Ideologie della rete:

dal ciber-liberismo al ciber-realismo


(Net ideologies: from cyber-liberalism to cyber-realism)


Francisco Millarch


Ideologie, nello spazio esterno e in quello interno

Ideologi, visionari o digerati[1] mai nella storia umana così tante persone hanno mostrato la propria visione su come sarà il mondo. E mai queste visioni, pronostici o ideologie sono cambiati o hanno dimostrato di essere sbagliati ad una velocità così alta. Solo fino a poco tempo fa l’interpretazione comune del termine ideologia era qualcosa di correlato ad una convinzione a lungo termine. Capitalismo contro Comunismo, Sinistra contro Destra, Liberali contro Conservatori e così via… La maggior parte di queste dicotomie sono durate secoli e non c’è segno o bisogno che convergano completamente nel futuro.

Il 20 luglio 1969, Neil Alden Armstrong, come comandante della missione lunare Apollo 11, divenne la prima persona a porre piede sulla luna. Durante i decenni successivi sia gli Stati Uniti che la vecchia Unione Sovietica investirono miliardi di dollari nella ricerca spaziale avendo come meta ultima la protezione e la promozione delle loro ideologie. Molti pensavano che era solo una questione di tempo per arrivare al giorno in cui la razza umana avrebbe avuto un secondo indirizzo: lo spazio siderale. E il problema stava nel fatto se sarebbe stato comunista o capitalista.

L’anno 2001 sembrava una data buona per fare il trasferimento. La data era abbastanza lontana a che qualcuno la contestasse (soprattutto alla fine degli anni ’60, col progetto Apollo al massimo della potenza e con risultati sorprendenti) e il cambio di millennio aveva i suoi significati simbolici naturali. In cima a tutto, il capolavoro del 1968 di Stanley Kubrick, 2001, Odissea nello spazio, stava nella mente di tutti.

Ma dove ci stiamo trasferendo, alla fine di questo secolo, è un "posto" meno ovvio: il ciberspazio[2]. La caduta del muro di Berlino, il 9 novembre del1991, non solo ha unificato le ex germanie dell’est e dell’ovest, ma ha anche simbolizzato la fine della guerra fredda. Il capitalismo ha sconfitto il comunismo e lentamente l’ideologia dell’URSS è svanita. Ad eccezione di qualche scienziato e di qualche ricercatore, non c’è nessuno a cui interessi come potrebbe essere la vita umana nello spazio profondo. Non è più un problema politico! Ma le predizioni sul modo di vita futuro nel ciberspazio sono andate alle stelle! Le ideologie, nella cosiddetta frontiera elettronica non riguardano le nazioni con la stessa intensità del passato, ma questa volta compagnie private e alcuni individui (gli auto proclamati digerati) hanno propagandato il nostro futuro. Non c’è da meravigliarsi se il ciberspazio sia stato conosciuto subito da molti come il "mercato elettronico"…

Va al di là della nostra mente la quantità di cose che sono state dette sui cambiamenti che qualche migliaio di computer, connessi da fili ad alta velocità, riusciranno a produrre. Il direttore del Media Lab al MIT, Nicholas Negroponte, predice che un miliardo di persone diventeranno "cittadini della rete" per l’anno 2000[3]; lo Speaker della House of Representatives degli USA, Newt Gingrich, è convinto che rendendo i dati del Congresso disponibili sulla rete trasformerà l’America in una democrazia migliore e gli americani in cittadini migliori[4], Bill Gates sogna un mercato senza attriti su internet e in quanto alla sua amica, Esther Dyson, il ciberspazio "succhierà il potere ai governi, ai mass media e al mondo degli affari."[5] La lista potrebbe continuare e potremmo benissimo essere portati a credere che un browser e un indirizzo di e-mail potrebbero risolvere la maggior parte dei problemi dell’umanità. In questo scenario tutto si adatterebbe perfettamente e armoniosamente. Perfino la forma tradizionale di rappresentanza del governo si dimostrerebbe innecessaria.

