Ray Bradbury


Ray Bradbury nasce nel 1920 a Waukegan, lllinois. Suo padre è un operaio elettrico, sua madre una casalinga di origine svedese. Lo scrittore trascorre i primi anni nel Midwest, le cui atmosfere provinciali rimarranno per sempre impresse nella sua memoria. Ma nel 1934 il padre, disoccupato come tanti altri all'epoca della Grande Depressione, decide di trasferirsi a Los Angeles per trovare lavoro. A contatto con l'ambiente californiano Bradbury scopre il mondo degli appassionati di fantascienza e stringe amicizia con Forrest J. Ackerman, Ray Harryhausen, Henrv Kuttner ed Henrv Hasse. La passione per la letteratura fantastica, però, non è nuova in lui: fin da ragazzo Bradbury è un entusiasta dì "Weird Tales" e delle altre riviste popolari del settore, su cui un giorno esordirà. Nel 1939 redige una sua rivistina di fantascienza, "Futuria Fantasia".

Pubblica il primo racconto alla fine del 1941, su "Super Science Stories": è scritto in collaborazione con Henrv Hasse e si intitola "Pendulum". Nel 1942 esce, su "Weird Tales", "The Candle" (il cui finale si deve a Henry Kuttner).

Negli anni quaranta Bradbury conosce Leigh Brackett, scrittrice di gialli, fantascienza e sceneggiature cinematografiche (ha scritto, per Howard Hawks, il copione di Il grande sonno). A lei Bradbury sottopone i suoi primi racconti "mistery", che, pubblicati su riviste quali "Dime Mysterv Magazine", "Detective Tales" e "New Detective Magazine", verranno a lungo dimenticati e ristampati solo negli anni ottanta.

E' negli anni quaranta, su riviste come "Thrilling Wonder Stories" e "Planet Stories", che cominciano ad apparire i coloriti e poetici racconti di fantascienza, fra cui "Il gelo e la fiamma", "Lorelei delle nebbie di porpora" (in collaborazione con Leigh Brackett) e soprattutto "Il picnic d'un milione d'anni", primo mattone delle future Cronache marziane. Queste ultime, lungi dall'essere un romanzo concepito autonomamente, sono formate dal "montaggio" di una serie di storie collegate tra loro e che hanno come sfondo il tentativo di colonizzare il pianeta Marte. Quando, nel 1950, Bradbury preparerà l'edizione in volume, aggiungerà qualche nuovo capitolo e del materiale connettivo, fornendo all'opera la necessaria coesione (che del resto è già evidente nel contenuto emozionale e simbolico del libro). Nel 1947 i migliori racconti neri di Bradbury (quelli che andava pubblicando su "Weird Tales" e che hanno una forte componente macabra, a volte ossessiva) appaiono nell'antologia della Arkham House Dark Carnival; di li a qualche anno saranno ristampati (ma non tutti) nella nuova antologia Paese d'ottobre (1955).

Nel 1950 escono in volume le Crorache marzianegesto notevole per i tempi ma che indica la stima accordata a Bradbury in ambienti molto lontani da quelli delle sue amate riviste di fantascienza; e in seguito questa immagine si rinforzerà, facendo di lui il più popolare autore fantastico del dopoguerra anche presso chi abitualmente non s'interessa di questo filone.

Il successo delle Cronache marziane è strepitoso e nel 1973 ne esce una versione leggermente ampliata. Bradbury, intanto, diventa collaboratore delle più prestigiose riviste americane e pubblica una serie di racconti che verranno raccolti nelle successive antologie: Il gioco dei pianeti, 1951, che ancora attinge al materiale degli anni quaranta ma nella quale nasce il mito dell'Uomo Illustrato; Le auree mele del sole (1953), La fine del principio (1958), fino alle più recenti Il meglio di Ray Bradbury e Molto dopo mezzanotte. In inglese l'antologia più completa si intitola The Stories of Ray Bradbury e presenta un centinaio di racconti in due volumi.

