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NUMERO QUATTRO
utopia e fantascienza nel regno della regina Vittoria Dove gli angeli volano: L'immaginario vittoriano tra favola e fantascienza
Se
la critica tradizionale tendeva a individuare, nel periodo vittoriano,
un nucleo di romanzi "maggiori", sia pure con enfasi posta
ora sulla linea Jane Austen-George Eliot fino all'inizio dell'attività
di James e di Conrad, ora sulla narrativa più "insulare" di
Dickens, Thackeray, Trollope, Hardy, senza escludere, in entrambi i
casi, significativi recuperi che potevano andare dalle sorelle Brontë
alla Gaskell, o, più recentemente, a George Gissing; in questi ultimi
anni è apparsa sempre più evidente la volontà di esplorare altri
spazi narrativi, altri linguaggi non strettamente legati né alla
dimensione psicologica nè a quella sociologica, né - in generale - a
un atteggiamento mimetico nei confronti di un denso e complesso - ma
pur sempre circoscrivibile - "sociale", definibile sia nei
termini della funzione pubblica dell'artista, sia lungo le coordinate
di una rappresentazione fondamentalmente realistico-didascalica. Che
il periodo vittoriano, così tortuoso, lungo e frammentato anche
cronologicamente, contenesse in sé - accanto all'aspirazione a uno
stabile equilibrio sociale e morale - tensioni e pulsioni
potenzialmente eversive e negatrici di ogni ordine costituito
(tensioni e pulsioni che, appunto, danno significato e drammatica
forza propulsiva alla lotta incessante delle istituzioni e delle leggi
contro il caos), lo sappiamo già da tempo, e ce ne hanno convinto
artisti e studiosi che hanno scavato dentro e sotto la prestabilita
armonia dei messaggi e delle dichiarazioni ufficiali. Sappiamo anche
quanto deve la cultura contemporanea - passata la tempesta
intensissima del modernismo e delle avanguardie del primo '900, con i
giusti atteggiamenti iconoclasti e il monopolio paradossalmente
moralistico dei giudizi e dei canoni estetici - ai processi
conoscitivi messi in moto dal dibattito sulla scienza e
sull'educazione, dai tentativi di divulgazione e di innovazione
culturale, dalla scoperta di nuove dimensioni scientifiche (dalla
geologia all'antropologia) di cui l'epoca vittoriana è stata
consapevole arena e contenitore. Il
conflitto tra le forme più sofisticate di organizzazione sociale che
l'Europa conosceva - le nuove forme, spesso opprimenti e disumane, di
lavoro e di produzione, Io sviluppo della città moderna e dei suoi
servizi, la trasformazione radicale del paesaggio e dei mezzi di
comunicazione e locomozione, con tutto quello che ciò comportava
anche a livello di percezione visiva e psichica del "reale"
(filtrato attraverso quelle "strutture del sentimento" di
cui ha parlato Raymond Williams) - e le tensioni interiori del
soggetto privato, sconvolto e travolto dai cambiamenti e dalla loro
assimilazione mentale, rimosso nelle sue più oscure componenti dallo
sforzo di un incessante adeguamento, di un "conformismo"
necessario e richiesto proprio dalla sofisticazione
dell'organizzazione sociale; il conflitto, anche, tra la sempre più
acuta nostalgia per un passato stabile e circoscritto, definibile in
termini di sensibilità rurale e di rimpianto per la campagna, e il
nuovo immaginario tecnologico e urbano, tra l'amore per la terra degli
avi e i nuovi paesaggi esotici scoperti e svelati dall'espansione
coloniale; il conflitto, insomma, tra la "piccola"
Inghilterra e il più grande Impero (di cui ha scritto, con la sua
solita efficacia, Giuseppe Sertoli a proposito di alcune opere del
primo Conrad); tutto ciò trova una convincente forma di comunicazione
nel romance inglese, visionario e sensazionale, legato a
modelli arcaici e apparentemente infantili di espressione letteraria,
come la favola e il racconto allegorico, nello stesso tempo proiettato
nella sfera apocalittica e affascinante del nuovo universo scientifico
e tecnologico, che si prefigura nelle teorie darwiniane, negli studi
astronomici, nelle esplorazioni antropologiche di Tyler e di Lang. Di
fronte agli stringenti imperativi etici ed economici di quella sorta
di eterno presente di cui l'immortale Vittoria si fa garante, passato
e futuro, come forze mitiche e fantastiche rimosse, eppure emergenti,
definiscono le coordinate di una mappa narrativa anti-mimetica,
evasiva e qualche volta eversiva, a-sociale più che antisociale,
simile alla matematica anti-euclidea o alla nuova datazione della
Terra proposta da Darwin e dai suoi seguaci. La superficie della
tradizione realistico-didascalica, fatta di saloni e di giardini, di
riconoscibili dimore e di relazioni sociali prestabilite (seppure
