NUMERO CINQUE
Autunno - Inverno
1986

SFC

fantascienza e critica


Eureka! La critica SF nel mare tenebrarum


Carlo Pagetti


  

Quasi vent'anni fa, alla fine del 1968, nell'ambito delle attività promosse dalla più importante associazione di studiosi di letteratura americani, la Modem Language Association, veniva organizzata una tavola rotonda dal titolo «Science Fiction: The New Mythology». Presiedeva il dibattito 11. Bruce Franklin, autore di Future Perfecti, una ormai «storica» raccolta di racconti fantascientifici americani dell'8OO e, in seguito, di un bel libro su Heinlein. Tra i partecipanti, troviamo Asimov, Pohl e Suvin, futuro autore delle Metamorfosi della Fantascienza e convinto teorizzatore del-la SF come letteratura del «novum» cognitivo. Ma al dibattito si fecero sentire altre voci, tra cui quella di Del Rey, del giovane e polemico Silverberg, e di Thomas D. Clareson, che poi avrebbe pubblicato il resoconto del dibattito nella sua rivista Extrapolation (May 1969, pp. 69-115). L'importanza del dibattito non fu costituita solo dall'esplicito riconoscimento che la SF poteva essere legittimo oggetto di studio da parte dell'Accademia americana (per la verità, anche in seguito tutt'altro che concorde sul problema), ma anche dal fatto che, probabilmente per la prima volta, scrittori famosi come Asimov e Pohl e critici di formazione culturale assai diversa come Franklin e Suvin potevano confrontare le loro idee e misurare significative conver-genze e differenziazioni su un argomento che tendeva a porsi ai margini della letteratura ufficiale o «legittima», per essére invece agganciato, per lo più, ora al carro della divulgazione e della profezia scientifica, ora a quello delle «paraletture» ibride e prive di autentico valore letterario. Di fatto, già allora emersero definizioni assai diverse e linguaggi talvolta assai distanti l'uno dall'altro. Asimov considera la SF sostanzialmente come un prezioso strumento di educazione scientifica e di «visione del futuro», mentre Pohl enfatizza la sua funzione di critica sociologica al presente, con esplicito riferimento a un testo di Wells di solito ritenuto secondario, When the Sleeper Wakes. A sua volta, Suvin sottolinea già l'esistenza di un «tema cognitivo» e rifiuta qualsiasi affinità tra science-fiction e fantasy.

Dieci anni dopo, nell'ottobre del 1978, Palermo raccolse, per iniziativa di Luigi Russo, un imponente numero di studiosi e di scrittori di tutte le parti del mondo - Suvin, Aldiss, Angenot, Baudrillard, Goimard, Jameson, Kagarlickij sono solo alcuni tra i nomi più importanti - accanto a uno sparuto e abbastanza eterogeneo gruppetto italiano (Curtoni e Valla, Runcini e Spagnoletti, Ferrini e il sottoscritto). Mentre Suvin, che guidava i lavori, definiva in modo rigoroso il suo concetto di «novum cognitivo», rifacendosi, tra altre fonti, allo straniamento di Brecht e al Principio dellasperanza di Bloch, non mancavano contrapposizioni e polemiche in un vasto quadro interdisciplinare, che tendeva a penalizzare eccessivamente gli «operatori» della Fantascienza (scrittori, direttori di riviste e collane), ma che risulta sostanzialmente rafforzato nel successivo volume di Luigi Russo, La fantascienza e la critica (Feltrinelli, 1980), in cui vennero pubblicati la maggior parte degli interventi di Palermo.

Mi sembrano questi i due momenti più significativi di una riflessione critica, al di fuori delle pagine delle riviste specializzate, che ancora oggi sembra necessitare di precisazioni ma anche di indispensabili riferimenti bibliografici. Del resto, più di un quarto di secolo è passato dall'apparizione dello stimolante volumetto di Kingsley Amis New Maps of Hell (1960) e più di tre lustri ci dividono dai primi tentativi italiani di stabilire uno specifico canone critico in grado di sistemare la SF all'interno della tradizione letteraria o della narrativa contemporanea. Addirittura agli anni '50 appartengo-no l'ancora lucidissima Prefazione dì Sergio Solmi a Le meraviglie del possibile e altri meritori interventi di Eco, Dorfles, Aldani.

E, tuttavia, alla produzione critica sulle SÉ si possono tranquillamente applicate le parole di uno dei maggiori studiosi contemporanei di letteratura fantastica Roger c. Schlobin, il quale, in un recente numero di Extrapolation (Winter 1984) lamenta: «People write about fantasy as if they were the first ever to do so. They gallop over significant earlier works, and each study cavorts in an intellectual vacuum. It's as if the past never existed».

