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reg
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(Interview
with Greg Egan in Ibn Qirtaiba,
Issue 18, September 1996)
Per iniziare una domanda sui tuoi romanzi pubblicati
Per primo c’è An Unusual Angle, non è che tu sia
poi tanto entusiasta di questo romanzo anche se se ne possono ritrovare
delle tracce nella direzione che hai preso in seguito (per esempio rivisiti
l’idea di una telecamera impiantata nel corpo di un personaggio nel tuo
ultimo romanzo, Distress). Il protagonista del romanzo mostra una
buona propensione per la metafora scientifica e per di più sembra
essere un appassionato di SF. Ha anche gli stessi interessi nel campo cinematografico
che avevi tu alla sua età. Fino a che punto il romanzo è
autibiografico?
Ho
scritto An Unusual Angle quando ero alle superiori e, in pratica,
non ho fatto altro che applicare una leggera distorsione surrealistico/fantascientifica
alla mia situazione di quel periodo. L’intero libro non è altro
che il ripetuto sogno ad occhi aperti di uno studente annoiato che guarda
fuor di finestra e costruisce un velo fantastico da posare sopra ogni cosa,
ma il sogno è sempre fissato dal fatto che la realtà è
sempre lì. E’ autobiografico per il fatto che le circostanze di
base e le attitudini del narratore sono sostanzialmente le mie, e penso
che catturi un certo modo di rispondere al tedio e all’autorità
meschina che si ritrova nella maggior parte di romanzi sulla vita di scuola
degli ultimi anni. Ma per poter funzionare, un sogno ad occhi aperti che
abbia le dimensioni di un libro dovrebbe essere molto più strutturato
e molto più inventivo di questo.
Nella recensione che ho fatto di La Terra Moltiplicata (Quarantine)
ho detto: “Sebbene La Terra Moltiplicata non sia un romanzo cyberpunk,
per molti versi il suo futuro è, per molti aspetti, simile alla
visione cyberpunk.” Pensi che il marchio della tua SF possa essere
quello del cyberpunk, e se no, in che cosa differisce da questo sotto-genere?
La
Terra Moltiplicata ha alcuni aspetti canonici del cyberpunk: una
densa
ambientazione urbana, flussi di dati corpo-computer, modificazioni del
cervello, intrighi delle corporation. Ma il nocciolo di La Terra Moltiplicata
è la fisica speculativa e questo non è un tema cyberpunk.
Suppongo che si possa distinguere tra libri con ‘ambientazioni cyberpunk’
come La Terra Moltiplicata e libri con ‘temi cyberpunk’ come Neuromante,
ma il solo tema non è neppure sufficiente. Permutation City
è basato tutto sulle IA e sulla RV, ma è un romanzo proprio
non-cyberpunk; lo spirito, lo stile, i personaggi e il modo in cui l’esplorazione
dell’IA conduce nella fisica speculativa sono tutti completamente estranei
al cyberpunk.
Permutation City è il volume centrale del tuo ciclo della
Cosmologia Soggettiva, trattando di coscienza ed evoluzione in un
universo artificiale autosufficiente. Ma cosa intendi di preciso per cosmologia
soggettiva e come formano un ciclo La Terra Moltiplicata, Permutation
City e Distress?
Con
Cosmologia Soggettiva indico la premessa che quello che sperimentiamo
con ‘l’universo’ dipende in modo significativo dalla struttura dei nostri
corpi e delle nostre menti. C’è un senso in cui questo è
proprio ovvio: prima dell’invenzione del microscopio e del telescopio e
dei modi per rilevare le radiazioni oltre ai fotoni visibili, avevamo una
finestra di scala proprio stretta, luminosità e ampiezza d’onda
attraverso cui guardare a tutto. In questi giorni, idee come prendere su
un atomo con uno scanning Tunnelling Microscope, o guardare al buio con
gli infrarossi, o osservare quasar vecchie di miliardi di anni sembrano
perfettamente normali, ma duecento anni fa la maggior parte di tutto ciò
avrebbe rasentato la fantasia metafisica, se mai fosse stato possibile
capirla. Benissimo, così ora possiamo rilevare un ampio spettro
di lunghezze d’onda e così via, ma ci sono modi molto più
sottili attraverso cui può essere filtrata o formata la nostra visione
dell’universo dalla nostra natura. E’ quello che esploro in questi tre
libri. In La Terra Moltiplicata il cervello svolge un ruolo cruciale
nel collegamento tra meccanica quantistica e realtà macroscopica.
