X(L) Files:
Collo in su p’annà llassù
[Neck-on at the heaven door] 

Santoni Danilo 

from the novellette Even the Heaven by S.S. Hapost Holy
teleplay by Yumas T. Dahy
guest stars: Cumspiri Totuo (the clargyman), Cher O’Navolta (la perpetua)
original score by Thomas Blanding
produced by Tempi Stretti
directed by K. Homm Handoìo


Portaria, Terni (Italia)
25/08/1989

Padre Angelo Maria Quattrocose uscì dalla porta della sagrestia cantando il Tantum Ergo sottovoce, per non disturbare Lui, con la elle maiuscola. A dire la verità lui, con la elle minuscola, diceva "tanto m’ergo", ma nessuno lo poteva sentire perché cantava a voce così bassa che se ne sarebbe potuto accorgere solo Domineddio - come lui, con la elle minuscola, chiamava Lui, con la elle maiuscola -. Sempre ammesso, poi, che Lui con la elle maiuscola avesse avuto un po’ di tempo libero da sprecare per stare a sentire lui con la elle minuscola che stonava come una papera strozzata. Mettendo pure in conto il fatto che per capire l’errore si sarebbe dovuto ricordare ancora un po’ di quel latino che aveva studiato da piccolo con San Pietro ai tempi in cui provavano il Quo Vadis?: un fatto era certo: ormai anche Domineddio aveva voltato le spalle alle lingue morte e si era orientato esclusivamente verso l’inglese.

Libero di cantare quello che gli pareva e come gli pareva, dunque, Padre Angelo Maria Quattrocose entrò in chiesa e attraversò la navata.

Come d’abitudine nel passare di fronte all’altar maggiore si inginocchiò. A dire la verità era l’unico altare della chiesa ed era anche un tantino piccolo, ma faceva chiesa-importante-di-città dire altar maggiore e oltre tutto avere un altar maggiore lo rassicurava un po’ e lo faceva sentire meno parroco-di-paese-sperduto. Dunque, nel passare di fronte all’altar maggiore, come d’abitudine, si inginocchiò ad occhi bassi e nel rialzarsi un po’ traballante per via dell’artrosi galoppante che lo andava avvolgendo ogni giorno di più gettò un’occhiata verso l’altare stesso.

"Porca puttana..." esclamò a voce talmente alta che Domineddio, anche volendo, non avrebbe potuto far finta di non aver sentito. Ci fu un attimo di silenzio con un raggio di sole che usciva dal viso di San Domenico.

Intendiamoci, questa faccenda del raggio di sole non era causata da nessun miracolo e non aveva niente di mistico, si trattava semplicemente della conseguenza di una laica pallonata di tal Gianni Minestrini di anni sette-e-mezzo/quasi-otto che in un tiepido pomeriggio di primavera di alcuni anni addietro dal campetto a lato della chiesa aveva trasformato in pezzetti piccoli e taglienti il vetro che componeva il viso di Divo Domenico immortalato nella vetrata della finestra angusta e stretta del lato a levante della chiesa. E il sole, per l’appunto levatosi da un po’, s’era appropriato dello spazio vuoto che una volta era stato una rubiconda faccia e illuminava ora il pavimento a mattoni di fronte all’altar maggiore.

Porca puttana, aveva detta padre Quattrocose.

A volerla dire proprio tutta è bene fare, a questo punto una precisazione: il vero cognome di padre Angelo Maria era Quattrocosce, ma un sapiente intervento di bianchetto su tutti i documenti l’aveva trasformato in un più clericale e santo Quattrocose.

Porca puttana lo aveva detto talmente forte che lo aveva sentito di sicuro Domineddio, e un eventuale osservatore esterno che, come di solito capita in questi casi non potrebbe non essere anche attento, si sarebbe di certo meravigliato notando come non succedesse niente dal lato dei cieli e non avrebbe non potuto convenire con l’opinione comune che i tempi erano proprio cambiati.

Qualcosa, al contrario, succedeva dal lato della sagrestia in quanto Pierina Lupo aveva sentito benissimo anche perché alla sua cospicua collezione di malanni, acciacchi e malattie ancora mancava la sordità con finta disperazione della Lupo, che invece così poteva ancora farsi i casi degli altri in dosi quasi industriali.

E infatti era accorsa subito.

Accorsa per modo di dire, dato che aveva settantadue anni e non aveva mai amato lo sport. La povera vecchietta sperava di aver sentito male dalla sagrestia dove stava spolverando. Arrivata sulla porta lanciò uno sguardo panoramico ma più che gustare ed apprezzare il gioco di luce prodotto dalla faccia del Divo Domenico trafitta dal sole, fu attratta dalla sagoma della reliquia del Beato Antonino nella teca sotto l’altar maggiore.

