Recensioni


 

AA.VV. Bambini assassini

John Barnes, Un secolo di ordinaria follia

Fabrizio Chiappetti, Visioni dal futuro Il caso di Philip k. Dick

Andreas Eschbach, Un milione di tappeti di capelli

William Gibson, American Acropolis

Francesco Grasso, 2038: la rivolta

Hervé Jaouen, Ospedale sotterraneo

Rhiannon Lassiter, La Terra non gira più

Serge Lehman, F.A.U.S.T

George R.R.Martin, Il Trono di Spade - Il Grande Inverno

Tommaso Pincio, Lo Spazio sfinito

Rudy Rucker, Filosofo cyberpunk

Josè Saramago, Cecità

Roland C. Wagner, La Sfera del Nulla

Ian Watson, Superuomo legittimo

Zhou Weihui, Shanghai Baby

 


 

Rudy Rucker, Filosofo cyberpunk, Di Renzo Editore, Roma 2000, pp. 88 lire 16.000

 

Divertente questo Filosofo cyberpunk, un piccolo saggio-autobiografia di (su) Rudy Rucker, se non il più visionario, palma che spetta sicuramente a William Gibson, sicuramente lo scrittore più fantasioso del gruppo cyberpunk.

Il libro è organizzato come una sorta di intervista-fiume , in cui però non compaiono mai le domande. Ripercorre le tappe fondamentali della carriera di questo scrittore: i suoi esordi, le difficoltà incontrate nell’America di destra di Reagan e Bush, l’amore per la matematica e per i computer. Proprio per fuggire l’ambiente reazionario che la fa da padrone nel sistema scolastico americano, Rucker "emigra" in Germania all’università di Heidelberg, dove rimane un paio d’anni. E proprio qua va lentamente maturando le idee dell’approccio transrealista alla letteratura, forse una delle cose più importanti che ci ha dato il cyberpunk.

Realtà alternative, universi paralleli, infinito, intelligenza artificiale: sono questi i temi trattati dai suoi romanzi. Il suo approccio ha perciò poco a che vedere con Gibson o Sterling, che prediligono il sociale rispetto al tecnologico. E mentre scorrono le pagine, tra le righe Rucker ci dice che il cyberpunk ha rappresentato l’ala sinistra del fantascienza americana, quella radicale e anarchica. Via perciò i temi militari del vecchio pulp: il nuovo pulp ha un approccio interdisciplinare, trasversale che in qualche maniera è la narrazione della nascita dell’uomo nuovo. La Grande Opera dice Rucker, il New Edge: "hacher o scrittori o rapper o sampler o progettisti o cantanti (…) lavoriamo alla Grande Opera perché è divertente (…) Non ci è concesso veramente di sapere che cosa sia. La Grande Opera è come un insieme di Mandelbrot".

Insomma, interessante: per chi vuole saperne di più sul cyberpunk e sull’autore.

marco minicangeli

Ian Watson, Superuomo legittimo, Urania Mondadori, n. 1399, Milano 2000, Titolo originale Converts, Trad. di Fabio Feminò

 

Verso cosa tenderebbe l’homo Sapiens se avesse la possibilità di evolversi grazie a un’iniezione? A questa semplice domanda – che però non permette semplici argomentazioni – sembra voler rispondere Superuomo legittimo, il romanzo di Ian Watson uscito per Urania Mondadori a ottobre 2000.

A metà tra la fantascienza e il fantasy, una via che poi l’autore inglese percorrerà di nuovo, il libro giunge in Italia con molti anni di ritardo. Il romanzo è infatti del 1984, lo stesso anno di Neuromante di William Gibson. Niente di più lontano, si potrebbe dire confrontando le due narrazioni, eppure l’idea del superamento dell’uomo in qualche modo le accomuna. Mentre però Gibson opta per una sorta di "realismo futuro" – interessante rileggere il suo romanzo oggi a sedici anni di distanza –, Watson sceglie invece un fantasy ricco di colori e figure allegoriche. Tutti i personaggi che incontriamo all’interno della tenuta di Bruno King, lo Sponsor, il deus ex machina dell’operazione, si trasformano in semidei o figure mitiche e le trasformazioni sono mediate direttamente dai loro sogni.

Insomma Watson tocca un tasto impegnativo ed afferma che non è più tempo dell’uomo. L’era dell’Uomo del Rinascimento, essere a tutto tondo che incorpora i talenti in se stesso, è irrimediabilmente finita per sempre. A farla tramontare è stata l’ingegneria genetica e le tecnologie informatiche, ciò che Darko Suvin ha definito la "seconda natura". Uomini-albero, uomini-maiale, ninfe, elfi ed amazzoni: tutti i personaggi di quella sorta di Xanadu organizzata da Bruno King si evolvono verso qualcosa di nuovo, si "specializzano". Proprio per questo Superuomo legittimo è anche un invito a sognare, a non lasciarsi schiacciare dalla "Macchina della Normalità". L’individuo, dice Watson, non riesce a cogliere il senso del meraviglioso proprio a causa della Macchina della Normalità, una sorta di rete che raccoglie tutti i pensieri stupendi, assurdi e fantastici e li rilascia la notte. I sogni: sono forse questi la nostra seconda natura?

marco minicangeli

Zhou Weihui, Shanghai Baby (Shanghai Baobei) – Rizzoli pp. 320, lire 28.000

Quinto romanzo per questa giovane autrice cinese, ventisettenne, che ho acquistato "per caso". Non avevo mai letto mai niente di suo, ma curiosando all’interno della libreria Feltrinelli, lo sguardo mi si è posato sulla copertina sgargiante del romanzo, sul viso della ragazza in copertina. E’ stata l’ambientazione a convincermi, quella Shanghai che Mao chiamava "la puttana della Cina" per i suoi ammiccamenti all’Occidente, per la sua vocazione al mercato, per uno stile di vita che mal si addiceva a un regime comunista.

