Kevin Wayne Jeter, a friend of Dick

O DELL’ABISSO


Marcello Bonati

 


Nato nel '50 a Los Angeles da famiglia d’origine ugonotta, ha fatto l’assistente sociale, svolgendo ricerche nel campo dell’AIDS, e agli inizi degli anni '70 si è laureato in sociologia al Cal State Fullerton, facendo la conoscenza di Tim Powers e James Blaylock.

Ha vissuto molti anni all'estero, a Londra e in Spagna, e a San Francisco.

Attualmente vive a Portland, in Oregon, con la moglie Geri.

Docente di narrativa, avendo conseguito un Master alla San Francisco State University, ha anche scritto le sceneggiature per i quattro volumi di "Mister E" della DC Comics, del '91.

Ha hanche lavorato nel campo della delinquenza minorile.

La sua guida spirituale fu Philip K.Dick, che ebbe modo di conoscere in occasione dei suoi primi infruttuosi tentativi di pubblicare "dr.Addler", e che poi frequentò a lungo, anche se, all’inizio, Dick, già sprofondato nella sua paranoia, lo credette una spia della CIA mandata a controllarlo.

In questo saggio, esamineremo ad una ad una tutte le sue opere che abbiamo a disposizione in traduzione; che sono, quasi tutte, dei romanzi; infatti, Jeter ha scritto solamente una manciata, di racconti, di cui solamente uno è stato tradotto, qua da noi; così come le varie novelization a, "Star Trek Deep Space Nine", "Alien Nation" e "Star Wars".

I suoi primi romanzi, degli horror, non sono ancora stati tradotti, qua da noi; il suo primo romanzo, "Seeklight" (Laser Books), lo pubblicò in Canada, nel ’75, poi, l’anno successivo, ne pubblicò un altro, "The Dreamfields" (Laser Books).

La sua prima opera che abbiamo a disposizione in traduzione è "La notte dei Morlock" (Morlock Night, ’79) ("Urania" n.1347, ed.Mondadori, ’98, traduzione di Fabio Feminò, edizione originale: (New American Library)-216 pagine + 18, 5.900 £; 

Altri contributi critici: recensione di Silvio Sosio, "Delos" n.40, ’98)

-steampunk, è la rivisitazione de "La macchina del tempo" di Wells, ad un determinato livello di lettura, ed un romanzo di disvelazione della trama oscura, ontologicamente parlando, del Reale, da un altro.

La trama, un’accumularsi di vicende una più incredibile dell’altra, oltre ogni possibile, anche remota, possibilità, è, appunto, una sorta di "La macchina del tempo 2", in cui i fatidici Morlock incontrati da quel viaggiatore nel tempo, impossessatisi di essa, tornano all’Inghilterra della fine dell’800, per conquistarla; e la lotta contro il tempo, da parte di un re Artù redivivo per impedire ciò.

Si, Re Artù; e c’è anche Merlino, e Excalibur, e Atlantide, e il Sacro Graal…; in effetti, è proprio su questi grandi feticci dell’immaginario collettivo che il romanzo è incentrato, all'accumularsi dei quali è affidato, prevalentemente, il climax dell’opera.

Ed è romanzo di disvelazione ontologica, dicevo, nel senso che accenna a quell’abisso di assoluta instabilità sul quale abbiamo costruito il controllabile e sicuro che ci consente di poter porre mano al Mondo, che già molti, fra poeti, narratori e filosofi, hanno detto; fra i quali, guarda caso, quel Philip K.Dick, di cui abbiamo detto: "Quel che sembra a voi sicuro e solido riposa in realtà su un terreno che viene eroso dal disotto.Questo vostro confortevole mondo si situa sopra un abisso di tale oscurità e disperazione…" (pag.11); "…sotto la strada ci sono meraviglie da far perdere il senno all’individuo medio che cammina sul lastricato, del tutto inconsapevole di cosa calpestano i suoi piedi.Luoghi e vie "più profondi e più antichi di quanto possiate immaginare"…" (pag.100).

Che è, in effetti, ciò che il romanzo veicola; i Morlock, annidati nel sottosuolo di Londra, dai quali gli Eroi protagonisti vanno in un bel, lungo viaggio agli inferi di davvero notevole phatos, ed il resto, sono, quindi, le rappresentazioni di quello; ad un certo punto, Jeter inframmezza al racconto una battuta buttata lì, ma che, ad una lettura attenta, fa appunto capire come quel raccontare in quella maniera, così estremamente semplice, lineare fino al parossismo del ridicolo, sia il suo tentativo di far capire, in una maniera forse possibile, ciò.

Vi si fa riferimento, classicamente, ai paradossi temporali, che, poi, qui, vanno anche a rappresentare il Caos che Artù dovrà arginare: "Il paradosso dei Morlock che divorano i loro remoti antenati è relativamente minore in confronto alla catastrofe che minaccia la Terra tramite il semplice uso della Macchina del Tempo. E questa catastrofe è l’implosione del tempo stesso…L’anno 1892 è diventato la falla attraverso cui il Mare del Tempo sta colando via….gli eventi degli anni anteriori e posteriori a questa data continuano a fondersi con la nostra epoca.Se il processo non verrà interrotto e invertito, presto tutto il tempo, dall’inizio alla fine della Terra, si concentrerà in un unico anno, poi si contrarrà in un singolo giorno, un minuto, un secondo, poi…scivolerà fuori dall’esistenza.Lasciando quell’oscuro deserto senza tempo…." (pag.50).

Il secondo capitolo, uno fra i migliori, vede il normale mondo borghese in cui era stato ambientato il primo improvvisamente, spaventevolmente trasformarsi in uno scenario di orrore e distruzione, che, verremo poi a sapere, è un luogo fuori dal tempo nel quale la Storia del Mondo sta collassando: "…tutt(a)…l’esistenza del nostro pianeta dalla sua nascita gassosa al suo fiero tuffo finale nel Sole, non sono più.Quel che vedete intorno sono le rocce e le piane dell’Eternità dopo che il Mare del Tempo è stato prosciugato.Questo è il risultato finale di tutto quell’armeggiare con il Viaggio nel Tempo….questa non è la "fine" di tutto, questo "è" tutto. L’alfa e l’omega dell’esistenza terrestre. Nient’altro che ciò in tutto il tempo, passato e presente…quando i Morlock hanno preso il controllo della Macchina del Tempo, e spedito interi eserciti a scorrazzare avanti e indietro tra il vostro secolo e i loro…Un’implosione temporale!La nostra piccola parte di universo è stata risucchiata via dal flusso del tempo fin dentro questo oscuro, immutabile abisso." (pag.40-41).

Per tornare a quanto abbiamo detto della trama, essa è veramente il susseguirsi delle vicende più illogiche, e più illogicamente sovrapposte, interconnesse, che si possa immaginare (un po’ alla van Vogt, mi vien quasi da dire!); di queste sovrapposizione, certamente la più incredibile, e divertente (e, anche, più importante per lo svolgersi degli avvenimenti), è la presenza di re Artù, che, secondo una leggenda qui riportata, non ho idea se fondata su qualcuna di…reale, risorgerebbe ogni generazione: "A ogni generazione re Artù rinasce in tempo per intervenire e neutralizzare la minaccia diretta contro gli amati ideali cristiani e umani che si incarnano nell’Inghilterra più che in un qualunque altro luogo." (pag.59).

Lo stile è fortemente influenzato dall’epoca in cui si svolge; cioè: Jeter ha voluto, e saputo, mettere insieme un linguaggio nel quale permangono forti tracce di quell’epoca; e non è certo cosa facile.

Gli arcaismi, quindi, vi sovrabbondano, anche se ho un po’ il sospetto che, in questo, qualche complicità la possa avere avuta il traduttore; che, dal canto suo, è stato, in più parti, gravemente lacunoso; costruzioni delle frasi rese malamente, sensi di parole fuorviati, oltre a veri e propri errori.

E, in quanto ad arcaismi, e fedeltà, in un certo senso, a quell’epoca, vi sono, anche, alcune riprese di espedienti letterari, di allora: "Caddi addormentato, e mi svegliai solo quando…" (pag.192), messo, poi, questo, talmente platealmente senza che ce ne sia un bisogno vero, per l’economia della narrazione, da confermare sicuramente quanto abbiamo detto.

Dopo quel romanzo, abbiamo un lungo lasso di tempo del quale non sappiamo di alcuna sua opera; infatti il romanzo "Soul Eater" (Tor), che è stato opzionato dalla Phantom Limb Productions per un film che avrebbe dovuto essere realizzato nel ’99, di cui non so dirvi nulla, e che non abbiamo a disposizione in traduzione, è dell’’83.

Il secondo romanzo che, invece, abbiamo a disposizione in traduzione, è "dr.Adder" (dr.Adder, ’84) ("Il libro d'oro" n.86 (227 + VIII pagine-22.000 £), "Economica tascabile" n.48 (249 pagine-12.000 £; le citazioni sono da questa edizione), ed.Fanucci, ’95, ‘97, traduzione di Fabio Zucchella; edizione originale: (Bluejay Books), edizione paperback: (NAL Signet, ‘85); ve ne è un estratto, dal titolo "Celebrità", in "Santerestil matt" n.0, '99; 

Altri contributi critici

"Introduzione", di Daniele Brolli, pag.5; 

"Postfazione", di Philip K.Dick, pag.245;

 recensioni di Roberto Nistri, "Il paradiso degli orchi" n.13, '96, pag.66, 

di Maurizio Bono, "Panorama" del 6/2/'97, 

di Emiliano Farinella, "Intercom" n.146/147, '97, pag.54, e in "Delos" n.28, ’97)

-da molti ritenuto il capolavoro del Nostro, riprende quello che abbiamo visto essere il fulcro del discorso del primo, sviluppandolo, però, in maniera decisamente più avvincente.

Vi si ridice, infatti, di quell’abisso, che, qui, sono i bassifondi della Los Angeles da incubo psichedelico che né è lo scenario: "…gli era capitato spesso di sentire un abisso sotto di sé, in cui avrebbe potuto cadere da un momento all’altro, come risultato inevitabile della più semplice o perfino della più intelligente delle sue azioni.Lo sentiva sempre lì presente, in attesa di scivolarci dentro, come una specie di sub-realtà sottostante il mondo, un universo alternativo che derivava (dai, assente, refuso) suoi tascabili di fantascienza fatto di merda: pianeti di feci che si muovevano intorno a stelle lunghe e marroni." (pag.81); "Ein Schlund, un gorgo, un abisso, si spalanca sotto di noi….Per tutta la vita alcuni di noi aspettano qualcosa, che arrivi qualcuno che dia un senso alla nostra esistenza, che faccia di noi ciò che abbiamo sempre sognato di essere. E invece…ce lo portano via proprio davanti agli occhi. L’abisso si spalanca e colui che aspettavamo cade scomparendo alla nostra vista.Sembra che quel precipizio sia sempre là davanti a noi, e non aspetti altro che essere dimenticato, ma poi si riapre di nuovo, inghiottendo una parte di noi…." (pag.135).

E, anche, quel dire di ciò che si può trovare frugando fra i rifiuti, o, meglio, a scendere dove, in un certo senso, la vita è più vera: "…spazzini…sballati male in arnese e…storpi che escono strisciando da Rattown (il quartiere dei negletti, n.d.a.) e si mettono a rovistare per strada in mezzo ala spazzatura…Monete, pillole, tutte le cazzate che riescono ad arraffare sul posto.Qualsiasi cosa che possano riportare nei bassifondi e vendere per un misero profitto." (pag.68); "…non tutto tace nell’abisso ….Laggiù c’è qualcosa che si muove….esistono dei livelli inferiori a questo.In quell’abisso c’è un mondo intero….Muovi il culo e vai sotto Rattown, li succedono le cose più interessanti…Sotto Los Angeles, la terra è vuota….Catacombe, labirinti, caverne, un enorme fottuto dedalo di vecchie condotte fognarie, rifugi anti-atomici, complessi residenziali sotterranei, sistemi di transito rapido abbandonati, magazzini, strati su strati di tubi e tunnel interconnessi, volte, cattedrali e abissi.Tutto sottoterra….Laggiù ci sono anche delle persone: sole o riunite in tribù." (pag.136), quest’ultimo, significativamente, da una dele rare apparizioni di KCID, il personaggio dietro al quale Jeter ha voluto nascondere Philip Dick.