"Oh, cazzo!", disse e il solito osservatore esterno (o un altro, fa poca differenza per la storia) avrebbe dovuto mettersi in moto per cercare di giustificarla in quanto sembrava ancor più perplessa di padre Quattrocos(c)e.

Autostrada A1 (autosole)
Uscita di Orte
28/08/1989

Simonini Paola da Rovigo guardava con occhio truce nello spazio vuoto abbastanza ristretto che i progettisti della Fiesta Swing avevano lasciato tra i due sedili anteriori. Lei stava attaccata da un tondino di calamita sul cruscotto e l’aria dai finestrini aperti la faceva quasi fremere, non è facile dire se di rabbia o di freddo; la foto, comunque, doveva essere stata scattata in pieno inverno in quanto lei, la Simonini Paola da Rovigo, aveva due guance belle rosse, quasi più rosse del naso, e addosso portava un pellicciotto di simil-qualcosa dal che si era portati a dedurre che non sentisse poi tanto freddo. Sul sedile sotto al volante, un bel po’ compresso, stava l’agente Mòlder Fosco Piergiorgio di Valdagno, sull’altro sedile Pasculli Loredana di Monopoli.

Per Mòlder era stato facile starsene in silenzio per gli ultimi quaranta chilometri perché la Pasculli s’era addormentata poco prima dell’Autogrill. Lo sguardo incattivito della Simonini molto doveva alla gonna della Pasculli che s’era alzata ben al di sopra di ogni ardita speranza maschile e lasciava poco e niente all’immaginazione e molto ad una eventuale attività personale di ricerca e di approfondimento. Mòlder non s’era accorto di niente, guidava e pensava e da più di trenta chilometri, tra il pensare e il guidare, s’era scordato di gettare un’occhiata alla foto della sua fidanzata; risultava quindi molto improbabile che gli passasse per la mente l’idea di gettare un’occhiata alle cosce di Pasculli Loredana di Monopoli, conosciuta da molti come Sculli. Pensava al caso che gli avevano assegnato. E per essersi dimenticato della Simonini per tanto tempo doveva essere proprio preoccupato.

"Siamo lontani?" chiese con voce un po’ impastata Sculli. Mòlder, scendendo dal proprio mondo dei sogni privati dedusse che doveva essersi svegliata.

"Mancheranno ancora una ventina di chilometri."

"Che palle." In qualche modo Mòlder se l’era aspettata, nel senso che una esclamazione così raffinata da parte di Sculli non sorprendeva mai Mòlder: le donne sembravano fatte apposta per fargli girare ‘quei cosi’ in modo indiavolato e solo il pensiero della cara e serafica Paola, la SUA Paola, riusciva a lenire le ferite di un lavoro così degradante e deprimente.

"E’ il primo miracolo che si verifica da queste parti?" Sculli dimostrava di voler riprendersi il tempo perduto stando zitta mentre dormiva.

"Sì."

"Abbiamo segnalazioni in qualche modo simili da altri posti?"

"No."

"Che ne pensi di una storia di questo tipo?"

"Niente."

"Io ai miracoli non ci credo, sono tutte cazzate per cojonotti di campagna. Se vuoi la mia idea qui credo che ci sia di mezzo qualche scherzo di qualche buontempone, sai, in campagna succede spesso che si prenda per il culo qualcuno e..." Aveva ripreso il via e lui, che non voleva per niente l‘idea di lei, lentamente si arrotolava su di se, come quegli animaletti che trovi nei vasi di fiori e quando li tocchi si arrotolano su se stessi a formare una pallina. Porchetti di Sant’Antonio, li chiamano dalle parte di Roma. Lei, decisamente, era insopportabile. "... ti sembra logico che una mattina un prete mezzo rincojonito se ne va in chiesa e trova la salma del santo..."

"Reliquia del Beato" (nonostante la strategia del porchetto di Sant’Antonio la stava a sentire!)

"Va be’, è uguale... se ne va in chiesa, dicevo, e trova la salma del beato Vattelappesca che ha alzato la testa in posizione quasi verticale,... perché lui stava orizzontale, era steso, no?... e intanto s’era rivolto verso la porta di ingresso e poi sto cazzone di prete si mette a parlare una lingua strana e poi anche la perpetua..."

Certo, anche a lui non gli sembrava logico, ma che fare, dare ragione a lei? Rimase zitto.

"Che ne pensi tu?" E dai! ma quante volte glielo avrebbe chiesto ancora?

"Niente."

"Gli hanno fatto uno scherzo e lui s’è messo a parlare il suo dialetto di chissà quale posto sperduto... sarà sicuramente un polentone che viene da un paese di bigotti e montanari... ci scommetto le palle che da piccolo viveva sulle Alpi: tutto stelle alpine e azione cattolica..."