La prospettiva inglese

Nel 1995 un saggio critico scritto da Richard Barbook e Andrew Cameron (co-fondatori dell’Hypermedia Research Center di Londra), intitolato provocatoriamente The California Ideology, si individuarono molte contraddizioni nella diffusione di entusiasmi. Il saggio si sviluppa attorno ad una profonda analisi della fusione inusuale del movimento della Nuova Sinistra degli anni ’60 con gli ideali libertari della Nuova Destra, resa possibilre solo dal potenziale delle nuote tecnologie informatiche. Barbrook e Cameron non solo misero in luce gli aspetti non così positivi del modo di vita della West Coast, come per esempio razzismo, povertà e degrado ambientale, enumerando al contempo i fattori responsabili per la creazione della ‘classe virtuale’ nella Bay Area, ma attaccarono anche quella che veniva pubblicizzata come la nuova ‘democrazia Jeffersoniana’ ricordandoci che il terzo presidente degli Stati Uniti possedeva personalmente 200 esseri umani come schiavi, mentre diffondeva gli ideali del libero mercato.

Non è difficile predire le risposte. Pubblicato in una manciata di website e tradotto in una mezza dozzina di lingue, The Californian Ideology fu confrontato in modo ostile da tutti coloro che che prevedevano un ottimistico futuro a base cibernetica, inclusa unsa delle persone principali tra i ciber-libertari: il vecchio editor-in-chief di Wired Magazine, Louis Rossetto.

The Californiana Ideology rappresentò un passo importante verso uno shock realista in tutto ciò che riguarda questa rivoluzione. "Solo dando un nome potevamo ridicolizzarli. Ora la gente dice, ‘Oh, quelli sono ideologi californiani…’"[6] ha detto Barbrook in un recente seminario all’Hypermedia Research Centre (HRC). Sì, in questo caso la rete ha realmente vinto le distanze geografiche: gli ideologi californiani sono dappertutto e i pochi esempi menzionati in precedenza sono sparpagliati e vanno dal Massachusetts (Negroponte) alla Georgia (Gingrich) allo stato di Washington (Gates) a New York (Dyson). Una persona qualsiasi, che sia un po’ al dentro della rete in questi giorni sa benissimo delle esagerazioni, alcuni sono ancora dei credenti solidi, ma una massa critica sta già radunandosi. Per molti l’era di Wired sta arrivando alla fine.

Un’altra risposta a The Californian Ideology è venuta dal vecchio analista di Wall Street e attuale presidente della New York New Media Association, Mark Stahlman in un titolo ancor più provocativo: The English Ideology and Wired Magazine. Pur promovendo anche una visione più scettica del futuro, in convergenza parziale con l’opera di Barbrook e Cameron, Stahlman ha investito uno sforzo enorme nel collegare l’ideologia californiana a tutti i tipi di filosofi e scrittori inglesi: da Thomas Hobbes (1588-1679) e Francis Bacon (1561-1626) ad H.G.Wells, che è nato nel 1866 (il più recente che sia riuscito a trovare). Il suo articolo insiste che il Wired magazine con base a San Francisco "rappresenti un ulteriore tentaivo [inglese] di invadere la cultura americana e di minare l’iniziativa politica ed economica americana."[7] Benissimo, si sarbbe potuto accettarla cinquant’anni fa (quando ancora Wells era vivo) ma oggi l’analisi di Stahlman può essere guardata solo come una analogia distante e senza collegamenti. Come ha detto Marx, "la storia si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa."[8]

Anche se Stahlman ha tentato di collegare Negroponte, greco di nascita, alla cultura inglese (rivelando il suo sogno segreto: un maggiordomo inglese robotico fornito di IA) non si è accorto del background di Esther Dyson (che, come Mark Stahlman, vive anch’essa a New York, è stata un’analista finanziaria ed è una dei cosiddetti digerati). Il padre di lei è Freeman Dyson, un fisico di origine inglese rinomato internazionalmente. Almeno sarebbe stato un esempio vivente.