È un romanzo forte; fortissimo; vi si dicono cose importanti, credo, ma molto ben celate; e che ognuno deve andarsi a scoprire, nel leggerlo; perché sono cose, appunto, difficili; e che possono essere recepite, unicamente, in modo soggettivo; oggettivamente, penso, niente.

Cose che, ancor oggi, suonano come innovative; cose scritte nel ’72; si, perche "dr.Addler", prima di riuscire ad essere pubblicato, ha dovuto subire l’ostracismo dei soliti conservatori della Cultura, che non potevano che vedervi, unicamente, un pericolo per la loro sicurezza di convinzioni stagnanti: "Prendeva le mosse laddove si era interrotta l’energia vigorosa dei racconti delle antologie di "Dangerous visions", curate da Harlan Ellison….Questo romanzo parla del nostro mondo, quindi è un romanzo pericoloso." (pagg.245-8), dice Dick nella postfazione, che, poi, è un’introduzione, datata ’79; forse per un’edizione di quell’anno che non si fece, poi, più; in essa si dice, anche, che fu proprio la lettura di "dr.Addler", propostagli da Willis McNelly, "…un personaggio molto noto nella cerchia accademica della fantascienza…" a far poi nascere l’amicizia fra i due.

Il romanzo trovò poi modo di essere pubblicato grazie all’interessamento di un altro grande della Sf di quegli anni, Barry N.Malzberg.

Le prostitute amputate, e modificate artificialmente per soddisfare le perversioni scovate nella psiche dei loro clienti per mezzo di una potentissima droga; il Visitatore, un mostro alieno precipitato sul nostro pianeta, che giace morente nelle fogne di Los Angeles, mormorando in continuazione un’implorazione di un impossibile aiuto, il sesso vorace e sfrenato di una ragazza, in quelle fogne, che sono, da sempre, il suo mondo, la ragazzina ceca, sorda, muta, e dal tatto affievolito, che entra nella Tv, con tutto, qui penso lo si possa proprio dire, il suo animo, e carpisce segreti vitali per la sopravvivenza del Bene; questo, e molto, molto altro.

A più riprese, a cominciare dalle primissime pagine, vi si cita la fantascienza ("Ecco cosa succede a leggere tutta quella maledetta fantascienza: si arriva a un punto in cui si accetta di tutto" (pag.149)), per, poi, dedicarvi un’intero, lungo capitolo (che sono assenti; solo due, grandi parti, e un prologo), dal quale si può decisamente dedurre cosa esse significhino; la carica rivoluzionaria, innovativa, che la nostra letteratura, come ben sappiamo, ha.

Mi sento sicuramente di poter, quindi, unirmi al consenso generale che ha riscosso.

Riporto alcune delle considerazioni dell’introduzione del Brolli che mi sono sembrate più significative: "Quello di Jeter è un attacco frontale al puritanesimo americano ed è radicalmente distante dalla letteratura ufficiale americana."; "…il suo punto di vista cresce dall’immaginario, ne riconosce la potenza generante, dando al devastante potere plasmatore di sogni legato al fondo biologico e ancestrale dell’umanità (quella droga che abbiamo detto, infatti, non fa, praticamente, altro che portare in superficie, appunto, gli strati più profondi, più bestiali, della persona; n.d.a.) il posto che merita nel desiderio dell’individuo di rimodellare una società non legata a entità collettive." (pag.6); "Ciò che lo (il romanzo) differenzia da queste due opere cardinali ("La mostra delle atrocità" di Ballard e "Il pasto nudo" di Burroughs) è il ribaltare la ristrutturazione sintattica in una prosa fluida, che nel suo essere narrazione romanzesca avvincente e coinvolgente (cosa che mi trova perfettamente d’accordo; è davveero difficile, una volta iniziatolo, scaccarsi dalla lettura!!) ha una forza atrocemente cronachistica."; "Jeter nel "dr.Adder" scandagglia proprio la realtà americana col suo fascio laser e ne rivela le insorgenze caotiche"; "…la tematica di un corpo non più geneticamente (e biologicamente) assoluto…Il corpo viene rimodellato grazie alla chirurgia, dotato di nuovi attributi e rimesso in circolazione…Mutilazione, perforazione, innesti prostetici, tatuaggio, body painting…tutto diviene parte di un’idea di corpo pronto ad assumere un’identità sociale non predeterminata." (pag.9); "Nel romanzo di Jeter il dottor Adder restituisce prevalenza al potere generante del desiderio, facendolo apparire eversivo anche nel caso in cui proviene dalla borghesia reazionaria dell’Orange Country, perché nasce da un insieme istintuale che si contrappone naturalmente all’ipocrisia delle convenzioni sociali…" (pag.10).

Dell’anno successivo abbiamo "Telemorte" (The Glass Hammer) ("Urania" n.1020, ed. Mondadori, ’86, traduzione di Guido Zurlino; edizione originale: (Bluejay), edizione paperback: (NAL Signet, ’86), segnalato Premio "Arthur C.Clarke" '88; 159 pagine-3.000 £)

-considerato il secondo volume di una ideale "trilogia" di cui "dr.Addler" è il primo, è una sorta di omaggio all’amico Dick, conosciuto, come abbiamo detto, grazie a "dr.Addler"; è, in pratica, come un romanzo scritto da un Dick giovane, meno incasinato di testa, e con tutta l’esperienza di chi, quelli di Dick, li ha letti; e giudicati; e capiti; la storia che vi si racconta, innanzitutto, paranoica al punto giusto, e con tutta l’ossessione religiosa di dovere, e stracolma di rimandi a questa e quella sua opera, e dal tipico finale aperto, che lascia al lettore un’abbondante (e difficile) parte di…lavoro; e quelle Amiche di Dio a cui…non piace, e che hanno, per cui, scelto di non fare all’amore, per non dare a Dio la possibilità di incarnarsi, e tornare nella prigione che è il Mondo: "…il mondo…non è altro che una enorme prigione….l’intero universo è un’immensa costruzione di sbarre d’acciaio e ingranaggi stritolanti, controllata da guardiani inflessibili; macchine che obbediscono a un guardiano, che a sua volta è una macchina." (pag.65).

Per i rimandi alle opere di Dick, vedasi l’umanità delle macchine ("La teleombra, malgrado le zampe da ragno e la torretta degli obbiettivi, ricordava lontanamente una forma umana…perlomeno quanto molte altre cose che si potevano incontrare a Los Angeles.Veniva voglia di rivolgerle la parola, pagarle da bere.Magari avrebbe anche accettato…" (pag.22), i manufatti umani eredità di un disastro passato, incombenti e minacciose: "…satellite meteorologico…(ideato per) produrre ventri e coltri di nubi e attanagliare in un clima polare il territorio sottostante… (pag.47), "…mignatta…eredità della guerra, creata dal dipartimento di ingegneria genetica dell’esercito….(fatta di) minuscole bocche viscide…" (pagg.48-49-50), l’I Ching di "La svastica sul sole", qui in versione tecnologica: "Funziona sul principio del decadimento isotopico…", la natura illusoria del fondale delle nostre vite: "…all’improvviso la pensilina fu meno affollata, come se fosse stata rimossa una tela con alcune figure dipinte." (pag.99); ma, soprattutto, la figura di Bischofsky, nella quale si proietta quella di Dick, eternamente alla ricerca di un’impossibile quadratura del cerchio, che morirà senza, appunto, aver trovato La Verità, che si simbolizza nel suo vano tentativo di capire una vetrata di una cattedrale distrutta: "La migliore disposizione possibile (dei pezzi del mosaico dei frammenti)…sarebbe una scritta a caratteri cubitali: ARRENDITI, BISCHOFSKY. Magari con una schiera di santi che gli mostravano il dito medio teso.Forse quello avrebbe interretto la spirale discendente di Dolph verso la pazzia e la morte.ESCI E DIVERTITI, a tinte contrastanti, su uno sfondo rosso fuoco.IL TUO SIGNORE È STANCO DI STRONZATE." (pag.77), e un dire abbastanza bene, come abbiamo detto, di persona che abbia letto attentamente quelle opere, e conosciuto l’autore, di quella, così oscura, sua visione del mondo, che, indubbiamente, affonda le sue radici nel più antico dei quesiti dell’Uomo: "Il mondo che percepiamo è solo l’analisi di ciò che percepiamo…quindi, che cosa abbiamo percepito in primo luogo e che cosa abbiamo analizzato?Nulla di cui si possa essere certi. Nulla, se non la domanda stessa.Nemmeno l’esistenza.Nessuna risposta…Solo la domanda….una domanda filosofica.Molto antica….buco nero epistemologico che inghiotte tutti i processi indagatori umani, lasciandoti vagare senza speranza in un mondo assolutamente empirico." (pagg.79-81); ma vi si dice, anche, di un qualcosa che già, molti, hanno intuito; che, probabilmente, la conoscenza della Realtà, implica (o implicherebbe), la pazzia; non siamo in grado di sopportarla, semplicemente: "…la risposta a tutte le domande, la soluzione dell’enigma della finestra…(poteva essere) nascosta oltre le porte della follia…" (pag.81); poiché se ciò che È ci si nasconde, ciò comporta che sia di natura malvagia: "Il processo di occultamento implicava la natura spiacevole della cosa nascosta. (pag.82).

Ma, Jeter, non si limita a questo, cosa che, in fondo, avrebbe potuto anche essere lecita, ma ne fa, anche, un romanzo suo, introducendovi degli elementi suoi originali; e, ciò, a partire da un elemento, ancora, dickiano, che deve aver trovato, come dire, anche fra le cose che lui aveva da dire, e cioè quello della memoria, come mezzo attraverso il quale si possa (?) ricostruire il proprio passato; ed è proprio sulla natura incerta della memoria, sul suo possibile, in un qualche modo, esser resa artificiale, che il romanzo si basa; e non si può non ricordare "Do Androids…": "…la caratteristica del passato ricostruito…Una volta richiamato alla memoria, reso reale, o abbastanza reale, non c’è modo di sbarazzarsene.Il normale lusso dell’oblio non era più concesso." (pag.127).

E, per il modo in cui si dice, di ciò, è, ancora una volta, un romanzo pericoloso; c’è un passaggio molto duro, in cui si smonta, con un nichilismo estremo, la rassicurante possibilità che il Bene che, in un qualche senso, entra nel nostro ricordo, abbia, effettivamente, una natura malvagia; ma, anche qui, il discorso, evidentemente, è molto complesso, e passibile delle più svariate interpretazioni; o meglio; le possibili varie interpretazioni sono molto più differenziate a seconda del modo di veder le cose dell’interpretatore di quanto non lo siano nella maggior parte dei casi; il soggettivo estremizzato che era, appunto, anche delle opere di Dick.

Ci sono dei corridori che, dalle "…rovine della fabbrica sotterranea…" (pag.9-ancora il "sotterraneo"), devono portare dei microprocessori molto speciali ("GC…circuiti elettronici in grado di replicare un particolare fondamentale dell’intelligenza umana; la capacità di commettere errori e ricavare nozioni dalla compensazione di quegli errori." (pag.34) a Los Angeles; attraversando un deserto sul quale volano delle terrificanti macchine di morte; il tutto è ripreso, e teletrasmesso nei paesi del terzo mondo, dove è lo spettacolo più seguito, distogliendo le masse dai problemi reali, cosa, quest’ultima, che determinerà lo svolgersi del finale.