In
Permutation
City l’esperienza soggettiva ricompone la realtà come la trama
in una nuvola intrinsecamente casuale di eventi. E in Distress c’è
una variazione nel tema che non voglio svelare ancora [n.d.t., il
romanzo al tempo di questa intervista era appena uscito].
Suppongo si possa definirli facilmente romanzi di cosmologia oggettiva
perché trattano del guardare attraverso qualche aspetto soggettivo
della nostra immagine ordinaria dell’universo e afferrano uno scorcio di
una realtà più oggettiva dietro ad esso.
Penso ci sia una possibilità
che qualcosa del genere accada nella fisica reale. Per esempio nella versione
della meccanica quantistica degli Universi Infiniti, la realtà oggettiva
contiene un vasto
numero
di storie ‘parallele’ ma l’universo soggettivo che sembrano abitare consiste
in uno soltanto, tranne che su scala atomica. La mancanza di interazione
attraverso le storie si applicherebbe a tutti gli oggetti macroscopici,
non soltanto a noi, ma sarebbe ancora giusto dire che stiamo vedendo soltanto
una visione limitata, soggettiva.
Quando ho detto che Distress
era il terzo, e forse ultimo, romanzo di cosmologia soggettiva,
riconoscevo semplicemente che tutti e tre i libri trattavano la stessa
idea generale. Non c’è altra connessione tra di loro.
Come nella maggior parte delle tua altre opere (e della maggior parte
della SF moderna), la biotecnologia di consumo svolge un grosso ruolo in
Distress. Sei più incantato dalla possibilità di fondere
mente e macchina o hai repulsione per l’invasione del corpo umano che questa
cosa può rappresentare?
Suppongo
di essere affascinato dalla speranza che alla fine possa essere fatta bene,
ma provo in qualche modo nausea per la possibilità all’errore. Dubito
che possa vivere fino a vedere qualcosa sul tipo del riallaccio nanoware
del cervello in La Terra Moltiplicata, ma la placca al nervo ottico
in Distress non è inverosimile per niente e personalmente
non avrei problemi con quella specie di meccanismo fintanto che la conoscenza
della neurologia del costruttore e della biochimica ad esso connesse, e
il livello di controllo di qualità, siano abbastanza buoni da evitare
ogni spiacevole effetto collaterale. Riconosco che ci sia una scena un
po' raccapricciante in Distress in merito a questo impianto, ma
non si voleva implicare niente di negativo o ‘invasivo’ sulla tecnologia
stessa.
Quando si passa all'auto-modificazione
profonda della personalità (sia rimanendo sempre nei nostri corpi
come in La Terra Moltiplicata, che a seguito dello scaricamento
come software, come in Permutation City,) è proprio un problema
complesso, un fatto che il mio lavoro sta cercando di affrontare in vari
modi. Ci potrebbero volere 50 anni, o ce ne potrebbero volere 500, ma alla
fine avremo un controllo illimitato sul substrato fisico che è in
esecuzione delle nostre menti e io sto cercando di fare la mappa di alcuni
dei benefici e di alcuni dei problemi.
Parlami del tuo prossimo romanzo.
