Lyon Sprague de Camp


Nato il 27 novembre 1907 a New York da Lyon de Camp e Beatrice Sprague, primo di tre fratelli.
Frequentò la Snyder School della Carolina del Nord, poi la California Institute of Thecnology, ove si laureò bachelor nel '30;alla Steven Institute di Hoboken si laureò master in ingegneria ed economia nel '33.
Il suo primo impiego fù di tenere un corso di brevetti per inventori alla "Inventors Foundation" di Hoboken.
La sua prima opera letteraria fu "Inventions and Their Management", in collaborazione con Alf K. Berle, International Taxbooks, Co. , '37.
Il primo racconto che scrisse fu "The Hairless Ones Come", che fu successivamente pubblicato su "Golden Fleece", gennaio '39.
Il suo primo racconto ad essere pubblicato fu "The Isolinguals", in "Astounding", settembre '37.
Nel '37 lavorò tre mesi come redattore nella rivista di pubblicità "Fuel Oil Company".
Si sposò il 12 agosto '39 con Catherine Cook.
Durante la 2° guerra mondiale prestò servizio militare presso la Naval Aircraft Factory di Filadelfia, entrandovi il 15 luglio '42, dove giunse al grado di tenente della riserva navale degli Stati Uniti.
Uno dei maggiori scrittori di fantasy mai esistiti.

CONAN E IL DIO-RAGNO
(Conan and the Spider God, '80) "Oscar fantascienza" n.50, ed.Mondadori, '85, 202 pagine

Conan, il famoso eroe creato da Robert Howard, ha vissuto molte altre avventure, oltre a quelle nelle quali lo ha condotto il suo creatore; infatti, oltre ad essere stati completati tutti i racconti lasciati incompiuti, molti altri ne sono stati scritti ex novo [per un'esauriente disanima sull'argomento, vedi: "Riecco il barbaro", di Mariella Bernacchi, "The Dark Side" n.1, '87, pag.92].
Sicuramente il più autorevole di questi autori è L.Sprague de Camp, uno dei maggiori autori che la fantasy contemporanea abbia prodotto; questo romanzo è l'unico, di cui io sia a conoscenza, interamente scritto da de Camp; forse ce n'è anche un altro, "The Honorable Barbarian", uscito per la Ballantine/Del Rey nell'89, ma non sono sicuro che abbia Conan quale protagonista.
Nel '55 uscì una sua antologia, "Tales of Conan", presso la Gnome Press, e ha pubblicato anche il saggio "Conan Awardbook", che, penso, anche se non so in che modo, riguardi l'eroe howardiano.
Qui fa vivere a Conan un'avventura, direi, che ha molti addentellati con quella che vive nel bel film di Robert Milius; infatti, tutta quanta l'azione si accentra verso un furto clamoroso in un tempio, qui, appunto, del dio-ragno, là, come penso saprete, di un dio-serpente.
Decisamente de Camp è narratore molto più raffinato del rozzo Howard, e sa trarre dal personaggio atmosfere molto più soffuse, tratti di narrazione non dico alta, ma senz'altro buona, laddove il texano raramente riusciva.
Di questi romanzi aventi quale protagonista Conan scritti da altri ne sono stati pubblicati altri tre, sempre negli "Oscar fantascienza" della Mondadori; l'unico di cui vi sappia dire è "Conan il ribelle", di Poul Anderson, nel n.43.
Scusandomi per le notizie imprecise che sono in grado di fornirvi, vi consiglio senz'altro questo volume, soprattutto ai molti fra voi che, penso, siano estimatori delle avventure del Cimmero.
 
 
DUE ROMANZI INTROVABILI DI L.SPRAGUE DE CAMP
Le amazzoni di Avtinid" (Rogue Quee, '51)
La torre di Zanid" (The Tower of Zanid, '?)