Al protagonista, una Star di quello spettacolo, viene girata una biografia, nella quale, appunto, si ricostruisce la sua vita; che si interconnette col "presente" della narrazione; in un modo che dà un effetto, appunto, di straniamento, di incertezza sull’effettiva capacità, o possibilità, sua di essere in grado di farlo; anche, appunto, per la sua manipolazione da parte dell’operatore, per così dire; che vi aggiunge, inevitabilmente, del suo.

È, quindi, la "…visione gnostica del mondo…" (pag.64) di Dick ciò che, maggiormente, vi si riprende; così come, come abbiamo detto, tutta l’ossessione religiosa che lo ha accompagnato; Schuyler, il protagonista, infatti, avrà un destino decisamente insolito; avendo, per circostanze altrettanto rare, fatto all’amore con un’Amica di Dio, e avendo avuto, da quel rapporto, un figlio…diventa il Padre di Dio; e dovrà venire periodicamente ucciso, simbolicamente, da loro: "Crescevano aspettando di ucciderlo." (pag.88), dal simbolismo psicanalitico direi lampante.

In questa parte mi è sembrato di vedere delle analogie con gli ultimi romanzi di "Dick", in particolar modo con "Valis", l’ultima scena, quella dell’incontro con la bambina sacra; qui, vi è qualcosa di molto simile: "Sembrava che l’immagine di un Budda fosse stata proiettata sul volto di un bambino normale, che parlava come un adulto.Era come parlare con un alieno, pensò…se esistevano." (pag.88).

Per concludere, c’è anche una ripresa di un motivo che abbiamo visto in "dr.Addler": "…un abisso sotto di sé, in cui avrebbe potuto cadere da un momento all’altro, come risultato inevitabile della più semplice o perfino della più intelligente delle sue azioni."; qui, per così dire, ve ne è una…dimostrazione pratica: ""È così che ti fregano"…"Non per le cose gravi, ma per le sciocchezze."" (pag.45-la sottilineatura è mia).

Dell’87 abbiamo ben due romanzi, "L’ospite" (Dark Seeker) ("Urania" n.1278, ed.Mondadori, ’96, traduzione di Fabio Feminò, 200 + 8 pagine, 5.500 £; edizione originale: (Tor), finalista "Philip K.Dick" '88; 

Altri contributi critici

recensione di Eleonora del Poggio, "Il paradiso degli orchi" n.13, '96, pag.59)

e "Le macchine infernali" (Infernal Devices) ("Urania" n.1335, ed.Mondadori, ’98, traduzione di Vittorio Curtoni, 266 + 22 pagine, 5.900 £; edizione originale: (St.Martin's Press)).

Il primo è un horror, come i suoi primi, ma un horror molto particolare; infatti è, praticamente, una trasposizione, per così dire, romanzata, di romanzo avvincente, di ciò che Dick ha raccontato nel non-romanzo "Scrutare nel buio" (A Scanner Darkly, ’77).

E nel quale il demone che, tramite un gruppo di giovani esaltati, ed una droga, ha seminato morte e distruzione, e, ora, tenta di riportare tutto come a quei tempi (cancellati da manicomio e terapie di recupero), è la trasposizione di Palmer Eldritch, il demone, ancora, di Dick ("Le tre stigmate di Palmer Eldritch" (The Three Stigmata of Palmer Eldritch, ’64)); anche là portatore di morte per mezzo della droga.

L’influenza di Dick, poi, è evidente anche nel clima generale che vi si respira, nel quale la paranoia latente pare la si possa quasi respirare: "Magari…è una messinscena.Come certe altre cose." (pag.110); una paranoia, questa della sensazione che la Realtà che viviamo sia recitata su un fondale di cartapesta, che è, appunto, tutta di Dick.

E nei passaggi in cui si riprende appieno quella tecnica dei punti di vista soggettivi, di un medesimo episodio (vedi pagg.175-78).

Ma, anche qui, come abbiamo visto nel precedente, Jeter ci mette del suo; molto, del suo: quello che abbiamo individuato essere il suo tema centrale, infatti, l’abisso, qui viene trattato, quindi, non più metaforicamente, ma in maniera diretta; estremamente diretta.Cosa dalla quale scaturisce il "terribile" che lo contraddistingue; si, perché è un romanzo molto duro, forte, e, ancora una volta, pericoloso.

Quel lato oscuro dell’Uomo che in "dr.Addler" è stato trattato come abbiamo visto, infatti, qui viene metaforizzato molto parzialmente, in quel demone: "…la figura che tutti affermavano di aver visto, che sorrideva e dava loro il benvenuto nella notte trasfigurata…(dai)…denti ferini…e…occhi scuri…" (pagg.48-49), che, tramite la droga, "…spalanca…le porte di un mondo interamente trasformato…Un intero mondo segreto, sovrapposto a questo, dove Tyler (il protagonista) e gli altri erano andati in giro." (pag.49).

La droga che abbiamo detto è una creata, originariamente, per scopi militari, e dalle caratteristiche micidiali: "La natura di "pseudo-virus" della droga aveva l’imprevista conseguenza di rendere i suoi effetti apparentemente permanenti, come risultato di alterazioni di base nella chimica del cervello; la droga, in sostanza, si fondeva col sistema nervoso centrale di chiunque vi venisse esposto." (pag.37), e dagli effetti inquietanti: "…vari membri del Gruppo, alcuni a distanza di oltre duemila miglia,…(conoscevano) i più piccoli particolari degli omicidi, non appena avvenuti. " (pag.47).

Nell’evidente condanna alla droga che permea tutta l’opera, e che riprende, appunto, quella di Dick in "Scrutare…", Jeter dice: "…in maniera simile all’allucinata figura del "Mescalito" riportata da Carlos Castaneda e altri che scrivevano sull’uso del peyote." (pag.49), parlando della visione del demone, e "È la stessa solfa sull’espansione di coscienza che hanno propinato fin dagli anni Sessanta Leary e tutto il resto di quei venditori di droga." (pag.114), cosa, questa, ripetuta in vari punti, ma dai quali mi sembra si riesca a capire che dica, anche, che, quello, era decisamente tutta un’altra cosa.

Di suo, Jeter mette ancora quella sua visione del mondo odierno ossessionato dalla televisione, dai suoi spettacoli sgargianti ed annullanti, o peggio: "…spinto ai margini dei pensieri della gente dai nuovi delitti, dal nuovo sangue che ogni giorno gli scrosciava addosso dalle pagine dei giornali, usciva dagli schermi Tv accesi sui notiziari delle sei e delle undici." (pag.46), parlando della perdita di interesse per quel caso da parte della gente.

E dunque quell’abisso, fino ad ora dettoci ora più, ora meno pesantemente mimetizzato, qui non lo è più; ce lo si sbatte in faccia duro, con tutta la violenza che vi si nasconde che emerge, e si manifesta.

Davvero forti, dense di un terrificante che lo è proprio per il fatto di essere vero, le molte scene in cui si descrivono i comportamenti deliranti di personaggi in preda alla droga.

E, anche qui, c’è una figura di emarginato, un fuggitivo volontario, che, non riuscendo più a sopportare la società così com’è, ha, appunto, deciso di uscirne; e che si rivelerà essere la figura più umana, fra tutti i personaggi tremendamente angosciati e dalle coscienze in burrasca che lo abitano; ancora una volta, quindi, è andando a "frugare fra i rifiuti" che si possono trovare soluzioni, e valori positivi.

Una considerazione generale, poi, per la tecnica che vi viene adottata; è scritto, tutto quanto, come dovesse essere il soggetto di un film; già un po’ sceneggiatura: "Poteva essere sano di mente, e avere un figlio che non era nient’altro che una lapide col nome inciso in mezzo all’erba accuratamente tosata, sotto le palme che si chinavano attorno al cimitero. ("Lampo di memoria…si era svegliata per trovarlo seduto sull’angolo del letto di Eddie, a vegliare il bambino dormiente.)" (pag.174).

L’altro, "Le macchine infernali", è, come abbiamo detto di "La notte dei Morlock", un romanzo steampunk; e, quindi, anche in questo ritroviamo quella caratteristica base del linguaggio arcaico, ma con un’aggiunta che lo rende ancor più divertente; infatti, uno dei personaggi, che ha potuto scrutare a lungo nel futuro, ha acquisito un linguaggio, appunto, moderno, che, quindi, spicca vistosamente sul resto della narrazione, rendendo quel manierismo ancor più vistoso.

Per il resto, vi si racconta, anche qui, una storia che è quanto di più inverosimile si possa immaginare, e della quale, appunto, l’aspetto più divertente risulta proprio il trovarvi, ad ogni svolta, qualche altro elemento ancora più assurdo di quelli fino ad allora trovati; ma ciò che vi si dice, è, come si può ipotizzare fin dal titolo, il tema delle macchine, intese come tecnologia, che cambiano/stravolgono la vita dell’uomo. E ne mettono in pericolo la sopravvivenza.

C’è, anche, il tema dickiano dell’Uomo/macchina, ma non molto accentuato; più che altro lo si può intrasentire nei personaggi del protagonista, un riparatore di oggetti meccanici dell’’800, e del suo factotum, appunto, meccanico.

Di veramente dickiano c’è, invece, una delle trovate del romanzo, quella di un popolo nato dall’incrocio fra l’Uomo e i Selkies, una razza leggendaria: "…una razza anfibia…alla base delle varie storie e leggende sui Silkies diffuse nelle isole scozzesi." (pag.219); in essa, appunto, mi è parso di percepire degli echi dickiani, soprattutto in quel loro essere così diversi, e, in un qualche modo, sfruttati dal Sistema per scopi dei quali, loro, non hanno alcuna possibilità di controllo: "…tutti, uomini e donne, procedevano nello stesso modo, con un curioso movimento sghembo, a spalle chine; come se, a mo' di granchi, camminassero tanto di lato quanto in avanti….", oltre all’atmosfera generale che si respira nei passi in cui li si descrive: "La sensazione di vivere in un sogno mi avviluppò di nuovo." (pag.73).

Ma, a parte ciò, questo è, di quelli di cui abbiamo trattato fin’ora, decisamente il più debole; non si rimane avvinghiati alla lettura come per gli altri, e, credo di poter dire, per la forse eccessiva inverosimiglianza della trama, che facilmente, credo, possa portare ad una notevole perdita d’interesse.

La macchina infernale che può distruggere la Terra con le sue vibrazioni, creata per potersi mettere in contato con le razze aliene che popolano l’Universo ("Nei cieli!Le stelle!Intelligenze…non come la nostra, mi comprenda. Diverse, e molto più avanzate…Cose meravigliose.Ci fanno sembrare bambini nella nurcery." (pag.138), che risulterà essere il fulcro attorno al quale ruota l’intera trama, ne è un esempio.

Anche qui, poi, ritroviamo quelle riprese di manierismi della letteratura di quell’epoca, di cui, divertente, questo passaggi, un po’ sulla falsariga degli ultraclassici approssimarsi degli eroi ai vari "Castelli di Dracula": "Wetwick-risposi. L’uomo raddrizzò le spalle, sollevò lo sguardo dai sedimenti depositati nel suo bicchiere per puntarmi addosso le fessure degli occhi da un’altezza maggiore.Su entrambi i lati, e dietro di me, sentii gli altri indietreggiare di una frazione di centimetro.La sala si zittì.Ogni conversazione cessò a cerchio attorno a me, così come le piccole onde prodotte da un sasso scagliato in acqua scompaiono, e torna l’immobilità." (pag.64).

Ma poco altro.

In quell’anno Jeter pubblicò altri due romanzi, "Death Arms" (Morrigan Publications, UK, St. Martin's Press, ’88, States), l’ultimo della trilogia di "dr.Adder" che abbiamo detto, e "Mantis" (Tor), che non abbiamo a disposizione in traduzione

Nell’’88 uscì il primo dei pochi racconti che pubblicò, "The New Floor", che gli venne commissionato da Ellen Datlow per "Omni".

