vi si ritrova in dosi più ristrette, è meno eclatante, quasi qui vi si riflettesse una sorta di ripensamento, o, forse meglio, fosse un'opera in cui avesse messo meno la maschera, ed in cui, quindi, la sua fondamentale amarezza esistenziale vi riverberasse più schiettamente, meno mediata.

Il grande tiratore (Deadeye Dick, '82)

"I grandi tascabili" n. 162, ed. Bompiani, '84; traduzione di Pier Francesco Paolini; 209 pagine-10.000 £; © by The Ramjac Co.
Altri contributi critici:
Uno dei romanzi maggiormente nichilistici di Vonnegut, racconta una storia davvero miserabile, una storia fatta di nulla, di umiliazioni di umili, di sfigati congeniti.
Il protaginista uccide accidentalmente, a dodici anni, una donna incinta con una fucilata; e, con l'aggiunta del fatto che la sua famiglia, per pagare i danni, va in rovina, ciò gli segnerà il resto dell'esistenza in maniera indelebile.
Molto importante, direi, il fatto che egli trovi nella sublimazione artistica il suo modus di uscire da tale situazione; e anche la figura di Felix, il fratello; Vonnegut, infatti, ha sempre avuto un atteggiamento simile nei riguardi di suo fratello, di ammirazione della sua normalità: "Il mio unico fratello, più vecchio di me di otto anni, è uno scienziato di successo. La sua specializzazione è la fisica delle nuvole. Si chiama Bernard, ed è più divertente di me. " ("Prefazione" a "Benvenuta nella gabbia delle scimmie", pag. 15).
Egli, mi sembra di poter dire, si ritiene, ho si è ritenuto, unicamente più divertente di lui, ma, per il resto, più sfortunato.
Qui, il protagonista ha una sorta di breve successo personale quale drammaturgo, e, nella narrazione, sono disseminati spezzoni di commedie; come abbiamo visto, nell''82 Vonnegut aveva già scritto sicuramente almeno una delle sue due commedie.
Vi si fà molta attenzione alle storie sentimentali, sempre fallimentari, e la narrazione è decisamente meno spezzettata che in "La colazione dei campioni" o "Ghiaccio nove".
Ma, nonostante ciò, rimane, anche questo, un non-romanzo; ecco quanto, a proposito della questione romanzo si dice in questo testo: "Noi tutti vediamo la nostra vita come un romanzo. . . . Se una persona vive la sua vita fin oltre la sessantina, è molto probabile che il romanzo della sua vita sia ormai bell'e finito-in quanto tale-e quel che resta da vivere è solo l'epilogo. . . Un romanzo, dopotutto, è tanto artificiale quanto uno di quei cavalli da rodeo meccanici, che si trovano da noi in certi locali pubblici. " (pag. 183-4); da cui mi sembra di poter dedurre che, forse, ciò che Vonnegut, in fin dei conti, ha voluto dirci, scrivendo sempre e solo non-romanzi sia proprio la sua impossibilità di ricondurre ad un filone unico la proprio esistenza, lo sfilacciamento derivatogli forse anche dalla sua terribile esperienza di Dresda.
Il tocco divertente di questo romanzo, ciò attraverso cui Vonnegut interrompe la narrazione e introduce un elemento, suo tipico, di meditazione scherzosa, è la presenza di ricette culinarie; il protagonista, infatti, è, fra le altre cose, un cuoco provetto.
In apertura c'è una prefazione dell'autore.