Diaspora
inizia nel 30° secolo e si apre con la crescita del protagonista da
un ‘seme mentale’, una specie di genoma digitale. Ci sono tanto persone
scaricate con in propri discendenti dentro a computer fissi e a robot,
quanto persone organiche. La storia tratta di un disastro astrofisico che
finisce col portare parte di questa civiltà nello spazio, nel tentativo
di colmare le lacune nella conoscenza che hanno impedito di predire l’evento.
Lungo la strada si incontrano alcuni alieni proprio bizzarri e ci si ritrova
con la propria cosmologia scossa in modo considerevole. In un certo modo
il romanzo è un lungo ‘zoom all’indietro’ da una stringa di bit
verso ciò che può essere benissimo la più grande struttura
della science fiction.
Una domanda standard che faccio agli intervistati riguarda l’abisso
stilistico e tematico tra la forma scritta e quella visiva (i media) della
science fiction. Pensi che questa distanza sia semplicemente il risultato
delle diverse considerazioni di marketing applicabili a ciascun mezzo o
pensi che esistano dei sottogeneri nella SF che possano essere realizzati
con successo solo in un mezzo o nell’altro?
Penso
che si adattino entrambe le cose. Quello che mi dispiace è che la
maggior parte dei registi di SF non cerchi neppure temi più sofisticati
o un livello più alto di consistenza logica, senza parlare della
plausibilità scientifica di un mondo reale. La scienza, per esempio,
ne L’Olio di Lorenzo non era perfetta (da quello che ho letto, l’olio
preveniva la formazione di un segnale per la malattia, ma aveva un effetto
clinico scarso o nullo), ma semplicemente col fatto di mettere in scena
un po’ di biochimica elementare e di discuterne in modo logico quel film
ha battuto sul campo il 99% della SF di Hollywood. Così credo che
accanto a film come Alien e Blade Runner e Terminator
ci sia spazio per opere analoghe a L’Olio di Lorenzo nella SF.
A me sembra che la maggior parte della tua opera sia scritta troppo
densamente e sia troppo intellettuale per essere tradotta facilmente in
un mezzo visivo senza dover essere semplificata troppo. Ma ti piacerebbe
scrivere per il cinema o la TV, e in tal caso, quali film o serie TV ti
piacerebbe scrivere o seguire?
Un
produttore cinematografico di Sydney circa un anno fa ha opzionato tre
miei racconti (The caress, Axiomatic, The Hundred Light-Year
Diary) per
una
serie di sei mini telefilm di SF, ma fino ad ora è tutto campato
in aria. Mi aveva offerto di scrivere la sceneggiatura ma ero troppo impegnato
con Diaspora per prendere in considerazione la cosa. Una casa francese
sta attualmente negoziando un’opzione per un film corto da Our Lady
of Chernobyl; non mi hanno chiesto di scrivere la sceneggiatura, ma
se la cosa dovesse andare avanti sarei interessato a vedere cosa ne tirano
fuori.
Forse un giorno scriverò
una sceneggiatura originale, ma è difficile trovare una motivazione
quando sai che c’è solo una possibilità di 1 su 10 che la
cosa sia mai realizzata. Mi ci sono voluti 20 anni per arrivare al punto
che il 90% di quello che scrivo arriva alle stampe, così è
difficile immaginare di sfacchinare su qualcosa che abbia poi così
poche possibilità di raggiungere il pubblico.
Quali sono alcuni dei tuoi autori preferiti, e perché?
Ultimamente
ho letto così pochi romanzi e segnalo una coppia di autori che non
sono di narrativa, Daniel
Dennett e Richard
Dawkins. Tutti e due capiscono come funziona realmente l’universo e
non hanno paura di trarne tutte le conseguenze. Sono molto pochi gli scrittori
di SF intellettualmente onesti allo stesso modo.
I cattivi ragazzi nella narrativa di Greg Egan, così
come appaiono, appartengono di solito a due categorie distinte: scienziati
amorali da una parte, e irrazionali moralisti (di solito membri di gruppi
di culto) dall’altra. Come scienziato cresciuto in una famiglia cristiana,
credi che la scienza o la razionalità possano fornire risposte a
domande morali o etiche? Se no, su quali basi critichi i cattivi
ragazzi di cui parlavo?