Dell’89 abbiamo tre romanzi:

"Uomo d’ombra" (The Night Man) ("iperFICTION", ed. Interno giallo, ’91, traduzione di Marco Pensante, edizione originale: (NAL Signet); 223 pagine, 23.000 £)

- che è, come " L’ospite", uno dei romanzi horror del Nostro, e che, come quello, sviluppa il tema dell’Abisso dall’ennesima angolazione: "…ancora più lontani nel buio." (pag.57).

E nel quale si riflette quel lavoro con la delinquenza minorile che abbiamo detto.

Vi si racconta una storia, ancora una volta, molto lineare, e dallo svolgimento molto ristretto nel tempo, che ha al suo centro la figura di questo Uomo d’Ombra, un personaggio, ovviamente, misteriosissimo, e dietro il quale si cela null’altro che il Male.

Male che, in ultima analisi, è il vero protagonista del romanzo, così come, in fondo, era in "L’ospite"; un male, ancora, molto forte, duro, rappresentato a tinte forti.

E, per la prima volta, non abbiamo, come nei romanzi che abbiamo visto fin’ora, un unico protagonista, ma due; un responsabile del turno di notte di un riformatorio, appunto, e un ragazzino di neanche dieci anni, Steven, che ha un dono che, più che altro, è una maledizione: vede, infatti, eventi che devono ancora accadere, ma, sempre, eventi violenti, di morte: "Steven li fissò entrambi, poi volse di nuovo lo sguardo nel buio.Le sagome, strade e palazzi, non sfrecciavano più, e il bagliore rossastro del semaforo di fronte a cui Mick si era fermato bagnava l’asfalto.Poi quel bagliore salì, come per vita propria, su per il radiatore e il cofano di un’altra macchina che si era fermata nella corsia vicina, accostando al marciapiede. Steven guardò l’altra auto, nera e bassa, simile a un foro ritagliato nella notte, di un nero più scuro del buio.Non vedeva il guidatore oltre il parabrezza scuro, soltanto un’ombra al volante.In sottofondo al frastuono lagnoso della radio sentiva il mormorio del motore, debole, in attesa….Fuori, nella notte, la portiera dell’altra macchina si aprì’.Steven guardò il guidatore uscire in strada….Se ci fossero state altre macchine all’incrocio, con le luci dei fari che arrivavano dall’altro senso, forse sarebbe riuscito a vedere in faccia il guidatore.Ma c’erano solo l’auto di Mick e l’altra fianco a fianco, e le luci dei fari ricadevano nel buio senza svelare niente. Mick e Kris (la sorella di Steven) non videro neanche l’uomo che faceva il giro della sua auto e veniva verso di loro. Steven lo vide, e rimase a guardare, trattenendo il respiro per diventare di nuovo silenzioso e invisibile (agire caratterizzante il personaggio; che si fa piccolo, vuole scomparire).L’uomo della macchina nera raggiunse la portiera di Mick e si allungò verso la maniglia….Poi la macchina fu di nuovo silenziosa, e le urla di Kris e Mick si allontanarono.Nel medesimo nulla di poco prima…Mick…Niente più sangue, il solito volto largo, gli stessi occhietti cattivi.Al suo fianco, Kris si tormentava una delle unghie finte.Sembrava annoiata." (pagg.25-26); "La prima volta che aveva visto la macchina nera, quando si era affiancata a quella di Mick, aveva capito.Stava per succedere qualcosa.Era là per quello.Loro non l’avevano vista, erano troppo stupidi per vederla. Finchè non era stato troppo tardi." (pag.66); e "Disteso sul sedile posteriore, dove l’altro non poteva vederlo, Steven immaginò il sorriso sul volto di Dennie, quel gran sorriso cattivo, come se si stesse già gustando il divertimento che avrebbe provato….Dennie si interruppe quando il braccio dell’uomo esplose descrivendo un arco che partiva dal volante.La mano dell’uomo volò alla gola di Dennie, afferrandogliela con forza. L’angolo del pollice e dell’indice sbattè contro la mandibola di Dennie, gettandogli indietro la testa….Steven si alzò dal sedile. A guardare.Il mondo all’interno dell’abitacolo si restrinse ancora di più fino a spingerlo contro gli altri volti….Poi il pugnale calò.Il punto di luce precipitò verso il basso e la parola che ribolliva in gola a Dennie si tramutò in un urlo, un urlo soffocato nel silenzio, solo un sibilo di choc e dolore.Il volto di Dennie si contorse, gli occhi serrati, le labbra tirate sui denti.La mano dell’uomo strinse più forte la gola di Dennie, e le urla morirono tra le dita che affondavano nella carne molle.Qualcosa di caldo bagnò la mano di Steven….La mano gli rimase stretta sul coltello che scivolava fuori dal petto di Dennie, e il liquido luminoso schizzò in alto, verso di lui…

Fu il grido a risvegliarlo." (pagg.136-7-8-40); "L’ultima volta, quando si era trovato dentro la macchina nera, quando aveva visto tutto quello che succedeva, il coltello e la faccia di Dennie, e la propria mano stretta sul coltello…era stato tutto un sogno.Lo aveva pensato nel risvegliarsi, all’interno del buio della camera da letto.Un sogno vero, reale.Ma non vi si era trovato nella realtà.Nei sogni la gente vedeva cose che accadevano veramente ma non esistevano; lo sapevano tutti.Ma in quel momento, mentre guardava l’uomo della macchina nera, non era più sicuro di saperlo.Il modo in cui si era sentito nel sogno, quello spazio angusto che gli si stringeva intorno, il piccolo mondo d’ombre che si muoveva e lo fissava…di nuovo gli si chiuse addosso, proprio come nel sogno.Ma sapeva di non sognare….Si sentiva strano, come se quell’altro mondo, quello più grande, si fosse ribaltato per sfuggirgli da sotto i piedi, come sabbia trascinata via a una spiaggia dalle onde." (pagg.156-7).

È, questo, senza dubbio, il vero elemento di Novum del romanzo, l’unico che lo renda fantastico; per il resto, è una magistrale narrazione di uno spaccato d’America vera, fatto di miserie, materiali e morali, fra le quali i personaggi paiono aggirarsi come in un incubo dal quale non riescano a svegliarsi; vedi i ragazzi coi quali Taylor, l’uomo del riformatorio, ha a che fare ogni notte: "…maschera di gelido stoicismo e di indifferenza a qualsiasi cosa accadesse." (pag.111).

A dir la verità c’è, anche, un momento in cui Steven sembra posseduto dall’Uomo d’Ombra: "Mick tirò un manrovescio a Steven con la mano libera, e per poco non perse l’equilibrio seguendo il braccio.Il colpo rimbalzò sulla spalla di Steven come se lui non lo sentisse nemmeno." (pag.182), ma non molto rilevante.

Di importante, invece, c’è il ritorno del tema dei Mass-Media come droga dei poveri, che avevamo visto meglio in "dr.Addler": "A volte si svegliava in piena notte, si alzava dal divano su cui si stendeva in compagnia della luce azzurrina del televisore e del rumore sarcastico e martellante che la inondava come una marea perpetua, che una volta spente tutte le luci riempiva la stanza fino agli angoli….E la TV era ancora accesa, con il ciarlare dei faccioni ridenti…" (pagg.43-44); "C’era da chiedersi dove andassero a tirarle fuori, le famigliole felici della Tv" (pag.81), quest’ultima nel dire di quello sfacelo socio-psicologico che dicevamo.

In generale, comunque, Jeter, in questo romanzo, prosegue, appunto, il suo discorso sull’Abisso; infatti l’Uomo d’Ombra penso che non lo si possa che vedere che come il concretizzarsi, il materializzarsi, dei desideri inconfessabili di Steven, il ragazzino che subisce ogni sorta di angheria da parte di ragazzi più grandi di lui, adolescenti sui quali, appunto, si scatena la violenza distruttrice di quello; detto in un altro modo, dunque, quello che aveva detto in "dr.Addler" e "L’ospite".

E, anche, di quelli di Taylor; che, quando era piccolo, si capisce essere stato un altro Steven; e, in ultima analisi, quindi, della persona a cui tocchi in sorte di dover sopportare cose di questo genere per pura cattiveria; ecco; il vero tema del romanzo è il sadismo, lo sfogo rabbioso ed incontrollato delle proprie pulsioni finalizzato unicamente al divertimento del momento, senza neppure un pensiero a quelle che potrebbero esserne le conseguenze.

E, a questo punto, penso che non possa passare per la mente l’ottimo contraltare filmico di ciò, il "Carrie" di Brian De Palma.

In qualche modo, penso che Steven sia Dick, e Taylor Jeter; la persona più a posto di testa, meno fuori dal mondo reale, ma con lo stesso tipo di problemi.

Che va in aiuto, rimanendo incompreso, senza riceverne gratitudine, ma solamente una spaventata impossibilità a dare fiducia.

 "L'addio orizzontale" (Farewell Horizontal) ("Urania" n.1181, ed.Mondadori, ’92, traduzione di Paola Andreaus, edizione originale: (St.Martin's Press); 168 + 8 pagine, 5.000 £)

- che, invece, è una sorta di riscrittura di "Ubik", una riscrittura con quella caratteristica che abbiamo visto essere di queste rivisitazioni di Jeter dei temi dickiani; resa per mezzo di una trama avvincente, innanzitutto, che tira dentro il lettore, e molta meno angoscia, più distacco.

Qui, infatti, quel ritrovarsi dei personaggi in un luogo "fuori" dal mondo normale, che è anche, come certo saprete, di molte altre opere del grande di Chicago, avviene solo dopo molta narrazione, avventurosa, avvincente, appunto, nella quale si descrivono degli accadimenti quotidiani di una Realtà di cui non si danno informazioni; e che, pertanto, risultano assolutamente fantastici; la diversità di questo luogo è accentuata al massimo, evidentemente per far intendere che è esattamernte quello di cui si vuole dire; un Cilindro, posto in uno spazio la cui dislocazione ontologica è, appunto, assolutamente oscura: "…al di là non c’era nulla; lo sapevano tutti.Non c’era il fondo del Cilindro.Solo il nulla, il Nulla…" (pag.95).

A proposito di ciò si dice anche, nel dire di una mappa, di quel luogo, una cosa che ho trovato particolarmente divertente, per il suo accostarsi al…reale: "…vi erano anche piccole macchie che partivano dalla cima dell’edificio e s’ingrandivano verso il basso, fino ad immergersi nel grande spazio sconosciuto sotto alla barriera di nuvole.Qualcuno aveva disegnato piccole figure infantili, con corna e forconi, che danzavano ai margini della mappa." (pagg.64-5); "hic sunt lerones"!!

L’Abisso di Jeter, quindi, qui è proprio questo spazio sconosciuto, in cui si celano entità misteriose e terribili, che sanno: "Noi vediamo solo questo lato, noi conosciamo solo questo lato….-Noi ne sappiamo…qualcosa!…Non vogliamo sapere quello che c’è dentro…dove c’è il buio!-Buio!Buio!Anche tu!Buio!" (pag.28).

E poi, un po’ come in "Le formiche elettriche" (The Electric Ant, ’69), il protagonista…taglia i fili della realtà, e si ritrova…fuori; e, là, fa incontri incredibili, e comincia a pensare a che cosa sia, il luogo in cui ha sempre vissuto, senza farsi mai troppe domande: "…non vi guardate nemmeno intorno; non l’avete mai fatto….Se c’è qualcosa che non sai, ti limiti a dire prima della Guerra e sei a posto.Non sai niente nemmeno di questa famosa Guerra…è solo il modo più comodo per liberarvi di tutto quello su cui non volete riflettere….Il Cilindro è stato costruito per una ragione: la sua costruzione e quello che vi succede e va contro ogni legge di fisica…Forse tu ti limiti a pensare che lo "hanno fatto".Forse lo hanno solo costruito per farti credere che esista un edificio grande come il mondo, sia che tu viva all’interno o all’esterno." (pagg.145-6).