spesso dinamiche), di rituali pubblici - il matrimonio e la famiglia,
il lavoro e il posto di lavoro - e, a dire il vero, di non sempre
pacifiche escursioni sentimentali, lascia posto alla dislocazione
spazio-temporale, alle operazioni di viaggiatori che affrontano
l'ignoto e ne tornano con poco rassicuranti notizie. L'Eden viene
rivisitato dalle macchine, e assomiglia ora a un museo, ora a un
cimitero, spesso a un oscuro labirinto di segni e di relitti. Gli eroi
del romance vittoriano sono bambini e scienziati un po' folli
(talvolta alleati, come anche succede in alcuni tra i più
interessanti film fantastici contemporanei; si pensi al recentissimo Back
to the Future). Ma essi non sono gli unici abitanti dell'Altraterra:
creature alate popolano gli abissi (The Coming Race); mostri
interplanetari, che, tuttavia, ambiguamente riproducono le imprese dei
colonizzatori britannici (i Marziani di Wells) scendono dalle stelle
per sprofondare nel buco infernale al centro di un pacifico parco
inglese - e di lì iniziare la più diabolica delle invasioni. In
quella geniale opera - in bilico tra la rielaborazione di moduli
letterari del passato (dal Gulliver's Travels di Swift alla
narrativa "industriale" della metà dell'Ottocento) e la
creazione del romanzo dell'immaginazione tecnologica (scientific
romance, science-fiction) - che è The Time Machine, WeIls
porta appunto il suo personaggio-narratore e il congegno scientifico
che egli ha creato, come necessario strumento di locomozione temporale
ma anche di narrazione, in una sorta di paradiso terrestre, dove la
favola "gotica" dei Morlocks e degli EIoi si confonde con la
storia-leggenda delle macchine stesse, con la loro evoluzione, la loro
vita, la loro decadenza. Ma nel museo delle macchine, già costruito
da Butler in Erewhon, c'è anche l'uomo vittoriano, con i suoi
faustiani sogni di potenza e di dominio sulla Natura. Le
macchine del paradiso, le macchine con cui si può arrivare al
paradiso, lasciano posto a un paradiso delle macchine, altrettanto
incongruo e paradossale, ambiguo e diabolico, di quel "paradiso
dei serpenti" che è intorno alla miniera d'argento in Nostromo
di Joseph Conrad. Nella
condizione di sogno che sfuma nel risveglio e nella scoperta, incerta
e confusa, del "nuovo" - la catena di montagne inesplorate
di Butler e le cavità sotterranee di Bulwer-Lytton, l'era di
cristallo di Hudson, le immagini di Londra tra Medioevo prossimo
futuro e degenerazione biologica -, Viaggiatori e Sognatori, Travellers
e Dreamers, raccolgono la testimonianza di un processo
storico concluso, si aggirano tra le rovine di un'archeologia
industriale, che parla di un altro futuro, di un altro luogo-che-non-esiste,
liberato dalla presenza ingombrante delle creature metalliche, dagli
incubi che generano mostri, ma anche privato degli stessi esseri
umani, come nella spiaggia senza ritorno dove sembra approdare il Time
Traveller wellsiano. Macchine
e Marziani: le forze inorganiche, evocate dal sogno faustiano del
potere illimitato generato dalla rivoluzione industriale, e le
creature terrificanti che si annidano negli anfratti negati e
dimenticati dell'inconscio individuale e collettivo divengono le
compagne di viaggio dei Sognatori e degli Esploratori
dell'immaginario, alla ricerca di un io più profondo che si
cela nell'universo meccanico e folle che solo il linguaggio del romance
può penetrare e registrare con paradossale "fedeltà". Siamo
nell'universo narrativo dell'upside down, dove il mondo si
rovescia nei riti carnevaleschi, oltre lo specchio, al Circo e non a
scuola, su e giù, in alto e in basso, con gli occhi innocenti dei
bambini e con quelli folli e spiritati dei pazzi. La
dimensione narrativa ricavata dalla tradizione della fiaba, estratta
dal mondo privilegiato e circoscritto delle nurseries borghesi,
esplode nella eversività di un gioco per adulti asociali e visionari,
in cui si rovesciano, appunto, i canoni estetici correnti, in nome di
quella tensione ludica e nonsensical che anima da una parte
romanzi di Alice di Lewis Carroll, dall'altra parte, tante zone
dell'opera di Dickens, allorché sotto i cumuli di macerie e di
immondizie riemerge la fantasia liberatrice di giovani furfanti,
sartine deformi, vecchi demenziali. D'altra
parte, nella mappa anti-mimetica e volutamente irrealistica che il romance
vittoriano costruisce, rovesciando i moduli dell'universo
minuziosamente solare a cui appartiene la grande tradizione
realistico-didascalica, emerge con grande evidenza la consapevolezza
della artificialità di ogni processo narrativo, che si pone come
mistificazione e sovversione di regole e di presunte verisimiglianze.
