Immaginari a confronto:

William S. Burroughs e James G. Ballard


Antonio Caronia


"Il vero lettore costruisce quasi quanto l’autore: la differenza è che egli lavora tra le righe. La vista delle parole, come il suono delle note in una sinfonia, suscita una processione di immagini che vi porta con sé..." Questa osservazione di Marcel Schwob vale per qualsiasi tipo di letteratura. Ogni lettura comporta un lavorìo di traduzione delle parole in immagini, di relazioni tra passi diversi, tra parole e frasi distanti: la lettura, insomma, è un’esperienza, che il "vero lettore" vive in modo particolarmente intenso, assaporandone i momenti, ma che ogni lettore, per quanto inconsapevolmente, compie. Ci sono testi "facili" e testi "difficili", ma questa diversa qualità non riguarda la maggiore o minore facilità del processo di evocazione di immagini a partire dalle parole: riguarda semmai uno stadio ulteriore della lettura, il collegamento fra il testo e altri testi, fra il testo e l’insieme delle esperienze individuali del lettore. Spesso i testi "difficili" sono i meno coinvolgenti, quelli che il lettore comune tenderebbe a definire "noiosi": questo accade quando il lavoro di decifrazione richiede una forte mediazione culturale, per esempio la conoscenza di tematiche filosofiche, o tradizioni letterarie, alle quali l’autore ha fatto riferimento. Senza la conoscenza di questi elementi il testo rimane opaco, l’evocazione delle immagini è difficile. Tali sono spesso i testi delle avanguardie, per esempio i romanzi che non rispettano la convenzione della linearità della trama, come Ulysses di James Joyce.

Il pasto nudo è un caso a parte. Anche qui la struttura tradizionale del romanzo è distrutta, le scene si susseguono le une alle altre senza un’apparente consequenzialità, gli stili si mescolano in una incredibile sarabanda, descrizioni dialoghi osservazioni note. Eppure il libro rappresenta una delle più sconvolgenti e coinvolgenti esperienze di lettura che si possano fare. Cattura fin dall’inizio con il suo ritmo saltellante, la cascata di parole, la durezza delle azioni e l’allegria ribalda e allucinata (o la fosca paranoia) dei personaggi. Da dove trae, questo libro nato da quattro anni di appunti accaniti e disordinati di un tossicodipendente e cucito insieme in fretta e furia da Allen Ginsberg e Jack Kerouac per la pubblicazione, da dove trae il suo fascino? Perché non riusciamo a staccare l’occhio neppure dalle scene più atroci, perchè continuiamo a leggere anche quando abbiamo perso il filo, e non sappiamo più dove si sta svolgendo l’azione, o chi sta parlando e a chi?

Quello che ci attrae e ci inchioda alla lettura, in questo libro, è la stringente sensazione di necessità che vi leggiamo. Il pasto nudo, nonostante la leggenda letteraria lo faccia passare per tale, non è un testo "sperimentale", nel senso il cui lo è Ulysses, o le opere di Raymond Roussel. Burroughs ne buttò giù le pagine per quattro anni, dal 1953 al 1957, in uno dei periodi di più acuta dipendenza dalla droga, senza preoccuparsi troppo dello "stile". All’epoca non usava ancora il famoso metodo del cut-up, inventato dall’amico Brion Gysin a Parigi nel 1959. Così l’impressione di incongruenza, di bizzarria, di straniamento, che in opere successive, (come Il biglietto che è esploso, Nova Express e altre), è effetto delle frasi spezzettate e ricucite a caso, qui è dovuto soltanto all’urgenza della scrittura. Burroughs lo spiega molto chiaramente nella "Prefazione atrofica" che sta alla fine del Pasto nudo:

Non c’è che un’unica cosa di cui può scrivere uno scrittore: ciò che è davanti ai suoi sensi nel momento in cui scrive... Io non sono che uno strumento di registrazione... Non pretendo di imporre "storia", "trama" o "continuità"... Fin tanto che riesco a registrare direttamente alcune aree del processo psichico posso pensare di avere una certa funzione... Non sono uno che vuole far divertire...