In un lampo Mòlder si vide scivolare davanti tutta la sua fanciullezza e gli venne una voglia pazza di dare un cazzotto a quella terrona. Di sicuro lo fermò il ricordo di padre Ottavio che gli raccontava i miracoli di Don Bosco.

"Ma quanto si sta stretti su questa Fiesta Snack!" disse lei sbuffando e cercando di trovare una posizione più comoda sul sedile.

"Certo,... in un Ovetto Kinder saresti stata più comoda!..." le rispose lui cercando di mettere più compatimento possibile nella voce.

Portaria, Terni (Italia)
Bar Italia, P.zza Verdi
28/8/1989

Filippetti Augusto era leggermente preoccupato.

Filippetti Augusto era leggermente preoccupato per Padre Angelo Maria.

A preoccuparlo non era tanto quello che padre Angelo Maria andava dicendo: di puttanate in vita sua ne aveva dette tante e poi tante che ora, da un certo punto di vista, la situazione poteva anche considerarsi migliorata, non capendolo si poteva anche credere che stesse dicendo cose sensate; e se si vuole essere sinceri, di faccia, padre Angelo Maria, dopo l’incidente, aveva iniziato ad avere veramente l’aspetto dell’uomo di fede. Ma a occhio nudo, senza la lente della fede per intenderci, perché di occhi vestiti, in giro, Filippetti Augusto fino a quella sera non ne aveva ancora visti mai; a occhio nudo, dunque, si poteva vedere benissimo che padre Angelo Maria si stava spegnendo, come si spegne lentamente un televisore o una radio, in questo caso sintonizzata su una stazione straniera. La voce si faceva più bassa e più fioca e si faceva sempre più fatica a sentirlo. La cosa che più preoccupava Filippetti Augusto, inoltre, era il fatto che tale avvenimento anomalo e sorprendente, come avrebbe poi detto un cronista televisivo, procedeva parallelamente anche nei confronti di Pierina Lupo, donna tuttofare e colonna portante della piccola parrocchia di padre Angelo Maria.

Filippetti Augusto era leggermente preoccupato e tale preoccupazione lo rendeva immobile. Intanto passava il tempo, e la polvere andava a posarsi lentamente e drammaticamente su bottiglie di nocino e di limoncino e anche su quelle di grappa Gagliardini, sul vinsanto del 1985 e sul Sacrantino di Montefalco che stavano sugli scaffali già ben impolverati del bar. Qualche granello si posava anche su Filippetti Augusto e lui restava appollaiato sullo sgabello, appoggiato al bancone, nell’angolo più lontano a tuffarsi e a rituffarsi con grossi spruzzi nei propri pensieri. Parroco e perpetua mezzi andati; il Santo (nessuno in paese voleva ammettere che fosse solo beato, anzi, per protesta contro il Vaticano che rallentava ad arte il processo di santificazione, non c’era per tutto il paese un cane di cristiano che usasse, anche per sbaglio, l’espressione ‘beato lui’), il Santo col torcicollo da un giorno all’altro; la chiesa chiusa dai carabinieri per via di quella luce verde che non si capiva da dove venisse; i primi giornalisti che arrivavano a fare casino e a rompere le palle un po’ a tutti con domande sceme; gli ‘uomini strani’ (polizia? Digos? servizi? CIA?) che non parlavano con nessuno e risparmiavano tante domande sceme...

Filippetti Augusto che oltre tutto faceva anche il sindaco a Portaria, aveva motivo d’essere leggermente preoccupato e per tirare un po’ avanti nel faticoso mestiere di vivere si divagava leggendo. Per questo motivo, perché era intento a leggere proprio in quel momento, i due non li vide entrare e li vide che stavano già dietro al bar: gli fecero quasi l’effetto d’essersi materializzati dal nulla. Uno scrittore da quattro soldi avrebbe detto che un leggero brivido gli percorse la schiena; in realtà più che di un brivido si trattò di un senso di stringimento che nasceva dalle parti a contatto col piano dello sgabello.

Dato che là dentro non c’era nessuno si diressero verso di lui, tutti e due: si muovevano in coppia come gemelli siamesi.

Lei non poteva essere definita una bellezza, neppure da uno che abitava un paese dove le bellezze facevano parte della categoria delle utopie pure; in lei l’abbondanza di quello che in ambienti goliardici veniva definito ‘facciata B’ lasciava presagire che se si fosse seduta da qualche parte avrebbe raggiunto la stabilità per eccellenza. Lui poteva essere descritto col trinomio inscindibile alto-bello-coglione, senza sconti e senza aggiunte.