Anche per la SF continuano a manifestarsi atteggiamenti che rilevano una conoscenza poco approfondita del fenomeno nel suo complesso e dei suoi singoli autori. Nella critica di lingua inglese, del resto, gli innumerevoli studi dedicati al romanzo inglese e soprattutto anglo-americano del secondo dopoguerra, spesso culminanti nell'esaltazione del metaromanzo, continuano a sfiorare solo tangenzialmente la sciencefiction, con la parziale eccezione di Vonnegut (da sempre un beniamino dei circoli accademici), e, ultimamente, della SF delle donne, che riceve le attenzioni, forse non sempre benefiche, della critica militante femminista.

E sì che Tony Tanner, con il suo City of Words. American Fiction 1950-1970 (1971) aveva individuato l'importanza nella cultura americana contemporanea non solo di Kurt Vonnegut e, di Williams Burroughs, ma anche di romanzi come Childhood's End di Clarke e Stranger in a Strange Land di Heinlein. Leslie Fiedler, a sua volta, in The Return of the Vanishing Indian (1968) e in altri saggi, aveva indicato nella fantascienza l'espressione più efficace di una mutazione culturale che solo in parte riprendeva i vecchi miti americani del viaggio verso l'Ovest e dell'incontro con il «Selvaggio» o Alieno.

La risposta del cosiddetto fandom, a cui fanno capo o riferimento scrittori e appassionati, operatori culturali del settore e scrittori, è ancora vastamente omogenea, almeno dove per molteplici motivi è più forte l'influsso americano, e si traduce ora in forma di insofferenza e di noia per quello che la critica «ufficiale» potrebbe avere da dire, ora in atteggiamenti attivistici che non seguono le indicazioni (quando si manifestano) della critica, e che vanno dal vero e proprio «culto della personalità» (si pensi alla vasta fama che circonda Asimov da decenni) alla esaltazione delle presunte o reali qualità extraletterarie della SF (la SF prevede il futuro e non è «semplice» letteratura, la SF è una filosofia che serve a prepararci contro l'apocalisse nucleare o il degrado industriale).

Assai significativa della perdurante difficoltà di certi rapporti fu, negli anni '70, la reazione polemica suscitata da un intervento di Stanislaw Lem, l'autore di Solaris, pubblicato nel '72 in tedesco, e poi nel '75 in inglese con il titolo «Science Fiction: A Hopeless Case - with Exceptions», in cui lo scrittore polacco attribuiva la qualità scadente della maggior parte della produzione fantascientifica americana alla mancanza di adeguati stimoli critici, sostenendo che negli USA un numero molto minore di «lettori intelligenti» si avvicinavano alla SF rispetto a quelli su cui poteva contare la fantascienza sovietica.

Nell'ambito della situazione italiana, d'altra parte, varrà la pena sottolineare che la maggiore casa editrice specializzata nella pubblicazione di romanzi di Fantascienza rende possibile l'uscita di una rivista prettamente accademica come La città e le stelle, con il suo apparato di numeri monografici, citazioni in lingua originale, note bibliografiche, mentre promuove collane che riportano anche i testi in inglese, come i «Documenti da Nessun Luogo». Se più limitati rispetto alla politica dell'Editrice Nord sono o sono stati in passato gli sforzi di altri gruppi editoriali presenti, anche massicciamente (come Mondadori) sul mercato della fantascienza in Italia, va però ancora ribadito che, nel settore degli studi accademici, dove una certa fortuna godono le tesi di laurea, e (più limitatamente) i corsi di fantascienza, è prevalente la cattiva abitudine di saltare a pié pari la precedente produzione critica in materia, per rifugiarsi semmai nelle solite e mal digerite citazioni di Barthes e Baudrillard Lotman e Todorov.

Della frattura che in Italia esiste ancora tra accademia e fandom s'è fatta curiosamente interprete l'edizione italiana de Le metamorfosi della fantascienza, stampata nel 1985 per i prestigiosi caratteri de Il Muilino di Bologna, con una Introduzione di Oreste Del Buono, genialmente ma drasticamente riduttiva dell'ambizioso approccio modulare (teorico-metodologico e diacronico) di Darko Suvin. Del Buono riconduce la fantascienza ai pascoli della cultura di massa tra le due guerre, negandole qualsiasi paternità più anziana o prestigiosa di quella di Hugo Gernsback, e trasforma lo stesso Suvin in un intelligentissimo ma un po' bizzarro eroe fantascientifico, una specie di Jubal heinieniano o di Archimede Pitagorico dei tempi moderni.