Galapagos (Galàpagos, '85)

"Le finestre", "I grandi tascabili" n.262, ed. Bompiani, '90, '93; traduzione di Riccardo Mainardi; 302 pagine-22. 000 £; © by Kurt Vonnegut
Altri contributi critici:
Un fantasma racconta da un lontanissimo futuro le ultime gesta dell'umanità; è il fantasma di Leon Trout, figlio dell'ormai a noi ben noto Kilgore Trout, di cui apprendiamo che anche la moglie era una scrittrice di fantascienza.
Ciò che derminò la fine della razza umana è una gravissima crisi economica che sgretola il sistema capitalistico, : ". . . Intere nazioni venivano a trovarsi da un momento all'altro. . . impossibilitate perfino a comprare lo stretto indispensabile ricorrendo alla loro valuta metallica o di carta. " (pag. 30), il moltiplicarsi le guerricciole fra stati sull'orlo della bancarotta, : ". . . allo scopo di distogliere i grossi cervelli del paese dai loro cruciali problemi, i nuovi leader del Perù si accingevano a dichiarare guerra all'Ecuodor" (pag. 129), sommata ad un'epidemia che rende sterili le donne.
Il fantasma, che racconta così in che modo lo è diventato: ". . . decapitato. . . d. . . a. . . una lastra d'acciaio che mi è caduta sul collo mentre lavoravo nello scafo della Bahìa de Darwin. " (pag. 225), racconta proprio attraverso la narrazione della crociera di quella nave, sulla quale ci saranno gli ultimi esseri umani del pianeta, questa catastrofe.
E , come al solito, lo fà in maniera molto divertente, con il suo solito gusto nel caricaturare i caratteri dei protagonisti fino al parossismo.
L'antimilitarismo intrinseco di Vonnegut lo si vede, qui, anche nei brevi flash back sulla guerra del Vietnam, che il narratore ogni tanto intermezza alla narrazione: "la guerra a cui ho avuto l'onore di partecipare in qualità di combattente, ovverosi la guerra del Vietnam" (pag. 110); "Io stesso in Vietnam ho avuto qualche esperienza personale in fatto di sogni-che-si-avverano di questa specie, a base di mortai, di granate e di artiglierie. " (pag. 197).
Vi è anche una sorta di breve discorso sul romanzo fantascientifico: ". . . giochi d'azzardo. . . come il pocker, il polo, la borsa il romanzo fantascientifico. " (pag. 85), in cui si descrive, direi magistralmente, la vera natura di esso, di rompicapo, di esercizio per la mente, ma per menti vive, per menti aperte; coi suoi rischi, quindi, per gli ottusi e quelli di strette vedute.
E, un vero e proprio romanzo di fantascienza, lo è in tutto e per tutto; a parte ciò che abbiamo detto, cè anche la tipica invenzione, il Mandarax, una sorta di traduttore simultaneo da un migliaio di lingue conosciute, che, ad un certo punto, si guasta, e si mette a emettere citazioni in (anuances-NO, sostituire dizione esatta) con quanto sente.

Barbablù (Bluebeard, '87)

