Nota editoriale
Due modi di rinnovare la fantascienza americana
Carlo Pagetti


Se è ormai possibile cominciare a collocare in una prospettiva critica i drammatici e vitalissimi anni '60 americani - l'epoca di Kennedy e della guerra nel Vietnam, della risposta spaziale USA alla sfida della tecnologia sovietica e della contestazione giovanile -, bisognerà riconoscere che in quel periodo vanno situati alcuni dei processi sia "interni" al genere che "esterni" (relativi, cioè, al sistema produttivo e culturale in senso lato) che hanno modificato radicalmente la SF americana di quest'ultimo ventennio.

All'esaurimento delle istanze didascalico-tecnologiche, spesso inadeguate di fronte alla "realtà" dei prodigi scientifici, si assommava, infatti, un infiacchimento delle proiezioni satirico-sociologiche, anch'esse condannate alla timidezza e al conformismo a confronto con l'esplosione fragorosa del mito americano: chi non ricorda l'apocalittica eppure quasi solenne scena finale di Zabriskie Point di Antonioni?

Evidentemente, il linguaggio del realismo divulgativo, della cauta commedia satirica, dei cliché psicologici tratti dalla letteratura di consumo sentimentale non poteva più rispondere all'urgenza di tuffarsi dentro quella realtà frammentata che era diventato il sogno americano del progresso. Meglio, allora, l'aspro ritratto dell'America dipinto da un reazionario come Heinlein in Stranger in a Strange Land, pubblicato giusto nel 1961. Non è certo un caso che Dick abbia indicato proprio in Heinlein uno dei suoi due maestri (l'altro è Van Vogt), malgrado la totale divaricazione ideologica. Il problema, insomma, era "politico", ma in senso narrativo: occorrevano moduli e tecniche che rendessero più arioso e spregiudicato il romanzo di SF, occorreva - soprattutto per presentare un'immagine inedita della SF al pubblico intellettuale - il "post-moderno" - di Vonnegut, il suo recupero del gioco beffardo e della parodia, con un'enfasi autobiografica poi accentuata fino all'istrionismo parolaio che né Dick e neppure le femministe della SF americana avrebbero accettato. C'era anche la "new wave" inglese, con l'appello provocatorio alla grande tradizione letteraria e il ribaltamento del mito del viaggio nello spazio in ricerca dello "inner space". Rimanevano, nello stesso tempo, come ho avuto modo di scrivere un paio d'anni fa nella Introduzione all'edizione italiana di This Immortal di Zelazny, robusti contatti con le abitudini del "fandom", diffidente verso forme troppo accentuate di sperimentalismo, capace di farsi sentire attraverso le riviste specializzate, le conventions fantascientifiche, gli acquisti delle collane paperbacks più consolidate. Ma si faceva avanti anche uno strato emergente di nuovi lettori, potenzialmente più sofisticati, curiosi ma anche selettivi, rappresentato dalle recensioni che cominciavano a occuparsi in modo più consistente di SF nelle pagine letterarie di giornali e riviste. Ho anche scritto, nell'Introduzione sopra citata, che di fronte all'imperativo "rinnovarsi o morire", la risposta fu per alcuni l'immissione della mitologia, con i suoi rituali di morte e di purificazione, nella cultura di massa. La mitologia spiegata alle masse perdeva il suo carattere numinoso, o diventava divertimento fanciullesco tinto di erotismo in certi romanzi di Farmer o addirittura baluardo dei valori immortali, identificati con quelli americani, contro il pericolo di cedimenti e crisi di coscienza: perciò il mitico dio nordico Thor può reincarnarsi, nei Marvel Comics di Stan Lee, nell'identità di un pacifico medico americano, esattamente come negli anni '30 il binomio Clark Kent-Superman aveva divertito e tranquillizzato gli elettori di Roosevelt.

Parlare solo di narrativa (fiction) è, infatti, limitativo:, gli anni '60 hanno visto il rilancio del fumetto fantascientifico, guidato dalla Marvel Comics e dai suoi supereroi più "umani", la comparsa della serie televisiva a colori di Star Trek, l'apparizione di un film come 2001: Space Odyssey di Stanley Kubrick, l'approfondimento di un discorso critico che avrebbe preparato la nascita di riviste accademiche capaci non solo di influenzare il gusto dei lettori, ma anche le riflessioni estetiche degli stessi scrittori, alcuni dei quali, dalla Le Guin a Delany, sarebbero diventati essi stessi critici e teorici del loro genere, come non lo era stata la vecchia generazione dei Blish e dei Knight.

Se si pensa bene, gli anni '70 e l'inizio del nostro decennio avrebbero in questo campo, come del resto in altri (la musica, ad esempio), ripreso e sviluppato - qualche volta riscoperto - le proposte degli anni '60: basterà ricordare lo strepitoso successo "postumo" di Srar Trek, la fama crescente di 2001: Space Odyssey, l'appropriazione, da parte della critica "ufficiale", di scrittori come Dick.