E, il finale, aperto, come per buona tradizione dickiana, non ci dice nulla, di che cosa, e dove, sia, quel luogo; che, certo, non è quella, la cosa importante; ma quella di sollevarla, la questione ontologica, di far riflettere su quanto poco, in effetti, si rifletta (o, forse meglio, si voglia farlo), sulla natura ontologica del luogo dove viviamo, che diciamo Reale: "A cosa servirebbe?Continuare a pensare a scemenze simili non mi servirebbe a risolvere i miei problemi….-Ti correggo-Sai (uno dei nomi significativi che costellano la narrazione di Jeter) gli puntò un dito contro-Avevi tutti i problemi che hai voluto. Voluto, ragazzo mio.Ti piaceva averne, così non avevi tempo per pensare ad altro, a tutte le cose molto più importanti che avete dimenticato." (pagg.145-6).

Oltre alla solita paranoia dickiana, qui peraltro presa un po’ più alla leggera, quasi a sorriderne, ci sono degli abitanti, del Cilindro, davvero particolari; degli Angeli, nei quali si riverbera la figura del debole, dell’ingenuo, ma che porta in sè la bellezza, proprio per il fatto di essere puro, non contaminato dalle bassezze della vita comune.

Quindi, è lo gnosticismo di Dick il vero tema, o, comunque, ciò di cui si vuol dire, in questo romanzo; la paura, e l’attrazione, verso la Conoscenza; la sua utilità al vivere; mi pare di poter dire che si voglia dire che, essa, possa essere utile al vivere quotidiano, che, cioè, maggiori informazioni si hanno del luogo in cui siamo, più vi ci possiamo muove meglio; e che, comunque, sia, in ultimo, solamente una paura ancestrale a trattenerci dal riflettervi troppo.

E "Terra di morte" (In the Land of the Dead) ("iperFICTION", ed. Interno giallo/Mondadori, ’94, traduzione di Antonella Pieretti, edizione originale: (Morrigan Publications, UK, Signet Onyx, States); 262 pagine, 30.000 £)

- un altro dei suoi horror; ciò che lo contraddistingue direi che sia il suo essere quasi interamente maenstream, con un solo elemento di fantastico, centrale certo all’economia della trama, ma non a quella di ciò che vi si vuole dire.

Vi si racconta, infatti, di un bracciante di una coltivazione di arance nell’America più ottusamente retriva e lontana da tutto ciò che è civilizzazione che, purtroppo, è tremendamente reale.

E del suo andarsi ad impegolare in una brutta storia di omicidio e furto, che lo farà precipitare in un abisso molto più oscuro di quello in cui credeva già di vivere: "…aveva sentito, proprio in quel momento,…che un mondo gli si era chiuso alle spalle e che lui era entrato in un altro." (pag.207).

E, questo, seguendo la pazzia di una donna, là perché fatta uscire da un manicomio, così come lui da una prigione, dal proprietario, che ha uno strano (e terribile) potere; riesce ad andare dentro ai morti; alle mosche, morte, ai gatti, morti, ma anche alle persone; e a farli muovere, e carpir loro i segreti che credevano di essersi portati fino alla tomba.

Ma, come ho detto, se, questo, è sicuramente ciò che fa di questo romanzo il solito, ottimamente intrigante romanzo di Jeter, ancora una volta ciò che vi si dice è ben altro, ed è, sicuramente, qualcosa che si poteva, ed è stato detto infinite altre volte, dire con un romanzo puramente maenstream; ed è, come si potrà capire, ancora una volta la miseria etico-morale di certa violenza, qui quella sociale, di questi signorotti che gestiscono la legge ed il territorio come se, attorno a loro, la civiltà, quasi, potesse essere lontana migliaia di chilometri, ed ere storiche; e che, purtroppo, lo riescono a fare; e lo fanno.

In quella terra di morte, in quel: "…posto tranquillo come la morte…" (pag.137), quindi, si perpetrano i delitti più incredibili, le sopraffazioni sociali più impensabili, o che, perlomeno, lo dovrebbero essere, oggigiorno; c’è, ovviamente, il Ku Klux Klan, e il delitto che vi viene descritto per intero, è l’omicidio di una sorta di sindacalista autodidatta e completamente isolato che, in quell’ambiente, non poteva che fare quella fine.

Dunque, il tema dell’Abisso viene qui ripreso, e quello che aveva già detto in maniera decisamente più velata, lo esplica in maniera decisamente più completa; è, quindi, una decisione avventata, un lasciarsi andare, sviare, dai propri principi, ciò che può far cadere l’Uomo nell’Abisso; un Abisso che si rivelerà, contravvenendo a quelli che erano i suoi convincimenti, molto più terribile di quanto lo si fosse paventato: "…forse, in quel mondo, sarebbe sempre stato così; era un mondo contratto, in cui si stava sempre insieme alle cose morte….Facevi semplicemente parte di quel mondo, ora, un mondo in cui era sempre buio…" (pag.207).

Ciò che colpisce maggiormente, è la straordinaria abilità di Jeter a rendere quell’atmosfera di terrore, il contrasto fortissimo fra l’estrema povertà e la sfrontata prevaricazione violenta, che si riesce a respirare quasi si fosse là, in quei campi di arance.

In quell’anno ne pubblicò anche un altro, "Alligator Alley" (Morrigan Publications), con lo pseudonimo di Doctor Adder, e in collaborazione con Mink Mole, pseudonimo di sconosciuto.

Del ’90 abbiamo solamente il racconto "La prima volta" (The First Time) (in "Fantasex" (Alien Sex, ’90), a cura di Ellen Datlow, "IperFICTION", ed.Interno Giallo/Mondadori, '93, (34.000 £), "Bestsellers Oscar" n.705 (14.000 £), "Millemondi estate 1998", "Millemondi" n.15 (9.900 £; la citazione è da questa edizione), ed.Mondadori, ’96, ‘98, traduzione di Nicoletta Vallorani; finalista (4°) Premio Locus ’91; 16 pagine, pag.79, 79, 103), del quale l’autore ci dice essere, in effetti, una delle pochissime sue prove sulla breve distanza, unica, fino ad allora, oltre al racconto che abbiamo visto; ed è, visto il tema dell’antologia in cui è raccolto, un racconto, appunto, sul sesso alieno; ma, forse meglio, sul sesso…alieno, in quanto non è certo una storia di Sf, ma come uno spezzone di uno dei suoi horror; nel quale, all’inizio, sembra di sentire di una normalissima iniziazione all’amore fisico nel più classico dei bordelli, ma che, poi, si trasforma in qualcos’altro, qualcosa di terribilmente alieno, appunto, di completamente altro da ciò che il sesso è, in qualcosa con molta violenza, sangue; e niente, o pochissima, tenerezza.

Sempre l’autore ci dice che lo ha scritto per avere qualcosa da leggere ad una convention nella quale gliel’avevano chiesto, poiché: "…odio leggere estrati da romanzi…" (pag.119).

Del ’91 abbiamo un solo romanzo, "Madlands: terre impossibili" (Madlands) ("Urania" n.1263, ed.Mondadori, ’95, traduzione di Piero Anselmi, edizione originale: (St. Martin's Press); 168 + 22, 5.500 £), della serie dei suoi romanzi di Sf sull’orma di Dick, o, in un certo senso, su Dick.

Di dickiano, infatti, c’è moltissimo, a partire dall’assunto di base su cui si basa; siamo in un mondo, una realtà che è in uno spazio nel quale: "Quando…avevano avuto inizio, erano nate, non c’era nulla.Proprio nulla, niente di niente.Spazio senza dimensione, forma informe, luce senza percezione, oscurità che partiva da dentro il cranio e poi usciva e andava a spasso." (pag.20); uno spazio, in un certo senso, virtuale, venutosi a creare per un incidente distorsionale, nel mondo dello spettacolo, davvero molto dickiano: "…un’arma (definita in questa teoria la "bomba realista" ("eXistenZ"???!!!)) aveva aperto un buco nell’universo.Il buco forse non era un buco fisico, ma neurofisiologico; il buco si trovava nel sistema percettivo sensoriale collettivo.La bomba era esplosa lungo le nostre colonne vertebrali.Forse la bomba stava ancora esplodendo…" (idem).

Per il quale, si crea, appunto, questo luogo della psiche, una Los Angeles che è solamente la concretizzazione, in un certo senso, di tutti gli stereotipi del mondo dello spettacolo: "Una Los Angeles della mente-ecco cosa era rimasto impresso sulla tabula rasa delle Madlands." (pag.21), nel quale: "…la percezione era proprio la realtà…" (pag.18).

E dove la realtà è, effettivamente, un’altra: "…la realtà percepita normalmente…è un sottoinsieme estratto dall’insieme più grande di tutte le realtà possibili.Il normale sistema percettivo è un filtro che esclude tutte le altre realtà e lascia passare solo la realtà comunemente percepita." (pag.38), e che ha una sorpresa, per chi decida di andarci a stare: "Le proprietà…(delle) Madlands…la perdita di discriminazione strutturale, subentrano in modo massiccio. I filtri del sistema percettivo cominciano a guastarsi.Questo fa sì che gamme sempre più ampie di altre realtà vengano percepite." (idem).

E nella quale, se ci si rimane per troppo tempo, si prende una malattia che ha un effetto devastante, sull’organismo; vi si perde: "…ciò che permette a un individuo di organizzare la realtà, e la propria esistenza in questa realtà, e di mantenere la percezione generalmente condivisa della realtà." (pag.64-la sottolineatura è mia).

Sembrerebbe una trasposizione dell’effetto devastante delle droghe pesanti; e, visto il risaputo uso di esse, da parte di Dick, ciò non è del tutto sbagliato; vi si fa, anche, come si era già fatto in "dr.Addler", un riferimento alla cultura psichedelica degli anni ’60: "…in una prospettiva storica, questa potrebbe essere definita "espansione della coscienza", un fenomeno propagandato con certe neurodroghe tanto, tanto tempo fa." (pag.39).

Ma, qui, ciò di cui Jeter vuol dire, più che della droga, è dei mass-media; del loro essere un po’ la droga dei poveri, attraverso la quale le cosiddette masse si inebetiscono fino a rendersi sufficientemente sopportabile la vita; una sorta di ampliamento di quanto incominciato a dire in "dr.Addler".

In quel mondo vi sono delle semi-persone che vanno in giro a portar via a quelle reali la loro capacità di tenere assieme la realtà, e Jeter, nel dire di loro, dice: "Il vostro migliore amico avrebbe potuto essere uno di loro, e sedere accanto a voi sul divano guardando la televisione, assorbendo continuamente la vostra essenza umana." (pag.65), che, mi pare di poter dire, voglia significare proprio la disumanizzazione che i media possono poter dare; e, poi: "Echi e fantasmi; il mondo ne era pieno….nel mondo reale, o in quello che passava per tale da quelle parti…" (pag.69-le sottolineature sono mie); ma, soprattutto, fa un discorso molto chiaro, anche se molto mimetizzato, sul tipo di potere che la possibilità di spacciare quella droga dei poveri ha: "…la linfa vitale dell’anima…che consentiva ai frequentatori delle Madlands di organizzare la realtà interna ed esterna, quella sostanza invisibile veniva…venduta all’unica persona a cui tale sostanza serviva in modo particolare per un uso particolare….La capacità di Identrope (il Signore delle Madlands, dal nome, ancora una volta, significativo) di controllare la realtà all’interno della zona aumenta via via che la capacità degli altri…diminuisce….Identrope…poteva trasformare il caos innato della zona in una realtà di sua scelta…un paesaggio urbano in cui…agiva con estrema efficienza come archetipo collegato ai pensieri e ai ricordi della gente…(e) si assicurava un rifornimento costante di adepti per la sua chiesa, convertiti disposti a tutto pur di evitare gli stadi terminali multicancerosi della fomazione-n (la malattia di cui abbiamo detto)" (pag.66).

