Dopo la prima ondata dei disaster-movies (prima metà degli anni '70), è nell'ultimo lustro che esplode il filone. E gli sciocchezzai si precipitano a farneticare di apocalisse tecnologica, di medioevo prossimo venturo, e tutto un repertorio di profezie decaffeinate che non turbano i sonni delle grandi masse come era successo agli sparuti cultori condannati in precedenza all'emarginazione. In Italia Roberto Vacca è un divulgatore che vende, fino a produrre la citazione di se stesso, secondo la logica del successo.
Perfino i nostri bistrattati servizi d'informazione possono prendersi una piccola rivincita, e durante l'ondata di avvistamenti UFO sull'Adriatico (autunno '79), ci fanno apprendere dalle pagine di Panorama che la terminologia ufficiale è OVNI (oggetto volante non identificato). Gli anglofili restano attaccati al loro anacronismo. I soliti "generici" dell'editoria sfornano una rivista di fantascienza al mese; poi non basta più strizzare i risparmi delle nuove generazioni di appassionati, e lasciano morire tutto, ripiegando sul buon vecchio porno. A pagare lo scotto della kermesse sono i migliori, è naturale, perciò ROBOT se ne va e gli altri ritornano alle tirature limitate. In edicola Urania non cambia di posto.
A qualcuno era parso un successo nuovo, con coordinate distinte dalle scie di risucchio degli anni '50 e '60.
Il cinema, la Traumfabrik di Ilja Ehremburg, era in ogni caso il persuasore tutt'altro che occulto, l'artefice palese di quest'ennesimo trionfo dell'immaginario. "Forbidden planet" e "The invasion of the body snatchers" ieri, "Star wars" e "Close encounters" adesso.
Però scatta una molla e la catena si allunga. Ogni féerie sorpassa la precedente, creando e distruggendo epigoni. Si ripescano eroi del fumetto e li si mettono fra le mani di scenaristi eccezionali e direttori da Oscar, si progettano serials da bruciare in un paio di stagioni.
La formula è la stessa del passato, solo gli ingredienti sono più pepati. Gli effetti speciali, i gadgets del cinema-Cinema primeggiano sulla star. E il fatto esplode come episodio culturale su TIME del 31 agosto 1981. La rubrica Show business focalizza sui "Makeup artist", gli addetti ai trucchi e agli effetti speciali. Li si riconosce élite emergente della nuova cinematografia. Le storie di lavorazione di "The Godfather", "The exorcist" e "Racing bull" (insieme ad uno stuolo di pellicole di punta) vengono rivisitate dal punto di vista della perfezione delle sequenze d'effetto. SCENA (dicembre '81) riprende il tema e intervista un esperto nostrano, Euclide Santoli, e Lucio Fulci, inventore del Nando Moriconi americano a Roma, artigiano dei generi e recentemente specializzatosi in fanta-horror. La rivalutazione pare ovvia a chi sapeva di Mario Bava, Ubaldo Ragona, Cottafavi prima degli sceneggiati RAI, e Antonio Margheriti convocato da Kubrik sul set di 2001. Ma il problema ora è che si rischia l'indigestione di sfilate in primo piano di astronavi lunghissime ed asettiche, materializzazioni della Skylark di E.E.Smith. Quello che era una rarità diventa consuetudine fino all'inflazione e alla frammentazione nel sottoprodotto. L'eccesso di perfezionismo nella visualizzazione toglie fiato alla fantasia spontanea. Come è insipido un albo sgualcito di Nembo Kid al confronto con i due Superman sfavillanti e tonitruanti interpretati da Christopher Reeve...
Infine, succede qualcosa che le altre età dell'oro della SF non avevano provocato.
La narrativa normale, il cosiddetto mainstream, ne viene influenzata al punto che si cessa ovunque di rincorrere il fatto stilistico del qui e adesso di Moravia, Bellow, Arbasino o Handke. Le trame prendono a oscillare fra altrove retro e post- datati. Medioevo e lontano futuro. La fantascienza e la fantasy si trovano stuprate da penne di esteti invasati senza l'amore per il lettore dei professionisti di una volta, gli scrittori dei pulp-magazines.