"Le finestre", ed. Bompiani, '92; traduzione di Pier Francesco Paolini; 270 pagine-29. 000 £; © by Kurt Vonnegut
Altri contributi critici:
Romanzo in cui Vonnegut dà prova di quanto si possa scrivere davvero attorno al nulla; la trama è, praticamente, inesistente: un vecchio pittore in disgrazia ospita una scrittrice di bestsellers, che lo induce a scrivere la sua autobiografia.
La narrazione procede quindi fra questi due livelli, il romanzo autobiografico e il racconto della convivenza dei due; la prima, chiaramente, densa di avvenimenti, l'altra in cui non succede nulla, se non il normale tran tran quotidiano.
Ha me è sembrato, sinceramente, che sia un pò un romanzo sulla letteratura; Vonnegut, infatti, qui, sembra non puntare la sua sferzante ironia verso alcunchè, ma, forse, fermarsi a riflettere sul mezzo che ha scelto per esprimersi: "Chi è più da compatire, uno scrittore imbavagliato dalla polizia oppure uno che vive in piena libertà ma non ha più niente da dire?" (pag. 165-la sottolineatura è mia).
E infatti ciò verso cui verte tutta quanto l'opera è proprio un discorso sull'arte, in genere, sugli artisti, sul loro costante sforzarsi di produrre qualcosa che gli sopravviva, che li faccia ricordare.
Il titolo si riferisce proprio alla famosa fiaba, ed è dovuto al fatto che il protagonista nasconde qualcosa in un patataio, qualcosa che la sua ospite vuole scoprire ad ogni costo, ma che egli, appunto, gli vieta assolutamente di fare, se non poi, nel finale, permetterglielo.
È, ciò, simbolicamente, un qualcosa che ha a che fare col grande segreto di Vonnegut, la sua terribile esperienza di Dresda, di cui precedentemente troviamo pochissime tracce: ". . . uno che sia stato a lungo sotto i bombardamenti può ben dire di doversi scaccolare pezzi di calcinacci dai capelli. " (pag. 201); e, molto più esplicito: ""Fui preso prigioniero quando mancavano ormai soltanto pochi mesi alla fine della guerra", dissi. "Rappezzato alla meglio in un ospedale militare, fui mandato in un campo di prigionia situato a sud di Dresda, dove le provviste alimentari erano praticamente esaurite. Tutto, in quel che restava della Germania, era stato divorato. " (pag. 215).
È un enorme quadro, in cui è rappresentata la scena dell'ammassamento dei prigionieri del campo, lasciati in libertà all'approssimarsi delle truppe alleate: "Una sera di maggio, "dissi" ci fecero uscire dal campo di prigionia e marciare per strade di campagna. Ci diedero l'alt alle tre di notte e ci dissero di dormire all'addiaccio come meglio potevamo.
"Quando ci svegliammo, al levar del sole, le guardie erano scomparse e ci trovavamo sul ciglio di una valle presso i ruderi d'un'antica torre di guardia. Sotto di noi, in quell'innocente campagna, c'erano migliaia e migliaia di persone come noi, condotte là dalle loro guardie e là scaricate. Non soltanto prigionieri di guerra; c'erano anche individui evacuati da campi di concentramento e da fabbriche dove erano stati schiavi, nonchè da prigioni per criminali comuni e da manicomi. L'idea era quella di lasciarci liberi il più lontano possibile dalle città, dove avremmo potuto fare il diavolo a quattro.
C'erano anche profughi civili, là, scappati dinanzi all'avanzare del fronte russo o del fronte angloamericano. I due fronti si erano congiunti, in effetti, a nord e a sud di dove eravamo noi.
E poi c'erano centinaia di militari tedeschi, con le armi ancora ben funzionanti, ma docili adesso, in attesa di arrendersi e cedere quelle armi a chi di dovere. " (pag. 216-7).
Le battute di spirito tipiche di Vonnegut si contano col contagocce, e, perlopiù, piazzate in punti in cui evidenziano il loro essere molto amare.
Il quadro si intitola "Ora tocca alle donne", e, unitamente a questo brano: "Le donne sono inutili e prive di fantasia, vero? Nella terra, pensano solo a piantarci i semi di qualcosa di bello o commestibile, no? L'unico missile che riescono a pensare di lanciare è una palla o un mazzolino di fiori nuziali. " (pag. 206), fanno, a mio parere, di questo romanzo, l'ennesima opera antimilitarista e femminista del Nostro.
In apertura, c'è la consueta "Nota dell'autore" all'edizione italiana.

Hocus pocus (Hocus Pocus, '90)

"Le finestre", ed. Bompiani; traduzione di Pier Francesco Paolini; 270 pagine-27. 000 £; © by Kurt Vonnegut
Altri contributi critici:
È interamente incentrato sulla guerra del Vietnam, o, meglio, sul problema più volte messo in rilievo da vari intellettuali statunitensi dei reduci di quella guerra.
Vonnegut affronta il problema al suo solito modo, cioè con la sua carica ironica tagliente, graffiante.
Il protagonista, ma meglio sarebbe dire il narratore, è uno di questi reduci, e il romanzo altro non è che, ennesimamente, appunto, una sua biografia, stracolma di minimi dettagli, e di quell'ironia sferzante che abbiamo imparato a conoscere.
Una parte molto importante, nel racconto, la fà un racconto di fantascienza ambientato sul Trafalmadore di "Le sirene di Titano", "I protocolli degli anziani di Trafalmadore", del non nominato Kilgore Trout.
Il tutto, ovviamente, a far da tramite al solito discorso antimilitarista e pacifista del Nostro, della cui terribile esperienza di Dresda si odono echi un pò in ogni pagina, ma, forse, più di tutto in questo passo: "Il massacro di Nanchino è uno dei tanti episodi di ferocia che si conoscono, relativi a soldati che trucidano prigionieri e civili , inermi. . . " (pag. 265).
Qui, il fattore amalgamante della solitamente spezzettata trama è, sostanzialmente, l'idea del protagonista/narratore, di stilare una lista delle donne amate e delle persone uccise, dei suoi: ". . . omicidi, legalmente compiuti da militare. . . " (pag. 269).
In apertura vi è la consueta breve prefazione, scherzosa, dell'autore, "Nota del redattore".