"Cigar Aficionado"

Ma il caso di Dyson è peculiare: appartiene alla classe dei 2ciberprofeti2 che lentamente stanno tornando sulla terra. Seguendo i suoi articoli settimanali si può identificare facilmente un cambiamento nel tono, ammesso esplicitamente nel suo libro del 1997 Release 2.0. "La mia prima visione del ciberspazio in Releae 1.0 [una newsletter per dirigenti] era ottimistica e forse un po’ ingenua," afferma Dyson, "questa nuova visione è meglio informata dall’esperienza e con maggiore saggezza, ma non mi illudo che lungo il cammino non ci possa essere bisogno di un Release 2.1 […] e non di un Releaese 3.0."[9] Analogamente molti dei critici hanno completamente perso interesse nella ricerca di prove sul come la troup di Wired sia mal condotta. Tutti coloro che ascoltano l’appello di David Hudson, "Rimaniamo sobri!" nel suo libro-critica all’ottimismo sulla rete, Rewired, sanno che le esagerazioni stanno scemando. E non sono solo gli scrittori professionisti e i ricercatori accademici a dirlo. Il sito web amatoriale e curato da un’unica persona chiamato What’s Newt, che durante gli ultimi quattro anni ha criticato le idee e le proposte di Newt Gingrich, è da tempo che non è stato aggiornato. Se controllate l’homepage del sito, il webmaster e sviluppatore del software, Dan Scheler, afferma semplicemente "Mi spiace per il ritardo nell’aggiornare What’s Newt. Sono molti mesi che ho perso completamente interesse per ciò che Newt possa aver detto o fatto."[10]

Beyond the Californian Ideology. E’ stato questo il tema della settima edizione del Cyber.Salon, una riunione mensile di artisti digitali e intellettuali che gravitano a Londra in un cybercafè di Bloomsbury, promosso dall’HRC e dalla rivista online Telepolis. Uno dei relatori ospitati nell’incontro del 20 Maggio 1998, Peter Lunenfeld (dall’Art Center College of Design, a Los Angeles in California), ha affermato con chiarezza: "Più ti avvicini a San Francisco e con meno serietà prendi le idee di Wired." Ed ha continuato: "Wired aveva bisogno di nuove celebrità per promuovere la sua idea dell’era informatica che stava arrivando e così si è creata le proprie. È come la rivista Cigar Aficionado le cui copertine mostrano modelle in buona salute che fumano sigari."[11]

Parallasse

Wired fu lanciata nel gennaio del 1993, in un mercato inondato solo da periodici tecnici, come Byte e PC World, con forse la sola eccezione di Mondo 2000. Per la maggior parte dei tecnici soliti allo status quo del mercato delle pubblicazioni collegate ai computer le pagine vistose di Wired e le sue predizioni sembrarono più attraenti delle riviste porno e il suo design accattivante riuscì a dare alla rivista non meno di 18 premi tra il 1993 e il 1997, inclusi i tre premi conferiti dalla prestigiosa American Society of Magazine Editors (ASME).

Me le pubblicità della Mercedes Benz e della Tag Heuer mescolate ad articoli di 8.000 parole su come le ‘autostrade informatiche’ avrebbero portato potere e conoscenza ai paesi africani più poveri era un fatto che andava al di là di ogni comprensione! Riguardando oggi indietro, anche articoli vecchi di 5 anni sono ancora "aggiornati", cioè le predizioni semplicemente non sono accadute, o devono ancora accadere? Nel numero di Luglio del 1993 della rivista, Mitchell Kapor, co-fondatore della Electronic Frontier Foundation (EFF), scrisse un articolo approfondito dal titolo Where is the Digital Highway Really Heading? In cui afferma: "La vita nel ciberspazio […] è più egalitaria che elitista e più decentralizzata che gerarchica. Serve individui e comunità, non pubblici di massa." Ma il punto, in questo caso, è, come facciamo a vivere in questo ciberspazio/paese-di-sogno? È facile se sei un cittadino della classe media di una nazione del Primo Mondo, coi tuoi bisogni di base soddisfatti, l’accesso a una linea telefonica e un computer di due milioni. Ma è ancora da scoprire come l’autostrada digitale possa dare cibo agli etiopi prima che possano solo pensare ad avere un telefono. In realtà, con l’aiuto di Barbrook/Cameron, David Hudson e anche dei promotori del recente movimento del ‘tecnorealismo’, è ora facile immaginare una risposta. Senplicemente non potrà farlo!