Questa è, nel suo senso più profondo, quella mancanza di
"serietà" che Henry James rimproverava al Dickens di Our
Mutual Friend. L'eversione
del gioco è, invece, una risposta ricca di stimoli e di riferimenti
ironici, che non ignora, ma, anzi, potenzia e trasforma il
"reale". Così, l'irascibile Regina di Cuori incontrata da
Alice nel Paese delle Meraviglie è l'unica regina possibile nella
regione della carta stampata e perciò l'unico possibile
"negativo" di quell'altra Regina, la Vittoria, che in un
quadro emblematico, oggi presso la National Portrait Gallery di
Londra, sventola la Santissima Bibbia sul volto di un gran re, barbaro
e nero, un Othello inginocchiato ai suoi piedi, in segno di
sottomissione e reverenza. E potremmo invece immaginarci, per
proseguire nel gioco, ai piedi regali, un Marziano assetato di sangue
o la creatura di Frankenstein, alla ricerca della sua sposa negata. Tutto
ciò e altro ancora è il romance vittoriano, nelle sue
componenti orrifiche, fantastiche, fantascientifiche, come evasione,
eversione, ribaltamento, viaggio nel paese di Cuccagna (macchine al
posto di prosciutti?), in compagnia di matti e di marziani, laddove le
donne governano gli uomini, la povertà è una malattia, i servi
mangiano i loro padroni, e - almeno una volta - gli operai delle
fabbriche vestono i meravigliosi vestiti colorati in cui sono avvolti
i personaggi che appaiono negli affreschi italiani del Quattrocento e
del Cinquecento. All'interno
di un quadro necessariamente così sommario, ci siamo proposti di
isolare un'area maggiormente legata all'immaginario urbano e
tecnologico, pur ribadendo che i materiali del paesaggio, le
dislocazioni spaziali e temporali accostano Carroll, MacDonald (Phantastes),
Abbott (Flatland) a Bulwer-Lytton, Hudson, Wells. Si pensi
- per citare un romanzo a cavallo tra le due zone (quella fantastica e
quella utopicofantascientifica) ad After London di Jefferies,
con il paesaggio post-apocalittico fatto di boschi e di animali
selvatici, dove Londra è sprofondata tra le acque stagnanti di un
grande lago, che, come un occhio vivente o un buco liquido, ha
inghiottito il centro dell'Inghilterra. Converrà
anche isolare, sul versante utopico-fantascientifico, le linee di una
tradizione letteraria previttoriana, allorché il romance, prima
ancora di incrociarsi con il romanzo borghese, aveva già trovato
alcune sue formulazioni, come nella Tempest di Shakespeare o
nei già citati Gulliver's Travels di Swift (universi di isole
fantastiche e di creature straordinarie, in contrapposizione
all'antropomorfo regno "naturale" di Robinson Crusoe). Ma
bisogna anche ricordare, accanto ad alcuni elementi potenzialmente
eversivi del romanzo gotico settecentesco, le peregrinazioni
visionarie dell'Antico Marinaio di Coleridge e la favola del Frankenstein
di Mary Shelley, che già coniuga orrore e scienza, alla luce,
appunto, di un romanticismo allucinato e onirico. E anche una piena
riscoperta dell'800, del resto, il ricco bagaglio di favole e leggende
non solo di matrice europea, come è nel caso delle fiabe dei fratelli
Grimm, ma anche legate alla sensibilità esotica che dal Romanticismo
coleridgiano porta direttamente ai sogni imperiali, in cui viene
coinvolta la stessa cultura popolare vittoriana. Si pensi al costante
riferimento alle Mille e una Notte operato da Stevenson,
valorizzatore del Romance come genere autoctono nel penultimo
decennio dell'800, o alla dimensione avventurosa-antropologica
reinventata da Rider Haggard, con la sua Donna Immortale e le Miniere
di re Salomone. E
tutto ciò si collega, a sua volta, con l'affermazione del romance nella
narrativa americana del primo Ottocento, quando la triade
Poe-Hawthorne-Melville (ma anche Brockden Brown e qualcosa di
Washington Irving rientra nel quadro qui tracciato) elabora in modo
esplicito le forme di un romanzo del fantastico e del sovrannaturale