Oggi Shanghai è una specie di grande cantiere, una città in eterno mutamento. Interi vecchi quartieri spariscono lasciando il posto a costruzioni futuristiche, l’immensa sopraelevata che passa intorno alla città è in costante evoluzione, le nuove costruzioni non sono a misura d’uomo ma a misura di futuro. Grandi complessi pronti ad ospitare centri commerciali o uffici di uomini d’affari che renderanno Shanghai la città finanziaria più importante della Cina, pronta ad ospitare i nuovi ricchi cinesi e i vecchi ricchi occidentali.

E’ in questa cornice che si svolge la storia del romanzo.

Coco, la protagonista del romanzo semiautobiografico, come afferma l’autrice, è una scrittrice venticinquenne alle prese col suo primo romanzo dopo un discreto successo con una precedente raccolta di racconti. Coco è bella, intelligente e ambiziosa. Dopo aver fatto parecchi lavori, si innamora di Tiantian, un ragazzo bellissimo ma impotente a causa di problemi psicologici patiti nell’infanzia.

Nonostante questo Coco ama Tiantian, ne ama la bellezza e l’onestà di intenti, l’originalità della sua arte e la debolezza di carattere. Il loro amore viene però inquinato dalla comparsa di Mark, un uomo d’affari tedesco con cui Coco ha una burrascosa relazione dal punto di vista sessuale.

E qui comincia la seconda parte del romanzo, forse la meno riuscita, in cui l’autrice non riesce a rendere come dovrebbe la dicotomia della protagonista, combattuta tra l’amore per due uomini così diversi.

Ma la prima parte del romanzo è senz’altro buona, l’ambientazione a Shanghai molto affascinante, come affascinanti sono i personaggi che vivono questa storia, personaggi strani eppure vividi, credibili, con le loro strane manie e le loro crisi d’identità, con le loro debolezze caratteriali e sentimentali.

Un universo interessante quello in cui ci introduce Zhou Weihui, una autrice di cui, sono convinto, sentiremo parlare spesso.

RS

Hervé Jaouen, Ospedale sotterraneo, Hobby & Work, pp. 358, lire 20.000

 

Che il nuovo noir francese abbia dimostrato di non fossilizzarsi entro un canone è uno dei suoi primi meriti, tra i tanti. Dal fragore visionario e allucinato del Dantec de Le radici del male alla secchezza malinconica di Izzo, dalle trame vertiginose di Jonquet alla strana, straniante mescolanza di questo Ospedale sotterraneo, emerge il ritratto di un cosmo letterario quanto mai multiforme e ricco. Questo romanzo, che è del 1990 ma esce da noi solo ora, già dalla scelta dell’ambientazione rivela la sua eccentricità rispetto a scenari parigini o della provincia simenoniana: si svolge infatti nell’isola anglo-normanna di Jersey, luogo che nella geografia non solo del noir, ma letteraria tout court, brilla per la sua assenza, tanto che non risulterebbe facile citare a braccio più di un romanzo ivi ambientato. Occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale più per poter dire di aver sottratto un territorio all’odiato nemico inglese che per la sua reale consistenza strategica, l’isola ha oggi la peculiarità di questo ospedale nazista scavato nei sotterranei, diventato museo. Lì, si reca in vacanza una famigliola padre/madre/bimba di sette anni, e al termine della visita la bambina, chissà come, è sparita. L’evento, che sconvolgerebbe la più compatta delle famiglie, ha l’effetto di disintegrare la già precaria coppia Roussel, Pierre e Isabelle: lui resta sull’isola, lei torna in Francia, mentre le indagini sembrano segnare il passo. Altro non si dirà, né si svelerà se la bimba viene ritrovata perché a questo punto, innestato dalla sparizione di Angeline il motore drammatico che accende la narrazione, non conteranno tanto gli eventi futuri, quanto il riverbero che questa stessa sparizione accende su quelli passati. Romanzo noir, ma anche gotico e psicologico, come è detto giustamente in quarta di copertina, Ospedale sotterraneo forse non convince del tutto per qualche sua scelta, soprattutto nell’ultimo quarto, ma si lascia leggere perché la trama è avvincente e, anche, per l’estremo rigore della costruzione e per il modo in cui, a poco a poco, fa affiorare le sue verità. Scandito in alternanza tra la terza persona e la prima (la deposizione di Pierre al commissario inglese) per la parte d’esordio, inanellato su flashback spezzettati con notevole perizia per il resto, il romanzo non sarà la punta più alta del succitato neo-noir francese, ma ha certo le carte in regola per piacere.

Andrea Marti

Josè Saramago, Cecità, Trad. R. Desti, Giulio Einaudi Editore, £24.000

Ad ognuno dei molteplici personaggi di questo romanzo, che più di tutti ha convinto i giurati della Reale Accademia di Svezia ad insignirlo del Nobel, l’improvvisa cecità si manifesta mentre ognuno è intento alle proprie faccende.

Questo oscuro male si propaga per tutta la città, come un’epidemia contagia tutti senza distinzioni di classe, di sesso o di altro ancora.

Come malati appestati di manzoniana memoria, questi ciechi sono portati in un ex manicomio affinché il male non si propaghi oltremisura. Qui sono costretti a trascorrere le giornate isolati dall’esterno controllati a distanza. Dall’esterno giungono alimenti e quanto occorre per vivere nell’ospedale che giorno dopo giorno si riempie di nuovi ‘malati’.

Nel lento scorrere del tempo un profondo abbattimento avviene in tutti portando i presenti ad un totale abbrutimento. Nonostante la totale cecità in questo consesso di ricoverati si viene a ricreare una sorta di sopraffazione gli uni su gli altri per il controllo delle vettovaglie. Si impara a convivere con il male, che se per alcuni è un modo per ‘guardare’ all’interno di se stessi per altri è un’ulteriore occasione di ripristinare l’antica e crudele legge dei forti sui deboli. L’autore a forti tinte descrive la violenza che imperversa, soffermandosi nel descrivere lo scoramento dei molti nell’apprendere che anche i custodi dall’esterno via via vengono con loro internati.