Brolli, nella sua introduzione a "dr.Addler" dice, a proposito di questo romanzo, delle cose che mi paiono pienamente condivisibili: "C’è un’espansione delle aree di coscienza molto simile a quella delle droghe psicotrope, e i nuovi mondi acquisiscono un diritto di cittadinanza nel nostro sistema nervoso.Tutto può accadere nelle Madlands, e tutto è vero.La realtà comune diviene indistinguibile da quelle percepite, e perciò non più privilegiata, e da origine a fenomeni cancerogeni che partono dalla schizofrenia neurale…prevale il senso della contemporaneità e del palinsesto: tutto accade o viene visto in diretta, non ha storia, solo programmazione.E quanto dà senso e organizzazione alla vita della gente è proprio la rete della comunicazione televisiva, il suo diffondersi e assorbire le esperienze delle persone" (pagg.6-7).

E torna il tema jeteriano della possibilità di trovare cose preziose andando a rovistare fra i rifiuti, qui col ritrovamento, in una discarica, di, addirittura, un missile sofisticatissimo, attorno al quale ruota la trama del romanzo; andando a frugare fra la letteratura di massa, popolare, si possono trovare dei capolavori che dicono molto; mi pare evidente.

E tornano, anche, quei membri del Ku Klux Klan che abbiamo visto nel romanzo precedente, che, qui, viene, praticamente, citato: "…la funzione originale del Klan era stata quella di organizzazione terroristica appoggiata dai ricchi proprietari terrieri per tenere al loro posto i poveri lavoratori agricoli e impedire che lottassero per una paga migliore e condizioni di lavoro migliori." (pag.143).

Di temi dickiani, oltre a quello macroscopico che abbiamo detto, se ne toccano anche altri, tipo quello dell’umanizzazione di personaggi per il solo fatto di…amarli, poi, in ultimo: "…più diventava umana, più ogni altra cosa diventava difficile e complicata…A poco a poco, per quanto mi rincrescesse, la stavo umanizzando." (pag.20); "Stavi diventando sempre più reale, tu.Forse adesso sei abbastanza reale." (pag.166).

E, l’inconsistenza delle Madlands, che, nel finale si verrà a capire, ricorda molto quel discorso che Dick fece nel ’78, "Come costruire un universo che non cada a pezzi in due giorni" (How to Built a Universe That Does't Fall Apart Two Days Later,'85): "Posti con abbastanza sostanza propria da rimanere un po’ più a lungo…" (pag.165).

E, poi, c’è un personaggio (uno dei più importanti, dopo "il" protagonista), uno di quei diffusori della malattia, che si chiama D, e che, ad un certo punto, fa andare, il protaginista e la storia, in una sorta di universo parallelo, nel quale sono proiettate le sue, di idee, di fantasmi interiori, che, fra l’altro, è una delle parti migliori del romanzo; e nel quale mi sembra di poter dire che Jeter abbia voluto proiettare Dick stesso.

Oltre a questi elementi dickiani, che abbiamo imparato essere costanti, nell’opera del Nostro, mi pare che in questo romanzo ci siano anche degli echi ballardiani; oltre a quei: "…sistema percettivo sensoriale collettivo." e quel "…Los Angeles della mente" che abbiamo visto, il finale ha, mi sembra di poter dire, un certo qual riecheggiare temi ballardiani, con quell’esplodere, nel cielo virtuale delle Madlands, di quel razzo, che riporta la gente alla consapevolezza di sé; a vedere al di là del muro; crollato.

La narrazione, piena zeppa di trovate divertenti, ed incredibilmente originali, che, assieme alla solita, indiscutibile bravuta del Nostro a saper raccontare, rendono anche questo romanzo intrigante come veramente pochi romanzi di Sf sanno essere, comincia un po’ stentatamente, dando l’impressione che l’autore stesso abbia in mente cosa dire, ma che non riesca trovare il come, ma, poi, quasi improvvisamente, prende il volo; e si comincia a viaggiare veramente forte, fra avventura una più incredibile dell’altra, ma di una credibilità, consistenza, psicologica, che ce le fanno vivere come se fossero le più normali possibili.

Perché dicono di sentimenti, pensieri, questioni, vere; verissime.

Per finire, riporto questo passo, ad esempio della qualità della prosa del Nostro, che, in alcuni momenti, raggiunge, appunto, vertici veramente superlativi: "Quel posto era la mia casa.La mia terra, la mia zona, il mio territorio, il mio ambiente.Sottile come cartone, solubile in acqua, nemmeno reale innanzitutto, e nessuno pretendeva che lo fosse.Un’imitazione di un’imitazione.La fotografia di un miragio.La vera Los Angeles del passato era un luogo in cui il nome di ogni strada era scritto sull’acqua, e l’acqua stessa doveva essere pompata da qualche altro posto, qualche posto reale perfino nella morte disidratata.Quando l’acqua era finita e le guerre erano cominciate, e dopo che la sabbia si era depositata sull’asfalto e il cemento, l’unica cosa rimasta erano le immagini chiuse negli archivi.E nella testa della gente.Sogni che salivano a spirale dalla memoria muta." (pag.94).

Ma, in quell’anno, pubblicò un altro dei suoi pochi racconti, non so se uno di quelli che abbiamo visto o un altro, antologizzato in "A Whisper of Blood-18 Tales of Vampirism", a cura, ancora, di Ellen Datlow (Dell).

Nel ’92 pubblicò ben tre dei suoi pochi racconti, "Blue on One End, Yellow on the Other", in "Midnight Graffitti", a cura di James Van Hise e Jessica Horsting, (Warner Books), "Rise Up and Walk", in "Still Dead", a cura di John M.Skipp (Mark V.Ziesing), e "True Love", in "The Year’s Best Fantasy and Horror, Fifth Annual Collection", a cura di Ellen Datlow e Terri Windling (St.Martin’s Press), quest’ultimo finalista (17°) al Premio Locus ’92.

Nel ’93 pubblicò il romanzo, "Wolf Flow" (St. Martin's Press), che non abbiamo a disposizione in traduzione, e tre novelization, "Dark Horizon" (Pocket Books), di "Alien nation 2", "The Siege" (Pocket Books), in collaborazione con Peter David), e "Bloodletter", di "Star Trek: Deep Space Nine" 2 (Globe Fearon) e 3 (Pocket Books), anch’esse non ancora tradotte, qua da noi.

Del ’94 è il suo racconto "Black Nightgown", antologizzato in "Little Deaths-An Anthology of Erotic Horror" (Orion), ancora a cura di Ellen Datlow, poi riedita nel ’95 dalla Millennium, e nel ‘96 dalla Dell.

Del ’95, abbiamo "Blade runner 2" (Blade Runner 2-The Edge of Human) ("I romanzi", "Best seller" n.78, anno 9°, ed.Sonzogno, ‘97, ’99 (le citazioni sono dalla seconda edizione), traduzione di Sergio Mancini, © '95, by The Philip K.Dick Trust, edizioni originali: Gb: (Millennium); States: (Bantam Spectra), diritti ceduti nel '94; 322 pagine, 29.900, 9.900 £; 

Altri contributi critici

recensione a "Blade Runner 2: The Edge of Human", di Ian Kaplan, "Intercom" n.146/147, '97, originariamente apparso 2, ‘96, pag.59, "Parola di Bantam", idem, pag.59; 

"Blade runner II, la vendetta", di Carlo Formenti, "Corriere della sera" del 12/3/'97; 

"Blade runner sono io", intervista raccolta da Giulio Cederna, "l'Unità" del 10/8/'97;

 recensione di Silvia Bernardini, "Future shock" n.32, 2000:)

- un seguito, come ci dice l’autore, un po’ di "Cacciatore di androidi", il romanzo di Dick, ed un po’ del film di Ridley Scott: "…Blade Runner 2: The Edge of Human si sarebbe basato sulla storia come la conosciamo dal film….il film sarebbe stato la base a cui tutto in Blade Runner 2 avrebbe fatto riferimento.Allo stesso tempo mi sono impegnato a che Do Androids Dream of Electric Sheep? Fosse, nei limiti del possibile, un’influenza per Blade Runner 2.Il film sarebbe stato il sole, la forza gravitazionale principale attorno a cui orbita il seguito.Allo stesso tempo il romanzo sarebbe stato una specie di influenza lunare…è questa attrazione minore che imprigiona e da forma al seguito." (Un’intervista con K.W.Jeter", "Intercom" n.146/147, ’97, pagg.61-2)

Vi si racconta una storia che, come abbiamo ormai capito, non è affatto la cosa importante, che parte proprio da dove il film finiva, cioè da Deckar e Rachel fuggiti da Los Angeles, e che è incentrata su quel fantasmagorico sesto replicante di cui si accenna ad un certo punto del film stesso.

Ma, ciò che vi risalta maggiormente, è il suo essere, ancora una volta, un atto d’amore verso Dick, verso quel suo sentire così tormentato che Jeter ebbe modo di vivere così da vicino.

Innumerevoli, infatti, i passaggi nei quali si riprendono scene clou del film, facendole rivivere nell’immaginazione del lettore, una per tutte quella, bellissima, del finale, qui, in un certo senso, uguale e rovesciata, ad esemplificare il dilemma uomo/replicante che sta alla base dell’opera.

Dilemma su cui Jeter dice molto, sviluppandolo ed ampliandolo come abbiamo visto ha fatto a riguardo di altri temi dickiani, in altre sue opere, dando modo di poterlo guardare, per così dire, da altre e successive angolazioni: "Le macchine Voigt-Kampff, i test, quelle capacità tipiche dei cacciatori di replicanti…scovano e valutano qualcosa che in realtà esiste.Si chiama empatia….la capacità di provare.Di provare quello che prova un’altra creatura.Gli umani ce l’hanno. I replicanti no.Non allo stesso grado…non abbastanza…" (pag.82).

L’ambiguità umano/replicante è resa, nella trama, basilarmente dal dubbio continuo sull’identità dei cacciatori di replicanti stessi, che, di volta in volta, vengono a sapere di esserlo loro stessi, finendo poi per crederci.

Dal romanzo Jeter recupera quell’elemento del mercerismo, una religione sorta in quel futuro, basata sul dolore ed il sacrificio (anche umano), che nel film era stato completamente omesso; ma, forse, un po’ troppo sommessamente, in un’unica scena non molto importante per l’economia della trama.

Una cosa, invece, mi ha particolarmente colpito; in molti dei romanzi precedenti, anche se non l’ho evidenziato, ci sono scene nelle quali un uomo fugge, inseguito da svariate folle urlanti e per nulla bene intenzionate nei suoi confronti; qui, parlando di quel rovesciamento blade runner/replicante, si dice ciò: "Come lupi addosso a un coniglio….Il cacciatore non può lamentarsi quando diventa preda.Ora scoprirà come ci si s-sente (difetto di pronuncia di un perdonaggio).A scappare per salvare la pelle.A essere spaventato.Vivere nel terroreIn questo consiste…vivere come uno schiavo." (pag.99), con un’evidente riferimento alle ultime parole dell’ultimo replicante del film.

Forse un po’ troppo di cassetta, un po’ troppo stiracchiato, contiene però alcuni (non molti, a dire la verità), di quei pezzi di bravura che si possono trovare molto più abbondanti, come abbiamo visto, nelle altre sue opere.