Benché non sempre a suo agio nella dimensione del romanzo, Bradbury ha dato almeno un grande esito in questo campo con Fahrenheit 451 (uscito nel 1951 sulla rivista "Galaxy" e nel 1953 in volume). Il successivo L'estate incantata (1957) è ottenuto, come le Cronache marziane, dalla fusione di racconti apparsi tra il 1950-57. Nel 1962 esce Il popolo dell'autunno, un libro piuttosto frammentario ma dalle forti emozioni.

Del 1986 è Morte a Venice, un ambizioso romanzo giallo che ricostruisce il clima della California anni quaranta in cui Bradbury ha esordito come scrittore. Sebbene a partire dalla fine degli anni cinquanta la produzione narrativa di Bradbury si sia rarefatta, la sua attività è continuata alacremente in campo cinematografico, teatrale e poetico. Per John Huston ha scritto la sceneggiatura del celebre Moby Dick con Gregory Peck; in teatro ha adattato parecchi dei suoi racconti e anche episodi delle Cronache marziane.

Bradbury è una figura chiave della letteratura fantastica del dopoguerra e - nelle sue opere migliori - uno degli autori veramente capaci di impressionare un pubblico universale.

Ha scritto racconti polizieschi, fantastici, di fantascienza e "d'atmosfera" (come si potrebbero definire gran parte dei suoi esiti letterari realistici, ma, in definitiva, Bradbury non è mai realista nel senso comune del termine e i suoi racconti tendono ad avere un contenuto simbolico che fa pensare alle storie meravigliose di Hawthorne, sia pur con meno problemi).

Nel campo del poliziesco - ma sarebbe più esatto dire del suspense - i racconti degli anni quaranta raccolti in Omicidi d'annata sono ineguali per scrittura e inventiva, ma denotano il particolare gusto di Bradbury per la parola, che viene vista, a volte anche ingenuamente, come un Arcano capace di dispensare suggestioni e allusioni portentose.

I primi racconti di suspense mostrano tutto l'interesse di Bradbury per il nero, il macabro e le situazioni estreme, ma non con la stessa forza dei racconti fantastici scritti negli stessi anni e raccolti in Dark Carnival e Paese d'ottobre. E qui che si rivela per la prima volta l'autentica originalità dello scrittore, con narrazioni che si scostano dalla tradizionale atmosfera della "ghost story" e mettono in scena paure molto convincenti dal punto di vista psicologico, trasfigurazioni di incubi che risalgono spesso all'animo infantile.

I racconti di fantascienza sono avventurosi e ricchi di immagini evocative, ma l'invenzione più felice di Bradbury è senz'altro quella delle Cronache marziane, una delle opere più originali in questo campo. L'intuizione di genio sta nel proiettare su Marte (ma consapevolmente, non inconsciamente come avevano fatto gran parte degli autori romantici fino a quel momento) malinconie, emozioni e scenari tipicamente terrestri, in modo da trasfigurarli alla luce del pianeta rosso. Così, quando i primi astronauti di Bradbury scendono sul mondo delle dune trovano una perfetta riproduzione delle loro cittadine del Midwest, rivedono le ombre dei loro morti, si lasciano ingannare dalla trappola dei sentimenti astutamente intessuta dai marziani, esseri antichissimi capaci di assumere l'aspetto che vogliono. Il Marte di Bradbury è una delle creazioni più belle della fantascienza e le Cronache marziane una delle poche opere capaci di assimilare i miti della narrativa popolare del nostro secolo alle preoccupazioni e agli standard della narrativa tout-court.

In Fahrenheit 451 Bradbury esplora, con grande sensibilità, il terreno dell'utopia negativa, cioè il genere nel quale l'autore non dipinge uno stato perfetto ma anzi un regno d'incubo e terrore. Nel caso di Fahrenheit 451 (il cui titolo, apparentemente enigmatico, vuole solo indicare la temperatura alla quale brucia la carta, secondo la scala in uso nei paesi anglosassoni) si tratta di uno stato talmente autoritario che sente il bisogno di mettere i libri al rogo. Aldous Huxley, il celebre autore del Mondo nuovo, commentò che si trattava di una delle opere più visionarie che avesse mai letto, ma da allora, purtroppo, la profezia di Bradbury si è avverata in più parti del mondo. Montag, il protagonista, è un pompiere che ha l'incarico non già di spegnere incendi ma di attizzarli a spese dei libri e della carta stampata. Dal romanzo è stato tratto un celebre film diretto da François Truffaut, la migliore trasposizione cinematografica di un'opera di Bradbury.