Al di là della reazione polemica di Suvin, poco incline a stare al gioco ironico, ma non denigratorio, di Del Buono (dell'ira dello studioso canadese fa fede una lettera di fuoco spedita alla casa editrice di Bologna e ad alcuni amici e critici italiani), al fondo della disputa rimane un problema fondamentale, e cioè, se la SF vada ricondotta a una generale teoria estetica che ne giustifichi e individui la presenza nella storia della letteratura (Suvin), o più semplicemente spiegata nei termini di una parziale mutazione di formule care alla cultura di massa novecentesca (Del Buono). Ovvero, se essa abbia una nobilissima genealogia che affonda le sue radici nell'antica tradizione dei viaggi immaginari, della costruzione di mondi utopici, della satira, o se, piuttosto, essa non vada ricondotta nell'alveo di una serie di "più specifici e attuali fenomeni culturali e sociologici che, nell'America della Grande Crisi, liberarono - o imprigionarono (a seconda dei punti di vista) - l'immaginazione tecnologica delle nuove generazioni nelle pagine dei pulp-magazines.

Una cosa è certa: la necessità di una critica attenta ed esigente, capace di esprimersi in vasti trattati, in saggi specialistici, in rigorose recensioni, è condizione indispensabile per indirizzare un manipolo di autori, alcuni dei quali ingiustamente trascurati dalla critica ufficiale (a mio parere, il caso più clamoroso rimane quello di Dick), ma talvolta anche troppo arrendevoli di fronte alla notorietà guadagnata all'interno del microsistema del fandom e dei suoi pur simpatici rituali.

Un ulteriore problema esiste per il critico italiano (certo, non solo specialista di sciencefiction) il quale, scegliendo, con l'uso della propria lingua madre, la strada di una più diretta presenza nel contesto nazionale, si trova però estromesso dal canali internazionali dell'informazione critica che, nel settore della sciencefiction più ancora che in altri campi, sono monopolizzati dalla lingua inglese.

Mi sembra lecito esprimere l'opinione che, senza cadere in alcuna visione grettamente nazionalistica (si veda l'uso di citazioni tratte dall'originale ne La città e le stelle) - la funzione della critica italiana in italiano sia anche quella di seguire e incoraggiare una produzione italiana, capace di non ripetere meccanicamente i modelli americani si successo. Va ricordata, a questo proposito, l'antica battaglia intrapresa sulla rivista Futuro (1964/65), grazie anche all'impegnò di notevoli personalità, come quella di Lino Aldani. In tempi più recenti, anche il progetto interrotto de La Collina raccoglieva materiale narrativo (e talvolta critico) piuttosto ineguale, ma consentì la collaborazione non priva di momenti efficaci tra un intellettuale addetto al lavori (misero Cremaschi) e un accademico anticonformista (Giacinto Spagnoletti). Ciò che è mancato, nell'uno e nell'altro caso, è stata forse una conoscenza approfondita e di prima mano di quel contesto culturale e linguistico anglo-americano che si voleva ridimensionare, e una eccessiva diffidenza per precise formulazioni teoriche. Ad ogni modo, spetta a Spagnoletti, stimolato da Crenaschi, di aver individuato un' area italiana del «neofantastico», certo più congeniale a Borges e a Calvino, che a Ballard e a Dick, ma in cui forse possiamo inserire Ursula Le Guin.

È possibile che l'accentuarsi degli studi dedicati a Italo Calvino, dopo la morte dello scrittore, di cui abbiamo gia avuto testimonianza nei Convegni di Sanremo e di 5. Giovanni Valdarno tra il novembre e il di-dicembre '86, possa rimettere in moto una seria riflessione sul rapporto tra letteratura e scienza in Italia (si legga, a questo proposito, un intervento di Giorgio Celli, «Palomar: la scienza è fiaba», ne La Repubblica del 28 novembre 1986). Certamente, da questo punto di vista, abbastanza poco sono serviti i molti Convegni dedicati a Orwell e a 1984 un paio d'anni fa.

Vi è, anzi, in generale, un accentuato atteggiamento di diffidenza nei confronti della fantascienza da parte dei maggiori studiosi italiani di narrativa utopica e distopica. Stefano Manferlotti, nel suo denso Antiutopia. Huxley. Orwell, Burgess (Sellerio, 1984), sfiora appena autori come Brunner e non ne menziona altri come Clarke. La tesi di Suvin, che tende a ricondurre la narrativa utopica nell'ambito della science-fiction, trova Manferlotti in completo disaccordo.