Con il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi qui ogni regola morale si infrange, ogni tabù, anche la più elementare regola di convivenza è bandita dallo spadroneggiare di una nuova casta di uomini che decidono di trarre più vantaggi possibili. Questi prendono possesso di un’ala dell’ospedale dove stabiliranno il loro quartiere generale, da qui controlleranno i viveri, che sempre meno giungono da fuori, esercitando un controllo assoluto su tutti e costringendo alcune donne ai loro piaceri ed alla loro cura.

Ma una donna, fintasi cieca per non abbandonare il marito ed inspiegabilmente immune da questo strano male, sarà la coscienza di tutti, mettendosi al servizio dei più indifesi ed unico ostacolo al continuo evolversi della violenza.

Sarà questo gesto d’amore estremo a tracciare un nuovo percorso di salvezza e solidarietà, dando una nuova speranza che sembrava ormai persa.

Lo scrittore portoghese, con questo drammatico romanzo, usa una narrazione forte e penetrante, avvalendosi di una metafora così estrema per denunciare il male che tutti ci affligge. Un male fatto di violenza, di bramosia di potere, di perdita di valori come la solidarietà e la partecipazione. Un libro di chiara denuncia, con una speranza forte che sempre si intravede, sia nel romanzo in questione, sia sempre nella vita reale: una grande e testarda volontà di riscatto per non abdicare di fronte una minaccia che sempre più pare farsi concreta.

marcello tucci 

George R.R.Martin, Il Trono di Spade - Il Grande Inverno (ciclo di "A Song of Ice and Fire"; "A Game of Thrones, ‘96), Traduzione di Sergio Altieri, "Omnibus", ed. Mondadori, ’99, 443-443 pagine-34.000 £ l’uno - Edizione originale: (Bantam), Premio Locus '97, miglior romanzo fantasy, finalista World Fantasy '97

 

Ottimo, è, anche se pubblicato in due volumi, un unico romanzo; una grandiosa saga epica, direi quasi, in cui si raccontano le gesta di eroi, le sorti di interi popoli, ed immani battaglie.

Ambientato in uno scenario che mi pare di poter dire di Science Fantasy, un pianeta sul quale le stagioni durano per interi anni, ma abitato da uomini terrestrissimi, e nel quale, di sovraumano, vi sono, solamente, degli esseri spaventosi un po’ alla zombi, che, dopo essere stati creduti unicamente abitatori delle leggende delle vecchie, si palesano con micidiale concretezza distruttiva, e l’esserci stati, sicuramente, in ere antiche, su di esso, dei draghi.

Un dubbio che mi è venuto, è che Martin abbia voluto celare, dietro a tutto questo, un’allegoria decisamente molto ben criptata; è la nostra Terra, quel mondo, fra migliaia di anni, il clima completamente sconvolto, le stagioni a quel modo non per la sua particolare orbita attorno al suo sole, ma per i danni che abbiamo saputo portarvi noi.

Mi pare, infatti, che non ci siano dei riferimenti contestuali che dicano che sia per il fatto di essere su di un altro pianeta; ad un certo punto, nel dire di un’antica leggenda, si legge: "Un tempo nel cielo c’erano due lune." (pag.264), ma potrebbe benissimo trattarsi, appunto, solo di una leggenda.

Leggenda che mi è parsa fra le cose più significative che vi si trovino; vi si dice di un Disastro, dei draghi, e, appunto, delle due lune: "…le pratiche magiche erano scomparse quando il Disastro si era abbattuto…i draghi provengono dalla luna. Un tempo nel cielo c’erano due lune. Ma poi una si avvicinò troppo al sole e il suo calore la frantumò. Migliaia di draghi si riversarono dalla luna frantumata e bevvero il fuoco del sole. Ecco perché il respiro dei draghi è fatto di fuoco. Verrà il giorno in cui anche la seconda luna accetterà il bacio del sole. Anch’essa si frantumerà, e i draghi faranno ritorno." (pagg.263-4); è, infatti, innanzitutto, un mito di creazione bello e buono, molto ben contestualizzato, e che, anche, nel finale, in un certo senso, avrà un suo riscontro nella realtà.

Da esso è stato tratto il romanzo breve "Blood of the Dragon" (1); qui, infatti, ve ne sono tutte le parti, in forma, per così dire condensata, più varie aggiunte (2), parti che hanno senso solamente contestualizzate con le altre storie.

Infatti, è composto da varie storie parallele, con un personaggio che ne fa da catalizzatore, ma che si intrecciano abbondantemente l’una con l’altra fin dall’inizio.

La storia che vi si racconta è, prevalentemente, quella della lotta per la successione al trono di quelle genti; il primo volume è, per così dire, un’amplissimo presequel, in cui si illustra il retroterra di intrighi di palazzo che determinerà lo schieramento della lotta, ed il secondo, appunto, la guerra vera e propria.

L’ottima prosa di Martin riesce, però, a rendere anch’essi decisamente sopportabili, e, nella miriade di episodi collaterali di cui è costellato, poi, vi riesce ancor meglio.

Come forse saprete, infatti, la sua è una prosa che non di rado raggiunge punti nei quali non è poi così distante dalla poesia; certo, questo può riuscire molto meglio, per così dire, sulla breve distanza, come ben dimostrano i molti riconoscimenti che egli ha ottenuto con racconti e romanzi brevi, ma, anche qui, in svariati punti, la lettura offre momenti di notevole lirismo.

