I
mezzi di comunicazione con regolarità richiamano la nostra attenzione
alla grossa minaccia dei passi metallici: i robot, ci dicono, ci vengono
addosso. Saranno robot intelligenti, i cervelli fatti da microprocessori
che svolgono miliardi di calcoli ogni secondo, con accesso immediato a
migliaia di miliardi di brani di dati nella memoria. Gli sviluppi futuri
dell'Intelligenza Artificiale [IA] potrà significare
che come specie abbiamo creato i nostri successori...
Il computer, sia esso mobile
che fisso, sorpasserà dunque tutte le capacità umane nel
futuro a breve o a medio termine? Gli artigiani, per esempio, sono condannati
allo stesso destino dei tessitori di telaio a mano indiani del secolo scorso:
le loro ossa dovranno sbiancare nelle pianure? La risposta è NO.
Ma prima di spiegare il perchè dovremmo cercare di tirare le somme
dell'attuale stato d'opera nel campo delle IA. Le attuali conquiste sulla
IA sono piccole ma promettenti: le prestazioni attuali e prossime in campi
strettamente delimitati, in particolare con sistemi esperti, sono ancora
più promettenti. Ma l'IA non promette di certo di eclissare alla
fine l'intelligenza umana. Per cercare un supporto maggiore di quanto qui
si possa dare a quest'ultima asserzione, l'introduzione migliore viene
forse da due libri (What Computer Can't Do e Mind Over Machine)
dei fratelli Dreyfus. Questo duo dinamico comprende due professori di Berkeley,
uno (Hubert) un filoso e l'altro (Stuart) si interessa di Ingegneria Industriale
e Ricerca Operativa. Da una decade o due vanno facendo scoppiare molti
palloni sull'IA liberando, in modo appropriato, grosse quantità
di gas surriscaldato.
Le figure dominanti nella
ricerca sull'IA hanno di certo guardato al proprio lavoro come a
qualcosa capace di spalancare una quantità apparentemente illimitata
di attività umane nei confronti della macchina, rendendo il lavoro,
apparentemente, un semplice gioco da ragazzi. Herbert Simon, vincitore
del premio Nobel, ha dichiarato che '...nell'arco di dieci anni la maggior
parte delle teorie nella psicologia prenderanno la forma di programmi di
computer.' Così equipaggiato con le leggi del comportamento
umano, dicendo quale stimolo produrrà la risposta desiderata, un
robot comandato da un computer di certo potrà eseguire in fretta
uno scintillante arazzo o due. O un milione... Di nuovo Simon: 'Le macchine
saranno capaci, entro una ventina di anni, di fare qualsiasi lavoro possa
fare l'uomo.' Un altro leader, Marvin Minsky del MIT, ha predetto che
'...entro una generazione, il problema di creare l'intelligenza artificiale,
sarà sostanzialmente risolto.'
E' difficile non rimanere
impressionati dalla chiarezza di queste affermazioni e dal loro coraggio
nel porre dei limiti temporali precisi: fra 10 anni, nell'arco di 20 anni,
fra una generazione. Counque, prima di diachiarare noi e la nostre specie
obsoleti, dovremmo fare caso a quando sono state fatte queste tre predizioni:
rispettivamente nel 1957, nel 1965 e nel 1967. Non ne è stata realizzata
una. Nessuna è arrivata neppure vicino alla realizzazione. Quando
nei media si parla di questo argomento, si tende ancora a ripetere tali
pretese mentre si osserva un educato silenzio riguardo ai fiasci precedenti.Spesso
le storie aderiscono anche allo stesso formato ormai vecchio di decenni:
no, queste cose non si possono fare ora, ma ci sono risultati eccitanti
che mostrano come si sia fatto il primo passo e come risultati realmente
importanti siano proprio dietro l'angolo...