Ancora più esplicito è l'approccio di Vita Fortunati, che più di ogni altro studioso ha approfondito in Italia l'analisi della letteratura utopica: la fantascienza è una forma degradata dell'utopia ottocentesca, privata di ogni qualità visionaria e di ogni tensione conoscitiva. Infatti, «È veramente paradossale che nella fantascienza, che sembrerebbe dover celebrare la scienza e la visione razionale di problemi e fenomeni, si assista invece alla regressione della scienza a magia, alchimia, e comunque a qualcosa di irrazionale e, al limite, al religioso». In conclusione, «si tratta quindi di una letteratura generalmente conservatrice, consolatoria ed evasiva» («Dall'utopia alla fantascienza: la metamorfosi di un genere letterario»; in N. Matteucci, a cura di L'uomo e le sue forme, 1982, pp. 255-269).

È sperabile che giudizi cosi drastici possano essere riveduti anche attraverso una maggiore considerazione riservata ai scientific romances di Wells, che, sempre di più, appaiono una straordinario anello di congiunzione tra la tradizione utopica sette-ottocentesca e le nuove manifestazioni dell'immaginario scientifico novecentesco. Non è un caso, forse, che il direttore della più importante rivista di critica della Fantascienza, la canadese Science-Fiction Studies sia Robert M. Effiimus, l'autore di Into the Unknown, un importante studio, giunto nel 1983 alla sua seconda edizione, non ancora tradotto in Italia, in cui Wells viene esaminato come stadio finale di una «evoluzione» che parte da Francis Godwin, ma che in Wells non si conclude, preludendo, anzi, all'arrivo della science-fiction.

È certamente anche vero che, nel mondo accademico italiano, alcuni studiosi attivi in passato, soprattutto nell'ambito della Letteratura AngIo-Americana, si sono allontanati dalle critica della SF: pensiamo a Ruggero Bianchi e ad Alessandro Portelli, che ci avevano dato pagine assai efficaci su Asimov, e a Franco La Polla, che si occupa ottimamente di cinema e di televisione di SF. Da tempo negli Stati Uniti agisce Teresa de Lauretis, studiosa della Tiptree e co-autrice di notevole volume sull'immaginario tecnologico.

Il peso della tradizione, sia essa quella utopica o quella gotica, sembra fare aggio su una materia così turbolenta e variegata come è la produzione fantascientifica, sebbene i critici accademici che hanno pubblicato i loro interventi su La città e le stelle, giunta ormai al quinto numero, testimonino in alcuni casi una lunga militanza (Guardamagna, Monti) e sempre un interesse che non sembra destinato a esaurirsi in un'apparizione sporadica.

Una maggiore adesione a problematiche contemporanee, ma anche un gran fracasso di porte aperte che vengono sfondate con lo zelo di neofiti, caratterizza in parte l'attività di chi si muove al di fuori dei sentieri strettamente accademici. Tuttavia, non mancano risultati brillanti; le carenze bibliografiche, che contraddistinguono La scienza della fantascienza di Renato Giovannoli (Espresso Strumenti, 1982) nulla tolgono alla vivacità di un approccio che passa in rassegna temi e strutture ideologiche della Fantascienza con la disinvoltura e l'efficacia di un prezioso volume di molti anni fa, Che cosa è la fantascienza di Franco Ferrini (1970). Più circoscritto, ma anche più specifico, è il discorso di Antonio Caronia ne li cyborg. Saggio sull'uomo artificiale (Theoria, 1985), che si avvale di un'ottima frequentazione di testi fantascientifici. Rischia, in entrambi i casi, di assottigliarsi la riflessione sui modelli narrativi e sui rapporti, che, a mio parere, è sempre necessario mantenere, con la letteratura «alta». In ogni caso, non ci troviamo di fronte a scoperte egregie ma un pochino improvvisate, come quella di Antonio Fabozzi e Gianni Mammoliti, i quali su Alfabeta (giugno '86), rilevano che «Un nuovo moderno incubo sembra affiorare nelle pagine della produzione fantascientifica più recente (fino a poco tempo fa avara di nuovi stimoli cognitivi)... quella moderna (e del tutto nuova) paura della mutazione fisica incontrollata - o aleatoria se preferite - evidente traslazione metaforica delle affezioni tumorali.

Per quanto riguarda le affezioni tumorali può darsi (ieri sarà stata la peste e domani, magari, sarà l'AIDS). Ma per il resto, io mi andrei a leggere (o rileggere) Frankenstein di Mary Shelley o qualche racconto di Poe, come «King Pest» - oppure, se vogliamo tenerci al '900 La metamorfosi di Kafka e, perché no, PaImer Eldritch o Ubik di Dick.

Carlo Pagetti

Università «G. D'Annunzio»

Pescara

 

 

Jonathan Benison

La critica della fantascienza negli anni '80

Domenico Gallo

La fantascienza e la critica: il contributo italiano

Vita Fortunati e Maria Teresa Chialant

Due interventi si Le metamorfosi della fantascienza di Darko Suvin

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