L’avvento postmoderno
La struttura delle rivoluzioni scientifiche e le espressioni politiche e sociali 

Domenico Gallo 

 
Questa fine secolo è
già immersione nel futuro
A. Negri, 1986
 
 
Il cyberpunk, ovvero il fenomeno letterario dominante nella fantascienza degli anni ‘80, ha attirato su di sé un interesse insolito.Non si è trattato delle attenzioni di accademici, che già da tempo avevano stabilito che la letteratura popolare costituiva un fertile terreno d’indagine, ma di un’attrazione che ha coinvoltosettori più decisamente politici che stavano riflettendo sulla conclusione dell’epoca moderna, sull’avvicendamento della civiltà elettronico-informatica a discapito di quella elettro-meccanica e sull’organizzazione post-fordista del lavoro. La descrizione del postmoderno si è sviluppata per circa un ventennio, partendo dalle riflessioni di filosofi francesi come Jean-François Lyotard, con La condition postmoderne, e Jean Baudrillard con il volumetto intitolato A l’ombre des majorités silencieuses ou la fin du social e la raccolta di saggi Simulacri e impostura, o di teorici statunitensi quali Fredric Jameson, che ha pubblicato Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism. Ma questo percorso non è che uno dei molti che si sono incontrati a metà degli anni Ottanta. Il crocevia che, allo stato attuale, definisce l’attrattore della "fine della modernità", può essere descritto come il luogo dell’interazione culturale di tutti i percorsi indipendenti che sono approdati, nei primi anni Novanta, a teorizzare l’avvento di una nuova epoca o a praticare nuove forme di aggregazione sociale e politica. Specialmente la forma politica ha avuto il merito di cogliere le grandi novità che si stavano affacciando. Come sostiene Marco Revelli "le convulsioni politiche e sociali (...) non si spiegano solo con trasformazioni culturali (...). Esse affondano le radici in un quadro di trasformazione epocale dei processi del lavoro e di organizzazione produttiva: per la precisione in quella che chiamerei la fase di transizione dal modello fordista-taylorista che ha segnato a fondo il Novecento (...) a un nuovo modello, a un nuovo paradigma produttivo (...) che si può chiamare per semplicità, "postfordista", a sottolineare il carattere incompiuto, di "transizione", appunto [Marco Revelli, 1995, pag. 161]. Una transizione colta tempestivamente da Antonio Negri che, conclusosi a livello mondiale un ciclo di lotte anticapitaliste, vede nel Novecento l’esasperazione del paradigma ottocentesco, e ne coglie l’identità in via empirica, identificando momenti di crisi, o meglio, di catastrofe.

"Lo specifico del secolo ventesimo sembra poter essere colto solo laddove esplodono le crisi e si impongono più appassionate e tragiche le domande di questa nostra epoca, solo dove si intuiscono transizioni catastrofiche fra un passato ontologicamente precario che vuole comunque imporsi e un futuro che si insinua nella vita presente ma non è ancora concetualmente afferrabile[A. Negri, 1986, pag.37]. Questo periodo scritto da Antonio Negri conduce, a ritroso, alle ossevazioni espresse da Thomas Kuhn nel suo contributo più noto, The Structure of Scientific Revolution. Tra le crisi scientifiche affrontate da Khun troviamo l’avvicendameno tra il sistema tolemaico e il copernicano, il superamento della teoria dell’etere e l’ipotesi del quanto d’energia di luce, entrambi storicamente verificatisi nel 1905. In una prima fase del pensiero di Kuhn, sostanzialmente antecedente al 1978, anno della pubblicazione di Black-Body Theory and the Quantum Discontinuity 1894-1912, sono proprio le crisi descritte come "una condizione preliminare necessaria all’emergere di nuove teorie"[T. Kuhn, 1962, pag.103]. Nel fervore rivoluzionario che pervadeva il pianeta in quegli anni, le teorie estreme di Kuhn ottenne notevoli favore di pubblico, specialmente perché "a un insieme di dati, è sempre possibile sovrapporre più di una costruzione teorica"[T. Kuhn, 1962, pag.101]. Agli occhi delle generazioni che seguivano Marx, Mao, Marcuse, Freud e Adorno, e contemporaneamente, in un rituale sacrificale sincretico, i Rolling Stones, Bob Dylan, i Doors e Jimi Hendrix, risultava particolarmente accattivante che la natura, ovvero quello che Kuhn chiama "un insieme di dati", potesse rispondere sia alla scienza borghese, che alla futura scienza proletaria. Da lì a pochi anni, con minore enfasi, lo stesso Kuhn, a proposito degli esperimenti tedeschi sulla radiazione nera, ammetterà che "gli esperimenti si dimostrarono ancora una volta ostinati"[T. Kuhn, 1978, pag. 174], riaffermando una sorta di primato della concezione realista della fisica e ritornando su posizioni prossime a quelle di Karl Popper. Senza addentrarci nel dibattito epistemologico sviluppatosi nel Novecento, si può osservare come, nell’opera di Kuhn, il concetto di crisi come fase di un processo scientificamente rivoluzionario non sia stato sviluppato nelle sue conseguenze più estreme.

