18° TORNEO DI SARVESZA


Fabio Germanà


 

Sala grande della biblioteca di Sarvesza. I tavoli allineati con tutte le scacchiere ben allestite, i pezzi di noce lucidi, gli orologi pronti per essere messi in moto, una quantità rilevante di giocatori, la presenza di alcuni scacchisti di grande nome come Esteban Canal, Byrne, Nestler, Lautier, tutti schierati in una sala lunga e stretta. I libri: le pareti. Libri da per tutto sino al soffitto. Libri antichi, nuovissimi, in ebraico, in tedesco, in egiziano, insomma una atmosfera eccellente. Quando l’arbitro, un tipo minuto, con capelli brizzolati, occhiali leggeri ed un paio di baffi sottili, ebbe pronunziato la tipica frase d’inizio, che tutti aspettavamo con estrema impazienza, "Orologio del bianco in moto" decine di mani si precipitarono sulla pulsantiera ed il coro di sottili ticchettii cadenzati rimase l’unico suono nel silenzio. Tutti zitti, con gli occhi fissi sulle scacchiere, la testa tra le mani, le gambe che tremano nervosamente, ed un rigo di sudore a solcare il viso. L’uomo seduto di fronte a me aveva spostato il pedone di Donna avanti di due case, aveva pigiato con prepotenza il pistone metallico dell’orologio e stava scrivendo la mossa sul formulario. Lo guardavo incuriosito: quel pedone bianco in d4, solo al centro della scacchiera.

A qualcuno dietro al bancone caddero delle monete sul pavimento e subito si levarono delle tossettine infastidite, delle occhiate aggressive e perfino un "Silenzio, per favore. Stiamo giocando qui!".

"18° Torneo di Sarvesza - 1.474.320 d.C."; la scritta troneggiava su un drappo giallo al centro della sala. Era un errore di stampa, tra i più clamorosi che fossero stati mai commessi.

La mia mano sinistra ospitava morbidamente la guancia, con un’inconsueta barba ispida e pungente. Massaggiai la mascella e soffiai violentemente dal naso. Tenendo ferma la faccia poggiata nella mano, dalla scacchiera spostai lo sguardo sull’avversario: l’uomo che mi stava davanti sembrava una statua di marmo bianco; non respirava, il sangue non pulsava nelle vene, e non si muoveva. Fissai le linee severe del suo volto; concentrato sulla scacchiera. Poi un lieve movimento delle palpebre tradì la sua vitalità, e fu chiaro che stava calcolando varianti di gioco in base alle mie possibili risposte.

Chi diavolo è ? Non lo conoscevo, e di certo non lo avevo mai visto prima. Non avevo idea neanche di chi io fossi. Chi sono ? Il vuoto. Non mi ricordavo nulla. Un giocatore di scacchi, questo è sicuro. Curiosa situazione questa. Perché questa voragine nella consapevolezza ?

L’arbitro passò in silenzio tra i tavoli, facendo attenzione a non distrarre nessuno. Stavo perdendo tempo, mi stavo distraendo, stavo sprecando minuti preziosi inutilmente. Dovevo essere impazzito del tutto.

Pedone d5. La mossa mi sembrava spontanea. In modo altrettanto naturale, e senza riflettere troppo, l’avversario adesso giocava il cavallo di Re in f3. Interessante. Portai il mio cavallo in f6. Seguì Af4 e Af5 con gioco perfettamente simmetrico. Pedone e3 e g6. Il Bianco si prese circa due minuti e mezzo di tempo prima di sviluppare l’alfiere campo chiaro in e2. Non mi sembrò un granché, giocai c5 e lui c3. Non sapevo chi ero, dove mi trovavo, perché stavo giocando, non possedevo ricordi, nessun passato, nessun amore, niente famiglia, niente sogni, nessuna aspirazione o desiderio, ma riconobbi immediatamente la struttura sulla scacchiera. Era il London System; la individuai all’istante. Quella apertura di partita aveva assunto la denominazione London System già nel 1922 quanto era stata giocata con ottimi risultati da campioni del mondo come Alekhine (contro Max Euwe), Capablanca (contro Reti) e dal fortissimo Rubinstein (ancora contro Euwe).