"Buonasera!..." dissero in coro: estrazioni geografiche diverse, diversi gradi di sicurezza personale, diverse aspettative dalla vita, provenienza unica: forze dell’ordine. "...come va?"

"A corrente."

I due si guardarono, Filippetti Augusto continuò a guardare loro, loro tornarono a guardarlo; se lei non avesse parlato il circolo vizioso non si sarebbe forse interrotto mai:

"Come?"

"A corrente. La macchina del caffè, va a corrente, e dato che attualmente è andata via la luce non c’è corrente, dunque non funziona. Non so se mi spiego, come disse il paracadute al paracadutista."

"Scusi?"

"Non mi sono spiegato, come disse il paracadute a quel paracadutista che s’era sfracellato a terra. Non si può fare il caffè perché non c’è corrente."

Ci sono cose nate per non far ridere e cose nate per far ridere.

Le cose nate per non far ridere a volte fanno ridere, soprattutto quando sono ridicole. Le cose nate per far ridere non sempre riescono ad essere comiche, molto dipende dal momento in cui si dicono e dal luogo in cui vengono pronunciate.

Non c’era nessun dubbio che Filippetti Augusto avesse pronunciato quelle frasi con l’intento di dire cose comiche e se conosco bene l’osservatore esterno di cui si parlava più sopra e che spero non abbia smesso di osservare gli avvenimenti, mi sento di poter affermare che anche lui sarebbe stato dello stesso avviso.

C’era una intenzione comica nelle parole di Filippetti Augusto ma vuoi per il luogo che forse non era poi tanto adatto, vuoi per il momento che certamente non era dei più confacenti, vuoi per una mancanza di propensione all’ironia dei nuovi arrivati... sta di fatto che nel bar non si rise per niente e anzi i due guardarono un po’ preoccupati quello che di sicuro, con termine scientifico, poteva essere individuato come un autoctono: Sculli non pensò minimamente a questo termine, se si vuole essere proprio sinceri, e Mòlder lo sapeva. Lei lo osservò con leggerezza, come si osserva una cacca pestata facendo scivolare via lo sguardo e si chiese, nel chiuso del suo cuore, se quel buzzurro non fosse irrimediabilmente rincojonito.

"Scusi, noi cercavamo padre Quattrocose..." decise di tagliar corto Mòlder e di risolvere la faccenda una volta per tutte.

"Tutti lo cercano... tutti vorrebbero parlargli. E lui a dire la verità si dice che non si risparmi proprio nel parlare. Che cosa dica però non si sa e perché neppure... Certo la cosa non è fisiologica, si pensa che sia patologica... L’hanno portato all’ospedale di Terni, la cosa va da se, come disse quello che gli si ruppero i freni in discesa."

E il silenzio tornò nel vecchio stanzone del bar colla polvere che lentamente scendeva sulle bottiglie di nocino e anche su quelle di grappa Gagliardini, sul vinsanto del 1985 e sul Sacrantino di Montefalco. Su quelle di limoncino se ne posava molta di meno dato che la bottiglia aveva una forma molto liscia e inclinata. Qualche granello si posava anche su Filippetti Augusto e lui restava appollaiato sullo sgabello e appoggiato al bancone, nell’angolo più lontano a tuffarsi e a rituffarsi con grossi spruzzi nei propri pensieri. Mòlder lo guardò come si guarda qualcuno che non si riesce a capire e che non si vuole proprio comprendere, guardò di sfuggita il libro che leggeva, Il circolo Pickwick di Dickens, ne aveva sentito parlare, ma a lui quei mattoni filosofici non erano mai piaciuti, e poi se ne andò fuori senza aspettare la sua compagna. Questa, a dire la verità rimase spiazzata: aveva tante cose da dire a tutti e due (e non tutte amorevoli) e ora uno se ne andava e l’altro si metteva a leggere; di fronte alla prospettiva di dover litigare da sola decise di seguire il collega.

Fuori era una notte stupenda, con la piazzetta illuminata e il grande campanile/torre tutto ricoperto di luce arancione: nessun miracolo, solo l’opera molto laica e materialista del faro che a spese del comune lo illuminava proiettando, per l’appunto, una calda luce arancione capace di porre in risalto i particolari della notevole opera architettonica. La notte era quasi magica: quella roba, per intenderci, che usano in tutti i film per convincere i protagonisti, immancabilmente un lui e una lei, a baciarsi. Mancava soltanto la caratteristica musica di sottofondo; c’era invece un silenzio quasi innaturale per uno abituato alla vita di città e se Mòlder l’avesse baciata forse Sculli si sarebbe sentita molto meglio. Ma lui non aveva nessuna intenzione di baciarla, anzi lei si sorprese nel constatare che era passato vicino al telefono e non aveva telefonato al suo amorino. Si ricordò con leggera stizza di quella volta che di nascosto lo aveva sentito che la chiamava ‘pisellina’ e un’incazzatura profonda gli si sparpagliò dalla bocca dello stomaco per tutto il corpo.