Ultima annotazione; anche quest’opera conferma come si possa fare della fantasy senza dover, necessariamente, sottostare ai vecchi stilemi, purtroppo ancor oggi così spesso seguiti, raccontando storie che paiono scritte da alieni asessuati per imbecilli incapaci di uscire dall’adolescenza; qui c’è calore, passione, e sesso nella giusta misura, ma che dice di persone vere, quasi che, l’autore, fosse (incredibilmente), un uomo di carne.

 


(1)-"Sangue di drago", in "I premi Hugo 1995-1998", "Grandi opere" n.33, ed.Nord, ’99, traduzione di Annarita Guarnieri; originariamente apparso in "Isaac Asimov’s Sf Magazine", luglio ’97; premio Hugo '97, miglior romanzo breve, finalista Nebula '96, miglior romanzo breve, finalista (2°) Locus '97, miglior romanzo breve, finalista World Fantasy '97, miglior romanzo breve; 94 pagine, pag.211

(2)-1°, pag.34; 2° pag.254 di "Il trono di spade"; 3°, pag.7, 4°, pag.116, 5°, pag.283, 6°, pag.319, 7° pag.367, 8°, pag.412 di "Il grande inverno"; le parti, di quella storia che non vi sono state incluse sono alle pagine 113 di "Il trono di spade" e 112 (poche pagine, prima della 4° parte) e 204 di "Il grande inverno"

 Marcello Bonati

 

Francesco Grasso, 2038: la rivolta, Urania Mondadori, Milano 2000

Storia[1]. Innanzitutto una storia: è questo che il lettore dovrebbe pretendere da ogni libro. Quella di 2023: la rivolta, è chiara, individuabile fin dalle prime pagine, la rivolta del popolo napoletano contro il potere della multinazionale di turno. Niente di nuovo veramente, eppure almeno per metà del libro l’interesse tiene e la storia funziona. Poi però si avvita su se stessa, va a parare dove il lettore pensa debba andare a parare. Troppo prevedibile. 

Intreccio[2]. Classico, solido, senza trovate o innovazioni. La fantascienza di intrecci del genere ne ha proposti a centinaia. Qualcuno ci salvi dalle sperimentazioni e dalle ripetizioni. Si poteva fare meglio, ma anche peggio.

Stile[3]. a) Linguaggio[4]. Errato, ma proprio errato. La fantascienza è nata come letteratura per adolescenti (anni ’30-40), si è tecnologizzata (’50), è maturata (’60), si è incazzata (’70), ha guardato dietro l’angolo (’80-’90). Ogni era ha avuti il suo linguaggio. In 2038: la rivolta l’autore vuole rifarsi alla tradizione, ma qui non si tratta di "ridatece i baccelloni", ma di servirsi di un linguaggio debordante, ridondante, manierato. b) Ritmo[5]. Buono, non ci sono momenti in cui la narrazione si addormenta in "inutili" analisi psicologiche che rallentano i tempi della narrazione. Si passa velocemente dai riot nei bassi napoletani alla redazione del Mattino, per poi tornare alle aree dismesse della città. c) Immagini poetiche. L’unica degna di nota è Masaniello, il mutante. Ma perché il popolo continua ad avere bisogno di eroi?

Personaggi[6]. Forse il punto più debole del romanzo. Tutti bianchi o neri, buoni o cattivi, nessuna possibilità di errore per il lettore. Ci sembra una visione del mondo troppo manichea, un espediente classico della fantascienza anni ’20 e ’30. Ci sono i "cattivi", gli uomini delle multinazionali, degnamente rappresentati da Sarrese, che comanda le forze della repressione ed è sempre pronto a uccidere, torturare, violentare. Poi i "buoni": disoccupati, ex-camorristi, sfigati di varia natura. Tra questi annoveriamo Sara, la giornalista del Mattino, che indaga su Masaniello, la figura che sposterà le sorti della battaglia a favore dei "buoni". Insomma la psicologia dei personaggi è assente: sono tante macchiette che si alternano in scena, vedi la chiusura con i bambini che indossano le maschere di Pulcinella (mancano solo maccheroni e mandolini).

 


[1] Successione di avvenimenti concatenati nel tempo da un inizio ad una fine

[2] L’intreccio pone l’accento sulla concatenazione degli episodi più che sui personaggi, è il montaggio quasi matematico della struttura narrativa

[3] «Lo stile è la fusione di vari elementi: linguaggio, ritmo, immagini poetiche» (S.H. Burton, The Criticism of Prose)

[4] «Le parole sono simbolo di qualcosa» (S.H. Burton, The Criticism of Prose)

[5] E’ il «tempo» caratteristico del racconto

[6] «Il personaggio del romanzo è indissociabile dall’universo fittizio al quale appartiene (…) agiscono gli uni sugli altri e si rivelano gli uni attraverso gli altri» (Bourneuf, Ouellet, L’universo del romanzo)

agostino morgante

 

 

Andreas Eschbach, Un milione di tappeti di capelli, Solaria Fanucci – Roma, 2000, traduzione di Robin Benatti

 

Ci sono storie che hanno il dono di catturare il lettore dopo poche righe. Ci sono narratori che non scrivono romanzi, ma “raccontano” e così facendo proiettano il lettore in un mondo altro, che poi potrebbe essere una dichiarazione d’intenti per una teoria della letteratura. E’ questo il caso di Un milione di tappeti di capelli di Andreas Eschbach, tedesco del Baden–Wuttemberg, per la cui biografia vi rimandiamo all’introduzione di Robin Benatti (che ne è anche il traduttore intervistato in appendice).

