Il cyberpunk ideologizzato da Sterling e fatto proprio da comunità
di tecnoanarchici e cyber eversivi è di sinistra (o progressista,
o chiamatelo come cavolo preferite) nel senso che è controsistemista,
dipinge la realtà per quello schifo che è, spinge alla contestazione
e alla frattura con regimi illiberali e che deprimono la dignità
umana... tutta roba che sta comodamente alla sinistra di visioni del mondo
reazionarie o quantomeno liberal democratiche fin quando si tratta di conservare
l’odierna tendenza neoliberistica di ammassare ricchezza nella ricchezza
e povertà nella povertà.
Il cyberpunk grida il suo no al sistema, lo stesso no che gridano i
pochi marxisti rimasti (ormai sono tutti progressisti...), che grida chi
è animato da fede sincera in uno Dio, o che si sente levare dal
cri de coeur silenzioso di quei ragazzi che decidono di farla finita a
20-28 anni.
Ma gridare il proprio no non basta, pure la Le Guin ribadisce questo
concetto elementare, bisogna proporre un’alternativa, una strada diversa
da seguire. Opporsi alla volgarità significa immancabilmente essere
volgari, se non ci va bene il sistema non possiamo solo opporci, non basta
gridare il proprio no, non si può rimanere su questa strada e percorrerla
in senso inverso. Si deve andare in un’altra direzione.
E qui sta l’inghippo che porta a quell’ambiguità del cyberpunk.
Sterling è membro dell’EFF e dell’ALCEI, e in Italia i portavoce
ufficiali del cyberpunk politico sono i tipi della Shake (e sono lieto
del loro ottimo lavoro).
Si potrebbe allargare a dismisura l’elenco di gruppi e groppuscoli
che hanno fatto propria l’ideologia cyberpunk e l’hanno diffusa secondo
la propria sensibilità e secondo i propri mezzi nelle misure e nei
modi più svariati... con programmi matematici, con poesie, su nastri
con incisioni artigianali, in concerti in garage berlinesi, in rave nelle
campagne inglesi, in edifici abbandonati nella vecchia Barcellona - dove
per entrare si passa attraverso un buco fatto nella saracinesca sigillata
da 20 anni. Il pensiero cyberpunk lo trovate ovunque, tatuato sulle spalle
di una ragazza pallidissima e col viso emaciato e rovinato, in murales
dell’ultima generazione, aerografato sui caschi di motociclisti tedeschi,
inciso sulle mattonelle di pietra di Piazza Dam ad Amsterdam. Ecco, sedetevi
proprio lì, al centro di piazza Dam, un’ora qualunque del giorno
e della notte non cambia molto, l’odore (la sensazione olfattiva di quella
nebbiolina che vi gira intorno) di marijuana e hashish che vi arriva è
comunque fortissimo, ascoltate le vibrazioni attorno a voi, il suono dei
tamburi che pervade l’aria, il sudore nell’aria (quando raramente fa caldo),
i mugolii, i suoni strozzati, le urla, i fremiti... chiudete gli occhi,
vi sentite scossi, sentite il sangue che pulsa, siete nel gruppo, sì,
siete maledettamente nel gruppo, siete dannatamente nel gruppo come TRASCENDENZA.
Ed è qui che m’incazzo, ovunque lo si cerchi il movimento cyberpunk
è incarnato da individualisti. Quello che io vedo come un forte
limite del cyberpunk, la sua visione individualistica della vita come alternativa
alla [o forse conseguenza della] alienazione odierna, la fuga come unica
via d’uscita, ne ha fatto la sua fortuna perché è sulla stessa
lunghezza d’onda cerebrale del mondo intero.
Non facciamoci ingannare dalla promessa di globalizzazione offerta
dalla rete, ha ragione Philippe Queau nel vedere la morte dell’intelligenza
collettiva nel Web. La rete si sta commercializzando, cede al mercato,
ed il mercato non ha intelligenza, e non ammette intelligenze. Per lui
noi siamo sempre e solo codici di carte di credito da spremere, e il modo
più efficace per raggiungerci e colpirci è sommergerci col
linguaggio di sintesi che sta invadendo adesso anche il web. Caronia crede
ancora in un possibile collettivismo attraverso la rete, ed è vero
che in essa trovano ampie facilitazioni gruppi di volontariato e movimenti
d’opinione ristretti ma compatti, ma tutto ciò non è ciò
che va dilagando in rete...
In rete dilaga l’individualismo. L’io che assume mille identità
diverse in centinaia di diverse MUD, mille identità diverse che
convergono in Luther Blisset per dire tutto e il contrario di tutto.
Di Marx ho sentito dire che è stato un ottimo fotografo ma un
pessimo profeta, mi auguro con tutto il cuore che di Gibson riusciremo
a dire lo stesso fra qualche secolo... ma non ci credo molto. Le spinte
individualistiche non sono una sua invenzione per aumentare il fascino
della lettura.