E "Blade Runner-La notte dei replicanti" (Blade Runner: Replicant Night) ("Il libro d'oro" n.94, "Economica tascabile" n.82, ed.Fanucci, ‘97, ’98 (le citazioni sono dalla seconda edizione), traduzione di Gianni Montanari, © '96, by Philip K.Dick Trust, edizione originale: (Bantam Spectra); 312, 375 pagine, 25.000, 12.000 £; 

Altri contributi critici: recensione di Steven.McDonald, "Intercom" n.146/147, '97, pag.60)

- detto anche "Blade runner 3", visto che, in effetti, è il proseguimento di "Blade runner 2", che riprende là dove quello era finito come se non ci fosse, di fatto, interruzione alcuna; ma le diversità, fra i due, sono notevoli, come sembra volerci dire anche l’autore stesso: "…quelli erano stati altri tempi.Un altro mondo-alla lettera-e un’altra vita, anche se tutto era accaduto poco più di un anno prima." (pag.27); innanzi tutto questo si equipara molto di più a quello che è il parametro, per così dire, base delle trame di Jeter, ovvero ha quella forte coesione interna data, principalmernte, dalla brevità del tempo nel quale l’azione descritta si svolge, cosa che non era dell’altro.

E, poi, nella parte centrale di questo, abbiamo, come vedremo, due scene, in stretto rapporto fra di loro, di un certo qual pregio, che ne innalzano di molto la qualità, rendendolo decisamente molto migliore dell’altro.

Vi si racconta di ciò che accade a Deckard e Sarah Tyrrell, su Marte (ma non solo), fuggiti là dopo le turbinose vicende di "Blade runner 2"; e vi si ineserisce un personaggio molto importante…Rachel; ma che non è, certo, quella Rachel, ma una bambina, una bambina che si scoprirà essere la sorella di Sarah, sua sorella gemella, ma rimasta tale perché intrappolata nel tempo fermo della Salander 3, un’astronave sperimentale mandata oltre il campo morfogenetico della Terra per cercare di capire se…

Ma, come vedete, la faccenda è decisamente complicata.

E, come al solito, davvero poco importante.

Quelle due scene centrali, collegate fra di loro strettissimamente, sono due trip, simili e diversissimi, come fossero le due facce, l’oscura e la luminosa, di una stessa…cosa.

Una è il viaggio che Deckard fa nel mondo di Sebastian, diventato una deità, nella versione, per così dire, spray, di un dio deitrato, raggiungibile, come ogni altro, per mezzo di una polverina disciolta in una soluzione collosa.

L’altro è quello di Sarah nell’utero (inabissato sotto il mare) della Salander 3, dove, in un certo senso, affronta i suoi propri fantasmi, esperienza dalla quale, però, non riesce ad uscire certo bene; ne impazzisce, tanto da vivere, poi, per allucinatoria la realtà della presenza della bambina, un modo nel quale il suo inconscio la difende, appunto, dall’impossibilità/incapacità di accettarla.

Il loro essere state pensate connesse ce lo dice l’alternarsi dei capitoli che li raccontano.

E così, Deckard, dalla mente poco incline a lasciarsi sedurre dalle illusioni, esce dal suo ancor sano, equilibrato, e con, in più, molte informazioni che gli saranno utili; mentre Sarah, che non riesce a districarsi molto nel distinguere fra realtà e illusione, che si lascia trasportare dal sentimento, ne uscirà definitivamente impazzita.

Evidente, mi pare, il riferimento al masolinio e al femminino, alla loro indubbia diversità nella modalità ad affrontare ciò che esula dalla realtà.

La scena, poi, di loro due che si incontrano dopo questi loro rispettivi viaggi, è decisamente molto significativa a riguardo; Deckard tenta di parlarle, di dirle delle cose importanti, ma lei non riesce ad ascoltarlo, persa, ormai, nella pazzia allucinatoria dalla quale non riuscirà più ad uscire; nonostante che Deckard gli dimostri che anch’egli vede la bambina, infatti, Sarah non riesce a dirsi il suo non essere l’allucinazione che lei crede.

Oltre a ciò, bella la descrizione delle colonie su Marte, piene di persone messe là a non fare nulla, alle quali, lentamente, passa ogni desiderio, ogni umanità, fino ad attaccarsi, fameliche, ad ogni seppur minimo accadimento che dia loro uno stimolo; qualunque stimolo; e nel quale, inevitabilmente, il senso della realtà barcolla, si fa meno nitido: "…la differenza fra quel mondo e qualsiasi altra realtà diventava sempre più ardua da distinguere." (pag.132).

Quel campo morfogenetico che abbiamo detto, si capirà essere il punto oltre il quale gli uomini perdono la loro umanità…e i replicanti l’acquistano; una ripresa evidente del tema dickiano, del quale si dà una visione dai forti connotati religiosi, come era, poi, anche quella di Dick, ma, ancora una volta, detto meglio: "…esiste un aspetto di Dio che viene chiamato l’Occhio della Compassione…e che può vedere solo la sofferenza…può esserci stato un tempo in cui le creature che noi consideriamo umane possono essersi trovate in simili condizioni…ma adesso non più. L’Occhio non ci vede…Quelli che prima erano replicanti-le creature che noi abbiamo costruito-adesso soffrono per causa nostra.Loro soffrono, così l’Occhio della Compassione li vede e li giudica umani.Diventano umani.È lo sguardo dell’Occhio-la sua capacità di sintonizzarsi empaticamente con le altre creature-a decidere chi è umano." (pagg.318-9; la sottolineatura è mia).

Il concetto dickiano di empatia come quel qualcosa che, di fatto, distingue ciò che è umano da ciò che non lo è, viene quindi, ancora una volta, rivisitato; il mercerismo, presente, come abbiamo visto, nel precedente, la religione basata, appunto, sul dolore e la sofferenza, qui non appare, ma lo si sente, per così dire, aleggiare.

Così come si dice della caratteristica base del concetto di realtà del grande di Chicago, che, a parere di molti, ha le sue radici nel pensiero di Platone: "È reale…nel senso platonico….Questa è l’idea della manifestazione fisica….Anche le idee sono cose reali." (pag.198).

Di jeteriano c’è poco; questo, così come il precedente, sono, prevalentemente, delle evidenti operazioni commerciali, nelle quale Jeter, lo Jeter vero, ha messo, appunto, ben poco di suo; la condizione dei coloni è decisamente molto da abisso, certo, ma è, forse, più la ripresa del Marte di Dick, di "Noi marziani" e "Le tre stimmate di Palmer Eldritch"; e del tema dei mass-media si dice poco, tranne che per un fatto, ma di decisiva importanza per la trama, che ne fa notare l’immenso potere.

In una scena nel finale c’è una sorta di gioco fra schermo e realtà, che riprende quello col quale il romanzo comincia (si inizia, infatti, con Deckart sul set di…"Blade runner", un film sulle sue avventure sulla Terra!!): "L’illusione della profondità del Kowalski e del Deckard dentro lo schermo era perfetta, a grandezza naturale, come nella realtà dall'altra parte.Un mondo inglobava l’altro, ognuno altrettanto falso…" (pag.341); e poco altro.

Anche se, come abbiamo detto, in questo vi sono alcune, consistenti, parti di una certa qualità, rimangono, questi seguiti a "Blade runner", delle opere, come abbiamo già detto per il precedente, nelle quali certo non si trova il Jeter migliore; o, forse meglio, nelle quali l’autore non esprime ciò che realmente ha da dire; cosa che, come abbiamo visto, ha invece fatto in molte sue altre.

L’edizione purtroppo è priva di qualsiasi corredato critico, tranne che per alcune note a piè di pagina del traduttore.

In quell’anno pubblicò anche due novelization, "Warped" (Archway), di "Star Trek Deep Space Nine", e "Cross of Blood" (Pocket Books), di "Alien Nation 8", che non abbiamo a disposizione in traduzione.

L’ultima opera che abbiamo a disposizione è "Noir" (Noir, ’98, finito di scrivere nel ‘97) ("Solaria" n.1, ed.Fanucci, ’98, traduzione di Anna Martini, edizione originale: (Bantam Spectra); 429 pagine, 6.900 £; Altri contributi critici: "Kevin Wayne Jeter", di Sandro Pergameno, pag.7, e "Leggermi in italiano", di K.W.Jeter, pag.427), che è molto più vicino alle tematiche del cyberpunk classico di ogni sua precedente; infatti è basato su di un tentativo, da parte di una megamultinazionale, tipica, appunto, di tanti romanzi di Gibson e Sterling, di creare il prodotto perfetto, capitalisticamente parlando: "…la DynaZauber vuole attenere il rapporto perfetto tra prezzo e prodotto (che naturalmente è di cento a zero)…Il prodotto definitivo…Tutto profitto e niente costi…" (pagg.403-4); "…il denaro non è che un rozzo metodo di contabilità in un sistema come questo.Il denaro è per la gente che ha scelta, e lo scopo centrale del MSF (il progetto) è di eliminare le scelte. È il vertice del capitalismo mercantile: si incatenano i consumatori al tornio e alla catena di montaggio delle scarpe da corsa, e si getta la chiave del lucchetto nel buco nero scavato dentro la loro testa. A chi serve più anche solo il concetto di denaro?Tutto quello che serve è una cerchia ristretta di menti non infette a livello dirigenziale per rastrellare i profitti, e tutto il meccanismo si gestisce da sé." (pag.408-9).

E, per concretizzare ciò, si servono di un aspide, una figura venutasi a creare nel futuro nel quale è ambientato, una sorta di sicario legalizzato di…violatori di copyright!!

Riprendendo il concetto di Gibson di "proprietà intellettuale" come principale oggetto di valore in un futuro alla cui base ci sia Internet, la Rete, e i suoi sviluppi, e portandolo, come ogni buon scrittore di Sf dovrebbe fare, alle sue estreme conseguenze teorizzabili: "Il cambiamento economico del mondo, teorico e pratico, aveva fatto sì che la gente si guadagnasse da vivere…tramite la proprietà intellettuale." (pag.228).

E, il mondo in cui il protagonista, un aspide, appunto, si muove, è un mondo in cui la vita umana è tenuta, complessivamente, in scarsissima considerazione; ma nel quale, ancora una volta, sono gli emarginati, i derelitti, la melma dalla quale, solamente, esce ancora qualche raggio di umanità: "Questo figlio di puttana ha appena fatto fuori quella povera ragazza." (pag.74), viene fuori a dire, candidamente, un barbone, interrompendo una conversazione da brividi sulla schiena fra l’assassino ed un poliziotto; tutto regolare, legale.

E così, McNihil (vedremo che, ancora una volta, è un nome significativo), decide di farsi fare un lavoretto agli occhi, per il quale ha una visione affievolita, in bianco e nero, come nei vecchi film noir, appunto: "…aveva rinunciato a un mondo per un altro, il reale opprimente per il passato sopportabile." (pag.317).

E, ancora, ci sono alcuni, anche se non così insistiti e nitidi come in altri suoi, rimandi al dick-pensiero, tipo, tanto per restare in tema, questo: "Improvvisamente, McNihil ebbe la sensazione che il mondo che vedeva, la vista in bianco e nero incapsulata nei suoi occhi, fosse diventata più reale del reale, più vero del mondo spento al di sotto dell’involucro percettivo...Il tempo reale era finito all’inizio degli anni ’40 del ventesimo secolo…" (pagg.270-1), in cui riecheggia una delle ossessioni paranoiche di Dick, di un fantomatico Impero che avrebbe, in realtà, annullato la Storia, il Tempo, portandoci a vivere, in realtà, in un non-tempo al di fuori della stessa.

E, questo tema della copia più reale del Reale, è più volte ripresa, anche, come vedremo, riprendendo molto da vicino il tema dei replicanti di "Blade runner": "…dalla terra dei formalmente vivi per la terra degli ufficialmente morti…(occhi) Vuoti, ma non così vuoti come erano spesso quelli dei vivi… (pagg.103-104); evidente che, qui "vivi" e "morti" sono solamente metafore: "Io sono vivo, voi siete morti"; "…quello che ci hai dato.Che tutti voi ci avete dato; per questo siamo stati creati.Volevate ricordi, ricordi diversi dai vostri, ricordi di cose che non erano successe a voi ma che avreste voluto vi succedessero…La capacità di provare sentimenti, di soffrire…e ricordare.Tutto ciò che vi ha resi umani, che vi ha resi diversi dalle cose che avete creato…questo, ci avete dato." (pag.318); i replicanti, appunto, che, qui, sono ripresi nella figura delle talpe, riproduzioni di umani usate per scopi quasi sempre loschi, ai quali il protagonista, appunto, in un certo senso, deve portare…un’infezione, e per i quali: "…i sogni e i ricordi sono metafore, pure e semplici funzioni linguistiche." (pag.333).

