IL CONDOMINIO SOTTO LA PELLE 

Roberto Sturm


Le città-fortezza dei ricchi
 

E’ innegabile, e le prove sono sotto i nostri occhi quotidianamente, che gli Stati Uniti d’America anticipano e condizionano le tendenze e le mode del vecchio continente.
Molto presto, quindi, probabilmente ci troveremo anche noi di fronte a una nuova concezione di (dis)aggregazione sociale - una sorta di maxi-condomini completamente autosufficienti -, che sta prendendo campo soprattutto nei maggiori centri urbani nordamericani.
Quasi quattro milioni di americani, infatti, per la maggior parte bianchi e conservatori, abitano reclusi all’interno di queste cittadelle fortificate, protetti da polizia privata e alte mura di di cinta, confortati da piscine, supermercati, circuiti da jogging e quant’altro. E questo è un dato di fatto.
L’espansione di questo fenomeno crea, senza dubbio, molteplici implicazioni che coinvolgono la sfera sociale, politica, etica ed educativa.
Negli ultimi cinquant’anni gli status symbol  dei ricchi si sono succeduti a ritmi vertiginosi (uno degli esempi più recenti potrebbe essere il cellulare) perché molto spesso, e in tempi relativamente brevi, anche i ceti meno abbienti si sono impossessati di tali simboli, privandoli di fatto del loro valore classista.
Così il prezzo da pagare per mantenere una politica sociale discriminante si è elevato sempre più, fino ad arrivare ai 200.000 dollari degli appartamenti meno costosi all’interno di questi microcosmi veri e propri.
E’ fuori discussione che anche il dilagare della criminalità, unita all’impotenza dello stato a mantenere l’ordine, abbia avuto un ruolo non secondario nell’innescare certi processi, anche se ignorare un problema di tale portata significa soltanto rimandare una soluzione che diverrà, col passare del tempo, improcrastinabile.
Credo sia scontato che, prima o poi, tali insediamenti risentiranno di alcuni tipi di microcriminalità indotti da fattori esterni. E’ la fisica che uniforma i piccoli ambienti al territorio circostante, e non credo che l’isolamento creato con mezzi artificiali possa mantenere all’infinito caratteristiche così spiccatamente diverse dall’esterno. Personalmente sono anche scettico, tra l’altro, sul fatto che le agenzie immobiliari facciano controlli troppo severi su i possibili acquirenti.
E non è, del resto, con rigidi regolamenti interni (per riverniciare il proprio palazzo o piantare nuovi alberi nel proprio giardino occorre l’accordo preventivo degli architetti dell’associazione) che si garantisce l’assenza di delinquenza: il problema è sempre quello della prevenzione.

L’omogeneità degli abitanti (benestanti, bianchi e conservatori) implica, tra l’altro, una discriminazione sociale e razziale molto forte, che rinforza, anziché ridurre, un discorso di omologazione.
La frattura con gli altri è più netta, il nemico verrà individuato in tutti coloro che vivono all’esterno.
Ma oltre a discorsi etici, c’è anche un altro problema che secondo me non è affatto secondario. I bambini che nasceranno e gli adolescenti che cresceranno all’interno di questa campana di vetro, al riparo dalla delinquenza e dalle esperienze quotidiane, come si troveranno quando dovranno affrontare la realtà esterna?
Non genereranno, questi obbrobri sociali, persone che non saranno capaci di interagire con gli altri, schizofrenici che fuggiranno dalla realtà? Saranno in grado di affrontare i propri problemi da soli?
Se queste città-prigioni prenderanno piede veramente, non sarà un problema di poco conto.
E se non ne siete convinti, leggetevi Condominium di Ballard, oppure vedetevi Il demone sotto la pelle di Cronenberg.
Le lotte interne al maxi-condominio completamente autosufficiente del grande autore inglese è molto meno inquietante dell’interrogativo che viene in mente con le immagini finali del film del regista canadese.
Quando usciranno fuori, chi ci difenderà da loro?