Intervista a Robin Benatti, in occasione della traduzione di Miliardi di tappeti di capelli di Eschbach


Il successo di pubblico e di critica riscosso da Miliardi di tappeti di capelli ci ha suggerito di rivolgere alcune domande a Robin Benatti, traduttore di Eschbach, uno dei maggiori conoscitori di fantascienza dell’ultima generazione e di letterature d’avanguardia.

Innanzitutto, permettimi di ringraziarti per avermi proposto di accompagnare la tua recensione con una intervista. La ragione è semplice, ma suona curiosamente provocatoria. Sebbene i traduttori diano corpo alla polpa comunicativa di cui è composto l'oggetto che chiamiamo libro, raramente viene chiesto loro di svolgere un ruolo di commento e interpretazione. Per dirla con un termine coniato in Francia da Gérard Genette, di sovente non partecipano al paratesto, cioè alla sfera di informazioni che circolano attorno al romanzo. Certo, il miglior traduttore è quello che nel testo resta il meno visibile possibile. Anche tradurre risponde a dei principi finzionali. Tuttavia, questa rimozione rappresenta un fenomeno su cui riflettere. Da un lato, la figura tradizionale dell’autore si sta sfaldando nell’esplosione del lavoro collettivo situato alle spalle degli oggetti narrativi. Dall’altro, al traduttore si attribuiscono elementi di autorialità e non solo di carbon copy semantico. Invece, in Italia, si assiste tuttora a scene da mercato delle pulci. Soprattutto nell’ambito della letteratura di genere.

Nella recensione vengono citati LeGuin ed Herbert, e si dice che il romanzo di Eschbach è difficilmente incasellabile.

E’ vero. Ti allieterà sapere che un simile giudizio è stato confermato da molti acuti lettori, quando mi hanno contattato all’uscita del libro. Non desidero qui entrare nel merito vero e  proprio della storia. Del resto, l’hai ampiamente descritta e anche la mia introduzione può essere utile allo scopo. Però, aggiungerei la ricaduta di certe tematiche gnostiche che Philip K. Dick ha sviluppato in Valis. Infatti, chi ha letto Miliardi di tappeti di capelli si è accorto di non trovarsi di fronte a un romanzo di fantascienza “normativa”, ma a una morfologia narrativa molto complessa, decisamente colta, che implica un lettore più attivo del solito. L’aspetto saliente non mi sembra quello filologico o intertestuale, ma il fatto che si tratta di un romanzo polifonico (pensa alle voci narrative) ben radicato nel fantastico mitteleuropeo. Inoltre, è necessario notare come l’esito di Eschbach si collochi al vertice di un iceberg la cui traiettoria nel mare della società delle narrazioni è decisamente incontrollabile.

Stai dicendo che ormai la fantascienza tende verso qualcosa di nuovo?

Potrebbe essere altrimenti? D’accordo, c’è chi lavora con il martello dell’indifferenza e i chiodi del rimpianto. Per quanto mi riguarda, provengo da studi di semiologia ed estetica dei media, quindi sono portato a complicare i giochi nel campo dell’invenzione di storie. La letteratura pop non esclude il genio, nel senso di intelligenza interna alle narrazioni. Da questo punto di vista, sono convinto di sì. I cambiamenti sono già avvenuti e sono sotto gli occhi di tutti: la perdita di confini delle distinzioni di genere, le mutazioni del romanzo (è una tecnica comunicativa e non qualcosa di celestiale), le ibridazioni della forma dell’espressione e del contenuto, le trasmigrazioni dell’orizzonte tematico, per cui troviamo tracce di fantascienza in altri canali letterari, ecc. Poi, a cosa serve interpretare la letteratura fantascientifica con categorie del tutto ottocentesche che ormai non sono neppure utili per descrivere il bildungsroman? Qualsiasi sveglio studioso di episteme postmoderna sa che è il teatro categoriale, preposto all’osservazione, a dare forma all’oggetto osservato e che un oggetto comunicativo, costruito per essere interpretato come “romanzo”, può dispiegare internamente le strategie della sua interpretazione, magari denegandole. Per questo, ho ammirato l’eleganza teorica di Carlo Formenti quando è arrivato e ha tirato le orecchie un po’ a tutti quei nostalgici che ripubblicherebbero a iosa sempre gli stessi cento titoli del cuore. E’ l’atteggiamento che definirei agonico. Sergio Fanucci ha parlato recentemente di morte della fantascienza. Forse, l'espressione è ardita. In ogni caso, ha toccato un problema reale: i modelli narrativi della fantascienza americana hanno raggiunto il limite di espansione e l’ondata di ritorno trascina con sé le archeologie di due secoli di letteratura europea legata all’invenzione della forma-romanzo. Può essere una questione di gusti, ma gran parte delle cose pubblicate negli ultimi tempi mi sono apparse davvero surrogate. Abbiamo il diritto di leggere libri memorabili, perlomeno che siano compatibili con il rispetto dell’intelligenza dei lettori. Se non lo sono, che siano memodegradabili. I migliori autori, vedi il caso di Neal Stephenson, o William Gibson, mostrano una certa insofferenza verso lo stato delle cose e percorrono nuove esperienze. Al tempo stesso, chi lavora come operatore nell'ambito editoriale, e legge in lingua originale, sa quale incredibile tesoro di autori ci sia in Europa. Ne consegue una domanda: perché nell'ambito del noir e del giallo, si è avuto il coraggio di scoprire romanzi europei, trasformandoli in oggetti notevoli, mentre nel contesto fantascientifico ci troviamo costantemente a vivere quella colonizzazione dell'immaginario di cui parla a ragion veduta Valerio Evangelisti? Prediligo la letteratura che rischia. Quella dei clandestini fuori dai confini, non certo quella di chi territorializza un presunto immaginario di genere con gli slogan prestampati sulle copertine e i recinti interpretativi pieni di verità monoprospettiche.