La storia raccontata da Eschbach è difficilmente incasellabile. L’introduzione cita Borges – “Tlon, Uqbar, Orbis Tertius” –; agli occhi di chi scrive Un milione di tappeti di capelli ha richiamato le ambientazioni su mondi lontani dei romanzi di Dune o i pianeti di Ursula LeGuin, paesaggi quasi fiabeschi, lontani dalle città in rovina o dalle atmosfere post-tech di tanta fantascienza contemporanea: una sorta di ritorno alla villa medievale, con le corporazioni e gli artigiani, i predicatori e gli eretici. In questo universo lontanissimo e frammentato, tessere i tappeti di capelli diventa elemento unificatore: è la continuità, la tradizione, ed ogni padre passa la sua "arte" all'unico figlio maschio. Non si tratta però solo di una semplice professione, ma una sorta di funzione sacra, di dono alla divinità dell'imperatore che è l'immagine di un potere a tratti kafkiano: irraggiungibile, arroccato su un pianeta lontano e dickianamente immortale, eppure intoccabile se è vero che chiunque dubiti della sua esistenza viene additato come eretico.

Interessante è la tecnica adottata da Eschbach, un’architettura narrativa articolati su una serie di capitoli che sono quasi dei racconti compiuti con un loro inizio e fine, eppure condividono con gli altri una linea narrativa di fondo, appesantita però da una lunghezza che è sembrata eccessiva, forse l’unico neo di un’opera godibilissima. Così ogni sezione aggiunge qualcosa alla descrizione di quel mondo, fa avanzare il racconto dell’Impero in disfacimento, dominato da un potere ormai sfaldato, inesistente, preda di un fenomeno entropico che lo ha portato ad autodistruggersi, e contemporaneamente racconta dei tappeti di capelli tessuti con certosina pazienza, e per questo emblema dell’immobilità, tentativo di bloccare questo processo di dissoluzione. 

Per concludere due parole sulla collana Solaria di Fanucci che avendo ormai superato un anno di vita è riuscita sempre a proporre dei titoli interessanti: una vera e propria sfida dell’editore che da un lato parla di «morte della fantascienza», ma dall’altro riesce a scovare autori interessanti.

La fantascienza è morta. Lunga vita alla fantascienza.

 


Il successo di pubblico e di critica riscosso da Miliardi di tappeti di capelli ci ha suggerito di rivolgere alcune domande a Robin Benatti, traduttore di Eschbach, uno dei maggiori conoscitori di fantascienza dell’ultima generazione e di letterature d’avanguardia.


 

Roland C. Wagner, La Sfera del Nulla, Urania n°1392 – luglio 2000, 250 pagg. - L.6.900, traduzione di Emanuela Turri, (La Balle du Néant, 1996 – Musique de l’Energie, 1998)

 

Serge Lehman, F.A.U.S.T. - La Minaccia delle Potenze, Solaria n°10 – ottobre 2000, 253 pagg. – L. 6.900, traduzione di Robin Benatti, (F.A.U.S.T., 1996)

 

Non so se avete davvero idea della situazione della fantascienza in Francia. Forse avrete letto qualche articolo su Carmilla o Delos, ma vi invito, se ne avete l’opportunità, di sperimentare la cosa di persona. Non è necessario partecipare alle convention specializzate, basta entrare in una libreria della costa azzurra, magari in un centro commerciale, per rimanere di stucco. Troverete infatti non solo le edizioni rilegate (naturalmente tradotte in francese) dei più recenti romanzi americani, ma decine e decine di romanzi di autori francesi e, udite udite, almeno tre o quattro eleganti riviste, di cui una (Bifrost) che assomiglia molto, come impostazione, alla nostra mitica Robot. Se poi andate in edicola potete persino trovare una rivista di FS in formato tabloid!

Invidia...tremenda invidia per nostri vicini d’oltralpe! Tuttavia non è tutto oro quel che luccica (capirete più avanti il perché di questa mia chiosa).

Viste le premesse, la pubblicazione in Italia di alcuni dei più importanti autori francesi, gente che ha alle spalle una dozzina di romanzi (...e pensare che da noi l’autore italiano che riesce a pubblicare il suo secondo romanzo è una specie di miracolato!), le aspettative non potevano che essere elevate.

Così per Urania esce “La sfera del nulla” di Roland C. Wagner, mentre Solaria risponde con F.A.U.S.T. di Serge Lehman: due protagonisti della scena fantascientifica francese.

Diciamo subito che l’edizione di Urania contiene in realtà due brevi romanzi di Wagner: oltre al  succitato “La sfera del nulla” anche “Musica dell’energia”, per altro senza segnalarlo in copertina e tanto meno all’interno. Il primo è un giallo fantascientifico ambientato sulla Terra, il cui protagonista, il detective Tem, ha il dono di essere praticamente invisibile, o meglio di passare completamente inosservato e di essere presto dimenticato da chi viene a contatto con lui. In sintesi si tratta di una detective story piuttosto noiosa e prevedibile, dove l’unica nota di divertimento risiede nel buffo detective che per condurre gli interrogatori è costretto ad agghindarsi con vestiti pacchiani e turbanti colorati per destare l’attenzione del interrogato, e nella sua assistente olografica che conduce battaglie sindacaliste a favore delle entità virtuali. Decisamente più accattivante il secondo romanzo breve che narra di un avventura allucinata e allucinogena di un gruppo musicale e del suo incontro con lo spirito del rock. Gli squinternati musicisti vengono quindi catapultati in dimensioni surreali che rappresentano gli archetipi di un periodo storico (divertente quello degli anni 80 con le figure giganti e mostruose di Reagan e Bush che inseguono i protagonisti). Solo con la musica e con l’aiuto dello spirito del rock il gruppo riuscirà a superare diverse prove che incarnano nient’alto che le paure e i sogni di diverse generazioni (dagli anni 50, quando è nato il rock, ai nostri giorni). Si nota facilmente come Wagner sia un vero appassionato di musica e il risultato è un romanzo più sentito, con molta più passione e verve rispetto al precedente.

