Fine dall'antropomorfizzazione
del mondo
Franco Ricciardiello
Nella
mia rubrica La finestra sul cortile su Intercom n. 142/143
ho affermato, a proposito dell’importanza della figura retorica conosciuta
come metafora, che la famosissima prima frase del romanzo Neuromante
di William Gibson ha assunto una valenza linguisticamente rivoluzionaria
nella letteratura contemporanea. Paragonare “il cielo sopra il porto” a
“una televisione sintonizzata su un canale morto” significa emettere una
sentenza capitale per l’antropomorfizzazione del mondo.
Di questo effetto W.Gibson doveva essere
assolutamente consapevole, se è vero che il cyberpunk è erede
in linea retta del surrealismo, secondo una genealogia che dalla pittura
di Dalí, Magritte e De Chirico influenza la science-fiction neo-romantica
attraverso la mediazione dello “spazio interiore” di J.G.Ballard
[1], influenza riconosciuta da Gibson
[2] stesso. E’ stato infatti per primo
il movimento surrealista a formulare “la necessità di dotare l’oggetto
di uno statuto che gli assegni una sfera di attività propria e lo
liberi dalla semplice antropomorfizzazione [3]
piattamente proiettiva”.
William Gibson sancisce, dunque, la fine
dell’antropomorfizzazione del mondo, del pensiero antropocentrico che da
sempre ha visto l’uomo come centro dell’universo, misura di tutte le cose.
Un’esigenza di revisione che è venuta crescendo a partire dalla
rivoluzione scientifica fino a diventare ineluttabile con l’affermarsi
dell’industria. I futuristi italiani [4]
e russi se ne erano fatti portavoce all’inizio del secolo: già nel
1910 infatti il Manifesto tecnico [5]
della letteratura futurista riportava al punto 11 (“Distruggere nella letteratura
l’IO”): «sostituire la psicologia dell’uomo, ormai esaurita, con
l’ossessione lirica della materia. Sorprendere attraverso gli oggetti in
libertà e i motori capricciosi la respirazione, la sensibilità
e gli istinti dei metalli, delle pietre, del legno ecc.»
Il testo che Intercom presenta in traduzione
integrale è l’esempio più significativo dell’infiltrazione
di questa ossessione lirica della materia nella letteratura contemporanea,
dovuta in buona parte alla nuova fantascienza. “Agrippa: un libro dei morti”
non è science-fiction, si tratta di un testo di William Gibson apparso
solo in edizione elettronica su floppy disk (e illustrato in originale
da Dennis Ashbaugh per la Kevin Bagos Jr. Publisher di New York City).
Il dischetto conteneva un virus destinato a distruggere il programma dopo
una sola lettura. Qualcosa evidentemente non ha funzionato come nelle intenzioni
dell’editore, se è vero che il testo originale Agrippa: a Book of
the Dead è addirittura disponibile su Internet [6],
dove lo ha reperito Marco Mocchi per Intercom.
L’uso che Gibson fa delle parole le trasforma
in uno strumento di archeologia della memoria; il pretesto è il
commento a una serie di foto di famiglia, nelle cui didascalie in versi
bastano pochissimi termini estremamente precisi per evocare nel lettore
una sensazione univoca: ghiere, gesso, resina, ossidati sono vocaboli saturi
di capacità descrittive, per non parlare dei marchi di fabbrica:
Kodak, Camel, Norfolk & Western, Walther. L’utilizzo di immagini a
collage è simile alla prosa della “Trilogia dello Sprawl”, anche
perché la stesura di Agrippa è di poco successiva.
Il tema dell’ossessione lirica della materia
è avvertibile anche nell’elemento unificante del breve poema: (II)
è tutto dedicato a quello che Gibson chiama il meccanismo, che ritorna
in chiusura di ognuna delle parti successive da (III) a (VI), e poco importa
che il meccanismo assuma di volta in volta le sembianze di un’automobile
d’epoca (III), un’arma da fuoco (IV), un semaforo e lo scorrere del traffico
notturno (V) fino a diventare in (VI) il costituente stesso di una realtà
materiale sottostante alla sopra-realtà fenomenica (la grazia rivelata
del meccanismo). L’effetto tattile ed emotivo del primo incontro con il
meccanismo di una pistola a tamburo in (II) diventa il precedente per una
serie di ricordi reiterati dall’incontro con manufatti industriali durante
episodi cronologicamente successivi. Il prodotto tecnologico diventa la
rivelazione sensoriale in grado di perforare la struttura apparente della
realtà fenomenica per svelare la sostanza materiale sottostante.