Di de Camp è stato tradotto moltissimo, ma la sorte editoriale di due dei suoi romanzi ce li rende, oggigiorno, di difficilissima reperibilità: si tratta dei romanzi "Le amazzoni di Avtinid" (Rogue Quee, '51) e "La torre di Zanid" (The Tower of Zanid, '?), apparsi rispettivamente nei n.1 e 6 della scomparsa "Galassia" de La tribuna, nel gennaio e nel giugno del '61.
L'editore Fanucci aveva, tempo fa, in progetto di stampare due volumi contenenti tutte le storie della Viagens Interplanetaria, nella collana "I classici della fantascienza e della fantasy", ma poi, verso la fine del '93, il progetto, per motivi che non vi so dire, andò a monte, e quelle edizioni di quei romanzi restano a tutt'oggi le uniche.
Sono romanzi ambientati in un lontano futuro in cui le astronavi della Terra hanno raggiunto molti altri mondi abitati da altre razze intelligenti, e in cui la suddetta Viagens Interplanetaria conduce degli studi di carattere antropologico su di esse.
Altre opere facenti parte di questo ciclo tradotte qui da noi sono i romanzi "Il pianeta dei folli" (A Planet Called Krishna, '66), "Gamma" n.23, ed.Dello scorpione, '67, anche questo di piuttosto difficile reperibilità e ancora non rieditato; "Creatori di continenti" (The Continent Makers (and Other Tales of the Viagens), '71), "I libri di Robot" n.13, ed.Armenia, '79, e i racconti "L'ospite è sacro" (A Thing of Costum, '63) e "L'interesse della scienza" (In-group, '64), in "Dimensioni vietate", "Urania" n.334, ed.Mondadori, '64;molto probabilmente ve ne sono altri; questi sono quelli di cui io sono a conoscenza.
Moltissimi i romanzi ancora inediti, che, credo, sarebbero stati tradotti in quell'edizione della Fanucci: "The Prisoner of Zhamanak", (Phantasia Press-ristampa Ace Books, '83), "The Moles of Zora", "The Queen of Zamba" ristampa, (Ace, '83), riedizione di vecchio materiale arricchito con nuovo, originariamente apparso in "Astounding", agosto '49, "The Bones of Zora", (Phantasia Press), in collaborazione con la moglie Catherine, "The Search for Zei", ristampa, (Ace , '83), edizione rilegata (Owlswick Press), illustrata da E.Cartier, "The Hand of Zei", ristampa, (Ace, '83), edizione rilegata (Owlswick Press), illustrata da E.Cartier, "The Hostage of Zin", ristampa (Ace, '83), "The Vergin of Zesh", ristampa (Ace, '83), e un'altro, consegnato alla Baen verso la fine del '90, in collaborazione con la moglie Chaterine.
In "Le amazzoni di Avtinid" vi è l'arrivo su di un nuovo pianeta, abitato da una nuova razza civilizzata, allo scopo di studiare quella nuova razza, quei nuovi popoli, quelle nuove culture; c'è da dire che essa ha delle rigidissime regole etico-morali che le impediscono di interferire più di tanto con le civiltà con le quali viene a contatto.
Qui, si ha un pianeta su cui vive una razza umanoide ma vivipara; de Camp, per quanto riguarda la struttura di quella società, prende a prestito il modello della società delle api; vi sono le Regine, le Operaie e le Guerriere, e, ovviamente, i maschi sono subalterni alle donne.
Qui, poi, la spedizione ha anche un altro scopo, quello di rintracciare i membri di una precedente missione, andati dispersi.
Tipicamente, una lieve infrazione alle rigidissime regole di cui abbiamo detto, fa si che a prevalere in una guerra in corso su quel pianeta sia un popolo invece che un altro, decisamente più forte; viene, infatti, fornita loro un'arma che, per quanto ancora rudimentale, è decisamente superiore a quelle fino ad allora usate da quei popoli.
Moskowitz, nell'introduzione a "Abisso del passato" (Lest Darkness Fall, '39) , dice, a proposito di questo romanzo: "La narrazione verteva in parte sui costumi sessuali degli extraterrestri, ...idee legate al sesso comparivano in alcuni racconti di de Camp già prima della guerra..."Le amazzoni di Avtinid è uno dei pochi romanzi di fantascienza che potrebbero aver colpito P.J.Farmer ispirandogli "Un amore a Siddo", che poco tempo dopo avrebbe introdotto clamorosamente nella fantascienza i temi sessuali."
In effetti le tematiche sessuali sono presenti notevolmente, soprattutto per il fatto della presenza, oltre che di normali persone femmine o maschi, anche di individui, per così dire, ermafroditi, aventi, cioè, sia gli organi sessuali maschili che quelli femminili, e, come abbiamo già detto, dell'inversione dei ruoli fra maschio e femmina.
Certo un altro autore (e non si può che non pensare alla Le Guin!!) avrebbe trattato l'argomento molto...meglio, ma, comunque, ci sono certamente degli spunti che potrebbero essere interessanti.
L'intrecciarsi delle gesta, delle battaglie e degli intrighi di palazzo di quei popoli ad un livello di progresso assimilabile al nostro Medioevo, e le astronavi, le armi futuristiche e, nel complesso, l'ambiente alieno in cui si svolgono, crea il tipico scenario di Science Fantasy che, decisamente, è molto congeniale a de Camp, abilissimo, come credo sappiate, sia a costruire elaborate trame fantasy che buoni romanzi di Sf.
In appendice vi è un breve glossarietto delle parole ormazdiane.
"La torre di Zanid", invece, si svolge interamente su uno dei mondi in cui i terrestri e varie altre razze aliene convivono ormai da anni, ed è incentrato su alcuni riti di una religione del popolo natio di quel pianeta, alquanto cruenti, e, ovviamente, sui tentativi, da parte della Viagens, si venirne a maggior conoscenza
Vi sono, poi, vari intrighi di palazzo, le solite, inevitabili scene di combattimenti e le solite scazzottate, che, come ben sappiamo, fanno parte, direi, ineludibile della maggior parte dei romanzi di fantasy.
Alla fine, ovviamente, la Viagens verrà a conoscenza di tutto quello che voleva sapere, e quei riti cruenti debellati.
Decisamente molto meno interessante del primo, ha il pregio di essere comunque sempre abbastanza divertente, come tutte quante le opere di de Camp; vi sono alcune descrizioni di alieni davvero belle:"...lo yeki, abbastanza simile a una martora con sei gambe, della misura, però, di una tigre....un mostro ancora più orrendo, anche lui con sei gambe, ma senza peli, simile ad un rettile, un lungo collo e un corpo che man mano si assottigliava fino a terminare nella coda. La sua pelle, simile al cuoio, era colorata vivacemente in uno straordinario disegno di righe e macchie verdi." (pag.78).
Abbiamo dunque visto che moltissimi sono i romanzi ancora inediti, di questo ciclo, e che questi, e "Il pianeta dei folli", sono solamente in edizioni assolutamente introvabili, o, reperibili a prezzi decisamente inaccessibili.
Sarebbe davvero un'ottima cosa se la Fanucci, o altra casa editrice, volesse riprendere quel vecchio progetto; de Camp è davvero una lettura molto divertente, e l'idea base di questo ciclo, poi, penso, stimolante riflessioni ed entusiasmi, direi, più che positivi, di tolleranza fra le razze, cosa di cui, credo, oggigiorno ci sia bisogno più che mai.
 