“L’inferno sono gli altri” sentenzia uno dei personaggi di A porte
chiuse (un’opera narrativa dell’esistenzialista Sartre), come se il conflitto
con gli altri fosse un dato strutturale della condizione umana. E questa
tesi va consolidandosi nel cuore umano, abbiamo debellato come fosse un
male insostenibile la possibilità di interfacciarci con gli
altri per condividere gioie e sventure, progetti e ricordi. L’unica relazione
che rischia di rimanere con il mondo e il resto degli uomini è il
sentirsi di troppo, reciprocamente e ineffabilmente.
Molta della cultura che si agita intorno al cyberpunk si muove in questo
senso: ognuno lotta da solo contro il sistema; il mondo fa schifo, la condizione
umana è una merda... io provo a cavarmela, “niente complicazioni”
è il mio massimo ideale, in fondo al cuore la lotta al sistema serve
solo a dare un senso ad una vita che altrimenti sarebbe insostenibilmente
inutile tutta rivolta alla propria individualità. In “Johnny Mnemonic”,
il film, c’era addirittura un progetto per salvare l’umanità...
e infatti vorrei sapere chi è che abbia il coraggio di definire
quel film nello spirito cyberpunk, buona la sceneggiatura, ma tutto il
resto è anni luce dal contesto politico-culturale cui fa riferimento.
Il cyberpunk parte molto bene.
Parte alla grande accogliendo le spinte del movimento punk con un rifiuto
netto e inamovibile di un collettivismo che distrugga l’individuo, e una
ricerca di quelle funzioni differenziate che nell’uomo moderno vengono
tranciate di netto per amplificare quell’unica, alienante, funzione primaria
che torna utile al sistema sociale centralizzato (nel senso peggiore
del termine).
Parte molto bene tecnicamente dalle pagine di Gibson che ha saputo
svecchiare un genere, trovare nuove motivazioni, e, soprattutto, creare
una nuova estetica e cercare una diversa sensibilità e un maggiore
contatto con la parte bassa dell’umanità. Grazie a Gibson ora è
possibile intravedere nella SF la letteratura realista del prossimo millennio.
Non è occasione che possiamo lasciarci sfuggire, possiamo e
dobbiamo usare i nuovi e potenti strumenti che ci ha offerto Gibson per
guardare al mondo e descriverlo cercando una nostra strada.
“Nostra” significa indipendente da chi ci propugna il cyberpunk come
letteratura dell’individualismo estremo, il cyberpunk può proporre
anche qualcosa di diverso, dobbiamo iniziare a cercare una strada, allora
forse diventerà meno ambiguo per noi.
Gridiamo anche noi il nostro no al sistema, estrapoliamo il futuro
e dissezioniamo il presente con la cura maniacale di un entomologo, usiamo
pure il cyberpunk anche nei suoi più estremi aspetti letterari,
ma rinnoviamolo nelle sue motivazioni, nel suo porsi nei confronti dell’uomo.
Proporre una nuova via umanizzando il cyberpunk. Gridiamo il nostro no
al sistema assieme a tutti gli altri con lo stesso cyberpunk, ma poi andiamo
oltre, proponiamo un’alternativa al sistema che non si riduca ad annichilire
l’uomo, andiamo contro l’individualismo imperante, evitiamo di cedere al
fascino poetico di certe figure e proponiamo un’alternativa di progetti
collettivi, di intelligenze collettive, più vicini alla nostra sensibilità,
al nostro intendere la vita e - diciamolo - alla nostra ideologia.
In questo modo, forse, il nostro cyberpunk diventerà un po’
meno ambiguo per noi e per tutti quelli che, pur opponendosi al sistema,
sperano che non esista soltanto la fuga come via di scampo.
Adesso viene il duro... Noi, io, voi... non è chiaro chi stia
da una parte o dall’altra della barricata, non è chiaro dove stia
questa barricata e non è chiaro cosa divida adesso. Io non vado
cercando divisioni, cerco informazione e cultura onesta, fatta da gente
che coraggiosamente ti dice da che parte sta.
Io cerco sempre la mia torre, e una squadra per tirarla su. Un gruppo
che attraverso il cyberpunk approdi al collettivismo rifiutando l’individualismo
e la fuga dal mondo come soluzione all’alienazione che ci avvelena. Un
nuovo collettivismo, non burocratico per avvelenare l’umanità, voglio
cercare attraverso il cyberpunk una via per essere-nel-gruppo come IMMANENZA.
Gli uccelli non hanno voce, ma noi siamo dei, siamo la voce, la parola,
il pensiero, e con noi cresceranno anche gli uccelli.
L’intelligenza ha responsabilità, ogni essere autocosciente
e intelligente, sotto ogni forma e condizione, è un dio nell’universo.
Ognuno di noi da solo non vale nulla, ma insieme siamo infiniti, insieme
noi siamo DEI
Mondo
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