Anthony Burgess, che sicuramente non è il personaggio più adatto per capire Burroughs, travisa questa osservazione quando scrive che "la sua prosa, nel Pasto nudo, è al servizio di un fine didattico, non artistico." Non è vero. Burroughs sente l’urgenza di descrivere ciò che gli passa sotto gli occhi, le orecchie, il naso, le mani (e quello che descrive è innanzitutto un’informazione sulla sensorialità dell’individuo Burroughs, nelle sue specifiche condizioni di addict): il fatto che non voglia "far divertire" non significa che voglia insegnare qualcosa a chicchessia: semmai sente l’esigenza di informare, di avvertire i suoi simili su quello che vede nel mondo. Alla conferenza letteraria di Edimburgo dell’agosto 1962 (lo stesso anno della pubblicazione negli USA del Pasto nudo) lo stesso Burroughs chiarì ancora la questione: "Nei miei libri agisco da geografo", disse in quell’occasione, "sono un esploratore delle aree psichiche, e non vedo ragione di continuare a esplorare zone che sono state ampiamente indagate." Quello che Il pasto nudo ci offre è insomma uno sguardo sull’universo concentrazionario e occlusivo del controllo e della droga. Da qui prende l’avvio quella particolarissima "continuità" che lega l’uno all’altro tutti i libri di Burroughs almeno fino a Nova express, (La morbida macchina, per esempio, comincia con gli stessi personaggi e la stessa ambientazione del Pasto nudo) e che ruota proprio attorno al tema del controllo e del complotto. Le "aree psichiche" esplorate da Burroughs diventano qui delle aree geografiche in senso letterale, paesi fantastici che servono da sfondo e da commento alle azioni dei personaggi: Annexia, Freeland Republic, Interzone. Il dottor Benway, nel capitolo del Pasto nudo che porta il suo nome, è la nostra guida in queste waste lands, in questi territori desolati che sono il riflesso dei loro abitatori. Annexia e Freeland Republic costituiscono, fin dalle prime pagine del libro, una riedizione della coppia utopia/distopia, ma in realtà non rappresentano che due diversi modi di realizzare il controllo totale. Annexia, dove il dottor Benway dirige la Demoralizzazione Totale, è il luogo dell’arbitrio del potere, della brutalità del dominio, della dittatura fascista:

Ogni cittadino di Annexia era tenuto a richiedere una cartella completa di documenti e a portarla sempre con sé. I cittadini potevano essere fermati per le strade in qualsiasi momento, e l’Ispettore (...), dopo aver verificato ogni documento, lo bollava. Nell’ispezione successiva il cittadino era tenuto a mostrare i bolli applicati nell’ultima ispezione. L’ispettore, quando fermava un grosso gruppo, si limitava ad esaminare e a bollare le tessere di alcuni. Gli altri erano perciò soggetti ad arresto perché le loro tessere non avevano i bolli appropriati.

Freeland Republic, invece, "luogo consacrato al libero amore e ai bagni continuati", è "pulita e noiosa, mio dio!" Qui il dottor Benway può applicare le sue teorie sulla repressione che potremmo ironicamente definire "morbida":

Deploro la brutalità. Non serve a niente. Invece il maltrattamento prolungato, senza violenza fisica, se viene applicato con abilità dà origine all’angoscia e a un particolare senso di colpa. (...) Il soggetto non deve rendersi conto che il maltrattamento è l’attacco deliberato di un nemico antiumano alla sua identità personale. Deve essere costretto a convincersi che merita tutti i trattamenti che riceve perché in lui c’è qualcosa (mai specificato) di orribilmente colpevole. Il bisogno spasmodico di controllo che hanno i tossicodipendenti deve essere occultato, pudicamente nascosto da una burocrazia arbitraria e abbastanza intricata, in modo che il soggetto non possa mai entrare direttamente in contatto con il suo nemico.

In queste regioni, e poi nell’Interzona, dove si svolge la maggior parte degli altri capitoli del Pasto nudo, scivolano parlano si bucano scopano si sparano scompaiono e riappaiono i personaggi del libro, personaggi per niente "classici", nel senso che Burroughs non ha alcun interesse a dirci nulla sulle loro motivazioni, sui loro processi mentali, sulla loro "psicologia". Quello che ci scorre sotto agli occhi, di questa galleria di figure, è innanzitutto la loro carne malata di droga in continua trasformazione, e le parole che la descrivono, un flusso di parole in caduta libera ("parole che cadono" [falling words] è uno dei sintagmi più usati da Burroughs nei suoi primi libri). Con grande anticipo sui tempi, Il pasto nudo è un "manuale delle giovani marmotte" della mutazione, una guida al decadimento e alla trasformazione del corpo. La magmaticità del linguaggio non è altro che lo strumento più adatto per dire di questa mutazione: il trapasso continuo da un luogo a un altro, da un personaggio a un altro, da uno stile a un altro, segue illustra e potenzia questo affascinante spettacolo dei corpi, anch’essi in caduta libera, e della loro continua evoluzione. Uno degli incubi più presenti nel Pasto nudo è la dissoluzione, la perdita di forma del corpo, il suo liquefarsi in una informe gelatina, un blob. Burroughs crea anche degli eroi eponimi di questa fluidificazione del corpo, i Mugwump, la cui descrizione ricorda vagamente quella dei marziani di Wells e la figura che diede loro Byron Haskin nella trasposizione cinematografica della Guerra dei mondi:

Su sgabelli coperti di satin bianco siedono dei Mugwump nudi che succhiano sciroppi colorati e translucidi attraverso cannucce di alabastro. I Mugwump non hanno fegato e si nutrono esclusivamente di dolciumi. Labbra sottili color porpora coprono un becco di osso nero affilato come un rasoio con il quale spesso si fanno a pezzi in risse per disputarsi i clienti. Queste creature secernono un fluido che provoca abitudine e prolunga la vita rallentando il metabolismo. (...) I tossicomani del fluido dei Mugwump sono conosciuti col nome di Rettili. Un certo numero di questi ultimi strisciano sulle sedie con ossa flessibili e carne bianco rosa. Un ventaglio di cartilagine verde coperto di peli cavi ed erettili, attraverso i quali viene assorbito il fluido, spunta dietro le orecchie dei Rettili.