LE PIETRE DI NOMURU
(The Stones of Nomuru, '88) traduzione di Paola Andreaus, "Urania" n.1198, ed.Mondadori, '93, 175 pagine-£ 5.000

Divertente romanzetto in cui de Camp e sua moglie si divertono a raccontare una storia semplice, infarcita di mostri i più inverosimili possibili, di battaglie epiche e alieni variopinti.
L'azione si svolge su un pianeta orbitante attorno a Epsilon Eridani; vi sono degli scavi archeologici di terrestri, attorno ai quali ruota la vicenda, turbinosa, e, come ho detto, decisamente divertente.
Uno degli aspetti che lo è maggiormente sono i vari inserti erotici, disseminati ad arte lungo la trama.
In vari punti, poi, si riscontra una delle passioni di de Camp, quella per i dinosauri: "I Kook...Sono quello che avrebbero potuto diventare i dinosauri terrestri se la catastrofe del Cretaceo non li avesse sterminati." (pag.114).
La tensione (?) si scioglie nel finale, in cui, finalmente, il dubbio del lettore sull'assonanza fra quei Kook ed il cognome della moglie dell'autore, aveva ingenerato: "un Kook tremendamente geloso.
-Oh cielo!Un Kook maschio o femmina?
-Femmina, naturalmente.
Non sono ancora così strano!" (pag.168).
Il volume è completato da un articolo di Giuseppe Lippi in ricordo della morte di Fritz Leiber, e dalla rubrica della posta.
 