“Il Meccanismo” in Agrippa sembra il riflesso
di una contrapposizione estremamente rilevante sia per W.Gibson che per
la science-fiction odierna, che ritroviamo anche alla base di diffuse riflessioni
epistemologiche suscitate dalla nascita di nuovi media: la dialettica fra
virtuale e reale. In Agrippa, l’album fotografico con le sue didascalie
appartiene all’ambito del virtuale, i prodotti industriali al reale, mentre
le didascalie di Gibson oscillano fra una vocazione oleografica — e dunque
alla struttura soprastante — e lo svelamento del reale.
In questa dialettica resa esplicita, seppure
in forma di versi, risiede il maggior pregio letterario di Agrippa.
Riferimenti:
NOTE
[1]
“Il deserto dipinto, i mari di rena, laghi fossili, scogliere di sabbia
vetrificata, colonne, pinnacoli, mesetas, archi e cunicoli, riflessi e
miraggi costituiscono il paesaggio di Vermilion Sands: di volta in volta
fantastico, esotico, astratto e surreale, ricorda le immagini di Max Ernst,
di Dalí, di Magritte e De Chirico, con il loro alternarsi di sogno
e realtà, fascino e orrido, distorsione temporale e iperrealismo.”
(Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, introduzione a J.G.Ballard, I
segreti di Vermilion Sands, Fanucci 1976). Per una conferma dalle parole
dello stesso Ballard v. le interviste apparse su Re-search edizione italiana:
J.G.Ballard, ShaKe Edizioni. [é]
[2]
Intervistato da Colin Greenland a proposito della scrittura a collage
di Neuromante e Giù nel ciberspazio, Gibson afferma:“Sono debitore
a Ballard e a Burroughs per tutto il lavoro che hanno fatto, ma la differenza
sta nell’incollare il tutto e poi ripulirlo con l’aria compressa. [...]
Sono molto orgoglioso per il fatto che nell’edizione francese si dice qualcosa
come: E’ un vero romanzo surrealista. Ho pensato, Addirittura in Francia,
dove sono così puntigliosi! (Colin Greenland, “Intervista a William
Gibson”, Foundation n. 36, estate 1986; traduzione italiana di Danilo Santoni,
apparso su TDS n. 1 (nuova serie), aprile 1987) [é]
[3]
Agustín Sánchez Vidal, note a “Luís Buñuel,
Scritti letterari e cinematografici”, Marsilio Ed. 1984 [é]
[4]
Giorgio Barberi Squarotti ha giustamente in dicato che “il momento
negativo del futurismo trova nella letteratura il suo ambito: identificandosi
nella distruzione, nell’abolizione totale delle regole, nell’esplosione.
Su questa base non ci dobbiamo stupire se il futurismo italiano sia stato
molto prodigo di dichiarazioni programmatiche (i famosi Manifesti, tra
il 1909 e il 1915), forse più stimolanti delle stesse opere creative”.
(G.Barberi Squarotti, “Letteratura Italiana”, D’Anna 1987. [é]
[5]
Ricordiamo:
-
il Manifesto del futurismo (1909) di Marinetti
-
il Manifesto tecnico della letteratura Futurista (1910) sempre di
Marinetti
-
il Manifesto della pittura futurista (1910) di Boccioni, Carrà,
Russolo e Balla
-
il Manifesto dei musicisti futuristi (1910) di Pratella
-
il Manifesto dell’arte dei rumori (1913) di Russolo
-
il Manifesto del teatro futurista sintetico (1915) di Marinetti e
Settimelli.
[é]
[6]
La decrittazione di Agrippa: a Book of the Dead è dovuta all’hacker
italiano Templar. La versione su floppy è disponibile per la Voyager
Company. L’edizione originale americana era illustrata da acqueforti di
Dennis Ashbaugh. E’ disponibile anche una versione italiana tradotta da
Linda Griseta sulla rivista Neural (n. 1, nov/dic 1993). [é]
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