E’
una verità lapalissiana che la scienza riveli ‘semplicemente’ la
natura del mondo, in quanto opposta a come dovremmo agire, ma ciò
che rivela include delle ragioni di ciò che proviamo sulle nostre
azioni e su quelle degli altri. C’è un contesto evoluzionistico
e biologico per gli impulsi e le emozioni morali ed è importante
riconoscerlo... mentre allo stesso tempo occorre resistere assolutamente
all’errore naturalistico: la nozione che qualsiasi istinto o spinta
o predisposizione a fare che abbiamo sviluppato sia automaticamente l’unica
scelta giusta. Il fatto è che abbiamo spinte per l’egoismo e spinte
per la compassione e spinte per ogni tipo di cose, ed ora che siamo capaci
di riflettere su tutte, saremmo stupidi a non dedicare una grossa quantità
di tempo a pensare su come sorgano, ai conflitti tra di loro, e a quali
desidereremmo maggiormente soddisfare nel lungo periodo.
Ma anche mettendo da parte
il contesto evoluzionistico, ad un livello puramente pratico, scienza
e razionalità sono proprio un motivo per determinare la verità
su questioni di fatto e impegnare un ragionamento onesto e consistente.
Non puoi ottenere niente di etico con esse dal nulla, ma dando per garantito
l’istinto morale devi capire la situazione di fatto, fisica, a cui lo applichi
e devi applicarlo in modo congruo. L’intera nozione di giustizia e obiettività
ruota attorno al prendere i fatti diretti ed applicare principi in modo
congruo; non devi guardare a filosofi morali o a trattati legali per questo,
è semplicemente parte dell’intimo di ognuno anelare alla giustizia.
I cattivi ragazzi
nelle mie opere tendono ad essere disonesti, volutamente ignoranti, ipocritici
o inconsistenti. E’ questa la base da cui li critico. Alcuni di loro soffrono
anche dell’illusione che la moralità sia impossibile senza superstizione.
Una delle preoccupazioni principali di Distress è di trattare
con la nozione che l’onestà per il mondo ci porterà urlando
nella pazzia o nell’amoralità e che l’unica cosa che tenga su la
civiltà e l’etica sia la religione. Questo è un mucchio di
cazzate. La moralità è precedente alla religione. La religione
fu inventata soltanto quando gli umani diventarono abbastanza sofisticati
da iniziare a porsi domande sulla moralità che essi praticavano
già istintivamente. La religione non è un impulso umano fondamentale;
fare domande sulla nostra natura e sulle nostre origini e il desiderio
di giustizia invece lo sono, ma la religione si dimostra una risposta proprio
provvisoria a quegli impulsi, durando non più di 10 o 20 mila anni.
Edmund Crispin ha detto che un racconto di SF è un panorama
con figure in cui l’idea è l’eroe. Per te è vero o falso?
Spesso
è vero. Una cosa sulle idee che può essere interessante è
l’effetto che hanno sui personaggi, ma ci dovrebbe essere spazio nella
SF per un effetto diretto dell’idea sul lettore. In un racconto come Axiomatic
probabilmente è 50/50; il lettore è impegnato sia a ponderare
gli effetti psicologici dell’impianto di alterazione morale sul narratore,
che a ponderare direttamente la filosofia. In The Infinite Assassin,
comunque, il personaggio e la trama contribuiscono in larga misura a trascinare
il lettore a contatto con l’idea stessa, e io non lo vedo per niente come
un problema o come un difetto. Chiunque insista che la SF deve essere prima
di tutto sulla gente e in seconda sulle idee sta semplicemente pronunciando
uno slogan. A volte le sole persone richieste sono il lettore e lo scrittore.