Non molto più del 2% della popolazione mondiale ha accesso on-line. Per raggiungere il miliardo di utilizzatori della rete di cui parla Nicolas Negroponte, forse dovremmo pensare prima alle infrastrutture (e fare anche uno sforzo deliberato per dimenticare argomenti ‘insignificanti’ come le abitazioni, l’alfabetismo e la fame). Come ha esposto David Kline nella sua rubrica Market Forces per HorWired, "attualmente ci sono solo circa dai 750 milioni agli 800 milioni di linee telefoniche in tutto il mondo. Perfino in Asia, dove l’uso del telefono sta crescendo nel modo più veloce, gli esperti prevedono l’installazione di circa 10-20 milioni annui di nuove linee per i prossimi sei anni. Ma che diavolo, facciamo un atto di fede e accettiamo il fatto che forse per il 2000 il mondo avrà un miliardo di telefoni attivi. E questo ci da un miliardo di navigatori della rete? Perfino negli Stati Uniti, con forse 160 milioni di telefoni, ci sono solo dai 16 a 20 milioni di persone sulla rete. E la gran parte di questi, come senza dubbio sapete bene, viene da famiglie affluenti (anche se significativamente, meno della metà dei possessori di un computer con un modem sceglie di andare in-linea)"[12] Non è difficile comprendere il perché la rubrica di Kline poco dopo sia stata resa saltuaria dalla Wired Ventures.

Chiunque con un po’ di conoscenza della rete oggigiorno conosce la potenza di motori di ricerca come Altavista, Lycos ed Excite, così come sa quanto sia difficile ottenere l’informazione giusta alla prima volta. Di solito migliaia di URL si adattano ai nostri criteri di ricerca e il risultato è un sintomo di fine millennio: sovraccarico d’informazione. Eppure internet ha reso possibile (per il 2% in cima alla popolazione) l’accesso all’informazione come mai in precedenza nella storia umana. Ma come faremo a trattarla, assimilarla e interpretarla? Soprattutto, come sopravviveremo all’ansia e alle altre conseguenze psicologiche di questa nuova era? Il motto "l’informazione vuole essere libera" è sulle labbra di tutti, ma quanta libertà ci porterà realmente a noi l’informazione? O non sarà che ci renderà più confusi e sperduti? Come afferma David Shenk, ci stiamo dirigendo verso uno "smog di dati". Quando Newt Gingrich ha annunciato Thomas, un sito web che rendeva disponibili pubblicamente tutti i documenti del Congresso degli USA, Shenk era sul posto nell’identificare il mascheramento politico all’interno dell’azione.

"Se ogni cittadino potesse avere accesso a tutta l’informazione che hanno i lobbisti di Washington, avremmo cambiato il bilanciamento dei poteri in America in favore dei cittadini e a sfavore della Beltway" aveva annunciato Gingrich alla National Public Radio la mattina del 26 gennaio 1995. Ma per Shenk, un giornalista veterano che copriva la politica di Washington ai primordi di un collegamento con telescrivente fornita dal Federal News Service (che inondava la sua stanza ad una velocità di due pagine al minuto con le trascrizioni politiche più importanti), erano chiare le conseguenze di quel singolo atto. "Gingrich è abbastanza intelligente da comprendere che aprendo le chiuse dell’informazione non trasforma automaticamente gli americani i cittadini migliori," ha smascherato Shenk, "al contrario, mentre alcuni specialisti politici hanno beneficiato dell’apertura totale, il cittadino medio si è trovato ad essere più avvantaggiato a perdersi nel flusso. È il fuoco che porta conoscenza e potere, non la diffusione."[13]

Una breve retrospettiva

Per chiarire l’analisi sarebbe bene suddividere in periodi distintivi la storia recente della tecnologia informatica e del processo di rafforzamento individuale portato dai personal computer. Ecco cosa si può proporre:

Cultura del fai-da-te e della passione pura (1976-1984)

A questo livello iniziale per molti il personal computer era un hobby. Gli appassionati assemblavano le proprie macchine, programmavano i propri codici e si scambiavano le esperienze coi propri pari ai club per computer. È anche il periodo in cui sono nate le prime case nell’industria dei PC, come Altair, Apple e Microsoft, ma con prodotti focalizzati nella nicchia di mercato dei m’patiti’ e dei ‘tecnici’.