"Dove stai andando?..." Avrebbe voluto aggiungere, per disprezzo, pisellino, ma non se la sentì. Era arrabbiata, non solo per gli amori del Mòlder, ma perché non gli aveva dato tempo di strapazzare quel rincojonito del bar.

"In chiesa."

"Ti sposi?" Non riuscì a trattenersi. Ci fu una serie di vaffa e di vattelaprende e poi la salita ebbe la meglio e col fiatone che si ingrossava venne il silenzio.

Girarono sulla piazzetta della chiesa.

Dal vicolo si notava la luce strana che veniva dalla piazza ma si poteva pensare ad una strana illuminazione. Girando, i due, si trovarono di fronte ad una chiesa che rifletteva di luce verde; non si trattava di nessuna illuminazione, era come se la luminosità provenisse dall’interno dell’oggetto, dalla chiesa in questo caso. Un bagliore verde smeraldo. Due carabinieri li fermarono appena voltato l’angolo.

"Non si passa." dissero soltanto. E lo dissero convinti di non dover mai spiegare niente.

"Siamo delle Forze Speciali..." fece Sculli stando attenta a pronunciare le parole con le maiuscole bene in evidenza, anche se non le riuscì appieno di indossare l’abito di colei che non deve essere fermata mai. Nel frattempo Mòlder tirava fuori le patacche, conscio che nonostante tutto faceva parte del vasto gruppo di coloro che non devono essere presi in considerazione, mai.

"Ah, sì!" fece uno dei due, quello coi baffetti neri e fini che ‘sembrava’ siciliano, e il brutto fu che lo fece senza neppure degnare di uno sguardo le preziose patacche di Mòlder. "... e speciali a far che?" Non c’era modo di sbagliarsi, nella sua voce c’era una leggera vena di ironia. Sculli aprì bocca per elencargli con precisione e pignoleria tutte le cose che sapeva fare in maniera speciale ma Mòlder fu velocissimo a mettere via le patacche a prenderla per un braccio e a svoltare con lei a traino l’angolo e a tornare indietro.

"Ma è mai possibile che ogni volta ti metti a litigare..."

"Ma mi vuoi dire che ci hanno nominato a fare nelle Forze Speciali se lo sappiamo solo io e te..." ...e quell’oca della tua fidanzata, avrebbe voluto aggiungere, ma si trattenne appena in tempo, non gli andava di rimanere sola e appiedata in terra sconosciuta.

I due carabinieri non dissero niente questa volta, quando Mòlder e Sculli si ripresentarono con il sindaco in persona come lasciapassare.

Li lasciarono passare.

L’interno della chiesa era sconcertante e affascinante allo stesso tempo: una piccola struttura, come quasi tutte le chiese di paese ricolma di tutto l’armamentario di stucchi nobilitati da polvere grassa e appiccicosa che contraddistinguono il barocco campagnolo, un piccolo altare e una luce che sembrava provenire proprio da là. L’effetto strano era che questa luce sembrava attaccarsi alle cose e rimanervi cosicché tutte le superfici finivano con l’essere esposte alla luce, anche quelle che invece, secondo logica, dovevano essere in ombra.

"Che cos’è?" chiese Sculli, ma la domanda era stupida e mal posta, nessuno le rispose. Filippetti Augusto, in silenzio, si avvicinò all’altare e poggiò la mano sul piano di marmo e Mòlder e Sculli la videro scomparire.

"Non sembra essere pericoloso, comunque..." disse Filippetti Augusto ritirandola e mostrando la mano intatta.

"Che ne pensi?" chiese Sculli a bassa voce avvicinandosi a Mòlder quasi che tutto d’un tratto non si fidasse più del Filippetti. Mòlder, naturalmente, non rispose.

"Eh?!... che ne pensi?"

"E se fosse un miracolo?" chiese quasi con noncuranza Filippetti Augusto.

Il cervello di Mòlder sembrava essersi immerso in un tragico loop che impediva l’avvio di qualsiasi tipo di ragionamento.

"Vi siete mai chiesti..." riprese con fare didattico/trascurato Filippetti Augusto, "...che cosa erano i miracoli che facevano un tempo i santi?... una persona con un po’ di cervello non potrebbe crederci, ma se si trovasse una spiegazione di qualche tipo?..."

Dal silenzio si poteva credere che ci stessero pensando tutti, anche Sculli. "E se questa fosse una spiegazione?"

Anche se lo fosse non è che sarebbe molto chiara, pensò Mòlder e si preoccupò subito della concordanza dei condizionali del suo ragionare.

