Quasi inavvertitamente, al riparo degli sguardi indiscreti,
sta prendendo piede su scala mondiale un nuovo modello di apartheid urbana.
Al Nord come al Sud, da Los Angeles a Johannesburg, da Rio de Janero a
Lagos, si erigono, in disparte dalla società, città abitate
esclusivamente da ricchi e protette da vigilantes. In questo universo di
quartieri privati, arroccati dietro alti muraglioni, milioni di privilegiati
accudiscono ai propri affari, al riparo dalla violenza, dalla miseria e
dal degrado che li circondano.
Come dare una qualche consistenza al discorso sulla riduzione
delle fratture sociali e sulla lotta contro le diseguaglianze, quando questa
scissione nel paesaggio urbano sugella l’esistenza di gruppi antagonisti,
che si ignorano o si spiano e hanno paura l’uno dell’altro?
Le Monde diplomatique - Il Manifesto (16 marzo 1996)
E’ innegabile, e le prove sono sotto i nostri
occhi quotidianamente, che gli Stati Uniti d’America anticipano e condizionano
le tendenze e le mode del vecchio continente.
Molto presto, quindi, probabilmente ci
troveremo anche noi di fronte a una nuova concezione di (dis)aggregazione
sociale - una sorta di maxi-condomini completamente autosufficienti -,
che sta prendendo campo soprattutto nei maggiori centri urbani nordamericani.
Quasi quattro milioni di americani, infatti,
per la maggior parte bianchi e conservatori, abitano reclusi all’interno
di queste cittadelle fortificate, protetti da polizia privata e alte mura
di di cinta, confortati da piscine, supermercati, circuiti da jogging e
quant’altro. E questo è un dato di fatto.
L’espansione di questo fenomeno crea,
senza dubbio, molteplici implicazioni che coinvolgono la sfera sociale,
politica, etica ed educativa.
Negli ultimi cinquant’anni gli status
symbol dei ricchi si sono succeduti a ritmi vertiginosi (uno degli
esempi più recenti potrebbe essere il cellulare) perché molto
spesso, e in tempi relativamente brevi, anche i ceti meno abbienti si sono
impossessati di tali simboli, privandoli di fatto del loro valore classista.
Così il prezzo da pagare per mantenere
una politica sociale discriminante si è elevato sempre più,
fino ad arrivare ai 200.000 dollari degli appartamenti meno costosi all’interno
di questi microcosmi veri e propri.
E’ fuori discussione che anche il dilagare
della criminalità, unita all’impotenza dello stato a mantenere l’ordine,
abbia avuto un ruolo non secondario nell’innescare certi processi, anche
se ignorare un problema di tale portata significa soltanto rimandare una
soluzione che diverrà, col passare del tempo, improcrastinabile.
Credo sia scontato che, prima o poi, tali
insediamenti risentiranno di alcuni tipi di microcriminalità indotti
da fattori esterni. E’ la fisica che uniforma i piccoli ambienti al territorio
circostante, e non credo che l’isolamento creato con mezzi artificiali
possa mantenere all’infinito caratteristiche così spiccatamente
diverse dall’esterno. Personalmente sono anche scettico, tra l’altro, sul
fatto che le agenzie immobiliari facciano controlli troppo severi su i
possibili acquirenti.
E non è, del resto, con rigidi
regolamenti interni (per riverniciare il proprio palazzo o piantare nuovi
alberi nel proprio giardino occorre l’accordo preventivo degli architetti
dell’associazione) che si garantisce l’assenza di delinquenza: il problema
è sempre quello della prevenzione.
L’omogeneità degli abitanti (benestanti,
bianchi e conservatori) implica, tra l’altro, una discriminazione sociale
e razziale molto forte, che rinforza, anziché ridurre, un discorso
di omologazione.
La frattura con gli altri è più
netta, il nemico verrà individuato in tutti coloro che vivono all’esterno.
Ma oltre a discorsi etici, c’è
anche un altro problema che secondo me non è affatto secondario.
I bambini che nasceranno e gli adolescenti che cresceranno all’interno
di questa campana di vetro, al riparo dalla delinquenza e dalle esperienze
quotidiane, come si troveranno quando dovranno affrontare la realtà
esterna?
Non genereranno, questi obbrobri sociali,
persone che non saranno capaci di interagire con gli altri, schizofrenici
che fuggiranno dalla realtà? Saranno in grado di affrontare i propri
problemi da soli?
Se queste città-prigioni prenderanno
piede veramente, non sarà un problema di poco conto.
E se non ne siete convinti, leggetevi
Condominium di Ballard, oppure vedetevi Il demone sotto la pelle di Cronenberg.
Le lotte interne al maxi-condominio completamente
autosufficiente del grande autore inglese è molto meno inquietante
dell’interrogativo che viene in mente con le immagini finali del film del
regista canadese.
Quando usciranno fuori, chi ci difenderà
da loro?
Il tentativo di queste brevi e incomplete note, suggerite da un ottimo articolo apparso su Le Monde diplomatique di cui lo stralcio allegato, è quello di stimolare i lettori e autori ad interventi attivi (articoli e racconti) sull’argomento, per tentare un’analisi più approfondita di un fenomeno che può essere visto in diverse chiavi di interpretazione. A voi la penna.