Chi ti sentiresti di indicare tra gli autori europei?

Uno dei più innovativi romanzi degli ultimi anni è uscito in una collana noir, intendo Babylon Babies di Maurice Dantec. A mio parere, osservando il fenomeno socioletterario, ci sono molti più aspetti in comune tra Eschbach e Dantec di quanto si creda: entrambi hanno portato la fantascienza fuori dal ghetto di poche migliaia di lettori ed entrambi hanno scritto libri che sono stati tra i più letti nei loro rispettivi paesi. I due hanno accettato di contaminare il mainstream con i generi e viceversa. Un esempio: Jesus Video di Eschbach (1998), un thriller tecnologico. E' stato per lungo tempo ai primi posti delle classifiche tedesche, se non al primo. E’ uscito pure in Francia lo scorso aprile. Sono due anni che ne parlo, ma da noi si tergiversa sulla sua pubblicazione, preferendo gli Allen Steel. Dico questo con il massimo rispetto per la fatica di scrivere, naturalmente. In breve, si è abituati a pensare alle politiche editoriali orientandosi sull’autore, piuttosto che sulla validità del singolo romanzo.

Fantascienza e Germania. Ci è giunta voce che sta per uscire un tuo saggio sugli autori tedeschi. Puoi anticiparci qualcosa?

Lo sto preparando. Tengo a dire che non sarà un saggio storico e neppure crepuscolare. Non amo pensare alla letteratura in termini di nazione, ma di media linguistici e di fenomenologie comunicative. Quindi, preferisco pensare alla società delle narrazioni seguendo una sorta di antropologia dell’immaginario. Non è tanto l’etichetta di genere sulla costa dei volumi ad avere senso, quanto la pasta e gli artifici con cui sono fatte le storie in un dato contesto culturale. Al fianco di Eschbach ci sono nomi estremamente interessanti. Attualmente, sto lavorando soprattutto su un gruppo di scrittori con cui sono costantemente in contatto. Tra questi: Myra Çacan, Marcus Hammerschmitt e Michael Marrak . Quest’ultimo è un caro amico, autore del bellissimo e intrigante Lord Gamma (2000). Non sto elencando autori occasionali, piccole stelle cadenti. Si tratta di scrittori solidi, pluripremiati, le cui opere sono addirittura andate esaurite in un bacino di lettori circa cinque volte più vasto di quello italiano. Pertanto, non è poca cosa che Sergio Fanucci abbia deciso di proporre Miliardi di tappeti di capelli. Un romanzo apprezzato dalla maggioranza dei lettori italiani con giudizi a volte entusiasti. La cosa non mi ha stupito. Certo, è il piacere dell'invenzione letteraria. Il godimento della lettura che non può essere solo consolatorio. Seguo Eschbach dal 1997 e ti assicuro che non è la sua opera migliore. Nel complesso, ci sono una dozzina di autori di fantascienza molto superiori alla media anglofona che tanto riempie i polverosi scaffali della mente. La tendenza è ben più ardita di quanto capiti da noi: da un lato, si dà alla fantascienza dei contenuti di critica sociale (il romanzo di Eschbach è un grande affresco sul potere e la religione). Dall'altro, le si fa ritrovare le fonti sotterranee da cui proviene: la letteratura fantastica. Tra l’altro, per esempio con Myra Çacan, l'avant-pop è già radicato. Per molti, la fantascienza tedesca è ancora quella degli anni Settanta con Herbert W. Franke e la serie di Perry Rhodan, che in Italia ebbe un'avventura fallimentare. Ma già allora le scelte potevano essere diverse. Usando un paio di termini grossolani, posso dire che la fantascienza di lingua tedesca ha saputo svezzarsi e costruire un vasto immaginario popolare. Andrebbe davvero più valutato e non solo al traino delle scelte editoriali francesi, che come si sa sono ben più attente e aperte del nostro poco avveduto e spesso mediocre passaparola, in cui bazzicano i soliti noti e le trame risapute. [robin.benatti@libero.it]