Cronosisma" (Timequake, '98)

ed. Bompiani, ’98; traduzione di Sergio Claudio Perroni; 219 pagine-28. 000 £; © by Kurt Vonnegut
Altri contributi critici:
è, forse, il suo romanzo meno romanzo è più biografia che abbia scritto; infatti, vi dice un’infinità di aneddoti e fatti della sua vita, con, solamente, il tenue legame di quello che potremmo chiamare il novum fantascientifico che, appunto, ne fa da collante: "Il cronosisma del 2001 fu un crampo cosmico nelle viscere del destino. Allo scoccare di quelle che a New York erano le 2: 27 p. m. del 13 febbraio di quell’anno, l’Universo ebbe una crisi d’autostima. "Debbo continuare a espandermi indefinitamente?Che senso avrebbe?" si chiese.
Fibrillò d’indecisione. Magari avrebbe dovuto tenere una riunione di famiglia, e poi esibirsi in un nuovo grande big BANG.
"Improvvisamente si contrasse di dieci anni. Mi ricacciò, insieme a tutti gli altri, al 17 febbraio 1991, allo scoccare di quelle che per me erano le 7: 51 a. m. , in fila davanti a una banca del sangue a San Diego, California.
Per ragioni note solo a lui stesso, l’Universo disdisse la riunione di famiglia, almeno per quella volta. E riprese a espandersi. " (pag. 62).
E, la stessa fantascienza vi è più volte citata, a partire dalla presenza di quel Kilgore Trout che abbiamo visto protagonista, o, comunque, presente, in tante sue opere; qui, addirittura, vi sono diversi suoi racconti narrati per intero, come il "Le sorelle B-36", a pag. 25; di lui, poi, Vonnegut dice di un’idea: "Il suo livore nei confronti della "letteratura alta", inoltre, non era tipicamente suo. Era diffuso tra gli scrittori di fantascienza". (pag. 70); vi si cita, con molta commozione e rispetto, Isaac Asimov, e, principalmente, questo: ". . . giochi mentali che cominciano con la domanda: "Se la situazione fosse così-e cosà, cosa succederebbe?" (pag. 116), indubbia parafrasi della Sf.
Ma, oltre a ciò, Vonnegut, come abbiamo detto, vi immette a piene mani quella sua saggezza nichilista che gli abbiamo imparato a sapere, a partire dal suo scetticismo nei riguardi del progresso, a partire dalla televisione (". . . a quei tempi. . . la maggior parte degli europei (non) era in grado di leggere e scrivere. . . grazie alla TV torneremo ben presto in quelle condizioni. " (pag. 66); "La TV è una gomma per cancellare. " (pag. 195)) e dal computer (". . . i libri-benchè fabbricati con materiali scarsamente lavorati, reperiti nei boschi, nei campi e dagli animali-erano arnesi con un’enorme praticità di stivaggio e una grande potenzialità per la trasmissione di informazioni: tali caratteristiche erano assai vicine a quelle dei più recenti miracoli di Silicon Valley. Ma per accidente, e non per astuto calcolo, i libri, a causa del loro peso e della loro consistenza, e per via della loro dolce e figurata resistenza alla manipolazione, coinvolgono le nostre mani e i nostri occhi, e poi i nostri cervelli e le nostre anime, in un’avventura spirituale che mi dispiacerebbe molto che i miei nipoti non potessero assaporare. " (pag. 161); "Come vengo a conoscenza di tutte queste cose?Grazie al computer?No, grazie alla perduta arte della conversazione. " (pag. 193)).
Dice anche molto, moltissimo, sulla letteratura, a partire da una sorta di spiegazione sul perché i suoi romanzi, in definitiva, non lo siano: "Se avessi perso tempo a creare personaggi. . . non sarei mai riuscito a darmi da fare per attirare l’attenzione su cose veramente importanti: le irrefrenabili forze della natura, le invenzioni crudeli, gli ideali di pastafrolla e i governi e le economie che riducono a qualcosa tirato dentro dal gatto qualunque tipo di eroe o di eroina. " (pag. 70), questo brano, bellissimo, in cui sintetizza la sua idea di ciò che è un’artista: "Gli artisti. . . sono gente che dice: "Non riesco a sistemare la mia nazione, o la mia città, o il mio matrimonio. Però, cavolo, posso rendere questo quadro di tela, o questo foglio di carta ventuno-per ventisette, o questa massa di argilla, o queste dodici battute di musica, esattamente quello che dovrebbero essere!" (pag. 144), e questa definizione dello scrivere: ". . . comporre su righe orizzontali, con inchiostro e su fogli di cellulosa sbiancata, bizzarre combinazioni di ventisei simboli fonetici, dieci numeri e circa otto segni di interpunzione. " (pag. 37).
