copertina dell'edizione giapponese di CRASHLe polemiche scatenate da Crash  prima della sua uscita nelle sale hanno coinvolto anche settori non preposti istituzionalmente alla critica cinematografica. E’ un dato, questo, che può suggerire ad un osservatore esterno tutte le potenzialità dell’ultimo lavoro di David Cronenberg che si muove, come sua abitudine, fuori da schemi convenzionali e controtendenza, analizzando le mutazioni in atto all’interno della società e del genere umano.
Se era facilmente intuibile che la critica potesse spaccarsi, come spesso accade per i lavori del regista canadese, erano senz’altro meno prevedibili le dimensioni che il dibattito su Crash  avrebbe assunto su alcuni quotidiani e il fatto che associazioni come Legambiente e istituzioni come il Consiglio Comunale di Napoli fossero coinvolti nella vicenda.
Dalla metà di ottobre su La Repubblica  sono apparsi diversi articoli, a firma soprattutto di Irene Bignardi, che si scagliano contro il film.
“Crash  resta una baracconata disonesta che nella povertà intellettuale di fine millennio rischia di diventare un pericoloso oggetto di culto per guardoni e cinefili boccaloni.”
“... Accolto come un capolavoro eversivo da un’ala della critica e come un film morboso e pericoloso da un’altra (tra cui mi iscrivo, con l’aggiunta che lo considero anche noioso e fasullo) - è un erotismo, come sa chi ha letto il romanzo di J.G. Ballard da cui il film è tratto e chi segue le cronache cinematografiche, legato agli incidenti d’auto, allo stato di pericolo e di orrore generato dal rischio automobilistico.”
Lo spazio e la frequenza riservate alle invettive della Bignardi fanno facilmente intuire come sia proprio questa la tesi sposata dal quotidiano romano riguardo al film. Articoli in cui Michele Serra e Natalia Aspesi si dissociavano decisamente dalle posizioni della Bignardi (che si è schierata apertamente per il ritiro del film dal circuito) non hanno avuto un analogo trattamento.
Liquidare Crash  (sia il romanzo che il film) con giudizi tanto sommari e definitivi è, secondo me, indice di disonestà professionale. Soltanto una lettura o una visione meno che superficiali possono portare a tale semplificazione, e la povertà intellettuale a cui la giornalista si richiama per giustificare un prodotto come Crash  risulta essere il limite più evidente di una delle più famose critiche cinematografiche nazionali. Mascherare una crociata puritana con scuse infantili per nascondere un certo tipo di chiusura mentale non è affatto giustificabile.
Il fatto è che Crash,  come tutte le opere di Ballard e Cronenberg, ha una potenzialità eversiva immensa, una potenzialità di critica totale all’intero sistema.
E una società che corre verso l’omologazione globale non può permettere che espressioni artistiche che vanno al di fuori dei canoni tradizionali possano insidiare lo status quo, e per ciò non può che ritenerle e definirle pericolose e diseducative.
Anche Legambiente ha ritenuto opportuno prendere posizione contro il film, per bocca del suo esponente Angelo Scudieri. “E’ un serio pericolo per gli spettatori” ha dichiarato. “Conosco qualche scena, e poi dopo Cannes ho letto la recensione di Irene Bignardi su La  Repubblica.”
Da ciò si evince che le tre pagine di carta bollata indirizzate al sostituto procuratore di Napoli affinché ritirasse la pellicola siano state compilate senza avere visionato il film. Viene spontaneo, a questo punto, domandarsi quanti tra i firmatari dell’ordine del giorno del Consiglio Comunale di Napoli (18 consiglieri ripartiti da Alleanza Nazionale a Rifondazione Comunista) lo abbiano fatto con cognizione di causa. Il fatto che sia il Pds che il Prc si siano dissociati dalla firma dei loro consiglieri, esprimendo “pieno rispetto per le opinioni personali di ogni componente della massima istituzione cittadina ma altresì ritiene che vada assicurata alla creatività artistica la massima capacità espressiva nel rispetto della legislazione vigente” e affermando che in ogni caso “non rientra tra i compiti istituzionali del consiglio comunale occuparsi di tali questioni” non è troppo consolatorio.