Il numero 10 di Solaria contiene invece un solo romanzo, ma sarebbe stato meglio inserire magari un racconto nel finale per dare una possibilità di riscatto all’autore. F.A.U.S.T. è infatti un’opera modesta e poco ispirata. Certo l’idea di base era accattivante: per combattere lo strapotere dei grandi imperi industriali, l’Europa organizza una sorta di gruppo d’azione che tenta in tutti i modi di infrangere i disegni espansionistici del capitalismo internazionale...insomma una versione più organizzata e meglio armata del “popolo di Seattle”. Però le buone intenzioni non bastano perché leggendo il romanzo si ha sensazione di avere tra le mani un fumettone fantascientifico di serie B, con tanto di base segreta, sigle improbabili (i cattivoni si chiamano B-Men!! E Wolverine dove lo mettiamo?) e personaggi incolore. Non a caso l’impressione è confermata dall’autore stesso quando ammette, nella postfazione, di avere avuto l’idea per il romanzo all’età di 17 anni, di essersi ispirato ai fumetti americani e ai telefilm quali Thunderbirds e Mission Impossible, e di aver quindi terminato la stesura del romanzo in un paio di settimane. Il tutto si potrebbe anche giustificare se solo l’autore avesse stemperato il tutto con un pizzico di ironia e se la presentazione del libro fatta da Evangelisti all’interno del volume non fosse tanto pretenziosa. Capisco ed apprezzo l’entusiasmo che Evangelisti dimostra nel divulgare la nuova FS europea, ma per non rischiare un clamoroso autogol credo sia necessario presentare al pubblico italiano soprattutto i romanzi davvero significativi o quantomeno dosare con più parsimonia le parole di elogio e i toni trionfalistici. Davvero è possibile pensare che romanzi come “FAUST” possano rivaleggiare con le opere dei migliori autori d’oltreoceano? Cerchiamo di fare un po’ d’ordine e di mettere in risalto i libri davvero importanti, altrimenti come faremo ancora a dar torto a chi dice che la fantascienza è un genere in crisi?

 

Riccardo Giandrini

 

 

William Gibson, American Acropolis (All Tomorrow’s Parties, ’99; edizione originale: (Ace-Putnam, '99), "Strade blu", ed.Mondadori, 2000, traduzione di Daniele Brolli, 331 pagine-22.000 £

 

Ottimo, quest’ultimo romanzo del geniale Gibson racconta una storia che, mi pare di poter dire, è solamente un pretesto per far vedere lo scenario in cui si svolge.

E, in effetti, il suo vero personaggio è proprio…l’ambientazione.

Non, certo, che i personaggi che vi si muovono siano privi di consistenza; tutt’altro; sono personaggi incredibilmente veri, estremamente reali, che esprimono, molto bene, dei sentimenti vivi; vivi nel senso che sono nel sentire di oggi, ciò che, cioè, viviamo in questi anni turbolenti; la sensazione di spaesamento, di un futuro che ci profila, sempre più, con mille e più incognite, delle quali, quasi sempre, la risposta sembra impossibile, o, peggio, negativa.

Così come è, macroscopicamente, per il personaggio Ambientazione: mi è sembrato di capire che Gibson sia riuscito ad esporre molto bene uno dei sentimenti che maggiormente circolano oggi; quello di un desiderio di ritorno al passato, una nostalgia, quasi, per tempi trascorsi che pare, ormai, siano definitivamente finiti.

E, questo, mi pare proprio che sia il leitmotiv dell’opera, piena, in ogni pagina, un pathos forte, che divaga, spesso e volentieri, in divagazioni fra il poetico(-malinconico) ed il filosofico, che riesce a raccontare, anche, storie non pertinenti all’economia della trama, ma che dicono molto, proprio perché, come abbiamo detto, essa non è assolutamente rilevante.

I passaggi che mi sono parsi particolarmente significativi (ma ce ne sono anche molti altri, ovviamente!!), sono questi: "Forse usare il telefono non dava proprio l’idea di parlare con qualcuno che non c’era, anche se poi in effetti la realtà era quella. Parlavi con il telefono. Anche se, adesso che ci ripensava, quando usava il telefono connesso con l’auricolare dei suoi occhiali da sole brasiliani doveva fare la stessa impressione." (pag.153), in cui quell’antico sentimento di stranezza-novità addirittura per il telefono, fa da contrasto stridente con l’uso di quella nuova tecnologia.

E: "Voglio l’avvento di una nanotecnologia funzionale in un mondo che rimanga il discendente riconoscibile di quello nel quale mi sono svegliato stamattina. Voglio che il mio mondo cambi, ma allo stesso tempo voglio che il mio posto in quel mondo sia l’equivalente di quello che occupo ora…sta cambiando. E io sono qui per controllare che il cambiamento prenda la direzione che preferisco, e non altre." (pagg.300-1), in cui si dice di quella che, anche per l’intera opera del Nostro, parrebbe essere la sua soluzione al dilemma nel quale ci stiamo dibattendo; un progresso che, se mantenesse le proprie radici nell’humus di ciò che è in essere, senza volersene distaccare troppo, o troppo bruscamente, avrebbe la possibilità di poter essere più umanamente vivibile; e, anche, del desiderio, tutto umano, di tentare di approfittarne, in un qualche modo, di avvantaggiarsene, in cui mi pare si possa vedere la nietzschiana Volontà di Potenza.

In conclusione, come ben dice il Formenti, Gibson torna ad offrirci un’opera veramente notevole, dopo le parziali delusioni delle opere precedenti.

 

A margine, una curiosità, per quanto riguarda il titolo; in un’intervista rilasciata ad Alessandro Ludovico Gibson così risponde ad una domanda:

D: "Quale credi sarà la prima metropoli che collasserà socialmente?"

