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NUMERO CINQUE
SFC fantascienza e critica Eureka! La critica SF nel mare tenebrarum
Quasi
vent'anni fa, alla fine del 1968, nell'ambito delle attività promosse
dalla più importante associazione di studiosi di letteratura
americani, la Modem Language Association, veniva organizzata una
tavola rotonda dal titolo «Science Fiction: The New Mythology».
Presiedeva il dibattito 11. Bruce Franklin, autore di Future Perfecti, una ormai «storica» raccolta di racconti
fantascientifici americani dell'8OO e, in seguito, di un bel libro su
Heinlein. Tra i partecipanti, troviamo Asimov, Pohl e Suvin, futuro
autore delle Metamorfosi della
Fantascienza e convinto teorizzatore del-la SF come letteratura
del «novum» cognitivo. Ma al dibattito si fecero sentire altre voci,
tra cui quella di Del Rey, del giovane e polemico Silverberg, e di
Thomas D. Clareson, che poi avrebbe pubblicato il resoconto del
dibattito nella sua rivista Extrapolation
(May 1969, pp. 69-115). L'importanza del dibattito non fu
costituita solo dall'esplicito riconoscimento che la SF poteva essere
legittimo oggetto di studio da parte dell'Accademia americana (per la
verità, anche in seguito tutt'altro che concorde sul problema), ma
anche dal fatto che, probabilmente per la prima volta, scrittori
famosi come Asimov e Pohl e critici di formazione culturale assai
diversa come Franklin e Suvin potevano confrontare le loro idee e
misurare significative conver-genze e differenziazioni su un argomento
che tendeva a porsi ai margini della letteratura ufficiale o «legittima»,
per essére invece agganciato, per lo più, ora al carro della
divulgazione e della profezia scientifica, ora a quello delle «paraletture»
ibride e prive di autentico valore letterario. Di fatto, già allora
emersero definizioni assai diverse e linguaggi talvolta assai distanti
l'uno dall'altro. Asimov considera la SF sostanzialmente come un
prezioso strumento di educazione scientifica e di «visione del futuro»,
mentre Pohl enfatizza la sua funzione di critica sociologica al
presente, con esplicito riferimento a un testo di Wells di solito
ritenuto secondario, When the
Sleeper Wakes. A sua volta, Suvin sottolinea già l'esistenza di
un «tema cognitivo» e rifiuta qualsiasi affinità tra
science-fiction e fantasy.
Dieci
anni dopo, nell'ottobre del 1978, Palermo raccolse, per iniziativa di
Luigi Russo, un imponente numero di studiosi e di scrittori di tutte
le parti del mondo - Suvin, Aldiss, Angenot, Baudrillard, Goimard,
Jameson, Kagarlickij sono solo alcuni tra i nomi più importanti -
accanto a uno sparuto e abbastanza eterogeneo gruppetto italiano (Curtoni
e Valla, Runcini e Spagnoletti, Ferrini e il sottoscritto). Mentre
Suvin, che guidava i lavori, definiva in modo rigoroso il suo concetto
di «novum cognitivo», rifacendosi, tra altre fonti, allo
straniamento di Brecht e al Principio
dellasperanza di Bloch, non mancavano contrapposizioni e polemiche
in un vasto quadro interdisciplinare, che tendeva a penalizzare
eccessivamente gli «operatori» della Fantascienza (scrittori,
direttori di riviste e collane), ma che risulta sostanzialmente
rafforzato nel successivo volume di Luigi Russo, La
fantascienza e la critica (Feltrinelli, 1980), in cui vennero
pubblicati la maggior parte degli interventi di Palermo.
Mi
sembrano questi i due momenti più significativi di una riflessione
critica, al di fuori delle pagine delle riviste specializzate, che
ancora oggi sembra necessitare di precisazioni ma anche di
indispensabili riferimenti bibliografici. Del resto, più di un quarto
di secolo è passato dall'apparizione dello stimolante volumetto di
Kingsley Amis New Maps of Hell (1960)
e più di tre lustri ci dividono dai primi tentativi italiani di
stabilire uno specifico canone critico in grado di sistemare la SF
all'interno della tradizione letteraria o della narrativa
contemporanea. Addirittura agli anni '50 appartengo-no l'ancora
lucidissima Prefazione dì Sergio Solmi a Le
meraviglie del possibile e altri meritori interventi di Eco,
Dorfles, Aldani.
E,
tuttavia, alla produzione critica sulle SÉ si possono tranquillamente
applicate le parole di uno dei maggiori studiosi contemporanei di
letteratura fantastica Roger c. Schlobin, il quale, in un recente
numero di Extrapolation (Winter
1984) lamenta: «People write about fantasy as if they were the first
ever to do so. They
gallop over significant earlier works, and each study cavorts in an
intellectual vacuum. It's as if the past never existed».
