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"Il tempo è
il solo nemico" (No Enemy But Time, ’82), "Sf narrativa d’anticipazione"
n. 43, ed. Nord, ’84
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"L’alternativa"
(Philip K. Dick is Dead, Alas, ’92), "Uraniargento" n. 3, ed. Mondadori,
’95; traduzione di Delio Zinoni, 334 pagine-L. 7.000;
un vero e proprio
atto d'amore verso il grande scrittore, scomparso nell''82, questo romanzo
di Bishop, interamente costituito da ricordi delle sue opere e della sua
vita.La base strutturale è, senz'altro, quella del romanzo che gli
valse il premio Hugo, "La svastica sul sole"; infatti, è ambientato
in un mondo alternativo nel quale gli States hanno vinto la guerra del
Vietnam, e in cui il programma spaziale non ha subito la brusca fermata
che ha subito nel nostro.È un'America dai tratti dittatoriali, in
cui, se non si è abbastanza americani, si viene sottoposti ad una
rieducazione di stato; qui, lo spirito di Dick fà visita ad un suo
fan sfegatato, che conserva i suo romanzi di fantascienza, mai pubblicati.Infatti,
in questo mondo alternativo, Dick è un romanziere serio, stimato
dalla critica ufficiale, che ha anche scritto romanzi di Sf, ma per la
maggior parte, appunto, non pubblicati, tranne "Valis", stroncato dalla
critica quale farneticazione di una mente incrinata.Oltre a ciò
(quel fan lavora in un negozio d'animali, come Dick da giovane), innumerevoli,
come abbiamo detto, i riferimenti alle opere e alla vita del grande scrittore
americano, a partire, innanzitutto, dalle presunte persecuzioni della CIA
nei suoi riguardi, frutto della sua paranoia, a "Ubik", che si riprende,
divertentemente, negli ultimi capitoli.Lo spirito di Dick porta alcuni
dei protagonisti a cercare di riportare la Storia nei suoi giusti canali,
avendo rivelato loro che esiste una realtà alternativa in cui gli
States hanno perso la guerra del Vietnam, e in cui i programmi spaziali...la
nostra, proprio come "La cavalletta ci opprime" faceva in "La svastica..."!!E,
nel finale, la Storia viene si cambiata, ma ci si ritrova in un'altro mondo
alternativo ancora...che è, ancora una volta, il richiamo a quella
che è forse stata l'esperienza centrale nella vita del Nostro, quell'esperienza
mistico/religiosa del '74, in cui Dick dice di essere entrato in contatto
con un'entità spirituale dai connotati divini.A parte ciò,
vi si parla, in effetti, del martirio a cui Dick fù sottoposto per
tutta la sua vita, a causa, anche, di quel suo cognome così disgraziatamente
facile agli scherzi, anche pesanti, degli ignoranti, della patologia conseguente,
paranoia, appunto, ma anche, e soprattutto, dell'influenza che il Cristianesimo
ebbe, quasi forzosamente nella sua vita; vi è, più volte
ripetuto e sottolineato, il riferimento a quella catenina col simbolo cristiano
del pesce, che impressionò così tanto Dick quando la vide
al collo di una ragazza che era venuta a portargli non ricordo più
cosa a casa.Come forse saprete Dick studiò moltissimo le cose della
religione, ed ebbe un'amicizia molto particolare con un ecclesiastico molto
colto che gli diede corda.Bishop fà anche un divertente, e al contempo
riflessivo, gioco di parole fra il suo cognome, che in inglese significa,
appunto, vescovo, e l'ossessione di Dick.Veramente molto bello, ha il difetto
di poter essere apprezzato unicamente dagli appassionati di Dick; chiunque
non lo conoscesse, o lo conoscesse solo superficialmente, non ci capirebbe,
credo, nulla.Altri contributi critici: "Nota introduttiva", di Silvano
Barbesti, pag.5; "Il marziano in cattedra", di Filippo Scozzari, "Isaac
Asimov Sf Magazine" n.14, ed.Phoenix, '95, pag.160; recensione di Kai S.Paulus,
"Tau ceti" n.2, '96, pag.33
da "Intercom"
n.148/149, '99
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"Fragili stagioni"
(Brittle Innings, ’94), "Il libro d’oro" n. 85, ed. Fanucci, ’95; traduzione
di Carlo Borriello, 444 pagine, L. 25.000;
romanzo davvero
strano, questo di Bishop, in cui, in pratica, racconta, molto dettagliatamente,
della carriera di un giocatore di baseball durante la seconda guerra mondiale,
che avrebbe potuto arrivare alle serie maggiori, ma che un terribile incidente
rende infermo.Detta così potrebbe sembrare che non sia affatto un
romanzo di fantascienza, ma, nonostante, in effetti, il libro racconti
proprio di ciò, Bishop vi racconta anche un'altra storia, quella,
nientedimeno, di...Frankenstein...: "...uno scienziato il cui nome era