Ma l'aver fatto il primo
passo non conta poi molto rispetto al raggiungimento della meta se il sentiero
su cui ci si trova è, di fatto, un vicolo cieco, e il quadro dell'intelligenza
umana che sottolinea queste affermazioni riguardo alla 'IA hard' appaiano
abbastanza false da avallare tale direzione sbagliata. Per una argomentazione
dettagliata contro questo 'errore del primo passo', si legga il materiale
sopra citato dei Dreyfus. Una critica che si basa fortemente sulla fisica
recente (ed è molto piè gentile) è stata offerta da
Roger Penrose (in The Emperor's Mind), che considera anche posizioni
meno estreme ('IA soft'), che sono molto più difendibili.
Le affermazioni stravaganti
sopracitate sono state screditate in maniera netta e decisa col passare
del tempo.Ma è molto meglio notare l'immagine più sobria
che emerge se ci volgiamo ad una letteratura sull'IA più recente,
come quella che si ritrova in The Foundations of Artificial Intelligence:
A Sourcebook (1990). E' pur vero che mostra ancora gli effetti della
sbronza dall'era dell'Ottimismo Illimitato:
UN 'CERVELLO' SENZA UN CORPO?
Ma cos'era sbagliato nel
quadro dell'intelligenza che ha guidato i viaggi passati (e, sfortunatamente,
presenti) nel paese delle fate? E' salutare guardare ad una linea di argomenti
contrari sviluppata particolarmente da Hubert Dreyfus.
Se le capacità umane
saranno eguagliate da un computer, si baseranno sul seguire delle regole;
i computer non possono far altro. Naturalmente, a volte facciamo ricorso
a delle regole; uno che imparasse a guidare borbotterebbe: prima
a folle, poi la chiavetta d'avviamento, togliere quindi il freno a mano...
Ma una volta superata la fase di noviziato, di solito non c'è nessun
segno che si segua una regola cosciente. Per salvare il progetto del 'computer
umanoide', si dovrebbe assumere che tutti i nostri comportamenti capacitivi
nascono dal seguire una regola, nobn ha importanza che si sia o meno coscienti
della regola. Ma questo concetto delle 'regole inconsce' ha poco
a suo supporto a molto contro. Come nota Dreyfus:
Ma se le nostre capacità
di solito non possono essere ridotte a delle regole, da dove provengono?
Dreyfus enfatizza nel suo resoconto come abbiano origine dall'esperienza
corporea e da essa dipendano continuamente. E' perchè abbiamo un
corpo che abbiamo imparato (abbiamo dovuto imparare) ad estrarre un senso
da esperienze che sono diverse in qualità eppure simultanee, per
esempio ciò che ci dicono gli occhi e ciò che ci dicono le
mani. Originalmente è per negoziare il nostro cammino attraverso
il mondo fisico che formiamo degli schemi con cui organizzarlo e delle
aspettative basate su questi schemi. Equipaggiati con questi schemi e queste
aspettative, possiamo trascorrere la maggior parte del tempo in un mondo
che ora è familiare; e comunque schemi e aspettative hanno questa
straordinaria virtù di rimanere aperti alla correzione, di modo
che nuovi fenomeni non ci lasciano ad annaspare. In questo modo semi-automatizziamo
le nostre risposte, cosicchè il mondo sensoriale non si presenta
come un'arena che dobbiamo perennemenete combattere per comprendere, e
possiamo così cavarcela senza una costante emorragia di energia
e attenzione. Se c'è una qualità umana che merita il nome
di 'intelligenza', è difficile pensare ad un candidato migliore
di quello che così iniziamo a sviluppare: l'abilità a
cavarcela.