Terni (Italia)
Ospedale Santa Maria
28/8/1989

Il reparto di pediatria era immerso nel silenzio più assoluto e la cosa era abbastanza strana, non tanto perché fosse quasi mezzanotte e a quell’ora ogni reparto ospedaliero tende ad essere abbastanza silenzioso, ma per il fatto che in un reparto di pediatria i pazienti sono portati ad avere ognuno un proprio fuso orario, un’ora legale con un calendario delle proprie attività che praticamente è svincolato da ogni rapporto col mondo esterno. Il silenzio e la quiete poteva apparire strana, ma era logica: non c’era nessun bambino ricoverato in quel reparto. E se in un ospedale c’è un reparto di pediatria senza bambini si tende ad usare tale reparto per altre cose, restando (si spera, almeno) sempre in ambito di attività ospedaliere.

Padre Angelo Maria Quattrocos(c)e era arrivato con la sua perpetua e un’autoambulanza strombazzante; era stato ricoverato proprio al reparto pediatria, non tanto per mancanza di posti negli altri reparti (che Terni sembrava, in quel periodo, scoppiare di salute e non si vedeva un ricoverando da giorni e giorni), ma per il fatto che nessuno sapeva dove metterlo perché nessuno riusciva a trovare, non solo una denominazione, ma una catalogazione o una larvata indicazione generica atta a indirizzare un primario, una caposala o un’infermiera generica su che tipo di malattia soffrisse.

Pediatria, quindi, quasi fosse nato di nuovo, e certo che l’osservatore esterno a cui già si è fatto più volte riferimento e che ormai dovremmo conoscere benissimo (e anzi credo sia giunto il momento di presentarlo per poterlo chiamare per nome: Adolfo Maria Velasquez y Ortega) avrebbe trovato la cosa emblematica anche se un po’ ridicola. Sui lettini c’entrarono sia lui che la perpetua e quindi furono ricoverati in attesa che qualcuno ci capisse qualche cosa.

In portineria fecero molte storie, a Sculli e Mòlder, per via dell’ora, distintivi e patacche riuscirono solo a richiamare una larvata attenzione e alla fine solo la noia del portiere riuscì a farli passare.

Quarto piano, silenzio, puzza di disinfettante e buio. Sulle prime i due pensarono che il medico di guardia dormisse saporitamente e Sculli, senza dirlo, pensò che il meritato riposo dell’illustre dottore si svolgesse assieme all’infermiera, ma la luce era accesa nella sala medicazione e un ometto dalla carnagione bianca bianca quasi nascosto da un camice bianco bianco tormentava un foglio bianco bianco con una penna replay, nera.

Ridolfi dottor Pietro sembrò molto sollevato quanto seppe chi erano e che volevano ma non poteva essere di alcun aiuto concreto, anche se era chiaro che aveva un bisogno smodato di parlare con qualcuno ed era disposto, pur di non rimanere ancora solo con i propri pensieri, ad essere d’aiuto in qualsiasi campo, anche in quello smisurato del punto croce.

"Il prete è morto da due ore... in maniera strana, parlando quella lingua impossibile, tutti suoni gutturali a dentali. Apparentemente non aveva nessuna malattia. Analisi a posto, ritmo cardiaco soddisfacente, respirazione polmonare normale... è morto e un attimo prima ha detto qualcosa che sembrava ‘Cacciatelo! Non fatelo entrare...’, ma non posso giurarci..." Guardò l’orologio, "Ventisette minuti fa è morta la donna, apparentemente stessi motivi,... o meglio stessi non-motivi..."

Mòlder guardò l’orologio, ore 0.07 gli diceva il display a fosfori grigi di un orologio che forse da piccolo si era letto troppi romanzi di Jan Fleming. 0.07 meno ventisette faceva le 23 e 40.

"Volete vedere i corpi?" Ridolfi dottor Pietro sembrava temere che se ne andassero. "Sono stati portati all’obitorio e c’è tutta la ressa di ispettori, poliziotti e scassacazzi..."

"Sì!, ne saremmo felicissimi" disse Sculli ed era molto attaccata a lui (fisicamente) mentre passavano lungo il corridoio. Anche lei doveva essersi accorta del grande bisogno di affetto che tormentava la debole carriera di Ridolfi dottor Pietro. ‘Che brava ragazza!’ si disse Mòlder e le avrebbe dato volentieri un calcio all’altezza dell’ingombro posteriore che lei stava facendo dondolare là davanti a lui.

Terni (Italia)
Strada Cesana
28/8/1989

Se ne stavano tornando verso Portaria, dal Filippetti che aveva detto di attenderli in chiesa. Avevano visto i corpi di quelli morti. Avevano visto i corpi di quelli che si affannavano attorno a loro. Avevano visto che non ci capiva un ciufolo nessuno. Avevano visto che lì non c’era altro da fare.