Numerosi i passaggi in cui si intuisce, e forse di più, la sua intenzione di smettere: "Nel 1991, così come adesso, stavo guardando un elenco dei libri che avevo pubblicato, domandandomi: "Come diavolo ho fatto a farlo?". Mi sentivo esattamente come mi sento adesso, come i balenieri descritti da Herman Melville, che non parlano più avendo già detto tutto quello che avrebbero avuto da dire. " (pag. 85-6), e ". . . dopo che la radiolina nella mia testa aveva finito di ricevere messaggi da dovunque sia che arrivino le idee brillanti. " (pag. 150).
Un’altra cosa che ci dice del suo scrivere, è questa sorta di autoanalisi: "Va comunque ricordato che io sono un maniaco monopolare depressivo, discendente da altri maniaci monopolari depressivi. Ecco come mai scrivo così bene. " (pag. 94).
Numerosissimi i consueti riferimenti alle precedenti opere, a partire dalle famiglie allargate di "Comica finale", concetto ampiamente. . . ampliato, per passare a questo brano di poesia: "Mattatoio Cinque è stato adattato
In un’opera da un giovane tedesco,
E a giugno ci sarà la prima a Monaco.
Non andrò neppure là.
Non mi interessa. " (pag. 48)
al personaggio Leon, di "Galapagos": ". . . accidentalmente decapitato in un incidente in un cantiere navale in Svezia" (pag. 54), fino a dirci del film che abbiamo essere stato tratto da "Madre notte", diretto, si dice, da Robert Weide, ed interpretato, anche, da Kevin McCarthy.
Vi è, e non poteva mancare, un riferimento all’episodio di Dresda, ma mi sembra proprio che Krumm, nella sua recensione, abbia centrato il fatto che quest’opera, così come, forse, quelle immediatamente precedenti, siano di un periodo in cui. ". . . il frastuono del bombardamento di Dresda sembra tacere. . . " (vedi note); ma non manca la punzecchiatura antimilitarista, graffiante come al solito: "Sicuramente oltre alla radio ha ucciso anche degli uomini", disse, "risparmiando loro anni di seccature e di noie nella vita civile. Per citare il poeta inglese A. E. Housman, egli ha fatto si che quegli uomini "morissero nel proprio fulgore senza mai diventare vecchi". ". (pag. 86).
Altro bersaglio dei suoi strali, è qui il colonialismo, la strage degli indiani: ". . . gli attuali studi rilevano la possibile presenza di 80 milioni di indiani americani in America Latina quando Colombo "scoprì"-come si suol dire-il continente, e di altri-in un numero compreso tra i 12 e i 15 milioni-a nord del Rio Grande.
Prosegue Chomsky: "Nel 1650, circa il 95 per cento della popolazione originaria dell’America Latina era stato spazzato via, e, al momento della definizione dei confini continentali degli Stati Uniti, della popolazione indigena rimanevano solo 200. 000 individui. " (pag. 94).
Vi è, anche, una sorta di difesa della religiosità: ". . . ciò che serve più a un adulto derelitto. . . è qualcosa che si avvicini a una famiglia. . . Il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche. . . disse che solo una persona di profonda fede potrebbe permettersi il lusso dello scetticismo religioso. . . Voltaire. . . nascondeva ai suoi meno colti e più timorosi contemporanei il proprio disprezzo per la chiesa cattolica, poiché conosceva il potere equilibrante che la religione aveva per loro. " (pag. 79-80).
A proposito della trama, vi si sottende una precisa visione filosofica, anche evidenziata: ". . . incidentalmente dimostrando che il passato è inalterabile e indistruttibile. " (pag. 102).
Per concludere, un canto del cigno forse esageratamente non-romanzo, ma che, comunque, rimane la solita miniera d’oro di idee interessanti, e nel quale, ancora una volta, non manca la sferzante ironia che abbiamo visto essere in tutte le sue opere; bastino queste due battute: ". . . la versione di Trout del perché l’AIDS e le nuove forme di sifilide e di scolo stiano girando dapperetutto, come dimostratrici della Avon impazzite. " (pag. 51); ". . . siamo sulla terra per cazzeggiare. Non credete a quelli che vi dicono che non è così!" (pag. 193). "