diventato sinonimo per...bè, per l'amore di Hollywood per film d'orrore
piuttosto a buon mercato." (pag.211), iniziando da dove finiva il romanzo
della Mary Shelley.Il compagno di stanza del protagonista (che narra in
prima persona), è un tipo grosso, molto forte, un pò strano...e,
sì, si rivela essere proprio il mostro di Frankenstein, giunto fin
là avendo attraversato infinite traversie, che ci vengono, brevemente,
narrate attraverso i suoi diari, che il protagonista, divenuto suo amico,
ha, unico, il permesso di leggere.Ma il romanzo potrebbe benissimo reggersi
anche senza di questo, e l'elemento fantastico si inserisce solamente dopo
ben 172 pagine: "Oh Dio, ma cosa stava accadendo a Jumbo?I suoi occhi divennero
argentei, poi color rame, poi dorati.E poi color ambra, come quelli di
un gatto spaventato.Il suo corpo sussultò, sussultò di nuovo,
poi cominciò a contorcersi senza che i piedi si spostassero di un
solo centimetro.Era come se fosse in preda alle convulsioni dalle ginocchia
in su. Le sue braccia si irrigidirono e ricaddero, per irrigidirsi ancora
una volta, come quelle di un condannato alla sedia elettrica...".Alcuni
passi, mi hanno fatto pensare che questa sia un'opera un pò polemica,
nei confronti dei soliti detrattori della Sf, una specie di dimostrazione
del fatto di saper scrivere anche un buon romanzo mainstream, ma, al contempo,
valorizzandolo, e valorizzando l'intero genere, trattando di uno dei suoi
capolavori indiscussi.Dopo quel brano, brevi accenni ci fanno presagire
la vera identità di Jumbo/Frankenstein; "Gli occhi gialli di Jumbo
parvero penetrargli nel cranio, lasciando le orbite spaventosamente vuote....Se
soltanto avessero avuto l'aria di essere i suoi, la loro ricomparsa mi
avrebbe confortato.Ma non sembravano esserlo..." (pag.175-6); e,quando
i due amici vanno a vedere, guardacaso, "Frankenstein", "La moglie di Frankenstein"
e "Il figlio di Frankenstein", Danny, il protagonista/narratore, si accorge
di qualcosa: "...avreste dovuto essere ciechi per non notare una somiglianza:
la testa quadrata, i corpi massicci." (pag.182); fino a che questi non
scopre, fra gli oggetti di quello strano amico, delle lettere altrettanto
strane: "...era datata "11 dicembre 1798." (pag.204).Ma, quelle lettere,
non sono niente al confronto del diario, in cui, assolutamente indubitabilmente,
il suo amico descrive delle sue gesta incredibili...di più di un
secolo addietro!!E capisce che: "...era davvero un mostro, il figlio adottivo,
creato in laboratorio, di uno scienziato..." (pag.211).E lui glielo conferma:
"...il mio burlesco tentativo quotidiano di impersonare un essere umano...io
sono l'orco le cui origini ricevono un trattamento così ingiusto
e perfino insultate nel primo film di Karloff." (pag.213), citando espressamente
il romanzo della Shelley, che dice essere quell'epistolario, di Robert
Wilson, romanzato: "...Mrs. Shelley, per quanto avesse apportato alla storia
alcuni cambiamenti, che contribuirono a rendere più chiaro il suo
svolgimento, non l'aveva ideata e neppure scritta." (pag.225); "...ristampato
(la 2° edizione) tredici anni dopo con un'introduzione in cui reclamava
la paternità dell'opera." (pag.270).Questo Jumbo è un'ottimo
giocatore, ma anche un intellettuale che divora decine di libri in pochi
giorni.Senza starvi a dire altro sulla trama, c'è senz'altro da
notare che, basato com'è sul baseball, non tralascia, purtroppo,
la descrizione di molte partite, cosa che, per la maggior parte di noi,
credo, risulta completamente incomprensibile.La narrazione, poi, è
molto lenta, attenta ai particolari, proprio come se Bishop avesse voluto
ricalcare gli stilemi del romanzo mainstream, qui, di più, del romanzo
sportivo, con tutto il solito contorno di storie d'amore, di agonismo,
di odi e faide più o meno meschine.Vi si fà anche molta attenzione
ai risvolti psicoanalitici; infatti, il protagonista/narratore ha una menomazione
fisica che gli deriva da un episodio particolarmente traumatico dell'infanzia,
causatogli dal padre, il tipico ubriacone violento.Forse avrebbe potuto,
se un pò più breve, essere più digeribile, ma anche
così non risulta una lettura eccessivamente pesante.Da ricordare,
per finire, che con quest'opera Bishop ha conseguito il Premio Locus '95
per il miglior romanzo fantastico.
Altri contributi
critici: "In libreria", di Franco Forte, "Urania" n.1282, ed.Mondadori,
'96, pag.153
da "Intercom"
n.148/149, '99