Il fuoco brucia la tua virtù


Elisabetta Batori

(in arte Martha Bellows)


Genova è fatta così, le file serrate di un corteo di case addossate al mare; la città vista dall’alto sembra una frana di tegole rosse e d’ardesia grigia contenuta a mala pena dalla diga invisibile dei moli del porto vecchio. Poco lontano, oltre il via vai della sopraelevata, un trapezio di acqua livida intrappolato dalla prospettiva nervosa del vicolo e dal cielo basso ricorda che siamo quasi in riva al mare. L’edificio di fronte dista dal mio sottile balconcino solo pochi metri; quante volte ho pensato di sporgermi e spiccare un balzo per raggiungere la rampa del tetto. Protetta dalla tenda bianca, osservo la puttana che legge in attesa.

Entro nello studio solo per scrivere, quando decido di non essere e un’altra persona inizia a vivere in me come uno spirito o un vampiro. La stanza è piccola, illuminata dalla luce di occidente che viene da una porta finestra. Sulla larga scrivania è poggiato il personal computer che ha sostituito la macchina da scrivere, un vaso di rose che domani saranno appassite e una pila di fogli scarabocchiati. Qui, reclusa in questa cella, Martha Bellows trascorre le sue ore di vita, la sua superba menzogna di scrittrice prezzolata; qui nascono gli amori, iniziano gli amplessi, scorrono le lacrime, sgorga il sangue, si consuma il tradimento.

Lascio andare la tenda, la puttana sparisce assieme al suo libro, e lentamente raggiungo la libreria dove custodisco i miei ingenui romanzi. Ritorno a Venezia, Ti cercherò nel tempo, La Vienna del tradimento, L’amore perduto di Lady Russell, Prigioniera del passato... Le mie dita scorrono sui dorsi colorati e sulle copertine volgari come se davanti a me ci fosse il torace ansante del mio amato perduto e ritrovato. Da quanto tempo non sfioro un uomo; anni trascorsi a perfezionare il desiderio e a trascriverlo con diligenza, mentre il mio corpo invecchia ritraendosi verso il fondo della caverna. In casa non c’è uno specchio in vista, solo un piccolo rettangolo rinchiuso in un cassetto per le estreme necessità, per guardarmi quando non posso farne a meno. E allora mi trovo sempre più consunta e delusa.

Musica, qualcosa che conosco ma di cui non ricordo né il nome né l’autore, sale dal vicolo con prepotenza come certi profumi acri dei cibi speziati di cumino e coriandolo, come l’harissa scaldata nei pentolini d’ottone. La puttana dell’appartamento di fronte sembra felice quando legge, seduta sul bordo del letto con il libro aperto sulle cosce si muove raramente, allontana i capelli dalla fronte, inarca la schiena elegantemente poi torna a seguire le pagine che ha abbandonato solo per pochi secondi. Seduta alla scrivania la guardo uccidere le ore del giorno e della sera nella lettura, un omicidio lento come un veleno che si dirama goccia a goccia o come un male lento. Mi chiedo cosa legga, chi siano gli autori capaci di appassionarla in tal modo e di rapire il tempo tra un amore e l’altro, tra il passaggio dei corpi e la riscossione di poche banconote. La musica è diventata ancora più alta e riverbera tra i muri del vicolo, solo poche parole sono intelligibili, sopravvissute agli artigli dei battimenti. "Il fuoco brucia la tua virtù". Accendo il computer e attendo, inconsapevole di quello che accade in questa macchina che scrive, conta, suona, insinua.

La puttana alza lo sguardo, infila una cartolina tra le pagine e chiude il libro; la porta della stanza si è aperta e l’uomo entra. Il personal si è avviato, lei sorride, l’uomo ha gli occhi stanchi e gli zigomi che spingono la pelle scura.

Scrivo, da anni non mi serve più guardare i tasti.

Philippe chiuse la finestra, e la campagna autunnale cessò di esistere per loro. Il cuore di Isabelle pulsava sotto il vestito di panno blu che aveva indossato per l’incontro segreto con il giovane ricercato dalla polizia di Fuchet. L’odore del sudore la inebriò come il fumo dell’oppio, tanto che si dovette allontanare di un passo per non svenire. L’uomo tolse una pistola dalla cintura e la poggiò delicatamente sullo scrittorio d’ebano.

- Non abbiate timore - disse Philippe. - Non vi farò del male.

Isabelle arretrò ancora, anche se tutto il suo corpo reclamava il contatto con Philippe. Sentiva il suo viso avvampare, i seni ardere, il sesso fremere di desiderio.

La puttana poggia in libro sull’unica sedia che arreda la stanza, guarda la copertina per l’ultima volta prima di dedicare le sue attenzioni all’uomo. Gli si avvicina tenendo alto lo sguardo come attendesse da lui una spiegazione. È alta, bionda; è giovane e bella, indossa un vestito di cotone leggero, chiaro, cammina a piedi nudi. La relativa distanza non permette di cogliere né i segni della stanchezza né un accenno di orrore, né la noia che una puttana deve provare per le attenzioni dei clienti. Si siede sul bordo del letto, dove prima era stata ferma a leggere, e inizia a carezzare il membro dell’uomo da sopra i pantaloni. La sua mano segue l’asta per tutta la sua lunghezza, si arresta sul glande per stringerlo tra le dita, poi scende verso i testicoli.