 
LE DIMENSIONI DEL SOGNO
((The Carnelian Cube, ’39) "Galassia" n.146, ed.La tribuna, '71 traduzione di Roberta Rambelli 179 pagine, 350 £

Scritto in collaborazione con Fletcher Pratt, principalmente, è confuso.
Si tratta del vagabondaggio del protagonista, Arthur Finch, da un mondo all'altro, da una dimensione all'altra, in un quadro generale che si tenta sempre di costruire ma che sfugge ogni volta di mano.
I mondi hanno diverse caratteristiche, per lo più improntate su diversità sulla scala razionale-irrazionale, ed il tutto è tenuto insieme da un tenue filo, il fatidico cubetto di corniola, (al titolo originale), che è il mezzo attraverso il quale Finch trasborda da una dimensione all'altra.La passione per gli studi storici e gli arzigogolamenti intellettualistici di De Camp riaffiorano in pieno, come pure la sua ironia tutta particolare; certo non saprei dire quali parti ha scritto l'uno e quali l'altro, ma, nell'insieme, la presenza di due personalità si riscontrano appieno.
In conclusione, un libro che non consiglio proprio a nessuno; se avete letto qualche libro di De Camp e vorreste leggerne altri, escludete, a colpo sicuro, questo.Per lo meno la traduzione e l'introduzione sono state fatte dalla nostra bravissima Roberta Rambelli...che chissà cosa sarebbe saltato fuori, altrimenti!



Altri contributi critici: da "L.Sprague de Camp: umorismo e fantasia" (1° parte), "The Dark Side" n.3, '84
 
GORILLA SAPIENS
(Genus Homo, '41) "Classici della fantascienza" n.23, ed.Mondadori, '79 traduzione di Patrizia Dalloro 175 pagine, 1.200 £-ampliamento e revisione di "Genus Homo", "Super Science Stories", marzo '41

Anche questo scritto a quattro mani, ma questa volta è P.Schuyler Miller il collaboratore, ed i risultati sono decisamente migliori.Splendido classico, questo, nel parlare del quale non si può fare a meno di ricordare l'altrettanto e forse più famoso "Il pianeta delle scimmie" (La planéte des singes) di Pierre Boulle, pubblicato, comunque, parecchi anni dopo di questo, e di conseguenza la tetralogia di films ad esso ispirati.Il romanzo si può suddividere tranquillamente in tre parti: nella prima c'è il risveglio degli occupanti di un pullman addormentati per secoli da un gas appena inventato, il loro progressivo rendersi conto della situazione in cui si trovano ed il loro organizzarsi, oltre ai primi contatti con una natura totalmente mutata; la seconda parte, invece, narra del contatto di questi superstiti del genere umano con i nuovi padroni della terra, i Gorilla, che hanno civiltà, città, scrittura, cultura, tutto quanto; nella terza parte vi è la guerra dei Gorilla, affiancati dagli umani e dalla civiltà dei castori giganti, contro i Babbuini, acerrimi nemici da secoli; con la vittoria finale, chiaramente, dei primi.

Il tutto è molto scorrevole, di piacevole lettura, con pochi punti deboli e non rari spunti di umorismo piuttosto ben riusciti.Il tono è leggero, forse più che nel sovracitato "Il pianeta delle scimmie", e la situazione, per lo meno insolita, viene fatta risaltare con una maestria tale da renderla del tutto credibile, sia sul piano scientifico che su quello umanistico.In conclusione, veramente ottimo, anche se, forse, la terza parte sarebbe stata più gustabile se invece della guerra avesse avuto come argomento quello dell'adattamento progressivo degli umani nella società gorillese...ma non si può avere tutto dalla vita, accontentiamoci; per un finale come lo avrei voluto io il romanzo avrebbe dovuto essere stato scritto non nel '41 ma per lo meno a metà degli anni '60.

da "L.Sprague de Camp: umorismo e fantasia" (1° parte), "The Dark Side" n.3, '84
 
LA PRINCIPESSA INDESIDERATA
(The Undesidered Princess, ’51) "Saga" n.18, ed.Meb, '78 traduzione di Marisa Matossi L'Orsa 160 pagine, 2.500 £-originariamente apparso in "Unknown", febbraio '42