Atroce. Sentii un urlo, una donna guaire di dolore. La quiete della sala si era frantumata attorno alla voce femminile, attorno a quel lamento quasi animale. Come minimo qualcuno le aveva piantato un coltello nelle budella. Non era compito mio preoccuparmi di certe cose. Inaspettatamente nessuno nella sala protestò.

Alekhine era li, ad un tavolo nel fondo, con i capelli lunghi tinti di nero e legati in treccine, lo sguardo accigliato, la lingua ad umettare le labbra ed un alfiere stretto in mano. Stavo perdendo colpi. Ricordavo perfettamente che Aleksander Alekhine era morto nel 1946, anno entro il quale aveva avuto modo di ottenere il titolo di campione del mondo più di una volta; dal 1927 al 1935, ed ancora dal 1937 al 1946. Eppure era la. C’era qualche cosa che non andava. Probabilmente non avrei dovuto spingere subito il pedone in c5, adesso avevo dei dubbi su dove sviluppare il cavallo di Donna. Era buona Cc6, o era migliore Cd7 ? Senza dubbio qualcosa non quadrava.

Alla fine dei tavoli c’era un uomo tutto solo. Mi ero accorto della sua presenza sin dall’inizio, ma soltanto adesso lo avevo riconosciuto. Se ne stava seduto con aria compiaciuta a fissare i pezzi perfettamente ordinati sulla scacchiera e la bandiera dell’orologio mezza sollevata. Si passava le mani nervosamente sulla faccia. Lo avevo visto alzarsi un paio di volte e passeggiare sul fondo della sala, agitarsi ogni qualvolta la tenda si allargava per fare entrare qualcuno nella sala. Tigran Vartanovich Petrosjan probabilmente temeva che il suo avversario potesse giungere ancora in tempo per poter giocare le mosse d’apertura prima che la bandierina cadesse.

La donna urlò un’altra volta. Era ora che la smettesse. Non c’era il servizio d’ordine per evitare che accadessero cose del genere ? Anche questa volta non ci furono obbiezioni, e perfino l’arbitro finse di non aver sentito nulla.

La mia torre sulla colonna "c" lavorava maledettamente bene, così probabilmente il mio avversario stava valutando di controbilanciare il gioco portando la sua torre in c1. Doveva decidere se cambiare prima dei pezzi leggeri. Tuttavia cambiare il suo cavallo con il mio alfiere cattivo non poteva che avvantaggiarmi. Quando l’urlo si ripeté nuovamente ero io che stavo pensando. Giocai frettolosamente Cxh5, che era chiaramente un errore, e mi alzai per protestare con l’arbitro.

Robert James Fischer venne fuori da dietro la tenda correndo, e per poco con la sua irruenza non mi scaraventò per terra. Aveva l’aspetto di un diciottenne, con tutta l’arroganza e la fame che avevano caratterizzato quei suoi anni giovanili, molto prima di conquistare il titolo mondiale battendo Spassky nella finale di Reykjavik. Indossava un maglione di lana a collo alto di un blu tetro da cui fuoriusciva la sua testa tonda, con la capigliatura schiacciata. Che testa micidiale quel ragazzo ! Tigran Petrosjan si sedette pesantemente sulla seggiola di noce, inalò una boccata di fumo e scarabocchiò qualcosa di poco chiaro sul formulario.

L’arbitro era scomparso.

Sospettai che esigenze fisiologiche lo avessero costretto ad abbandonare la competizione per un momento. Me ne tornai a posto, e rimandai le proteste. Dopo un po' la situazione sulla mia scacchiera presentava il Bianco con il proprio Re in c3, una Torre in a6, l’Alfiere campo scuro in e7, ed un pedone in e4. Il Nero aveva un Cavallo in presa in b2 e un Cavallo in presa in d6, l’Alfiere nella casa f2, il Re in f4, ed un pedone in h3 che aspettava di essere spinto. Il tratto spettava al Nero, così mi concentrai nella ricerca della mossa opportuna. Dopo circa otto minuti, commettendo una scorrettezza non da poco, il mio avversario, che non aveva fatto altro che agitarsi per tutto il tempo, mi propose patta. Lo ignorai. Non volevo nemmeno prendere in considerazione la sua proposta, avanzata giusto per infastidirmi. La chiamano "psicologia degli scacchi", ma sono solo infami espedienti. Stavo valutando due differenti mosse di cavallo con scacco. Cd1+ era di gran lunga la più efficiente; mi avrebbe fatto perdere dei pezzi leggeri, ma alla fine avrei portato il mio pedone a promozione con scacco, con vantaggio decisivo.