Il giorno 27 aprile del 1900, in occasione dell'esposizione serale del venerdì presso il Royal Institution of Great Britain, Lord Kelvin lesse una dissertazione intitolata "Nineteenth Century Clouds over the Dynamical Theory of Heat and Light". La prima perturbazione riguardava il moto relativo dell'etere e dei corpi ponderabili; una nube ancora molto densa, anche se FitzGerald e Lorentz avevano ipotizzato un effetto di contrazione in grado di spiegare i risultati dell'esperimento di Michelson-Morley. La seconda nube, invece, raffigurava il teorema di equipartizione dell'energia, la cui applicazione appariva inconciliabile con il comportamento sperimentale dei sistemi molecolari. Infatti, le proprietà osservate del calore specifico dei solidi sembravano riferirsi a un numero di gradi di libertà di gran lunga inferiore a quello previsto teoricamente attraverso la teoria molecolare del calore. Per Lord Kelvin un modo di dissolvere quest’ultima nube forse c'era: abbandonare il teorema d'equipartizione. Come è noto fu un uomo solo a dissipare le nubi che incombevano sulla grande fisica che concludeva l’Ottocento. Una fisica che aveva ottenuto risultati grandiosi, quali l’unificazione dei fenomeni elettromagnetici espressa attraverso le equazioni di Maxwell-Hertz, e l’espressione delle due leggi della termodinamica. La meccanica, grazie all’opera di Euler e di Lagrange, era da tempo un problema risolto. L’uomo di cui stiamo parlando è Albert Einstein, quel modesto tecnico dell’ufficio brevetti di Berna che, nel tempo libero e nell’arco di un solo anno, il 1905, pubblicò cinque memorie scientifiche che sconvolsero l’orizzonte scientifico mondiale.

Durante quello che viene ricordato da tutti gli studiosi come annus mirabilis, Albert Einstein inoltrò alla rivista Annalen der Physik la memoria sui quanti di luce, quella sul moto delle particelle in sospensione nei fluidi (moto browniano), l'elettrodinamica dei corpi in movimento (relatività ristretta) e il saggio in cui esprimeva la relazione massa-energia. Assieme a queste quattro memorie, tutte accettate dalla rivista e tempestivamente pubblicate, Einstein redasse uno scritto originale sulla dimensione degli atomi quale tesi di dottorato, e che verrà dato alle stampe l'anno seguente.

Nonostante l'importanza di ognuno di questi scritti, all'epoca della loro pubblicazione, essi non produssero immediate conseguenze nell'ambiente scientifico. Se la teoria della relatività conquistò progressivamente le opinioni dei fisici contemporanei di Einstein (primo fra tutti Planck), l'ipotesi del quanto di luce attese almeno fino al 1923 per affermarsi in via definitiva, anno in cui Arthur Compton fornì una prova sperimentale "forte" della sua esistenza e delle sue caratteristiche fisiche, energia e impulso, ritenuta sufficiente dalla comunità scientifica. A causa delle conseguenze eccezionali e della novità che quell'ipotesi implicava, nel 1905, non era ancora possibile un dibattito sull'argomento del quanto di luce. Einstein dovette attendere alcuni anni prima di trovarsi in una sede idonea al confronto sulle sue opinioni, come accadde al congresso di fisica di Salisburgo, nel 1909, e al primo congresso Solvay, nel 1911. Si trattò, in ogni caso, di incontri che non furono in grado di stabilire in via definitiva l'ammissibilità della teoria di Einstein, semmai servirono a identificare pubblicamente i contenuti dei programmi di ricerca di Einstein e di Planck. Un fatto che ebbe, a mio parere, notevole influenza sulla produzione scientifica di molti fisici di quel periodo. Quando, nel 1923, l'esperimento di Compton dileguò ogni ragionevole dubbio sulla struttura corpuscolare della radiazione, Einstein aveva già percorso in maniera pressoché solitaria riflessioni ben più fondamentali e profonde sulla natura del quanto di luce.