che non ha rivali sulla scena letteraria, almeno fino all'avanzata del
realismo dopo la Guerra Civile. Accostare le due linee narrative -
quella maggioritaria in America e quella minoritaria in Inghilterra
-consente suggestivi collegamenti tra Poe, Hawthorne e Mary Shelley,
il Melville di "The Bell Tower" e il Bulwer-Lytton di The
Coming Race, i viaggiatori nel tempo e nello spazio di Butler,
Morris, Wells e il Connecticut Yankee alla Corte di Re Artù di Mark
Twain. È pur vero che, se vogliamo anche riconoscere l'esistenza di
una specifica tensione utopica nell'area letteraria inglese, allora
possiamo - come è stato fatto da più studiosi e, in modo
particolarmente convincente, da Suvin e da Philmus, risalire a Moro e
a Bacone - e da lì ricostruire una tradizione che ha diramazioni
europee. Ma l'utopia e la sciencefiction vittoriana segnalano
con maggior forza (e con una autorevolezza, nell'ambito del dibattito
culturale dell'epoca, secondo quanto afferma Darko Suvin, che sarebbe
poi andata perduta con la "specializzazione" del genere
compiuta nel '900) che i processi industriali e la riorganizzazione
del paesaggio urbano sono divenute percezioni profonde dapaci di
modificare l'immaginario collettivo, al di là delle speculazioni
intellettuali e delle progettazioni politicofilosofiche. La mediazione
straordinaria compiuta da Wells nei suoi scientific romances degli
anni '90 costituisce il più efficace anello di congiunziorie tra una
cultura ormai entrata nella fase del Decadentismo e percorsa dal senso
della crisi, dalla paura dalla meraviglia del nuovo, e la letteratura
di massa novecentesca, nelle sue forme più consapevoll, ironiche e
autoironiche, quelle con cui la cultura ufficiale stenta ancora a fare
i conti, e che pure si esprimono nei Film di Ridley Scott o nei
romanzi di Philip K. Dick e di Ursula Le Guin, laddove, ancora oggi,
un'utopia ormai consapevolmente ambigua trasforma il didascalismo
tecnologico in visione, il realismo divulgativo in gioco e in sogno
dell'apocallsse. Allora, come ha scritto Vita Fortunati a proposito di
New from Nowhere di William Morris, il no where (luogo-che-non-esiste),
si trasforma in now-here (ora qui), spaesato estraniato, ma
perciò nuovo e riconoscibile specchio di Alice, cuore e anima del
mistero tecnologico, dove la Macchina e il Marziano si mescolano
all'uomo - e ne sfidano l'identità. Il viaggio verso l'ignoto, dentro
lo specchio come al di là di un cosmico buco nero, consente di
riemergere dall'altra parte, oltre la barriera di suoni e di colori
che la mente non sa più riportare a un significato acquisito, come
succede all'astronauta superstite in 2001 Space Odyssey di
Kubrick, nel luogo in cui - tra impeccabili mobili neoclassici - ci si
può vedere, si può assistere alla propria morte e alla propria
rinascita in un grandioso processo di metamorfosi. E'
in questo spazio narrativo che la logica del nonsense, il grido
del re scoronato divenuto fool, l'umanità delle creature
inorganiche riflettono, dall'altra parte dello specchio, la
follia di ogni logica istituzionale, la violenza dei re coronati, la
disumanità degli esseri umani, la falsità dei linguaggi realistici e
delle codificazioni istituzionali. Questo
rovesciamento di prospettive promette - e talvolta permette -
l'ingresso nel paradiso delle macchine, nello spazio di un romance utopico,
sulle soglie del risveglio, dentro il parco di Horsell, dove i
Marziani stanno lentamente emergendo, lungo il corso del Tamigi non più
inquinato, nelle caverne sotterranee dove volano gli Angeli. I
saggi che seguono sono dedicati ad alcuni dei romanzi utopici più
significativi del periodo vittoriano. Tra le assenze importanti
segnaliamo quella di Afier London di Jefferies, esempio di una
visione antiindustriale e medievaleggiante che verrà poi ripresa da
Morris in News from Nowhere, ma anche di un atteggiamento