Fantasy che si svolge in un ambiente in cui l'azione non è un mondo facilmente riconoscibile come un tipico mondo di tale genere; la trovata è quella di un mondo in cui valgono le leggi aristoteliche, per cui una cosa è tale o non tale, senza possibilità di dubbio.Il protagonista è Rolling Hobart, un ingegnere di New York, che viene rapito da Himon, un asceta di tale mondo parallelo.Il feeling che regge tutta la storia è quello del continuo tentativo del protagonista di svincolarsi dagli impegni in cui si trova invischiato per tentare di tornare al suo mondo, il nostro mondo.Ma, in una spirale di avvenimenti, lo vediamo salire gradualmente la scala sociale di quel mondo, fino al ruolo di dio; una volta raggiuntolo, però, darà ordini tali da esaudire, alfine, il suo più profondo desiderio.Non manca, quindi, il lieto fine, con pure il matrimonio con la bella principessa Argimanda, da lui salvata per ben due volte, che lo segue, o, meglio, lo precede, nel mondo reale, insieme ad un leone rimpicciolito alle dimensioni di un gatto.
I colpi di scena non mancano, nè tanto meno gli spunti di divertita speculazione sulle possibili conseguenze di un mondo retto da tali leggi.
In conclusione un buon romanzo, piacevole e scorrevole; unica pecca del volume è la mancanza del sia pur minimo apparato critico; qualche accenno lo si può trovare nell'introduzione di Lin Carter a "La terra dell'impossibile".
da "L.Sprague de Camp: umorismo e fantasia" (1° parte), "The Dark Side" n.3, '84
 
LA TORRE DI GOBLIN
(The Goblin Tower, ’68) "Arcano" n.1, e in "Jorian re di Iraz", "Tascabili omnibus" n.11,ed.Nord, '71, '94 traduzione di Riccardo Valla e Gaetano Luigi Staffilano 1° ed.: 232 pagine, 2.000 £; 2° ed: 16.000 £

Facende parte di un ciclo in cui sono inclusi anche "Jorian di Iraz" e "Il re non decapitato" (vedi) in cui si narrano, appunto, le avventure di Jorian nel mondo di Novaria.Questo è la storia della mancata esecuzione di Jorian, della sua fuga e del conseguente debito che egli deve pagare a Karadur, il mago suo salvatore.

In sintesi, Jorian era un re che dopo un tot numero di anni doveva, per legge, essere decapitato, ma che non gradiva eccessivamente questa "strana usanza", come dice un barbaro nella prima riga del romanzo.

Il favore che Jorian deve fare al mago è quello di recuperare lo scrigno di Avlen, contenente antichi incantesimi.Alla fine..."il maledetto scrigno"...(sarà)..."Sepolto fra le rovine della torre di Goblin, dove almeno non provocherà guai per un bel po' di tempo a venire." (pag.230).

Caratteristica saliente del romanzo sono le innumerevoli storie che inframmezzano la vicenda principale; bastino per tutte quella che Karadur racconta a Jorian sulla storia della città in rovina di Culbagarth (pag.152-157), e quella che Jorian racconta ai sacerdoti del dio Gorgolor, sul re Forimar di Kortoli (pag.193-199), corredate ognuna di una morale conclusiva: "-No, non proprio così figliolo.La morale è, piuttosto, di esercitare una discriminazione nel proprio comportamento sia verso gli uomini sia verso gli dei, e fidarsi solo di chi merita fiducia." (pag.157); "La morale...è che...ogni virtù si trasforma in vizio, quando la si pratica con rigore e saldezza di fede eccessivi." (pag.199).

Lo scrigno viene recuperato circa a metà romanzo: "Alla fine scoprì lo scrigno nel posto più ovvio: sotto il letto di Yargali (la principessa serpente).Era un piccolo bauletto logoro, lungo circa un cubito e mezzo, largo e profondo un cubito, con una vecchia striscia di cuoio avvolta tutt'intorno per rinforzare i fermagli di ottone." (pag.141).