- Perché la polizia vi cerca? - chiese Isabelle che arretrando era giunta contro la porta chiusa. - Perché siete armato?

L’uomo si avvicinò ancora, tra i lembi della camicia si intravedeva una ferita da taglio molto recente.

- Voi siete ferito - esclamò Isabelle sfiorandogli il torace con le dita. - Chi siete?

Philippe la trasse a sé prendendola fortemente per le spalle. I suoi occhi saettarono come fruste. - Sono il conte Philippe de Bionassy e non sono un malfattore né un delinquente di strada. - Detto questo le sue labbra cercarono quelle di Isabelle.

L’uomo le appoggia una mano sui capelli e la attira verso il proprio sesso. La donna ubbidiente gli sbottona i calzoni, estrae il membro eretto e lo manipola lentamente ma con decisione. L’uomo la stringe ancora per farle prendere il pene in bocca.

La mano di Philippe si infilò nel décolleté e raggiunse il capezzolo teso.

- Perché fuggite, allora? - sospirò Isabelle mentre fremeva di desiderio. - Perché vi nascondete?

- Non abbiate paura, Isabelle. Dimostrerò la mia innocenza e tornerò da voi.

Si baciarono ancora mentre Philippe le toglieva il vestito e fuori, nella campagna, iniziava a piovere a dirotto.

Quando lui la penetrò, Isabelle gemette brevemente, attirandolo a sé, respirando il suo stesso respiro, graffiandogli la schiena. Il piacere aumentava soffocando i rumori dei tuoni e lo sbattere delle finestre, mentre i vetri si rompevano e i rovesci d’acqua sferzavano gli alberi del viale.

La puttana sembra fermare il suo lento movimento per guardare il libro appoggiato sulla sedia. Forse pensa a quando avrà terminato e potrà tornare a leggere. Si alza per prendere un preservativo dal comodino, lo scarta e lo appoggia sul membro umido di saliva dell’uomo, lo srotola con cura. Mi fermo a guardarla; ora la puttana guarda verso di me. Smetto di scrivere, quasi temendo che possa udire il rumore dei tasti e offendersi. Volge la schiena all’uomo che ancora indossa una camicia a quadretti e ha i calzoni abbandonati sopra le scarpe. Si sfila il vestito e lo ripiega con cura, adagiandolo sul bordo del letto, poi si sdraia rassegnata, mentre mi rivolge uno sguardo triste. Io sorrido, ma mi sento infelice. L’uomo cala di lei; è goffo e si muove a scatti.

Mentre l’orgasmo di Isabelle esplodeva violento, il temporale copriva i nitriti dei cavalli e il battere delle ruote e degli zoccoli sulla ciottolata del giardino. Gli uomini scesero dalla carrozza e salirono di corsa le scale della villa brandendo le armi.

La donna si riveste senza lavarsi, prende il libro dalla sedia ed esce, sparendo dal mio mondo.

La raggiungo in strada, tra la gente nervosa di via Gramsci che affolla il marciapiede, e la seguo in panetteria. Mi avvicino per guardarla: è bellissima. Non è giovane come credevo, gli occhi sono chiari, azzurri, i capelli biondi hanno un taglio elegante, il volto è complesso, gravido di vita e di emozioni. Si volta verso di me e mi concede uno sguardo breve, poi, in italiano stentato, chiede del pane e dei grissini. Il libro è vecchio, la copertina rovinata. La mano della donna copre il titolo e posso leggere solo l’autore: Marek HÓ asko.

Il vicolo è deserto, un piccione è morto in un angolo, pacchetti di sigarette, depliant accartocciati, mozziconi, i vetri di una bottiglia di birra, un cartoccio rovesciato di vino da poco prezzo. A due passi da me una siringa abbandonata mi ricorda il litigio che ho ascoltato stanotte. Mi sono alzata e avvolta in una coperta mentre le urla di una donna reclamavano la dose rubata; le nuvole avanzavano da occidente fagocitando il cielo stellato. Dalle finestre del secondo piano gli studenti tengono la musica a tutto volume. "Prendi tutto non ti fermare, il fuoco brucia la tua virtù". La puttana è tornata nel suo appartamento. Anch’io devo tornare al mio lavoro.

 

 


Martha Bellows, autrice di romanzi d’amore come Ritorno a Venezia e Ti cercherò nel tempo, in realtà si chiama Elisabetta Batori. Nata a Triora, in provincia d’Imperia, nel 1941, si è trasferita a Genova dove è stata insegnante di lettere per vent’anni. Vedova, vive nel centro storico di Genova con i suoi tre gatti. Legge poco, non ascolta musica, non va al cinema e non frequenta teatri. Quando non scrive, guarda dalla finestra.