Anche
per la SF continuano a manifestarsi atteggiamenti che rilevano una
conoscenza poco approfondita del fenomeno nel suo complesso e dei suoi
singoli autori. Nella critica di lingua inglese, del resto, gli
innumerevoli studi dedicati al romanzo inglese e soprattutto
anglo-americano del secondo dopoguerra, spesso culminanti
nell'esaltazione del metaromanzo, continuano a sfiorare solo
tangenzialmente la sciencefiction,
con la parziale eccezione di Vonnegut (da sempre un beniamino dei
circoli accademici), e, ultimamente, della SF delle donne, che riceve
le attenzioni, forse non sempre benefiche, della critica militante
femminista.
E
sì che Tony Tanner, con il suo City
of Words. American Fiction 1950-1970 (1971) aveva individuato
l'importanza nella cultura americana contemporanea non solo di Kurt
Vonnegut e, di Williams Burroughs, ma anche di romanzi come Childhood's
End di Clarke e Stranger in
a Strange Land di Heinlein. Leslie Fiedler, a sua volta, in The
Return of the Vanishing Indian (1968) e in altri saggi, aveva
indicato nella fantascienza l'espressione più efficace di una
mutazione culturale che solo in parte riprendeva i vecchi miti
americani del viaggio verso l'Ovest e dell'incontro con il «Selvaggio»
o Alieno.
La
risposta del cosiddetto fandom, a
cui fanno capo o riferimento scrittori e appassionati, operatori
culturali del settore e scrittori, è ancora vastamente omogenea,
almeno dove per molteplici motivi è più forte l'influsso americano,
e si traduce ora in forma di insofferenza e di noia per quello che la
critica «ufficiale» potrebbe avere da dire, ora in atteggiamenti
attivistici che non seguono le indicazioni (quando si manifestano)
della critica, e che vanno dal vero e proprio «culto della personalità»
(si pensi alla vasta fama che circonda Asimov da decenni) alla
esaltazione delle presunte o reali qualità extraletterarie della SF
(la SF prevede il futuro e non è «semplice» letteratura, la SF è
una filosofia che serve a prepararci contro l'apocalisse nucleare o il
degrado industriale).
Assai
significativa della perdurante difficoltà di certi rapporti fu, negli
anni '70, la reazione polemica suscitata da un intervento di Stanislaw
Lem, l'autore di Solaris, pubblicato nel '72 in tedesco, e poi nel '75 in inglese con
il titolo «Science Fiction: A Hopeless Case - with Exceptions», in
cui lo scrittore polacco attribuiva la qualità scadente della maggior
parte della produzione fantascientifica americana alla mancanza di
adeguati stimoli critici, sostenendo che negli USA un numero molto
minore di «lettori intelligenti» si avvicinavano alla SF rispetto a
quelli su cui poteva contare la fantascienza sovietica.
Nell'ambito
della situazione italiana, d'altra parte, varrà la pena sottolineare
che la maggiore casa editrice specializzata nella pubblicazione di
romanzi di Fantascienza rende possibile l'uscita di una rivista
prettamente accademica come La città e le stelle, con il suo apparato di numeri monografici,
citazioni in lingua originale, note bibliografiche, mentre promuove
collane che riportano anche i testi in inglese, come i «Documenti da
Nessun Luogo». Se più limitati rispetto alla politica dell'Editrice
Nord sono o sono stati in passato gli sforzi di altri gruppi
editoriali presenti, anche massicciamente (come Mondadori) sul mercato
della fantascienza in Italia, va però ancora ribadito che, nel
settore degli studi accademici, dove una certa fortuna godono le tesi
di laurea, e (più limitatamente) i corsi di fantascienza, è
prevalente la cattiva abitudine di saltare a pié pari la precedente
produzione critica in materia, per rifugiarsi semmai nelle solite e
mal digerite citazioni di Barthes e Baudrillard Lotman e Todorov.
Della
frattura che in Italia esiste ancora tra accademia e fandom
s'è fatta curiosamente interprete l'edizione italiana de Le metamorfosi della fantascienza, stampata nel 1985 per i
prestigiosi caratteri de Il Muilino di Bologna, con una Introduzione
di Oreste Del Buono, genialmente ma drasticamente riduttiva
dell'ambizioso approccio modulare (teorico-metodologico e diacronico)
di Darko Suvin. Del Buono riconduce la fantascienza ai pascoli della
cultura di massa tra le due guerre, negandole qualsiasi paternità più
anziana o prestigiosa di quella di Hugo Gernsback, e trasforma lo
stesso Suvin in un intelligentissimo ma un po' bizzarro eroe
fantascientifico, una specie di Jubal heinieniano o di Archimede
Pitagorico dei tempi moderni.