Innumerevoli, inutile dirlo, le varie peripezie che i due, Jorian ed il mago, devono superare, nonchè i personaggi secondari che appaiono a più riprese, facilitando enormemente il lavoro del lettore, che si vede riaffacciare alla memoria i brani che, magari, nel frattempo si era dimenticato e che al momento gli sono utili per la costruzione del quadro della vicenda.

Uno tra i migliori, di questi episodi, è senza dubbio quello della "Rocca d'ascia", in cui si narra di come Jorian ed il mago salvino alcune schiave dai malvagi propositi di una comunità di boia di professione che vivono, appunto, in un'isoletta isolata dal resto del mondo. (pag.76-99).

Una volta recuperato lo scrigno, però, non è ancora finita; lo riperderanno e lo riconquisteranno, per, alfine portarlo dove volevano portarlo, il conclave degli Altruisti, una delle due congregazioni di maghi, che, chiaramente, sono in opposizione: "...Rhitos appartiene alla Fazione Nera, ossia ai benefattori, e quindi vorrebbe che i potenti poteri della magia restassero racchiusi nell'ambito della gilda, mentre io (Karabur), che sono della Fazione Bianca, ossia degli Altruisti, vorrei volentieri diffonderli fra la gente per aiutare le masse sfruttate." (pag.22).

Per tutto il corso della narrazione Jorian compie gesta eroiche e viene salutato come tale, ma lui, da parte sua, preferisce definirsi così: "Io non sono un eroe-brontolò Jorian-sono un semplice artigiano che vorrebbe solo piantare le radici da qualche parte e guadagnarsi una vita decente."(pag.185).In conclusione, un racconto a volte avvincente, a volte estremamente tedioso, soprattutto nelle, secondo me eccessivamente lunghe, divagazioni dalla trama principale.

Curioso un episodio molto breve del primo capitolo, in cui Jorian, per sfuggire all'esecuzione, si ritrova su di un altro livello in cui c'è una autostrada e delle macchine; divertente l'approccio del re barbaro con la civiltà: "Lungo una delle due strisce pavimentate un oggetto si muoveva con fracasso verso di lui.Sulle prime pensò che fosse un mostro da favola: una cosa bassa e gibbosa, con sul davanti un paio di grandi occhi vitrei e rilucenti.Sotto gli occhi e appena sopra il suolo una fila di argentee zanne era scoperta in un maligno sogghigno...Mentre l'oggetto passava, Jorian vide che aveva le ruote; non era un mostro, dunque, ma un veicolo." (pag.13).

E non meno divertenti le sue frettolose congetture sulla natura degli abitanti di quel livello: "Si meravigliò che la gente, in questo mondo, riuscisse a vivere abbastanza a lungo da diventare piloti di quei veicoli…a meno che i nativi vivessero tutta la loro vita dentro di essi, senza mai mettere i piedi a terra.Forse non avevano neanche i piedi, da mettere a terra..." (pag.14).

Altri contributi critici:

da "L.Sprague de Camp: umorismo e fantasia" (2° parte), "The Dark Side" n.4, '84
 
JORIAN DI IRAZ
(The Clock of Iraz, ’71) "Fantacollana" n.6, e in "Jorian re di Iraz", "Tascabili omnibus" n.11, ed.Nord, '74, '94 traduzione di Gabriele Tamburini 1° ed.; 190 pagine, 2.500 £; 2° ed.: 16.000 £

Il secondo del ciclo di "La torre di Goblin", segue le fattezze di quello in tutto e per tutto, soprattutto per quanto riguarda le storielle raccontate da Jorian a questo e a quello, che vediamo collegarsi man mano fra di loro, quasi a creare un romanzo nel romanzo, una struttura decisamente insolata, ma che, alla lunga, risulta anche piacevole.

Jorian viene ripreso da uomini del suo antico regno; aiutato ancora una volta dal mago Karadur: lui, Jorian, vorrebbe ritrovare Estridis, una delle sue ex-mogli dell'harem, ma i due si trovano invischiati in molte traversie (guarda caso), fino ad essere assediati nella città di Iraz, guerreggiare, vincere, essere coinvolti in riti e lotte intestine...poi il re di Iraz muore, e nomina suo successore proprio Jorian, che non ne vuole sapere.Alla fine Jorian e Karadur fuggono su una vasca da bagno volante...l'ultima di tante battute più o meno divertenti-a volte, bisogna dirlo, sono proprio cretine-che costellano il romanzo.