eroicizzante che fa del Medioevo prossimo venturo una sorta di
favolosa terra barbarica, e che anticipa quella linea della heroic
fantasy, capace di darci, nel '900, un personaggio della cultura
di massa come Conan il Barbaro, e un testo complesso e impegnativo
come The Lord of the Rings di J.R.R. Tolkien. Ma di After
London si è occupato in dettaglio Alessandro Monti ne La Città
e le Stelle 3. Manca
anche The Battle of Dorking di Chesney, influente testo sulle
guerre del futuro, di cui, peraltro, l'estensore di queste note ha
trattato recentemente, Se
- come già s'è sottolineato - la conclusione del discorso porta
inevitabilmente a Wells, per quanto riguarda i suoi punti di partenza,
accanto e prima di The Coming Race, si sarebbe potuto prendere
il più volte citato Frankenstein di Mary Shelley. Ma
anche un romanzo come Hard Times di Dickens, apparso subito
dopo la metà del secolo (analizzato in chiave
"fantascientifica" da Rossana Bonadei ancora nel precedente
numero de La città e le stelle), è certamente fondamentale
per seguire il distacco dai modelli realistico-didascalici. Se, in Hard
Times, quello che è, secondo molti critici, il più grande
romanziere vittoriano, non giunge a scrivere utopia o science-fiction,
egli segnala però acutamente l'impatto dell'immaginario
tecnologico, generato dalla città e dall'industria,
sull'immaginazione del narratore e dei suoi lettori. Nella evocazione
della città industriale, la Coketown che è ancora una
"realistica" Preston, ed è già l'apocalittica Città
delle Macchine, dove si dissolvono i valori individuali e le forze
naturali; nella contrapposizione la dimensione fantastica della città
moderna e il mondo ludico e libero, stravagante e anarcoide del Circo;
Dickens individua lo spazio di una opposizione tra novel e romance,
che si risolve nella creazione di un suo singolare discorso
narrativo, non assolutamente identificabile nell'area anti-mimetica e
visionaria qui studiata, ma tuttavia criticamente aperto a
preannunciarne l'esistenza e a rimettere in gioco quegli elementi
della favola e della fantasia, dell'allegoria e della parodia
necessari per innescare la miccia esplosiva del romance utopico-fantascientifico. Le
chiavi di una di quelle porte proibite di cui la letteratura
fantastica abbonda sono già tra le mani del lettore, il quale, poi,
dovrà fare come i depravati figli del super-educatore Gradgrind di Hard
Times applicare l'occhio curioso al buco della serratura - o della
staccionata - e sbirciare, al di là, la favolosa visione di un Circo
tecnologico, il paradiso delle macchine, dove tutti i viaggi
dell'immaginario utopico e fantascientifico hanno termine e inizio. Carlo
Pagetti Università
"G D'Annunzio" Pescara
Nota bibilografica
A.A.V.V., L'età vittoriana; l'immagine dell'uomo tra letteratura e scienza, a cura di Gentili e di R Boitani, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1982. A.A.V.V., "Il grande sonno", Introduzione a Calibano, n. 2 dedicato alle "Forme letterarie di massa", Savelli, Roma, pp. 9-44. V. Fortunati, La letteratura utopica inglese. Morfologia e grammatica di un genere letterario, Longo, Ravenna, 1979. R. Jackson, "Victorian Fantasies", in Fantasy. The Literature of Subversion, Methuen, London, pp. 141-156. C. Pagetti, I Marziani alla corte della Regina Vittoria: "The Invisible Man, War of the Worlds, When the Sleeper Wakes"di H.G. Wells, Tracce, Pescara, 1986. C. Pagetti, Il senso del futuro. La Fantasciensa nella letteratura americana. Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970. R.M. Philmus, Into the Unknown. The Evolution of Science Fiction from Francis Godwin lo H.G. Wells, University of California Press, Berkeley, 1983, 2nd ed. (I ed. 1970). S. Prickett, Victorian Fantasy, Indiana Univershy Press, Bloomington, 1979.
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