Scendendo le scale lei aveva dimostrato tutta la sua originalità.

"Tu che ne pensi?"

Prima o poi un pugno glielo do, pensava Mòlder, e poi glielo dico.

"E’ il caso più strano che ci sia mai capitato, non credi?"

Lui per farle dispetto avrebbe anche dichiarato che era tutto chiaro e lampante e che soprattutto ogni cosa presentava una logica stringente. Voleva gridarle di essere ateo, di non aver mai sentito parlare di Don Bosco e di essere originario del Guatemala meridionale, di andare pazzo per i fumetti di topolino e di amare la trippa alla genovese... ma volle usare l’ironia: "Non saprei cosa dire, in quanto a dichiarazioni non sono in vena, come disse la goccia di sangue cadendo sul vocabolario della lingua italiana."

Ci fu attimo di silenzio.

"Adesso ti metti a cazzeggiare come quel cojone del bar? Io penso che il prete e quell’altra siano morti per via di qualche virus sconosciuto..."

"E il corpo del beato? E la luce verde?..."

"Contatto con gli alieni!"

Ecco, lo aveva detto. Prima o poi ci sarebbero arrivati. Alieni. Si può dire quasi che fossero i loro datori di lavoro, sempre in giro per l’Italia (e una volta anche a Malta!) a cercare ometti verdi, come in un qualsiasi serial televisivo pieno di luoghi comuni, anche se, in questo caso, qualcosa di originale c’era, luce verde al posto di pelle o squame verdi.

"Io dico che potrebbero essere morti per qualche virus sconosciuto..." ci fu un attimo di silenzio. "...e se avessero infettato anche qualcun altro?..."

Sì, ci mancava anche questa e poi erano a posto. Virus sconosciuti, alieni, magari rifacciamo il remake del remake del remake dell’invasione degli ultracorpi... e intanto magari già c’era qualcuno che aveva scritto ‘L’invasione degli ultracorti’ e qualcuno stava pensando di scrivere ‘L’invasione degli ultracolti’.

In macchina Filippetti Arturo s’era addormentato.

Filippetti Augusto aveva voluto mettere loro alle calcagna il figlio "Per indicare la strada", aveva detto, ma Sculli era convinta che lo avesse fatto per controllarli.

"Sono morti, tutti e due.." disse Sculli e la voce aveva quasi un tono di soddisfazione, non tanto per la morte dei due poveri cristi, ma per il fatto di poter dare una brutta notizia al povero Filippetti junior.

Il motorino di avviamento della Fiesta Swing gracchiò un bel po’ prima di mettere in moto il possente mezzo messo a disposizione delle Forze Speciali che alla fine, spernacchiando nel silenzio notturno di una città di provincia profondamente addormentata, nonostante gli incredibili avvenimenti di cui era testimone, si portò via i nostri tre personaggi e la foto di tale Simonini Paola da Rovigo che, di certo, stava aspettando da un bel po’ una telefonata dal suo ‘Pisellino’.

Ci fu un lampo nel suo cervello aiutato anche dal fatto che lei stava zitta. A volte, senza saperlo si facevano dei collegamenti astrusi che ti facevano capire tutto.

"La guerra dei mondi..."

"Dici che potrebbe esserci qualche guerra?"

"Ma no!, bisogna dire che dopo la decima volta le cose le capisci a volo!"

Non ci fu risposta orale, ma certamente qualche pensiero non certo carino glielo inviò.

"Tanto tempo fa ho letto un libro, la guerra dei mondi, credo che si chiamasse. Parlava di alcuni alieni che arrivano sulla terra, sono imbattibili e quando stanno per distruggere la terra muoiono uccisi dai nostri batteri contro i quali non erano immuni."

"Carino come romanzo..."

"Sì, un buon romanzo per chi sa leggere... Non potrebbe essere che degli alieni giungono in contatto con noi, attraverso una porta temporale, spaziale, o che altro ne so... una porta che potrebbe essere nella chiesa, apposta c’è quella luce e poi passano prima per il corpo del beato, ma è morto e anche se cercano di modificarlo non ci riescono e poi trovano il prete e la vecchietta..."

"...ma tu ci credi in quello che stai dicendo?"

"...non lo so. E’ assurdo, ma è come il tuo virus sconosciuto. Se dobbiamo vivere in un racconto di fantascienza, un racconto vale l’altro, non credi? Anzi, se è un romanzo già scritto da qualcuno che ci sa fare e che poi è anche diventato un classico, possiamo dire di avere una qualche possibilità in più di non essere stucchevoli."