In conclusione, non è certo in queste pagine che si può trovare il de Camp migliore.

Altri contributi critici:

da "L.Sprague de Camp: umorismo e fantasia" (2° parte), "The Dark Side" n.4, '84
 
IL RE NON DECAPITATO
(The Unbeheaded King, ’83) traduzione di Annarita Guarnieri "Fantacollana" n.56, e in "Jorian re di Iraz", "Tascabili omnibus" n.11, ed.Nord, '84, '94 1° ed.: 178 pagine, 8.000 £; 2° ed.: 16.000 £

È, questo, il terzo romanzo del ciclo di Jorian, in cui, certo non si è espresso al meglio; a più di dieci anni di distanza dall'uscita del secondo, comunque questo si rivela di qualità indubbiamente migliore; questo, innanzi tutto, per la quantità di avvenimenti che vi vengono narrati; se negli altri la trama era piuttosto contorta, qui ci troviamo dinanzi una narrazione molto più lineare.
Diminuiscono i racconti di Jorian, che vengono ad occupare, in percentuale, molta meno parte del libro; in essi, si può notare, vengono recuperati alcuni personaggi che già incontrammo, come re Forimar l'Esteta, presenti sia ne "La torre..." che in "Jorian..."; eccezione che conferma la regola, vi è anche un racconto narrato da Gosnia, la zia di Jorian, così come ne "La torre..." ve n'è uno narrato da Karadur a Jorian.
Sempre a proposito di questi veri e propri racconti assolutamente estranei al corpus del romanzo, ho notato, nel risfogliare gli altri due volumi, una curiosità; "La torre..." termina con Jorian che "...seduto sul bordo della fontana...", termina di narrare "...la storia di re Fusinia, la volpe e del cappello incantato", mentre sopraggiungono gli altri quattro personaggi principali del romanzo, Karadur, Goenia, Boso e Varona che, fra parentesi, ci vengono riproposti tutti ne "Il re...", e inizia a narrare "...la storia dell'ex re Forimer e la moglie di cera", troncata dopo sole quattro righe.
Nel nono capitolo di "Jorian", a pag.164, troviamo il protagonista che la racconta per intero a re Ishbahar, alla presenza di Karadur.
Dicevamo dei personaggi principali; a quelli ritrovati si aggiunge Margalit, in un ruolo importante, se non essenziale.
Per giungere a ciò che riguarda da più vicino il plot de "Il re...", bisogna risalire alle ultime pagine de "La torre...", in cui, in risposta ad una proposta avanzatagli, sentiamo Jorian dire: "No, grazie, ho anch'io i miei programmi, il primo dei quali è di riprendermi la piccola Estralia."; come già detto, nel secondo romanzo viene distolto da questo proposito, che viene ripreso in questo volume, che è proprio incentrato alla sua realizzazione.
Questa benedetta Estralia la vediamo alfine comparire nel penultimo capitolo, dopo ben 573 pagine di narrazione: "...una donna di bassa statura in un manto, con cappuccio, che le scendeva fino alle caviglie e le nascondeva il volto.Jorian tirò indietro il cappuccio, esponendo i capelli biondi ed il volto rotondo di Estralia, il cui sguardo sembrava fisso nel vuoto...(essendo)...sotto l'effetto di un incantesimo o di una droga."
Lo scopo è dunque raggiunto, ma la narrazione non si conclude così, infatti...
Per concludere, dunque, meglio questo che i precedenti e, soprattutto, molto ben riuscito il personaggio del fantasma del Barone di Loro, che, impossibilitato a raggiungere l'aldilà a causa di un incantesimo per il quale potrà farlo solo se una regina laverà il pavimento del suo castello, al fine vi riuscirà...ma chi sarà la regina in questione?!

da "The Dark Side" n.1,anno 4°, '85


Bibliografia essenziale



© m.bonati



Mondo - Ultimi arrivi - Autori - Argomenti - Testi in linea - Speciali
Premi della SF - IntercoM rivista - Collegamenti - Ansible