Applicazioni di vita-reale e macchine (1984-1990)

Col lancio del Mac della Apple nel 1984, i non tecnici trovarono la loro strada per i benefici della tecnologia informatica. Interfacce utenti grafiche (GUI) e applicazioni come word processor e spreadsheet iniziarono n passaggio da una cultura esclusivamente per appassionati ad un uso orientato ai risultati del personal computer. Anche la piattaforma del PC dell’IBM, basata su testo e più difficile da usare, ottenne i suoi adepti sul mercato dell’ufficio.

Windows che abbraccia ‘il resto di noi’ (1990-1993)

Nel 1990 fu diffusa la prima versione funzionante di Microsoft Windows, emulando il successo del GUI del Mac di sei anni precedente. Nonostante il motto che la Apple nel 1984 avesse creato ‘il computer per il resto di noi’, fu la Microsoft a profittarne maggiormente. Attraverso una serie di errori strategici (tecnologie proprietaria, nessun accordo di licenza, prezzi più alti della concorrenza e una politica di stretto legame tra hardware e sistema operativo) la Apple perse la sua enorme fetta di mercato di PC dei primi giorni dell’Apple II. Fu la Microsoft, con la sua strategia di ‘abbracciare ed estendere’ che prese in realtà ‘il resto di noi’, in un momento in cui il prezzi dell’hardware scesero a livelli accettabili per la maggior parte delle famiglie della classe media nei paesi sviluppati. Furono le fondamenta dell’attuale 94,1% del mercato del Graphical OS e del dominio dell’85% dell’industria delle applicazioni da ufficio.[14]

Questi furono comunque gli anni d’oro in cui l’industria dell’informatica formò una massa critica di utilizzatori. Alleata alla convergenza delle industrie delle telecomunicazioni e dei media, questa epoca costruì le basi per gli ideali dei tecno-utopisti.

Nuova utopia e ciber-liberismo: l’era Wired (1993-1998)

E di colpo, dando via al settore privato la spina dorsale pubblica internet (un risultato di oltre 30 anni di investimenti con fondi statunitensi provenienti dalle tasse) il governo americano trasforma un network accademico e militare nel ‘mercato informatico’: la nuova frontiera degli affari per ogni direttore repubblicano post industriale. Per un mezzo decennio abbiamo ascoltato alle campagne libertarie di Wired contro il controllo governativo nel ciberspazio, interpretate da Gilder, Tofflers e simili. Ma, come dice l’adagio, "puoi fregare una persona sempre e tutti una volta, ma non puoi fregare sempre tutti quanti."

Tecnorealismo (1998- )

E qualcuno ben presto se ne accorse. All’inizio del 1998 un piccolo gruppo di intellettuali capeggiati da Andrew Shapiro, David Shenk e Steven Johnson dettero il via a un movimento chiamato "tecnorealismo". Con un manifesto i otto punti sottoscritto da migliaia di persone nel loro website [15], è difficile contestarne le conclusioni chiare e ovvie. Molti lo vedono come l’antitodo naturale all’era del ciber-liberismo. Come sottolinea Andrew Shapiro, "vogliamo criticare la tecnologia con lo scopo di migliorarla. Non sono un anti-tecnologia a tutti i costi, ma mi trovo a disagio con le esagerazioni della Silicon Valley e, sì, della rivista Wired.[16]

Reality Shock

I principi qui sopra del tecnorealismo non furono creati in una nottata e una visita al sito dovrebbe dare un’ulteriore spiegazione di ognuno di essi. Una delle ragioni dell’ampia accettazione di The Californian Ideology di Barbrook e Cameron sta nel fatto che molti altri stavano già pensandoci, sotto una prospettiva o un’altra. Poi quando un’analisi profonda viene presentata, l’identificazione pubblica è immediata. Lo stesso è successo col movimento del tecnorealismo precedente in un modo o un altro alla coniazione del termine.