Richiamarsi a una pratica usata e abusata dai regimi totalitari (e qui in Italia dovremmo saperne qualcosa) per impedire lo svolgimento di uno spettacolo la dice lunga sulla confusione politica e povertà culturale che oggi regna in Italia e nel mondo. In U.S.A., infatti, la proiezione del film è stata posticipata di sei mesi e il ministro della cultura inglese ha intrapreso una crociata per la censura del film. Ma le masse  non si educano con i divieti, ma facendo valutare soggettivamente tutti gli elementi a disposizione. Il discorso che i giovani sarebbero i più condizionabili da scene violente mi lascia quantomeno perplesso: le cronache giornalistiche sono zeppe quotidianamente di episodi che fanno orrore, e la violenza fine a se stessa non è affatto il tema conduttore del film. Uscendo dal cinema, infatti, non si è portati a una guida spericolata, ad un emulazione dei protagonisti anzi, tutt’altro. Per questi motivi è molto più credibile la tesi di Ballard che definisce il suo romanzo una “favola didattica” e che afferma che “ogni ragazzo che ha appena preso la patente dovrebbe possedere una copia del film Crash.”
E’ chiaro come tutte queste polemiche abbiano alimentato la curiosità degli spettatori, fornendo al film un battage  pubblicitario insperato dai distributori, ma è altrettanto palese come possano aver condizionato e danneggiato la corretta fruizione dell’opera da parte di coloro che su di esse si sono basati per farsi un’idea del film.
Cronenberg, indubbiamente, ha avuto la capacità di portare sullo schermo un romanzo con oggettive difficoltà di trasposizione cinematografica mantenendone intatto il senso. L’operazione è talmente ben riuscita che risulta semplice e comodo parlare dell’uno richiamandosi all’altro.
Il film come il libro, infatti, non si basa su una trama vera e propria, effettivamente scarna ed essenziale, ma è la messa in scena di personaggi che da una condizione di non-emozione ricercano in modo estremo e ossessionante la via per ritrovare i sentimenti.
Seppure scritto nel 1973, il romanzo Crash  si incastona perfettamente tra la fine dell’era post-industriale, che ha creato l’alienazione (catene di montaggio, cicli produttivi, ritmi di vita ripetitivi), e l’inizio dell’era tecnologica, che ha prodotto la spersonalizzazione dell’essere umano. Anticipando tematiche cyberpunk, Ballard ha creato una protesi meccanica, un prolungamento del corpo umano - l’automobile -, elevandola a metafora dell’era tecnologica, per immergerci in una realtà in cui i protagonisti hanno bisogno di uno stimolo esterno - meccanico - per tentare di riappropriarsi delle proprie emozioni. Per questo mettono in atto una serie di eventi estremi - incidenti stradali - per rimettere in moto le loro sensibilità sopite. Per dare allo spettatore la visibilità di tale condizione, Cronenberg punta a una recitazione monocorde da parte degli attori, a una mimica facciale praticamente assente, in modo che si colga lo stato di profonda apatia dei protagonisti.
Come Ballard anche il regista canadese usa una narrazione gelida e sguardi analitici ed essenziali sui personaggi, usando inquadrature e tagli in cui i visi e i corpi sono spesso in primo piano e di conseguenza invasivi rispetto all’ambiente circostante.
L’esasperazione delle scene sessuali, mai fini a se stesse, non è altro che una metodica ricerca della ripetitività, la messa in scena di un’ossessione profonda e consciamente inseguita da tutti i personaggi. Le scene più forti, invece, servono per tener viva nei protagonisti la capacità di provare ancora sentimenti, la convinzione che sia ancora possibile vivere una vita normale dal punto di vista delle emozioni.
Non è casuale, credo, considerando la personalità e i lavori precedenti di Cronenberg, che solo il finale risulti differente dal romanzo, ancor più esasperato e di maggior impatto, ma perfettamente in linea con l’opera del regista.
Nella finzione filmica, come del resto nel romanzo, non c’è mai alcun accenno alla retorica  o al voler entrare nel merito, ulteriore prova della professionalità dei due autori. E se la mancanza di giudizio morale è vista negativamente dai soliti noti (leggi Bignardi) “inventare una storia di perversioni estreme, che collega l’erotismo alla morte e alla deformità, e aderirvi in un contesto volutamente serioso, è diverso - e più pericoloso - che registrare senza cornice morale”, fa di Crash  una parabola  educativa che si incastona perfettamente tra inizio/fine millennio, una “favola didattica” che resterà nella storia del cinema.
Roberto Sturm

 
 

Davide Siccardi, CRASH - Ballard ammonisce: “Irresponsabili”!

 

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