Ma anche questo non è casuale. In attesa del progetto di una storia futura onnicomprensiva che avrebbe spinto Lucas a concepire il ciclo delle Star Wars, la narrativa SF alla fine degli anni '60 si preparava a rispondere alle esigenze del mercato culturale del dopo-Vietnam e dei diritti delle donne, ma anche a interrogarsi, con sempre maggiore insistenza, sulle proprie funzioni e sulle proprie formule narrative.

Abbiamo isolato, in questo contesto, due percorsi particolarmente significativi, anche perché destinati a costituire un punto di riferimento per tutta la SF successiva, fino ai nuovi cambiamenti che l'immaginario tecnologico si appresta a subire nel nostro decennio, apertosi emblematicamente (per quanto riguarda la SF) con la morte di Philip K. Dick.

Il secondo numero della Città e le Stelle non poteva non essere anche un omaggio a questo scrittore, ancora in parte (ad esempio, per le sue riflessioni teoriche) da scoprire, ma comunque decisivo durante tutto l'arco degli anni '60, fino alla crisi e al silenzio mistico che testi come Ubik segnalavano con coraggio, lucidità estrema e senza alcun auto-compiacimento. Dopo il faticoso periodo degli anni '70, sarebbe venuto, per Dick, lo splendido tentativo di fondere autobiografismo, misticismo, discorso di SF e sulla SF nelle sue ultime opere prima della morte avvenuta nel 1982.

L'altro aspetto che questo numero privilegia è quello della SF delle donne, sia pure nella eterogeneità degli approcci e nella parzialità dei risultati, allorché (ma non sempre è un male, narrativamente parlando) la coscienza femminista non coincide del tutto con la consapevolezza narrativa. E tuttavia è indubbio che non solo la Le Guin, la Russ, e ora la Charnas, ma anche scrittrici cosi diverse tra loro e assai più tradizionali, come la Tiptree e la McIntyre sentono l'esigenza di una sperimentazione rispetto ai modelli tradizionali di SF che collochi al centro il tentativo di creare un universo "femminile", in termini di linguaggio e di preoccupazioni ora psicologiche ora sociologiche.

Del resto, lo stesso Dick segnalava la necessità di un più attento studio sul personaggio femminile nella SF, al di fuori dei consunti cliché della tradizione romantica (donna-angelo, donna-demone), ripresi dalla letteratura di consumo.

Non a caso due romanzi del 1969, Ubik di Dick e The Left Hand of Darkness della Le Guin mostrano un approccio profondamente innovatore alla materia fantascientifica, puntando sulla qualità fortemente simbolica, quasi surreale, della rappresentazione fantastica. I labirinti tecnologici generano società immaginarie in cui l'uomo sprofonda, da cui emerge la sua cattiva coscienza, la paura di un "diverso" più terrificante dell'alien dello spazio - che è il proprio "io" reificato o la condizione dell'"alieno" donna. Recentemente la Le Guin ha, con qualche forzatura, definito Dick il "Borges americano": l'anello di congiunzione tra Dick e la Le Guin è evidente e messo particolarmente in rilievo dal testo della Le Guin che abbiamo privilegiato a livello di analisi, The Lathe of Heaven, pubblicato nel 1971.

Come nel caso di Dick, il lavoro di questa rivista prende atto che anche sul versante della SF delle donne esiste una non indifferente bibliografia critica; si vedano i numeri speciali "Science Fiction on Women-Science Fiction by Women" di Science Fiction Studies (March 1980), e "Women in Science Fiction" di Extrapolation (Spring 1982), cosi come numerosi volumi di saggi, tra cui non dimenticheremo, per quanto riguarda l'Italia, il contributo di alcune valenti collaboratrici della Città e le Stelle, Serenella Valori e Nicoletta Vallorani, autrici de L 'androgino e l'uomo femminile, dedicato a The Left Hand of Darkness e a The Female Man, con l'Introduzione di Oriana Palusci. Certamente, a questo proposito, un motivo di soddisfazione non indifferente è la presenza, in questo secondo numero della rivista, di Teresa de Lauretis, una studiosa che ha pubblicato anche negli Stati Uniti e che insegna presso l'Università del Wisconsin.

La narrativa di Dick e delle nuove scrittrici americane di SF ha orientato in modo cruciale il corso di questo genere dopo il '68. Adesso, con la morte di Dick e la parziale smobilitazione delle spinte femministe all'interno della SF, attendiamo come il protagonista di Valis, uno degli ultimi romanzi di Dick, altri segnali celesti.

Pescara, luglio '83

C.P.




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