Il periodo che va dal 1900, anno in cui Planck ricava la legge non classica della distibuzione dell’energia del corpo nero, al 1927, anno in cui Heisenberg ipotizza il principio d’indeterminazione, è notoriamente ricco di scoperte sperimentali e previsioni teoriche. Il mondo fisico si arricchiesce di nuovi oggetti, come l’atomo e il quanto di luce, mentre la stessa geometria dello spazio-tempo diventa estremamente complessa. Ma pochi sono a conoscenza che le ricerche che hanno condotto alla formulazione della teoria dei quanti e della successiva meccanica quantistica hanno avuto origine dal secondo principio della termodinamica e da riflessioni sul concetto di entropia. In particolare il nodo affrontato da scienziati come Planck, Einstein ed Ehrenfest consisteva nell’interpretazione statistica del secondo principio. Forse potrà sembrare buffo, ma la teoria dei quanti è nata coerentemente da considerazioni fisiche classiche e utilizzando metodi matematici estremamente semplici. L’interpretazione statistica del secondo principio, che scritta secondo il formalismo di Planck può essere espressa come:

è una delle formulazioni matematiche che rappresentano l’asimmetria della variabile tempo.

Alla fine dell’Ottocento, la fisica vede fronteggiarsi le equazioni della meccanica e l’elettromagnetismo, invarianti per inversione temporale, e la seconda legge della termodinamica, che rivela l’esistenza di processi naturali statisticamente orientati. Un fatto questo che era insito sin dalla prima formulazione del teorema H, da parte di Boltzmann. Nel dibattito, che per alcuni decenni si accese attorno a questo teorema, si confrontavano due concezioni della natura. La prima, sostenuta da Boltzmann, in cui "esistono più distribuzioni uniformi che distribuzioni non uniformi"[L. Boltmann, 1877, pag.191], mentre l’altra, originata da considerazioni di Loschmidt e sostenuta da Poincaré, secondo cui i sistemi meccanici tornano infinite volte in stati indefinitivamente vicini a quello iniziale.

Ciò che Kuhn non è giunto a osservare, pur avendo a disposizione tutti gli elementi necessari, è che, già dai primi anni del Novecento, la fisica aveva stabilito che l’aspetto statistico era intrinsico nella realtà,ed era in grado di determinare leggi macroscopiche osservabili. Einstein sostenne implicitamente che se l’ipotesi del caos molecolare portava a leggi verificabili sperimentalmente, e solo l’ipotesi del caos molecolare permetteva di ricavare quelle leggi in maiera logico-deduttiva; allora l’attendibilità delle leggi macroscopiche corroborava le ipotesi microscopiche utilizzate. Ma su una cosa Kuhn aveva senz’altro avuto una notevole intuizione: la scienza procede per rivoluzioni.

Appare sempre più evidente è che le rivoluzioni scientifiche siano capaci di immergere l’intera società nei loro paradigmi, e che questa immersione avvenga in maniera graduale, dapprima lentamente, fino a costituire una sorta di "pensiero critico" totalizzante. Per esempio, anche in sintonia con la lettura che Negri fa del Novecento, intendendolo come prosecuzione senza contenuto dell’Ottocento, possiamo osservare come i paradigmi provenienti dalla meccanica di Laplace, Lagrange e Hamilton, siano transitati nel pensiero di Marx, ed esplosi nei primi anni del Novecento, seppure in maniera irriconoscibile, con l’affermarsi storico delle culture rivoluzionarie.

La crisi della fisica classica, con la crescente importanza del significato statistico e con lo stabilirsi dell’asimmetria temporale, sembra manifestare la degenerazione sociale del proprio paradigma dopo quarant’anni proprio, durante la crisi della società moderna, iniziata negli anni Sessanta.

Si tratta, ovviamente, di un processo unicamente monodirezionale, che dalla scienza proietta i paradigmi verso la società e non viceversa. Ovvero i paradigmi scientifici degenerano in paradigmi culturali e, talvolta, manifestano un’espressione politica e sociale. Questo processo possiede un tempo di sviluppo piuttosto lungo, poi perde gradatamente la spinta propulsiva. Se si deve immaginare una funzione capace di rappresentare tale andamento, si può stabilire che debba esistere una fase iniziale di crescita piuttosto lenta, una fase centrale con un massimo piuttosto largo, e una discesa ripida; qualosa di simile a una distribuzione di Poisson ruotata di 180º attorno all’asse che attraversa il suo massimo.

La concezione più diffusa vuole la scienza e i suoi paradigmi indipendenti da quelli culturali. Due culture separate divise anche sul concetto stesso di conoscenza. La filosofia della scienza, ovvero la disciplina deputata al ricongiungimento di questa esistenza schizofrenica, non ha ottenuto alcun risultato in questo senso, almeno se si vuole credere a Feyerabend e alle tesi del suo libro Against Method. Outline of an Anarchistic Theory of Knownledge.