R: "Detroit, probabilmente, è l’esempio più impressionante di collasso di una metropoli negli Stati Uniti. Ciò che una volta era il magnificente nucleo centrale degli affari, la American Acrapolis, è in completo disfacimento.(…)("Intervista a William Gibson", "Neural" n.11, ed.Minus Habens, ’98, pag.55)  

Altri contributi critici: "Gibson, torna il cowboy del cyberspazio", di Carlo Formenti, "Corriere della sera" del 15/9/2000

Marcello Bonati

 

 

AA.VV. Bambini assassini – undici storie dove l’infanzia fa paura - (a cura di Fabio Giovannini e Antonio Tentori) – Stampa Alternativa – pagg. 160, £ 15000

Presentata nella collana "eretica", che ha detta dell’editore dovrebbe essere "contro il comune senso del pudore, contro la morale codificata, controcorrente", in realtà non mi sembra che questa antologia di racconti completamente l’obbiettivo.

Degli undici racconti presentati, infatti, alcuni (troppi) presentano delle scene e delle trame di violenza gratuite che non sono affatto sostenute da un impianto narrativo e da una trama adeguata.

Il bambino visto come protagonista negativo che compie efferati crimini viene usato spesso come uno strumento fuori luogo per descrivere situazioni e storie raccapriccianti e poco credibili.

Una prova, quella fornita dai rappresentanti del movimento neo-noir romano che lascia come impressione qualcosa di incompiuto, di non riuscito completamente.

Le storie sono divise in sezioni, e quelle più convincenti mi sembrano Cuore di scimmia di Sabrina Deligia e Fame d’amore di Alda Teodorani, le uniche due autrici donne presenti nella raccolta.

Ma il racconto migliore, secondo me, è La storia di Sara, di Marco Minicangeli, che senza soffermarsi su scene troppo macabre e descrizioni troppo particolareggiate, racconta una vicenda con uno stile essenziale e senza ricorrere a scene di violenza gratuita, dove la violenza viene fuori da una tipica, forse banale, storia di vita quotidiana. Ed è questo, secondo me, il vero e proprio noir.

RS

 

 

Fabrizio Chiappetti, Visioni dal futuro Il caso di Philip k. Dick – Fara Editore, £ 19000

Fare un saggio esaustivo sull’opera e il pensiero di Dick è sicuramente, considerate le sfaccettature e le peculiarità dell’autore americano, un'impresa al limite delle possibilità umane.

I tanti scritti lasciati, dai racconti passando per i romanzi fino ai testi (pseudo)filosofici, le traversie affrontate nella sua breve vita accompagnata sempre da droghe e antidepressivi, le sue teorie teologiche, sono materiale troppo complicato per una analisi lineare e diretta.

Il merito maggiore di questo saggio su Dick di Fabrizio Chiappetti, ventiseienne marchigiano, insegnante di storia e filosofia, è senza dubbio quello di non aver voluto strafare. Con un linguaggio semplice e diretto, passando per le opere più significative di Dick, per i momenti più importanti della sua esistenza, l’autore fornisce un ritratto convincente e abbastanza obbiettivo dello scrittore statunitense, che può essere utile a chi si avvicina per la prima volta a Dick e a chi, invece, Dick lo conosce come le sue tasche. Senza scendere, come è facile quando si parla di scrittori di tale levatura, sul terreno della banalità e dello scontato.

Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Ubik, La svastiva sul sole e Blade Runner, in originale Do Androids dream of Electric Sheep, sono le opere, senza dubbio tra le più rappresentative di Dick, su cui si basa l’analisi di Chiappetti sullo scrittore americano. Considerazioni che poi, per forza di cose, investono anche la vita e la filosofia di uno degli autori che più ha dato alla fantascienza mondiale.

RS

 

 

Tommaso Pincio, Lo Spazio sfinito, AvantPop Fanucci Editore – pp. 160 £ 16000

Una prima parte deludente, a cui non fa da contraltare una seconda parte altrettanto eccezionale rende questo secondo romanzo di Tommaso Pincio (di cui, per la verità, non apprezziamo molto neanche la scelta dello pseudonimo) una lettura che solo a tratti coinvolge il lettore.

Una prima parte, dicevamo, in cui la storia stenta a decollare, che sembra girare su se stessa come a prendere tempo, ad allungare il numero delle pagine senza che nulla accada, a contorcersi sulle parole che a volte sembrano superflue. Ed è un peccato perché l’idea in sé non sarebbe neanche troppo banale, un’idea che prende forma nella seconda parte dove parecchi "fantasmi" della letteratura di Dick vengono a galla. Fantasmi che alimentano la storia di spunti inquietanti, di domande esistenziali e teorie filosofiche che però sembrano perdersi in un contesto troppo vago, solo accennato.

La storia è vaga, poco definita probabilmente per scelta dell’autore, ma la mancanza di una robusta struttura iniziale, l’inevitabile "routine" in cui entra il lettore che si trova imbottigliato in una storia apparentemente senza uscita, non favoriscono poi la buona riuscita del romanzo e l’interesse del lettore.

RS

 

John Barnes, Un secolo di ordinaria follia, Kaleidoscope Century, 1995, Solaria Fanucci, Roma 2000, pp. 256 – lire 6.900, Trad. di Anna Polo

"La scrittura impianterà la dimenticanza" dice il re egiziano Thamus nel Fedro di Platone. Nel passaggio che porta la cultura dall’oralità alla scrittura, dalla voce al testo, si acquista qualcosa (la capacità di scrivere, per l’appunto), ma si perde anche qualcosa: la rimembranza, la memoria, la facoltà di modificare-in-corso.

Mi sembra che questa possa essere un’interessante chiave di lettura di Un secolo di ordinaria follia di John Barnes, il bel romanzo pubblicato dalla Fanucci. La storia: Joshua Ali Quare si sveglia su Marte nel 2109. Chiuso nella sua stanza ed affetto da amnesia cerca di colmare i vuoti della sua memoria leggendo quanto c’è archiviato sul Werp. E così Joshua recupera la sua memoria, rivive la violenta vita di mercenario al servizio dell’Organizzazione e così facendo ci guida attraverso gli orrori e le brutture del suo tempo.