Si sono ripetuti, in sostanza, i trascorsi cinematografici di 007. Il colpevole non è il maggiordomo, ma (appunto) il cinema, ossia "una cosa troppo seria per essere lasciata in mano ai cinematografari" parafrasando Clemenceau. Nella civiltà dell'immagine e dell'iperinformazione non è più la letteratura a far presa sul costume, bensì l'audiovisivo, specie se troneggiante su una platea con schermo panoramico o su un salotto con video gigante.
Il personaggio di Fleming è rientrato nei panni Sean Connery forse nei primi due o tre film del ciclo, poi è intervenuto l'artificio e la sofisticazione. Erano mutate le condizioni politiche che avevano assistito la popolarità di James Bond sotto forma di romanzi, era decaduto lo stato di guerra fredda fra est e ovest.
Così il cinema si inventa un mito senza mitologia, pieno di arbitrarie manipolazioni, cui la morte prematura di Fleming toglie ogni sorta di controllo critico. Lo spettatore si metteva in coda per "Goldfinger" e ignorava che i congegni miniaturizzati li usava soprattutto lo spionaggio industriale, che la CIA ed il KGB di combattevano con i computers e i satelliti artificiali lasciando i lavori manuali più ingrati a gente di cui solo Le Carré e Deighton ci diranno sul serio. Intanto il danno era fatto e proseguiva fino all'ultimo Roger Moore (e, si dice, proseguirà con Peter Fonda).
La Fantascienza ha subito parimenti l'attentato del cinema. E per giunta il verdetto di condanna risulta difficile a emettersi.
Dopo i mostri di cartone e le astronavi di carta sembrava giunta l'età della ragione, oltre che dell'oro. Ma il capitale, e dunque l'oro, non fa sempre copia con la ragione. 2001 e Solaris erano due momenti espressivi estranei ai dettami del mercato, appartenenti inoltre ad annate ancora floride per l'industria cinematografica. Poi è arrivata la crisi, e per scardinare lo spettatore dalla poltrona davanti al televisore e indurlo a scendere nelle infide strade notturne della città, occorrevano incentivi notevoli. Gli uffici stampa delle ultime superproduzioni si scatenavano ad enumerare la grandezza e il costo dei diversi effetti speciali.
E c'è dell'altro.
Qualcuno deve aver presagito che la fantascienza andava desublimata, privata di implicazioni troppo scomode, perché si era in presenza di un processo di confronto fra futuro immaginario e futuro reale o in fase di attuazione. Lo "shock del futuro" su cui Toffler ha costruito il suo famoso saggio. I vari inferni di cristallo di Denver e Las Vegas, lo scorso anno, hanno messo K.O. i colossi di Irwin Allen, e l'eruzione del monte St.Helen filmata da un amatore in superotto polverizza tutte le sequenze di Terremoto. Allora gli extraterrestri che Rambaldi costruisce per Steven Spielberg sono rassicuranti e pacifici, non certo inquietanti ed inspiegabili come l'oceano pensante di Solaris o quelli che Kubrik ha tagliato dal montaggio finale di 2001 (e che sono mostrati in foto nel volume di Jerom Angel "The making o Kubrik's 2001"), figure singolari, oblunghe, dal candore latteo.
"Pare si stia aprendo un'era di mostri e di fantasmi" ha scritto Leonardo Sciascia in "Nero su nero". E nulla è meglio che esorcizzare la catastrofe in atto con la catarsi dell'immaginazione. In fondo, il miglior film di fantascienza di queste annate è stato "Apocalypse now". Vi si mostravano cose già avvenute, eppure talmente futuribili nel loro orrore (l'orrore che pervade tutta l'esibizione di Kurtz) da suggerire che la civiltà occidentale è da sempre in preda a un'apocalisse permanente, immanente, e non dobbiamo temere niente di peggiore dell'attuale. Lo sapevano i precursori: Platone, Seneca, Luciano di Samosata, Cyrano de Bergerac e Herbert George Wells.
Jules Verne ha provato a dipingere la vie
en rose, ma c'è poco da crederci.