All’inizio degli anni Settanta, anche in seguito al successo commerciale del volume The Structure of Scientific Revolution di Kuhn, e al suo entusiastico fraintendimento da parte di grandi masse di aspiranti rivoluzionari, nasce la concezione che la scienza e i suoi paradigmi discendano da esigenze politiche e sociali, ovvero che i paradigmi siano l’espressione dei conflitti di classe in atto nella società. Si trattava di una concezione della scienza tutt’altro che ingenua e banale, e che è stata capace di produrre profonde divisioni metodologiche tra gli storici della scienza[1]. Un esempio dei risultati di questa concezione si possono rilevare da un saggio di Alfred Sohn-Rethel, "Critica della scienza e della filosofia", in cui si delinea la via più radicale dell’idea della scienza e della natura subordinata alla forza delle ideologie. Infatti, "il concetto di conoscenza, assunto nel significato con cui esso sta alla base di tutta la filosofia teoretica e della teoria della conoscenza ai suoi inizi con Pitagora, Eraclito e Parmenide fino a Wittgenstein e Bertrand Russell, ecc., è un concetto feticistico che stabilisce una figura ideale di conoscenza in generale priva di ogni connessione storica ed economica. (...) Questo concetto feticistico mostra di avere alla sua base, in realtà, un tipo di conoscenza che si caratterizza per il distacco dal lavoro manuale, una conoscienza, cioè, che è essenzialmente espressione e strumento del dominio di classe esercitato dalla parte che non lavora su quella che lavora"[A. Sohn-Rethel, pagg.95-96]. Se per Marx ed Engels la scienza costituiva un riferimento positivo, sia come patrimonio di metodologie utilizzabili per progredire nell’economia, come testimoniano gli sforzi compiuti da Marx nell’analisi matematica sfociati nei Manoscritti matematici, sia come volontà di trovare nei meccanismi naturali un corrispettivo dei movimenti di classe, come è possibile leggere in modo evidente nell’Antidühring e in Dialektik der Natur di Engels, il marxismo radicale nato dalla contestazione studentesca vede prioritariamente il ciclo scienza, tecnologia, economia politica, che risiede alla base dello sfruttamento. E in particolare, come si è visto, l’economia politica è capace di indurre nella scienza opportuni paradigmi per intensificare e giustificare lo sfruttamento di una classe sull’altra.

Questa concezione negativa della scienza e della conoscenza scientifica, che storicamente accomuna il pensiero marxista alla destra esoterica [Si veda l’ottimo volume di Michela Nacci, Tecnica e cultura della crisi], non sembra essere ulteriormente progredita in quest’ultimo decennio. Da un lato movimenti nati culturalmente dalla sinistra vagheggiano il ritorno a uno stato di natura che cela spietate dinamiche irrazionaliste (si vedano i successi di pubblico di parascienze come l’omeopatia), mentre le destre invocano l’apocalisse e la fine della cultura occidentale, sognando anche loro un’arcadia di forze primordiali. La scienza su cui poggiano queste simmetriche paure è ancora quella di fine Ottocento, dove il mondo nucleare è letto solamente nell’ottica distruttiva di una grande quantità d’energia che l’uomo deve dominare o essere dominato.

Invece, come un attenta indagine storica ci consente di scoprire, la nuova fisica del Novecento ha origine dalle ardite considerazioni di Einstein sulle fluttuazioni. Un’origine tutto sommato simile a quella delle scienze di fine millennio che che indagano geometrie frattali, attrattori strani, termodinamica del non-equilibrio, statistica dei sistemi disordinati, caos deterministico, vetri di spin e teoria delle perturbazioni. È dunque il paradigma scientifico che ha originato la fruttuosa evoluzione novecentesca a proporsi come sostrato culturale della transizione postmoderna?

 

Domenico Gallo
NOTE
[1]
Si soleva dividere gli studi di storia della scienza tra concezioni interniste ed esterniste, a seconda che si ritenesse l’indipendenza della scienza dalla cultura oppure il contrario. Se le tesi esterniste sembrano ottenere ora meno successo di pubblico, deve essere ricordato che, in ogni caso, studiosi seri e competenti vi si erano applicati. Se, da un lato, opere esterniste, come L’ape e l’architetto, ora sembrano ingenue per il loro candido massimalismo, il volume di Angelo Baracca, Manuale critico di meccanica statistica, presenta una mole invidiabile di argomenti di discussione sull’influenza dell’ideologia capitalista sulle scoperte scientifiche. Per la concezione internista è sempre molto interessante la lettura del volume di saggi Attualità del materialismo dialettico, tra cui spicca l’intervento di Enrico Bellone “I presupposti materialisti del realismo dei fisici”.
G
Bibliografia

 

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Corrispondance per Albert Einstein, Michele Besso. Corrispondance 1903-1955 [traduzione francese con testo a fronte]

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