La denuncia di Burroughs contro il controllo totale, che nel libro viene visto principalmente come il controllo della droga e del sistema che la sorregge sul corpo del tossicodipendente, non si appoggia però su una visione romantica dell’innocenza originaria del corpo. La sua concezione è ancora, tutto sommato, quella del meccanicismo settecentesco, arricchita da una considerazione disincantata ma in fondo favorevole delle conquiste della scienza e della tecnica contemporanee. Ma proprio perché l’antropologia di Burroughs è ancorata alla visione dell’uomo macchina, egli può vedere più lucidamente lo scacco del programma occidentale di riduzione delle tensioni e delle contraddizioni. Nella scena di apertura del capitolo "Riunione del congresso internazionale di psichiatria tecnologica", il dottor "Fingers" Shafer, detto "Lobotomy Kid", presenta il suo capolavoro, L’Uomo Americano Completamente Deangosciato (The Complete All American De-anxietized Man), praticamente un manichino decerebrato: questo, però, appena portato in aula, si agita finché "la sua carne si muta in gelatina viscida e trasparente che si dissolve in nebbia verdastra, rivelando un mostruoso millepiedi nero", e intanto "ondate di una puzza sconosciuta riempiono la stanza bruciando i polmoni, attanagliando lo stomaco..." Il corpo dell’uomo è malato in quanto tale, irreparabilmente. Per questo esso è diventato, secondo una teoria burroughsiana tanto suggestiva quanto scientificamente infondata, un ostacolo all’ulteriore evoluzione dell’umanità. "Per il semplice fatto di essere in un corpo umano, siete totalmente controllati da ogni sorta di necessità biologiche ed esteriori", afferma Burroughs nell’intervista alla Paris Review, con una intuizione curiosamente vicina alle concezioni gnostiche del corpo come prigione.

Dieci anni dopo la composizione del Pasto nudo, in Inghilterra un autore dallo stile e dalle motivazioni apparentemente molto diverse (a quanto si poteva giudicare dalle opere fino ad allora pubblicate), James Ballard, andava componendo i suoi "romanzi condensati" (condensed novels) che sarebbero poi confluiti nel suo libro La mostra delle atrocità, pubblicato nel 1970: da una costola di quel libro sarebbe nato anche il romanzo Crash (1975). Anche La mostra delle atrocità, come Il pasto nudo, avrebbe avuto i suoi guai con la censura in America, ma a differenza del Pasto nudo, non avrebbe visto la luce negli USA fino al 1990, in una nuova edizione che portava anche una breve introduzione di William Burroughs. In effetti La mostra delle atrocità ha avuto gli stessi guai giudiziari del Pasto nudo, non certo la sua fama e il suo successo. Eppure non c’è un altro testo, forse, che sollevi temi analoghi e che possa stare a pari del libro di Burroughs quanto a intensità e lucidità della visione. Anche La mostra delle atrocità deve modellare la sua forma tortuosa e frammentata sui temi e i personaggi che mette in scena. Attraverso le successive incarnazioni, capitolo dopo capitolo, di un indistinto personaggio metà dottore e metà paziente, i suoi tentativi di assassinio della moglie, le sue peregrinazioni in un paesaggio catastrofico che ricorda le sue circonvoluzioni cerebrali e mentali, Ballard compie una gigantesca operazione di riscrittura della mitologia dei media che è strettamente complementare alla riscrittura di Burroughs dell’epopea della modernità. E anche in Ballard, nella Mostra delle atrocità ma più ancora in Crash, assistiamo a una puntigliosa indagine della mutazione del corpo, questa volta attraverso una violenta e catastrofica variante del matrimonio fra corpo e tecnologia: la compenetrazione del corpo e della macchina nell’incidente automobilistico. In Ballard l’interno e l’esterno, il corpo e il mondo, diventano funzione l’uno dell’altro, anzi si compenetrano, diventano un luogo neutro e indistinto in cui si va registrando, con una scrittura crudele e impietosa, la fine della modernità.

Questa scrittura l’aveva già cominciata, sul corpo di William Lee l’Uomo Invisibile, di Willy il Disco, del Marinaio, del Semplicione, di Joselito e di tutti i personaggi del Pasto nudo, William Seward Burroughs. Che, nella "Prefazione atrofica", concludeva: "Pattugliare è la mia occupazione principale. Per quanto il Servizio di Sicurezza sia rigido e chiuso, io sono sempre in qualche posto all’Esterno a dare ordini e all’Interno di questa camicia di forza di gelatina che cede e si tende ma si riforma sempre davanti a ogni movimento, ad ogni pensiero, a ogni impulso, bollata dal sigillo di un’ispezione aliena..."


© 1992, Antonio Caronia, Tratto da "Archeologie", pubblicato per gentile concessione dell'autore