Al
di là della reazione polemica di Suvin, poco incline a stare al gioco
ironico, ma non denigratorio, di Del Buono (dell'ira dello studioso
canadese fa fede una lettera di fuoco spedita alla casa editrice di
Bologna e ad alcuni amici e critici italiani), al fondo della disputa
rimane un problema fondamentale, e cioè, se la SF vada ricondotta a
una generale teoria estetica che ne giustifichi e individui la
presenza nella storia della letteratura (Suvin), o più semplicemente
spiegata nei termini di una parziale mutazione di formule care alla
cultura di massa novecentesca (Del Buono). Ovvero, se essa abbia una
nobilissima genealogia che affonda le sue radici nell'antica
tradizione dei viaggi immaginari, della costruzione di mondi utopici,
della satira, o se, piuttosto, essa non vada ricondotta nell'alveo di
una serie di "più specifici e attuali fenomeni culturali e
sociologici che, nell'America della Grande Crisi, liberarono - o
imprigionarono (a seconda dei punti di vista) - l'immaginazione
tecnologica delle nuove generazioni nelle pagine dei pulp-magazines.
Una
cosa è certa: la necessità di una critica attenta ed esigente,
capace di esprimersi in vasti trattati, in saggi specialistici, in
rigorose recensioni, è condizione indispensabile per indirizzare un
manipolo di autori, alcuni dei quali ingiustamente trascurati dalla
critica ufficiale (a mio parere, il caso più clamoroso rimane quello
di Dick), ma talvolta anche troppo arrendevoli di fronte alla notorietà
guadagnata all'interno del microsistema del fandom
e dei suoi pur simpatici rituali.
Un
ulteriore problema esiste per il critico italiano (certo, non solo
specialista di sciencefiction) il
quale, scegliendo, con l'uso della propria lingua madre, la strada di
una più diretta presenza nel contesto nazionale, si trova però
estromesso dal canali internazionali dell'informazione critica che,
nel settore della sciencefiction
più ancora che in altri campi, sono monopolizzati dalla lingua
inglese.
Mi
sembra lecito esprimere l'opinione che, senza cadere in alcuna visione
grettamente nazionalistica (si veda l'uso di citazioni tratte
dall'originale ne La città e le
stelle) - la funzione della critica italiana in italiano sia
anche quella di seguire e incoraggiare una produzione italiana, capace di non ripetere meccanicamente i modelli americani
si successo. Va ricordata, a questo proposito, l'antica battaglia
intrapresa sulla rivista Futuro
(1964/65), grazie anche all'impegnò di notevoli personalità,
come quella di Lino Aldani. In tempi più recenti, anche il progetto
interrotto de La Collina raccoglieva materiale narrativo (e talvolta critico)
piuttosto ineguale, ma consentì la collaborazione non priva di
momenti efficaci tra un intellettuale addetto al lavori (misero
Cremaschi) e un accademico anticonformista (Giacinto Spagnoletti). Ciò
che è mancato, nell'uno e nell'altro caso, è stata forse una
conoscenza approfondita e di prima mano di quel contesto culturale e
linguistico anglo-americano che si voleva ridimensionare, e una
eccessiva diffidenza per precise formulazioni teoriche. Ad ogni modo,
spetta a Spagnoletti, stimolato da Crenaschi, di aver individuato un'
area italiana del «neofantastico», certo più congeniale a Borges e
a Calvino, che a Ballard e a Dick, ma in cui forse possiamo inserire
Ursula Le Guin.
È
possibile
che l'accentuarsi degli studi dedicati a Italo Calvino, dopo la morte
dello scrittore, di cui abbiamo gia avuto testimonianza nei Convegni
di Sanremo e di 5. Giovanni Valdarno tra il novembre e il di-dicembre
'86, possa rimettere in moto una seria riflessione sul rapporto tra
letteratura e scienza in Italia (si legga, a questo proposito, un
intervento di Giorgio Celli, «Palomar: la scienza è fiaba», ne La
Repubblica del 28 novembre 1986). Certamente, da questo punto di
vista, abbastanza poco sono serviti i molti Convegni dedicati a Orwell
e a 1984 un paio d'anni fa.
Vi
è, anzi, in generale, un accentuato atteggiamento di diffidenza nei
confronti della fantascienza da parte dei maggiori studiosi italiani
di narrativa utopica e distopica. Stefano Manferlotti, nel suo denso Antiutopia.
Huxley. Orwell, Burgess (Sellerio, 1984), sfiora appena autori
come Brunner e non ne menziona altri come Clarke. La tesi di Suvin,
che tende a ricondurre la narrativa utopica nell'ambito della science-fiction,
trova Manferlotti in completo disaccordo.