Anche prima che esistesse Wired, la rivista Time pubblicò nella sua sezione ‘Lettere al direttore’ il lamento di un genitore irato che aveva deciso di acquistare un modem in modo che il figlio dodicenne potesse connettersi ad internet. Il suo comportamento si basava su un articolo molto favorevole pubblicato in un numero precedente della rivista, dove si sottolineavano tutte le potenzialità educative del web e tutte le risorse disponibili. La ragione per la rabbia del lettore stava nel fatto che pochi giorno dopo essersi ‘connesso’, il ragazzino era riuscito a trovare un modo per scambiare alcune immagini pornografiche e ci passava gran parte del suo tempo. "Come potete indurci a dare accesso al web ai nostri figli, se c’è anche tutta quella roba immorale?" era la domanda posta al giornalista responsabile dell’articolo. La risposta arrivò subito: "Internet non è in nessun modo differente dal mondo reale. Tutte le cose buone e quelle cattive che i vostri figli possono trovare per strada lo possono trovare nel ciberspazio. Dovete insegnare loro come essere cauti così come fate nella vita reale." Sei anni dopo questo potrebbe essere un esempio classico del principio numero 2 del tecnorealismo. "Ogni miglioramento e elemento di informazione introdotto dalla vita cablata porta con se anche una dimensione maliziosa, perversa o piuttosto ordinaria",in parte è come spiegano il perché internet non sia utopica.

Dalla somma delle esperienze in questi primi anni di accesso più ampio a internet e mantenendo una posizione critica in equilibrio tra i tecno-utopisti e i neo ludditi e stato possibile formulare alcuni pilastri di buon senso.

Non è per niente necessario esemplificare tutti i principi del tecnorealismo, e molti parlano da soli, ma uno (il principio 3) in particolare porta alla luce una delle più grosse aberrazioni della cerca liberale: libero mercato senza intervento governativo. Non c’è una singola compagnia nell’industria informatica che non sia preocuupata per le tattiche monopoliste della Microsoft. Dalle piccole alle grosse multinazionali, la Microsoft è una minaccia alla diversità di mercato e all’innovazione. Oggigiorno il sogno di una qualsiasi compagnia agli inizi è di essere acquistata dalla Microsoft in quanto, sanno bene, che nello scenario attuale se la Microsoft decidesse di entrare nel loro campo si ritroverebbero subito fuori gioco. L’ironia in tutto ciò sta nel fatto che tutti sperano di avere una possibilità nell’economia di libero mercato (come diffuso dai Liberali) con la competizione leale, ma per arrivarvi la Microsoft deve essere divisa o, almeno, regolata. E chi lo dovrebbe fare? Il mercato stesso? Lasciata sola alle forze di mercato, la Microsoft ha già sconfitto gran parte delle compagnie maggiori nel campo di IT, inclusa la Borland (strumenti di sviluppo), la Corel (application suit), la Novell (networking) e la Apple (sistemi operativi/piattaforme), sia spazzandole via dal mercato o relegandole ad un secondo posto molto distante. La speranza di tutti ora sta in un procedimento legale mosso dal Government’s Department of Justice degli USA. Sì, proprio lo stesso governo a cui Wired e i ciber-liberisti dicono, "giù le mani".

Un oscuro futuro?

In Rewired David Hudson dedica almeno cento pagine ad una sezione intitolata ‘One Dark Future’, compromettendo non meno di 10 dei 35 capitoli del libro. Ciò che ora potremmo facilmente essere portati a pensare è che se tutte le visioni e le esagerazioni ottimistiche su come la rete avrebbe dato all’umanità un futuro spettacolare stanno scomparendo, la sola strada che ci aspetta è quella di un oscuro futuro.