Come la mette Dreyfus in
What
Computers Can't Do:
MESTIERE, CAPACITA' E 'REALTA' VIRTUALE'
Il mestiere si fonda, forse
in modo più pesante dell'arte alta, su quegli aspetti cruciali
della comprensione umana che derivano e dipendono dall'esperienza corporea:
come resistono o cedono i materiali, come appaiono al tatto... la sbalorditiva
e complessa integrazione tra dati sensoriali e bisogni istintivi che viene
esemplificata da una frase come 'copertura di sicurezza'. Un computer potrebbe
benissimo venir programmato per controllare macchine che duplichino o plagino
ottusamente u'opera già esistente, proprio come ci si può
aspettare da una fotocopiatrice a colori che prima o poi riesca a sfornare
copie sorprendentemente simili della Monna Lisa. (Secondo quanto riferisce
la stampa, stanno già fornendo imitazioni passabili di una banconota
da cinquanta dollari.) Ma non ci si deve mai aspettare che qualche pezzo
originale di opera creativa rotoli fuori dalla linea di produzione controllata
numericamente. (Vale la pena notare che il risultato di una linea di produzione
di questo tipo non occorre che sia monotonamente uniforme. Il controllo
numerico può evitare facilmente la sfera perfetta o la linea rigidamente
diritta, aggiungendo deviazioni casuali che siano percettibili dall'occhio
o dalla mano. Se ci fosse abbastanza richiesta, coloro che desiderano bernoccoli
per amore della bernoccolità troveranno qualche industria pronta
a soddisfare i loro desideri).
Potrebbe essere pertinente
suggerire un significato speciale per il mestiere nel mondo attuale. Questo
è un mondo in cui la 'realtà virtuale' minaccia di sostituire
la realtà. Gli incontri umani viso-a-viso sono sempre più
costretti e minacciati mentre vengono rimpiazzati da relazioni mediate
e astratte; 'razionalità tecnocratica', efficienza economica e inevitabilità
del 'progresso' si assumono per giustificare cambiamenti che sono spesso
dubbi, maleaccetti da gran parte delle persone e anche orrendi. Se l''arte
alta' celebra questi sviluppi, o li presenta anche soltanto neutralmente,
rischia di perdere il proprio aspetto critico. E se noi rigettiamo l'ideologia
che insiste nel dire che tale mondo maligno è 'inevitabile', dovremmo
cogliere, ed essere contenti di vederla, una critica almeno tacita al lavoro
manuale che rivitalizza esperienze più antiche ora in pericolo di
andare perse: la sensazione del tocco di una coperta, il peso di una pietra...
non nella 'realtà virtuale', ma nella nostra mano.
Naturalmente un tale genere
di critica potrebbe essere sia rteazionara che tesa a guardare in avanti.
Potrebbe convogliare un desiderio infantile di reacreare il passato così
com'era, di far emergere le virtù ormai perdute nello stesso ambiente
sociale come succedeva un tempo, di far rinchiudere le persone all'interno
dell'estesa famiglia (patriarcale) o della comunità del villaggio
(dalla mente ristretta e tendente ad escludere). Oppure, invece, potrebbe
esprimere un desiderio di recuperare ciò che è andato perduto
o è in pericolo di perdersi, ma per situarlo in uno schema di relazioni
più espansivamente conviviali. Che queste possano essere immaginate
solo in modo vago non può essere visto come scusa per abbandonare
le speranza.
Potremmo trarre una lezione
salutare da tutto ciò. Anche se il 'progresso tecnologico'è
stato trasformato in ideologia, di certo non è un semplice mito
e dobbiamo stare attenti a quelle premesse e minacce che sono reali; ma
dobbiamo mantenere una vigilanza ferrea nei confronti dei raggiri 'scientifi'.
Ricordate come, nel campo dell'energia nucleare, la visione dell''elettricità
troppo economica da distribuire' veniva sventolata di fronte a noi per
tacitare i dubbiosi. Ricordate come le autostrade avrebbero risolto il
problema del traffico stradale in espansione. E c'era una volta quella
benevolente genia scientifica che era sul punto di agitare la sua bacchetta
magica per ridurre la settimana lavorativa a venti ore, a dieci ore...
Le dichiarazioni precedenti
dei ricercatori dell'IA probabilmente sono esempi estremi di tali trucchi
e senza dubbio sono innocenti. Dopo aver considerato il ruolo sociale dell'IA
in generale, Terry Winograd (uno dei leader più illuminati nella
materia) offre una preoccupante conclusione:
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