"Nuove idee" (New Ideas)

in "Cyborg", ed. Star comics, ’91, traduzione di Boris Vani, originariamente apparso in "Oklahoma Details" n. 45; 2 pagine, pag. 46 non è indicata la data di pubblicazione originale.
Si tratta quasi sicuramente di uno dei tanti falsi d'autore che il direttore della rivista, Brolli, ha pubblicato a più riprese. Si tratta di racconti scritti dallo stesso Brolli con lo stile e la tecnica degli autori più famosi (Dick, Gibson...):
è la breve narrazione di una notte che il solito protagonista/narratore trascorre con Kilgore Trout, lo scrittore di fantascienza che abbiamo trovato in tanti romanzi, a sbronzarsi, imitare oggetti e chiacchierare su di idee strampalate (ma non poi così tanto).



 

Abbiamo quindi visto come Vonnegut utilizzi in maniera del tutto personale lo strumento romanzo per fare la sua satira caustica contro la Way of Life americana, e, sul versante, per così dire, privato, come la terribile esperienza del bombardamento alleato su Dresda del 1945, lo abbia segnato profondamente.

Mi pare di poter dire che l'amaro della satira del Nostro, la spietata e feroce invettiva contro questo e quello del modo di vivere degli States, possa essere anche letto come un suo, appunto, del tutto personale modo di superare uno stato di nichilismo che il suo essere aveva raggiunto, tramite, proprio, lo strumento della satira.

Più le sue opere si fanno mature, più questo senso di serena rassegnazione, di divertita constatazione della condizione umana, si fà più forte, e, al contempo, quindi, meno acuto il nichilismo delle prime opere.

Questa citazione del Mandarax di "Galapagos", mi sembra esaudiente:

La grande maggioranza degli uomini vive in preda a una quieta disperazione.

(Henry David Thoreau)" (pag. 276-la sottolineatura è mia).




Saggi generici: "Vonnegut:"Vi parlo di un mondo in preda alla follia"", di Gianni Riotta, "Corriere della sera" del 17/2/'91

"La narrativa di Kurt Vonnegut jr.", di Leo Marchetti, ed.dell'Università di Pescara, '80

"L'impero colpirà ancora", di Mirella Serri, "Sf clipping" n.5, '91, pag.8, da "La stampa" del 15/9/'91