Non necessariamente! Internet porterà senza dubbio una serie di grandi cose all’umanità e allo stesso tempo una serie di nuovi problemi. Anche se allargherà il nostro accesso all’informazione, non ci darà automaticamente un’educazione migliore; potrebbe darci una maggiore libertà di parola ma non trasformerà ognuno di noi in un editore e neppure comprometterà l’esistenza dei titani dei media; e farà diminuire la distanza tra cittadini e governo ma non sostituirà un congresso rappresentativo o un capo di governo eletto.

Internet di sicuro creerà una quantità di problemi che solo ora iniziano a farsi vedere, andando da problemi di privacy all’ansia informatica al crimine cibernetico. Dovremmo allora tirarci indietro e tagliare internet? Alcuni propongono di farlo, come fa Paul Treanor in un ampio saggio pubblicato sul web dal titolo Internet as Hyper-Liberalism[17], ma non si tratta che di un altro estremismo che va ciecamente nell’altra direzione dello spettro. Proprio come ogni rivoluzione internet porterà molte attese e paure e solo il tempo permetterà alle cose di sistemarsi. Quando nel 1906 Alberto Santos Dumont volò col suo 14 Bis, il primo mezzo aereo al mondo a decollare e ad atterrare coi propri mezzi , si crearono grandi attese e molti dei problemi non potevano al momento essere previsti. Lo stesso Dumont non accettò il fatto che l’aereoplano, un’invenzione con lo scopo di mettere insieme le persone, rfinì ben presto con l’essere usato durante la prima guerra mondiale per uccidere altri esseri umani.

Un esempio più recente viene da David Sarnoff, fondatore dell’NBC e presidente dell’RCA, l’uomo che scoprì la prima televisione a colori nel 1939. Come molti a quel tempo, Sarnoff vide la nuova invenzione come una forza per la verità, per la cultura raffinata e per l’edificazione nazionale. Nel 1940 dichiarò in modo confidente che la televisione era "destinata a fornire una conoscenza più grande ad un numero di persone più ampio, una percezione più vera del significato degli avvenimenti correnti, una valutazione più accurata degli uomini nella vita pubblica e una comprensione più ampia dei bisogni e delle aspirazioni dei nostri simili."[18]

Non è difficile vedere le similitudini tra la percezione di Sarnoff del ruolo della televisione nella nostra società e ciò che è stato detto sulla rete. Anche se programmi di arricchimento e culturali esistono, la maggior parte del tempo di trasmissione è ora dedicato al consumismo, all’apatia politica, all’isolamento sociale e all’imperialismo culturale. Ben lontano dalla moderna Agorà, il media elettronico è diventato uno degli esempi migliori del capitalismo selvaggio. Ma ciò non invalida la sua importanza e, quando prodotti in modo appropriato, i programmi televisivi possono parzialmente raggiungere alcuni degli ideali di Sarnoff.

Richard Barbroock l’ha definito molto bene: "La rete non è che una massa inerte di metallo, plastica e sabbia. Siamo noi gli unici esseri viventi nel ciberspazio." Sì, come la maggior parte delle conquiste tecnologiche nella storia, internet cambierà in modo irreversibile la società umana, ma alla fine sarà solo un altro strumento. Il cambiamento sarà buono o cattivo? La risposta è tutte e due le cose.

Epilogo

Nel Maggio del 1998, dopo aver fallito due volte nel tentativo di offrire le proprie azioni sul mercato pubblico, la Wired Ventures vendette la sua rivista alla Conde Nast Publications Inc. per oltre 75 milioni di dollari. L’accordo non solo simbolizzava il fallimento finanziario di Wired (i soldi furono usati per pagare i debiti a breve della Wired Ventures e per finanziare le sue controparti on-line, HotWired, Wired News e il motore di ricerca HotBot)ma anche come si sarebbe dovuto intendere in futuro la rivista. L’acquirente, oltre al fatto d’essere un investitore nella pubblicazione fin dal gennaio del 1994, è anche l’editore di periodi sullo stile di vita come Vogue, GQ, The New Yorker e di Vanity Fair. In altre parole, ora è chiaro perché le pubblicità dei Jeans Armani e della BMV si adattano così bene alle pagine della rivista. Wired potrebbe benissimo avere una lunga vita, ma non sarà altro che una rivista di cibermoda per quel 2% più ricco degli utilizzatori di internet.