Il neo-platonismo di Dick, come abbiamo detto.

C’è un personaggio, importantissimo, che si chiama…Verrity, che è inventato dal protagonista, per coprire certe sue manovre, che diventa reale; l’idea che si concretizza, il concreto che sfuma, svanisce in un’aura dai contorni sempre più offuscati: "È sempre meglio scoprire la verità, per quanto dolorosa possa essere." (pag.132-la sottolineatura è mia); gnosticismo.

E, aggiungendovi, ancora, un tocco di cyberpunk, nel quale si sente, quasi, il salto di qualità di Jeter, a superare il pensiero di Dick: "Soltanto gli idioti vogliono vivere in un mondo separato da quello di tutti gli altri.Idioti in senso letterale, voglio dire; aspiranti idioti; sa, come in quel concetto idios kosmos di un universo privato (vedi quanto detto del Dick-pensiero commentando "Telemorte").…È perfettamente inutile pensare che stai toccando cose che non esistono, o parlando con persone che fanno solo parte di un qualche bagaglio sensoriale ricostruito.Questo genere di cose si è estinto ai tempi dei mini-parchi di divertimento a tema. I ragazzini lì in piedi con quegli orrendi occhialoni, che prendono a schiaffi l'aria." (pag.60); esistenzialismo.

McNihil; nihil, nulla, nichilismo; è, in ultimo, proprio il nichilismo il vero protagonista dell’opera, sul significare il quale molto si dilunga: "Allora non vale la pena di sprecare il tempo a preoccuparsi." (pag.130); "…i vivi mantenevano difese, filtri e sistemi immunitari, cercavano di sganciarsi e sconnettersi dal mondo; tentativi destinati a fallire, dal momento che tutti alla fine sarebbero stati cenere o cibo per i vermi…Ma comunque tentativi coraggiosi e necessari" (pag.111).

E, ancora, il tema dell’Abisso, qui particolarmente sviluppato; il Cuneo, il luogo dove il protagonista deve recarsi, ne è, infatti, una palese metafora: "…l’orlo di quella voragine." (pag.92); e, soprattutto: "…erano sottili distinzioni come questa a fare la differenza tra un aspide e uno stronzo, uno che ficcava il piede nella melma e sprofondava tanto che per tirarlo fuori non c’era che segargli la gamba." (pag.248), che, contestualizzato, significa molto bene quel "fatidico momento" che determina la caduta che più volte abbiamo visto.

Altre considerazioni marginali mi paiono essere la ripresa di altri elementi ballardiani, come, macroscopicamente, l’"End Zone Hotel", luogo della mente per eccellenza, nel quale i personaggi agiscono a lungo, e: "…forse i vecchi film, alla fine, erano fuoriusciti dall’universo privato di McNihil nel mondo esterno, in modo che tutti potessero vederli come li vedeva lui….gli archetipi cinematografici erano in libertà…" (pag.386).

E, in ultimo, l’evidente non importanza della trama viene ripetutamente fatta trapelare al lettore: ""Di cosa parla?"…"Non seguo mai la storia." (pag.171); "…non c’è niente da capire." (pag.388).

In quell’anno pubblicò anche due novelization di "Star Wars", della serie "The Bounty Hunter Wars", "The Mandalorian Armor" (Bantam) e "Slave Ship" (Bantam), così come ne pubblicò una terza l’anno successivo, "Hard Merchandise" (Bantam), che non abbiamo a disposizione in traduzione.

Nel 2000 ha pubblicato la terza parte delle sue riprese di "Blade runner", "Blade Runner 4. Beyond Orion", che non è ancora stato tradotto.

 

A lettura ultimata delle opere che possiamo leggere nella nostra lingua, mi pare che si possano dire alcune cose precise, dello scrivere e di quello che, tramite esso, Jeter ci ha voluto dire; la sua prosa è, innanzitutto, molto efficace, nel senso che riesce, per prima cosa, in quella che dovrebbe essere la preoccupazione basilare di uno scrittore; attirare l’attenzione del lettore…e non lasciarsela, poi, sfuggire fino all’ultima pagina.

Ed è forte, densa, comunicante le sensazioni che vuole comunicare in maniera, direi, piena; non trascurando veri e propri pezzi di bravura, in cui diventa qualcosa di quasi più poetico, che prosastico.

E, il tutto, in un linguaggio moderno, di facile accesso, per mezzo del quale tenta di veicolare, come abbiamo visto, dei concetto certo altrimenti di difficile acquisizione.

Concetti che sono sia riprese ed ampliamenti di concetti del Dick-pensiero, ma anche suoi propri; in alcune opere.

Le riprese dei concetti dickiani sono, a volte, dei tentativi di superarlo, come ogni buon allievo dovrebbe fare, poi, in fondo, nei riguardi di quello del proprio maestro.

E il tema dell’Abisso deve molto a Dick, ed è, forse, il punto nel quale più Jeter lo supera; c’è il Destino, decisamente con la D maiuscola, e l’Uomo, il suo poter non fare quel passo falso, quella scelta sbagliata, che lo porterà, inevitabilmente, in esso.

Ciò che di originale mi è sembrato prevalentemente apportare, è senz’altro quella che si potrebbe addirittura dire la sua "soluzione al problema umano", e cioè quel suo dire dei derelitti, della possibilità che sia fra di loro, da loro, che possa venir fuori la risposta empatica capace di rovesciare la prospettiva decisamente disastrosa del futuro che sembrerebbe attenderci.

La figura del sindacalista in "Terre di morte", l’impronta di "Noir", e questo, farebbero quasi pensare che nello Yankee Jeter ci sia addirittura del marxismo.

Così come nel modo in cui riprende il tema del confronto Uomo/Replicante in "Blade Runner 3", invece, si sente l’impronta della sua educazione ugonotta.

Comunque, ciò che risalta maggiormente, da tutto ciò, è che , parlando di Jeter, si possano dire cose di questo tipo; è una cosa che capita davvero di rado, nel trattare autori di Sf, e ne conferma la consistenza che da più parti gli viene attribuita.

Brolli, dicendo di ciò che sta accadendo nella letteratura americana, dice: "Sarebbe limitativo collegare il tutto allo spaesamento del postmoderno, alla perdita di centralità dell’idea di valori fondamentali. In Jeter, come in altri scrittori americani dentro e fuori del genere, è in discussione l’oggettività, la possibilità stessa di dare un nome e un aspetto alle cose" ("Introduzione" a "dr.Adder", pag.8).

Nell’intervista raccolta da Giulio Cederna che abbiamo detto, il Nostro dice alcune cose decisamente interessanti, che, per concludere, riporto: "I nostri antenati vivevano e morivano in uno stesso mondo.Il nostro mondo, i nostri mondi, invece, cambiano molto in fretta.La nostra stessa reazione alle novità più sconvolgenti è cambiata….Oggi reagiamo quasi senza emozioni, con sufficienza.Il risultato di questo flusso continuo di cose è che le novità non sono più così nuove."; "…viviamo in un mondo in cui è sempre più urgente sottolineare la differenza tra l’intelligenza e la saggezza…Una questione che viene trattata dalla letteratura da migliaia di anni, con la figura dell’ingenuo e del puro di cuore"; "…la potenza delle nostre macchine ci dà maggiori possibilità di essere stupidi, dannosi e distruttivi….(la) comunicazione di Internet, tecnicamente sofisticata, elaborata da enormi sistemi di computer, ma…spesso (speriamo di non essere inclusi fra essi!!) priva di saggezza.È molto più facile imparare qualcosa da un vecchio che sa usare solo l’apriscastole che da uno di quegli abili sciocchi (operatori di Internet)….io penso che a lungo andare la semplicità saggia riuscirà a battere la vuota e stupida intelligenza." ("Blade runner sono io", "l’Unità" del 10 agosto ‘97-la sottolineatura è mia).

È dal letame, che nascono i fiori.


Indice cronologico degli altri contributi critici

Saggi di:

"Scrivendo un libro dal titolo ""Blade Runner 2: The Edge of Human"", "Intercom" n.146/147, '97, pag.60

Poscritto a "La prima volta", "Fantasex", "Millemondi estate 1998", "Millemondi" n.15, ed.Mondadori, '98, pag.119

"Leggermi in italiano", "Solaria" n.1, ed.Fanucci, 2000, pag.427

Saggi su:

"L'autore", di Marzio Tosello, "Urania" n.1020, ed.Mondadori, '86, pag.152

"L'autore", di Marzio Tosello, "Urania" n.1181, ed.Mondadori, '89 pag.170 (lo stesso)

Recensione a "Madlands: terre impossibili", di Eleonora Del Poggio, "Il paradiso degli orchi" n.11, '95, pag.74

Recensione a "L'ospite", di Eleonora del Poggio, "Il paradiso degli orchi" n.13, '96, pag.59

Recensione a "Dr.Addler", di Roberto Nistri, idem, pag.66

"Kevin W. Jeter", intervista, "il Manifesto" dell'8/12/'96 (trad.Elena Gigliozzi)

Recensione a "Sacro fuoco", di Bruce Sterling e a "Dr.Adder", di Maurizio Bono, "Panorama" del 6/2/'97, ed.Mondadori

Recensione a "Dr.Addler", di Emiliano Farinella, "Intercom" n.146/147, '97, pag.54, e "Delos" n.23, ’97: 

Recensione a "Blade Runner 2: The Edge of Human", di Ian Kaplan, idem, originariamente apparso 2,'96, pag.59

Recensione a "Blade Runner: Replicant Night", di Steven McDonald, idem, pag.60

"Un'intervista con K.W.Jeter", idem, pag.61

"Parola di Bantam", idem, pag.59, relativamente a "Blade runner 2"

"Blade runner II, la vendetta", di Carlo Formenti, "Corriere della sera" del 12/3/'97

"Blade runner sono io", intervista raccolta da Giulio Cederna, "l'Unità" del 10/8/'97

estratto da "il Manifesto" del 10/7/'97, "Futuro news" n.3/4, ed.Fanucci, '97, pag.28, relativamente a "Blade runner la notte dei replicanti" (trad.Elena Gigliozzi)

"Postfazione" a "Dr.Adder", di Philip K.Dick, "Economica tascabile" n.48, ed.Fanucci, '97, pag.245

-"L'autore", di Giuseppe Lippi, "Urania" n.1335, ed.Mondadori, ’98, pag.270

Prefazione a "La prima volta", di Ellen Datlow, "Fantasex", "Millemondi estate 1998", ed.Mondadori, ’98, pag.103

"L'autore", di Giuseppe Lippi, "Urania" n.1347, ed.Mondadori, '98, pag.224

Recensione a "La Notte dei Morlock", di Silvio Sosio, "Delos" n.40, ’98

"Kevin Wayne Jeter", di Sandro Pergameno, "Solaria" n.1, ed.Fanucci, 2000, pag.7

Recensione a "Blade Runner 2", di S.Bernardini, "Future shock" n.32, 2000

Non tradotti:

"K.W.Jeter: A Bibliography", di Michael Sumbera (Nova Express, inverno ’88)

"Response to "The New Generation Gap"", di David G.Hartwell, Samuel R.Delany, L.W.Currey e Kathryn Cramer, "The New York Review of Science Fiction", settembre ’89

"Read This", di Gordon Van Gelder, David G.Hartwell, Samuel R.Delany, L.W.Currey e Kathryn Cramer, "The New York Review of Science Fiction", febbraio ’90

 

Una curiosità: i siti riguardanti Jeter in Internet sono 3.549; una sua home page europea è all’indirizzo http://www.europa.com/~jeter/

 


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