I racconti contenuti in Il gioco dei pianeti, Paese d'ottobre, Le auree mele del sole e La fine del principio sono generalmente considerati i migliori di Bradbury. I romanzi a episodi L'estate incantata e Il popolo dell'autunno mettono in luce, il primo, il grande amore dello scrittore per il lato solare dell'infanzia, il secondo per quello oscuro. Il romanzo Morte a Venice è fortemente autobiografico ma il suo interesse è inferiore alle opere sin qui citate.

A partire dalla metà degli anni cinquanta Bradbury è stato considerato il più "letterario" tra gli autori americani di fantascienza, a riprova della grande fortuna riscossa dalle sue opere e della originalità riconosciuta alle sue idee e al suo modo di raccontare evocativo. In realtà Bradbury non è l'unico prosatore brillante partorito da questo genere, ma è quello che ha saputo meglio adoperare immagini e assunti della fantascienza ai fini di un'opera che non si conclude all'interno di essa e anzi rimanda a una secolare tradizione letteraria americana.

Tradizione che muove dalle origini stesse di quella letteratura (con le storie meravigliose di Charles Brockden Brown e Washington Irving) per arrivare al genio di Hawthorne e al romantico ma modernissimo Poe. Questo non significa certamente che in Bradbury siano direttamente presenti elementi o tematiche già affrontati da quegli scrirtori (a parte, forse, il motivo della morte, lungamente esorcizzato da Bradbury e proprio per questo presente in gran parte della sua narrativa); ma vuoI dire che in lui vi è un lavorio simbolico, un uso del fantastico come mezzo di ricreazione del reale e una volontà di affrontare il meraviglioso che non perdono di vista le sue implicazioni psicologiche.

Se Bradbury è, a volte, fin troppo cosciente delle sue possibilità dal punto di vista verbale e sintattico, va però riconosciuto che le immagini più folgoranti ed evocative gli nascono dall'inconscio, spontanee e sorprendenti come gemme. Bradbury è essenzialmente un narratore dell'inconscio, per cui le sue opere migliori sono quelle in cui sfrutta sapientemente queste doti visionarie; le meno riuscite (e le più tarde) sono quelle in cui egli sembra capitalizzare su questa facoltà, rielaborando freddamente o smisuratamente spunti non più freschi di sogno.

Ma, come si diceva, la sua grande capacità di scrittore è stata quella di rendersi conto che le invenzioni della fantascienza popolare possedevano una carica fantastica tale da potersi trasformare in simbolo, in parametro su cui misurare le angosce e le aspettative del profondo. Bradbury narratore della provincia, del Midwest, di miracoli tipicamente americani e Bradbury creatore di immagini tenebrose, cruente o semplicemente enigmatiche come quelle dei sogni: due facce di uno scrittore che, per entrambi i versi, è molto vicino al suo paese e a un certo tipo di sensibilità narrativa moderna.

A proposito di accumulazione inconscia dei materiali, ci si potrebbe chiedere da dove provenga l'immagine del pompiere Montag e del suo lanciafiamme che brucia i libri. Forse Bradbury vede effettivamente, nel fuoco, un elemento purificatore, forse nei libri c'è il ricordo di una trasgressione che bisogna esorcizzare; ma se anche così fosse, Bradbury crede nella Fenice della fantasia, nella salamandra che di fuoco vive e si nutre per rinascere sempre. L'immagine degli uomini-libro che imparano a memoria un determinato testo e lo tramandano - con la quale si chiude Fahrenheit 451 - è una delle più belle e riuscite di Bradbury, perché in sostanza è un'immagine della fantasia.


Adam Mooney, ll paradosso osservazione/spiegazione: Tecnologia ambigua in Fahreheit 451 e nella trilogia di Alien


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