Il resto di noi porterà jeans senza marca, prenderà i mezzi pubblici per andare al lavoro e fronteggerà tutte le gioie e tutti i dolori della vita quotidiana. Sia dentro che fuori in ciberspazio

 


NOTE


 

(1) Il termine apparve per la prima volta nel gennaio del 1992 in un articolo del reporter del Times John Markoff. Era formato da una mescola delle parole "digital" e "letterati" (dal latino litterati). Attualmente Markoff afferma che digerati indica la "digital elite" – i potenti ingegneri, gli intellettuali della Third Wave e i potenti sensali del mondo collegato. (torna al testo)

(2) Lo spazio informatico. Il luogo nei server dei computer, geograficamente disperso collegato dalle lunghezze d'onda. Il termine fu coniato da William Gibson nel suo romanzo del 1984 Neuromante (Neuromancer) come "allucinazione vissuta consensualmente ogni giorno da miliardi di operatori legali, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati i concetti matematici... Una rappresentazione grafica dei dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce allineate nel nonspazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città, che si allontanano…"(torna al testo)

(3) Negroponte, Nicholas. Who Will the Next Billion Users Be?. Wired 4.06, June 1996.(torna al testo)

(4) Newt Gingrich’s speech to Republican National Committee on 20 January 1995. http://dolphin.gulf.net/Gingrich/1.20.95.I . (torna al testo)

(5) Dyson, Esther. Release 2.0 A design for living in the Digital Age. Viking, London, 1997. Page 6. (torna al testo)

(6) Nota dell'autore. (torna al testo)

(7) Stahlman, Mark. The English Ideology and Wired Magazine – Part One. (torna al testo)

(8) Parafrasi della frase di apertura di Marx di The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte (1852; repr. in Karl Marx: Selected Works, vol. 2, 1942). Le parole originali sono: "Hegel afferma che tutti i grandi fatti storici mondiali e tutti i personaggi si ripetono due volte. Si è scordato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa." (torna al testo)

(9) ibid. pag. 5 (torna al testo)

(10) http://www.wolfenet.com/~danfs/newt.html. (torna al testo)

(11) Nota dell'autore (torna al testo)

(12) http://www.hotwired.com/market/96/23/index1a.html. (torna al testo)

(13) Shenk, David. Data Smog: surviving the information glut. HarperCollins, New York, 1997. Pagg. 173-174. (torna al testo)

(14) Per una analisi approfondita delle strategie monopoliste della Microsoft si rimanda a Millarch, Francisco. Monopolies x Open Standards: An Abridged History of the Personal Computer Industry and its influence on the Cyberspace. 1998. (torna al testo)

(15) Per ulteriori informazioni si veda www.technorealism.org. (esiste anche una pagina italiana con i postulati base del tecnorealismo; n.d.t.) (torna al testo)

(16) Christe, Ian. Digital Dream Team Calls for ‘Technorealism’. Wired News. 12 March 1998. (torna al testo)

(17) http://www.inter.nl.net/Paul.Treanor/net.hyperliberal.html. (torna al testo)

(18) Sarnoff, David, prefazione a Lenox R. Lohr. Television Broadcasting. New York. MacGrawHill. 1940. in Shenk, David. Data Smog: surviving the information glut. (torna al testo)


© 2001 Francisco Millarch

titolo originale, Net Ideologies: from cyber-liberalism to cyber-realism

versione in spagnolo: Ideologías de la Red: Del ciber-liberalismo al ciber-realismo

traduzione italiana, Danilo Santoni


COLLEGAMENTI ESTERNI

Richard Barbrook - Andy Cameron, L'ideologia californiana