Se nella vita reale è difficile far passare l’idea dell’esistenza degli alieni, in un racconto di fantascienza è difficile arrivare alla fine senza neppure buttarne dentro uno, magari facendolo entrare solo di sfuggita. Per salvare quindi la baracca doveva credere seriamente nella propria ipotesi senza farsi tante domande sulla credibilità o meno di una situazione di questo tipo.

"...e che virus li avrebbe ammazzati?"

"...raffreddore? poliomielite? allergia?..." si mise a ridere: "magari potrebbe essere anche un virus linguistico..."

"...sì, l’Etimologia Popolare!"

Portaria, Terni (Italia)
Notte 28-29/8/1989

I carabinieri di fronte alla chiesa erano gli stessi, anche se avevano perso tutta la baldanza di qualche ora prima e il motivo di una tale metamorfosi saltava all’occhio.

"Ho guardato l’orologio appena è scomparsa la luce verde, erano le undici e quarantaquattro."

"Che ora fa adesso?" chiese Mòlder.

"Le due e ventisei." Andava avanti quattro minuti. Undici e quarantaquattro meno quattro fa undici e quaranta che poi sarebbero le 23.40. La luce era scomparsa proprio quando era morta la donna.

Dentro era tutto buio. Mòlder accese la Beghelli che gli aveva regalato la cara Simonini Paola e pur combinando poco o niente riuscì almeno a non andare a sbattere contro qualche banco mentre si dirigeva verso l’altare.

Nell’illuminare gli scalini scoprì a terra un foglietto scritto a stampatello: "Ci provo, vado. Ore 23 e 40. F.A."

Se era vero che la luce indicava l’esistenza di una porta, questa si era chiusa quando il secondo alieno era morto e quando Filippetti era partito. Forse, poi, le due cose potevano anche essere collegate.

Ma era possibile credere a tutto questo e, soprattutto, era possibile farci credere i superiori? Nei film o nei romanzi c’è sempre qualcuno che ti crede e ti aiuta a risolvere il problema, ma nella vita vera è tutta un’altra cosa. Adolfo Maria Velasquez y Ortega ne sapeva qualcosa. Una volta rientrando in piena mattina alle 7.30 e trovando la moglie alzata ad aspettarlo piuttosto imbufalita aveva provato, con la forza della sua sorprendente retorica, a convincerla di essere stato rapito dagli alieni; di essere stato teleportato sul loro pianeta oltre i bastioni di Tannauser; di essere stato analizzato; di essere stato studiato a fondo e, infine, di essere stato riteleportato a casa. Ma quella non ci aveva voluto minimamente credere, preferendo l’improbabile versione di una notte passata tra le braccia poderose di tale Carmen Zulèta.

Potendosi calare nei panni dell’osservatore esterno Mòlder, forse, si sarebbe preoccupato soprattutto dei problemi familiari e si sarebbe ritrovato, sicuramente, meno coinvolto emotivamente in questa storia improbabile di alieni. Ma dato che ogni buon strutturalista ritiene tale immedesimazione impossibile in quanto il percorso può avvenire solo in un senso, lettoreðpersonaggio e non personaggioðlettore, lui, Mòlder, era costretto a vivere la propria realtà e a rispettarne le regole.

Ora, la regola principale del tipo di racconto di fantascienza in cui si trovava immerso era che ci deve essere almeno un alieno (un tempo si diceva marziano, ma è la stessa cosa) e che almeno un umano (un tempo si diceva terrestre) si deve accorgere della cosa.

Entrambe le cose andavano rispettate.

Entrambe le cose erano rispettate.

In questo caso, comunque, la situazione era un po’ più tranquilla per lui in quanto queste due condizioni essenziali presentavano alcune varianti nella coniugazione temporale dei verbi che potevano tranquillizzarlo: c’era stato un alieno (la situazione non era peggiorata dal fatto che fossero due per via della condizione successiva) e lui se ne era accorto quando questo (questi) non c’erano più.

Immerso nei propri pensieri era tornato alla Fiesta Swing e non si era accorto che Sculli stava comunicando con la centrale. Fu colto di soprassalto, quindi, quando la sentì esclamare:

"Porca puttana!".

Tornò tutto alla realtà e lei si avvicinò a lui.

"In un convento vicino Camaldoli un santo s’è messo seduto!"

"Oh, cazzo!" riuscì solo a rispondere prima che lei potesse aggiungere "... e la stessa cosa è accaduta a Norcia, Assisi, Siena, Ascoli, Macerata, Milano, Palermo, Stroncone...".


Questo racconto era stato scritto per una antologia dedicata ad Xfiles che voleva essere la risposta italiana (comica) alla famosa serie televisiva.

C'è da premettere che ho scritto questo racconto senza aver mai visto niente di Xfiles, e si vede (?)!