La memoria, dunque. In Un secolo di ordinaria follia è quella dei "documenti" archiviati nei database di un computer: partendo da questi Joshua ricostruirà la sua esistenza che dura da oltre un secolo grazie alle moderne tecnologie dell’ingegneria genetica che permettono anche di cambiare aspetto e ringiovanire. Ma la memoria informatica è veramente asettica e sicura? Ecco su cosa si interroga Joshua per giungere alla conclusione che gli archivi del Werp ricostruiscono una storia, non la Storia.

Un bel romanzo dunque questo di Barnes, ben scritto, potente, nonostante l’intreccio si sviluppi in maniera spezzettata, lontano dai clamori tecnofuturistici di molta fantascienza che ha seguito il cyberpunk. L’autore riesce ad approfondire i tratti psicologici del personaggio sopravvissuto alle violenze del mondo, che anzi della violenza ha fatto la sua professione diventando un mercenario. Nella sua descrizione – che in alcuni tratti diventa una sorta di flusso di coscienza perché la narrazione è prima persona – Barnes riesce nella difficile impresa di rimanere "esterno" al personaggio di Joshua. Azioni di guerra, violenze, stupri, vengono raccontanti in maniera fredda, quasi con distacco. Forse per questo infastidiscono il lettore: ma chi ha detto che la fantascienza deve essere consolatoria?

marco minicangeli

 

Rhiannon Lassiter, La Terra non gira più, Hex, 1998, Salani, Milano 2000, pp. 228 – lire 24.000, Trad. di Marina Astrologo

Esistono libri su cui è difficile dire "qualcosa", e per qualcosa intendiamo un giudizio sensato. Esistono libri che vanno letti e basta, e questo, chiaramente, non significa che si tratti di capolavori della letteratura. Esistono libri per cui è molto difficile dire "sì" oppure "no".

Ecco, ci sembra che La Terra non gira più di Rhiannon Lassiter, giovanissima scrittrice inglese di appena vent’anni, sia uno di questi libri. Ventitreesimo secolo, Londra si è completamente trasformata diventando una metropoli alta cinque miglia. In questa fitta ragnatela di grattacieli e ponti stile Metropolis di Fritz Lang, Wraith e Raven stanno cercando la sorella Rachel, aiutati da Kez, un ganger che vive di espedienti, personaggio ormai tipico di tanta letteratura cyber. Come Raven, anche Rachel è una "Hex", una mutante in grado di dominare la realtà virtuale, ed è scomparsa dalla famiglia di adozione. Forse è stata ingoiata dai bassifondi della città perennemente bui, o più semplicemente è stata arrestata per essere terminata, la fine che fanno tutti gli Hex. Questa ricerca porterà Raven, Wraithe Kez fino ad un laboratorio dove scopriranno una terribile verità.

Raccontato così La Terra non gira più (a proposito, perché questo titolo?) non sembra gran cosa: un romanzo adolescenziale, anche se l’autrice ha detto che mentre lo componeva – all’età di diciassette anni – si è esclusivamente preoccupata di scrivere fantascienza e solo dopo si è resa conto che stava rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti. Eppure dietro un intreccio molto semplice, che paga dazio alle mode cyber e alle scenografie dei manga, si vede una buona attitudine all’organizzazione del materiale narrativo e contemporaneamente la capacità manageriale di un’industria (l’editoria, nei paesi anglosassoni è questo, così come il cinema) che ha bisogno di storie da raccontare per trasformarle in prodotti da vendere. Di questo, un giorno, si dovrà discutere seriamente: perché spesso tutto il resto – la letteratura, l’arte, il senso della vita – lascia il tempo che trova.

Marco Minicangeli

La prima domanda che ci viene in mente leggendo Milano 2019: linea di confine di Roberto Perego (Shake, Milano 1999, pp. 284, lire 25.000) è quali sono le storie che un narratore dovrebbe raccontare oggi. La narrazione è creazione e come tale atto assoluto, non permette cioè mezzi termini: chi racconta deve farlo come se nulla fosse mai stato raccontato prima. Vero, eppure questo non è possibile fino in fondo, perché non è possibile pensare che qualcuno riesca a fare completamente tabula rasa di quanto ormai è diventato "tradizione".

Milano 2019: linea di confine è proprio questo. La storia: un corriere giapponese viene ammazzato e della valigetta con il suo prezioso contenuto si impossessano tre poliziotti. Questo innesca una caccia che vedrà coinvolti mafia e polizia. A fare da contorno: killer programmabili, assassini per vocazione, cattolici oltranzisti (niente a che invidiare a Comunione e Liberazione), immigrati musulmani e altri sfigati di varia natura. Tutti questi ingredienti sono mixati in maniera magistrale ed è indubbio che si tratti di una storia ben raccontata, dai ritmi serrati e dalle ambientazioni coinvolgenti (stiamo citando una recensione). Ma si tratta anche di una storia ormai raccontata, vista e rivista nelle ambientazioni e nei personaggi, mera ripetizione di qualcosa che ormai è nella storia della letteratura non mimetica.

Prendiamo per esempio Bruno, "ex poliziotto perseguitato da un ricordo terribile che non lo lascia vivere". Quanti ex poliziotti perseguitati chi ha dato la narrativa noir e di fantascienza? Decine. Oppure Boccia, lo sgarrupato di turno, altro cliché cyberpunk, che forse dirà qualcosa ai frequentatori dei centri sociali milanesi, ma che a noi ricorda solo uno stereotipo. Ecco, se Perego ha un difetto è proprio quello di calcare sentieri già tracciati, senza cercare una propria via alla storia che vuole raccontare.

marco minicangeli