NUMERO TRE
Primavera 198
5

Terra Paesaggio Alieno 


Presentazione


Carlo Pagetti


La Terra del futuribile fantascientifico, nutrita delle immagini stereotipe della cultura del progresso tecnologico e dell'apocalisse post-industriale, si offre come il palcoscenico adatto su cui localizzare proiezioni dell'immaginario collettivo e miti scientifici della nostra epoca. Nel paesaggio urbano della megalopoli in rovina o in quello desertico di una terra devastata dalle radiazioni atomiche, la Fantascienza riprende e adatta le icone della letteratura 'alta' novecentesca, che già aveva tracciato la mappa di un universo labirintico e "terminale" nella Waste Land di Eliot, in certi racconti di Borges, o in testi teatrali come Endgame di Beckett.

Il momento dello straniamento, la scoperta di essere 'straniero in terra straniera', è certo una delle situazioni paradigmatiche in cui la letteratura, come finzione deliberata, si confronta con quell'immagine del 'reale' che essa non riproduce, ma 'rappresenta'. Non a caso, uno dei testi fondamentali che aprono la strada al romanzo moderno tout court e alle sue varianti fantastiche, appunto i Gulliver's Travels, si chiude con un "ritorno a casa", che invece di ristabilire la normalità del quotidiano e del familiare, è ancora più alienante di qualsiasi esperienza fatta in giro per il mondo dal personaggio di Swift: "Appena entrato in casa, mia moglie mi strinse fra le braccia e mi baciò; allora, disabituato da tanti anni all'abbraccio di un così ripugnante animale, caddi in un deliquio che durò quasi un'ora" (quando poi quell'"animale" prenderà coscienza del suo essere "ripugnante", si sveglierà un bel mattino come K., nella Metamorfosi di Kafka).

Alla fine dell'Ottocento, l'attenzione all'immaginario tecnologico suggerisce già a uno scrittore contemporaneo a Wells, e così diverso da lui, come Joseph Conrad di far descrivere al suo Marlow in Heart of Darkness il viaggio su per il fiume Congo, dentro la foresta africana, nei termini di una misteriosa esplorazione su un "pianeta sconosciuto".

La terra paesaggio alieno si ramifica, e moltiplica le sue immagini, fino a invadere il campo del più consolidato 'reale' e a darsi la 'credibilità' di un simulacro elettronico, infiltratosi tra gli ultimi avanzi di una umanità smarrita, come l'invincibile cyborg di un recente film di Cameron, Terminator. Mentre nella letteratura più propriamente 'fantastica' il paesaggio assume caratteri francamente onirici nel gioco ora tetro ora divertito di un'immaginazione intellettuale che si spinge al di là della superficie dello specchio, dentro il castello di Gormenghast in Peake o nella Middle Earth di Tolkien, il paesaggio della 'nostra' Terra, quella al di qua dello specchio, si colora di cupe e allucinanti tinte rosse, come le pacifiche campagne inglesi coperte dalle alghe marziane in War of the Worlds di Wells.

Lo scorso Natale, in un 'pezzo' pubblicato sul "Corriere della Sera", e intitolato "Un messaggio di sangue firmato da 'stranieri'", Alberto Moravia ha immaginato che i terroristi della strage del treno 904 si rivolgessero così alle loro vittime: "Cari Viaggiatori del rapido Napoli-Milano, permettete che ci presentiamo. siamo degli stranieri, dei completi, assoluti, totali stranieri in questo vostro Paese di cui ignoriamo la lingua e dal quale la nostra lingua è ignorata...".

Secondo la consueta impostazione monografica, La Città e le Stelle cerca di cogliere alcuni momenti della creazione del paesaggio SF, fin dalle grandi intuizioni fantastiche dei Gulliver's Travels, e poi nella rivisitazione di due paesaggi 'alieni' nell'Ottocento vittoriano (quello della metropoli industriale e quello dell'utopia post-industriale). Per il Novecento, sono stati affrontati alcuni testi e modelli significativi della produzione fantascientifica. Del resto, l'ottimo lavoro di Gary K. Wolfe, The Known and the Unknown, The Iconography of Science Fiction (Kent State U.P. 1979) aggiorna, per quanto riguarda la SF, un discorso critico che, in questi ultimi anni, ha approfondito il nesso tra "paesaggio" e archetipi e stereotipi letterari, sia in una più generale prospettiva estetica (si pensi alla fortuna crescente delle opere di Bachelard e di Durand), sia per quanto riguarda le "immagini" dell'Italia (come nel denso volume einaudiano de La storia d'Italia. Annali, curato da Cesare De Seta e dedicato, appunto, al paesaggio), sia ancora nello studio delle forme della cultura di massa e delle loro interrelazioni (Dorfles, Eco, Abruzzese).

Il terzo numero de La Città e le stelle si avvale della collaborazione di studiosi 'accademici' di quattro sedi diverse (Bergamo, Napoli, Pescara, Torino), ma non trascura l'apporto della critica militante più consapevole. In futuro, si cercherà di rendere più spedita e solida la formula su cui si basa la rivista, cercando di arrivare a numeri monografici firmati da più curatori, secondo un piano di lavoro e di ricerche che dovrebbe manifestarsi già nel quarto numero de La città e le stelle.

C.P.