Un pianto lacerante ed un urlo si liberarono dalla stanza nascosta dietro la tenda. Spostai il mio cavallo e schizzai via dalla sedia. L’arbitro non c’era ancora. Con lunghi passi affrettati raggiunsi la tenda e allargai il pesante drappo di velluto amaranto.

C’era una stanza piccola e malmessa, con carta da parati giallo-bruna, un minuscolo tavolino rotondo ed una sedia di plastica bianca. Sulla mia sinistra ebbi modo di notare una finestrella, bloccata da una tavola inchiodata agli assi da una trentina di chiodi. C’era una signora sulla cinquantina, seminuda, mezzo sdraiata su una poltrona di pelle, imbottita e con molle arrugginite che uscivano fuori da tutte le parti. La donna indossava una vestaglia leggera, molto estiva anche nel disegno. Era lei che aveva gridato. Aveva piccoli occhi carichi di lacrime, circondati da miriadi di rughe. Se ne stava pressoché immobile, con la schiena distesa e le gambe larghe poggiate su due sgabelli bassi. Aveva la veste raccolta sui fianchi e infilata, in gran parte, sotto il sedere. Aveva una pancia liscia e dura, con un ciuffo di peli più folto attorno all’ombelico. Tirò un intenso respiro e si mosse lentamente nel tentativo di risollevarsi. Le sue caviglie erano macchiate di rosso, chiazze sulle gambe, e risalendo, sulle cosce si potevano individuare aree di sangue secco e gocce appiccicose titubanti, aggrappate alla peluria, prima di lasciarsi andare al suolo.

Quando la guardai negli occhi tentò un abbozzo di sorriso, per comunicarmi comprensione e tranquillità, ma non ci riuscì del tutto. Disponeva di un’espressione disarmante; era come se mi parlasse e dicesse di fugare ogni preoccupazione, che tutto sarebbe andato bene.

Preoccupazione … Poi urlò nuovamente, e fu un lamento inumano e straziante. Chiarezza. Mi portai accanto alla finestra e mi rilasciai contro la parete. Stavo rapidamente riconquistando ogni frammento perduto di memoria, e con essa di consapevolezza. Consapevolezza. Mentre la donna partoriva ed il Re sulla scacchiera, come preventivato, veniva spostato in d2, mi compiacqui d’esistere, pensare, vivere ancora. Quella Macchina Del Tempo di carne mise alla luce un nuovo giocatore, il più arguto e sorprendente, e pensai che probabilmente avrebbe vinto il torneo. Era stato richiamato dai meandri del Tempo per giocare la sua partita. Si sistemò la giacca che gli stava leggermente larga, mi lanciò un lungo sguardo che mi mise in imbarazzo, e scomparve rapidamente dietro la tenda. La donna sorrise candidamente mentre si rilassava per un momento. Venivamo tutti da lì dentro, e tutti avremmo giocato le nostre partite. Cavallo prende in e4 con scacco, sacrificando il primo dei tre pezzi.

 


NOTA: Il racconto "nasconde" dei significati non immediati, al lettore il gusto di trovarli, magari attraverso una lettura ripetuta. Comunque la chiave va cercata essenzialmente nel senso della vita e nel sacrificio dei pezzi sulla scacchiera. Chi non è un esperto del settore non potrà apprezzare a pieno la bellissima posizione finale descritta nel racconto. Inoltre, alcuni eventi narrati hanno carattere ‘storico’. Ad esempio Petrosjan che spera nell’assenza di Fischer, il quale, però, si presenta all’ultimo momento (e vince), è riferito ad un fatto realmente accaduto durante un torneo americano. La figura dell’arbitro è stata costruita pensando ad uno scacchista/arbitro realmente esistente che conosco. Concludendo, tutti gli scacchisti citati sono realmente esistiti o esistenti.