Ancora
più esplicito è l'approccio di Vita Fortunati, che più di ogni
altro studioso ha approfondito in Italia l'analisi della letteratura
utopica: la fantascienza è una forma degradata dell'utopia
ottocentesca, privata di ogni qualità visionaria e di ogni tensione
conoscitiva. Infatti, «È veramente paradossale che nella
fantascienza, che sembrerebbe dover celebrare la scienza e la visione
razionale di problemi e fenomeni, si assista invece alla regressione
della scienza a magia, alchimia, e comunque a qualcosa di irrazionale
e, al limite, al religioso». In conclusione, «si tratta quindi di
una letteratura generalmente conservatrice, consolatoria ed evasiva»
(«Dall'utopia alla fantascienza: la metamorfosi di un genere
letterario»; in N. Matteucci, a cura di L'uomo
e le sue forme, 1982, pp. 255-269).
È
sperabile che giudizi cosi drastici possano essere riveduti anche
attraverso una maggiore considerazione riservata ai scientific
romances di Wells, che, sempre di più, appaiono una straordinario
anello di congiunzione tra la tradizione utopica sette-ottocentesca e
le nuove manifestazioni dell'immaginario scientifico novecentesco. Non
è un caso, forse, che il direttore della più importante rivista di
critica della Fantascienza, la canadese Science-Fiction
Studies sia Robert M. Effiimus, l'autore di Into
the Unknown, un importante studio, giunto nel 1983 alla sua
seconda edizione, non ancora tradotto in Italia, in cui Wells viene
esaminato come stadio finale di una «evoluzione» che parte da
Francis Godwin, ma che in Wells non si conclude, preludendo, anzi,
all'arrivo della science-fiction.
È
certamente anche vero che, nel mondo accademico italiano, alcuni
studiosi attivi in passato, soprattutto nell'ambito della Letteratura
AngIo-Americana, si sono allontanati dalle critica della SF: pensiamo
a Ruggero Bianchi e ad Alessandro Portelli, che ci avevano dato pagine
assai efficaci su Asimov, e a Franco La Polla, che si occupa
ottimamente di cinema e di televisione di SF. Da tempo negli Stati
Uniti agisce Teresa de Lauretis, studiosa della Tiptree e co-autrice
di notevole volume sull'immaginario tecnologico.
Il
peso della tradizione, sia essa quella utopica o quella gotica, sembra
fare aggio su una materia così turbolenta e variegata come è la
produzione fantascientifica, sebbene i critici accademici che hanno
pubblicato i loro interventi su La città e le stelle, giunta ormai al quinto numero, testimonino in
alcuni casi una lunga militanza (Guardamagna, Monti) e sempre un
interesse che non sembra destinato a esaurirsi in un'apparizione
sporadica.
Una
maggiore adesione a problematiche contemporanee, ma anche un gran
fracasso di porte aperte che vengono sfondate con lo zelo di neofiti,
caratterizza in parte l'attività di chi si muove al di fuori dei
sentieri strettamente accademici. Tuttavia, non mancano risultati
brillanti; le carenze bibliografiche, che contraddistinguono La
scienza della fantascienza di Renato Giovannoli (Espresso
Strumenti, 1982) nulla tolgono alla vivacità di un approccio che
passa in rassegna temi e strutture ideologiche della Fantascienza con
la disinvoltura e l'efficacia di un prezioso volume di molti anni fa, Che
cosa è la fantascienza di Franco Ferrini (1970). Più
circoscritto, ma anche più specifico, è il discorso di Antonio
Caronia ne li cyborg. Saggio
sull'uomo artificiale (Theoria, 1985), che si avvale di un'ottima
frequentazione di testi fantascientifici. Rischia, in entrambi i casi,
di assottigliarsi la riflessione sui modelli narrativi e sui rapporti,
che, a mio parere, è sempre necessario mantenere, con la letteratura
«alta». In ogni caso, non ci troviamo di fronte a scoperte egregie
ma un pochino improvvisate, come quella di Antonio Fabozzi e Gianni
Mammoliti, i quali su Alfabeta (giugno '86), rilevano che «Un nuovo moderno incubo sembra
affiorare nelle pagine della produzione fantascientifica più recente
(fino a poco tempo fa avara di nuovi stimoli cognitivi)... quella
moderna (e del tutto nuova) paura della mutazione
fisica incontrollata - o aleatoria
se preferite - evidente traslazione metaforica delle affezioni
tumorali.
Per
quanto riguarda le affezioni tumorali può darsi (ieri sarà stata la
peste e domani, magari, sarà l'AIDS). Ma per il resto, io mi andrei a
leggere (o rileggere) Frankenstein di Mary Shelley o qualche racconto di Poe, come «King
Pest» - oppure, se vogliamo tenerci al '900 La
metamorfosi di Kafka e, perché no, PaImer
Eldritch o Ubik di Dick.
Carlo
Pagetti
Università
«G. D'Annunzio» Pescara
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