CHOUKRA di Nicoletta Vallorani

 

Medusa si è avvolta i capelli in una tela azzurra. E' come il cielo su Terra, ha i colori del deserto di Choukra. Medusa non ha occhi, è indifesa. E' un sogno che qualcuno non ha finito di sognare.
I turisti la guardano, quando passano di qui. Qualcuno racconta una storia, qualcuno lascia soldi che quelle come me rubano per comprarsi un sonno senza incubi. Ma nessuno sa, nessuno sa davvero. Sono rimasta io sola. La memoria di questo mondo di sabbia e sassi. Ma i miei ricordi sono confusi e hanno il sapore del vento che ho smesso di respirare.
Non tornerò nel deserto a cercare i pezzi del mio cuore spezzato. Non tornerò su Terra perchè nessuno mi aspetta. Così la stazione va bene. Un posto di transito, la dimensione ideale per chi non va e non resta. Per chi come me rimane sospeso tra il rimpianto e il desiderio. Ho smesso di chiedere coraggio a me stessa molto tempo fa. Adesso sto qui. Non cammino, non grido, non canto, mangio quanto basta, bevo quello che capita. E negli intervalli, a volte, ricordo gli Uomini Blu.

 

Ho sognato Alid, l'uomo di Atlante. Aveva la testa staccata dal tronco e la teneva sotto un braccio. La bocca sorrideva e sotto gli occhi una linea precisa di kajal segnava una traccia decisa, di fuga, verso le tempie. Alid se n'è andato per primo, sapete. Non ho mai saputo con esattezza cosa gli abbiano fatto. So che non ha detto niente, però. Non dev'essere stata una bella morte la sua. Forse per questo continuo a sognarlo con la testa divelta, il cervello staccato dal cuore. Innaturale, per lui. Innaturale credere di poter pensare senza provare un'emozione profonda. E' stato il primo a capire il pericolo e il primo ad andarsene. Che questo abbia un significato? Che tutto questo abbia un significato? Non so. Eppure io ero la più lucida del gruppo, la più rigorosa, la più rigida, la più lenta a capire. La mia agonia sarà più lunga per questo? Nessuno è venuto a cercarmi, dopo il massacro. Si sono dimenticati di me.
Il problema è che io non riesco a dimenticare.

 

Non è rancore, no. E nemmeno paura. Che altro possono farmi, poi? Io sono qui, loro su Terra Centrale, e questo è quanto. Sono un avanzo. Mi sono bevuta la vita, quella era mia. E adesso aspetto. Cosa non so. Rivedere di nuovo il deserto, questo mi piacerebbe. E gli Uomini Blu.

 

"Allora, com'è che si chiama?" Ha i capelli rosa, questa signora, e occhiali a specchio fucsia innestati sul viso. Non sento il suo sguardo, come non ho sentito le sue parole, sicchè lei ha dovuto ripetere la domanda, con la protervia tipica dei terrestri che credono di aver diritto a tutto, compreso il rispetto dei barboni.
"Choukra". Cerco di guardarla, ma non mi riesce. I miei occhi scivolano sulla pelle levigata del suo viso. "Ho sete, signora. Comprami da bere..." Ma lei se n'è già andata, portandosi dietro una borsa azzurra. Un'imitazione, per fortuna. Sono un'intenditrice, ormai. Riesco a distingue le borse Kilia dalle imitazioni. Il mio stomaco riconosce quelle vere. Quando mi attraversano la strada, non posso fare a meno di vomitare.
Choukra. Choukra. E' il nome di questo pianeta. In Arabo, più o meno, significa grazie. L'abbiamo scelto noi. Cori, Axia, Blakie, Alid e io. Due donne, due uomini e io: i primi coloni volontari, i primi ad essere lasciati qui, giovani di speranze confuse, tutti ansiosi di andar via da casa, dal ghetto, dalla prigione, da un silenzio profondo e vuoto di addii. Grazie, grazie per questo. Perchè Choukra allora era la nostra terra promessa.
E' difficile capire, adesso. Difficile anche per me, che ero qui, ero una di loro. Difficile pensare che fossimo così ingenui, così poco umani da non renderci conto del pericolo. Eppure eravamo i migliori, il gruppo scelto, i cervelli più svegli, i corpi più agili. Potreste immaginarlo, vedendomi adesso?
Certe volte mi sembra di avere la sabbia del deserto nella gola. Granelli minuti, turbini di ricordi che solo a tratti si compongono in parole. E le parole non sono abbastanza per raccontare tutto quello che è stato. E del resto, nessuno più vuole sentire questa storia. La guerra è finita da dieci anni. Su Terra, forse, non hanno neanche mai saputo che c'è stata una guerra, qui. Un massacro.
Ma io c'ero. Io resto.

 

Mi siedo davanti alla vetrata, quella dalla quale si vedono le colline di Issan, e vedo Cori com'era allora, quindici anni fa. Mi fa cenno di seguirla, e io lo faccio, sorridendo, come se lei ci fosse davvero, come se non fosse morta la settimana scorsa. La seguo e mi sembra di essere anch'io quella che ero, bionda e morbida e giovane. Sicura, una freccia lanciata verso il bersaglio.
Le colline di Issan sono facili da attraversare. E di là, oltre l'ultimo sperone di roccia, il lampo blu del deserto.

 

Gli abitanti di Choukra sono nascosti nel deserto. Nessuno sa dove vivano. Nessuno li cerca più. Si può morire in due giorni laggiù.
A volte ci penso. A volte, mi sembra che sia la soluzione più semplice. Non verranno a salvarmi stavolta. Gli Uomini Blu che io ho amato, desiderato, compreso e tradito. Non sono una di loro. Non più. Non appartengo a Terra, neanche. Sono sul confine, sul filo sottile che separa due razze, e non sono mai riuscita a scegliere da che parte stare. Adesso non ha più senso porsi il problema.
Però c'è la nostalgia. Questo lembo lacero fatto di rimorso, rimpianto, rancore per quella che sono. Per tutto quello che, mio malgrado, è successo.

 

Gli Uomini Blu sono alti e sottili. Hanno dita agili, molto mobili, e una specie di sorriso nella mente. La prima volta, ho fatto fatica a vederli, nel deserto. E In verità non sono mai riuscita a vederli davvero, anche se ho vissuto con loro per due anni, nelle loro tane di sabbia. Ho diviso il loro cibo e sognato i loro sogni. Ho creduto di capire, anche se ho impiegato più tempo degli altri. Sono lenta e cerco sempre di arrivare con la mente a quello che si può comprendere solo col ventre.
Blakie invece era diverso. Siamo cresciuti assieme, su Terra Centrale. Due facce della stessa medaglia: bionda e trasparente, con occhi freddi e mente lucida, vicina a lui sembravo un pezzo di luce rubato a una giornata d'estate. Blakie era scuro, invece, appena di un tono più sbiadito degli Uomini Blu. Forse anche per questo non ha fatto fatica ad accettare il loro aspetto. Ho sempre avuto la sensazione che lui fosse l'unico a vedere com'erano, a intuire qualcosa di più della sagoma opaca alla quale noi tutti ci eravamo abituati, nella penombra delle loro case sotterranee.
E poi, magari, non era vero. Blakie, come noi, si è perso per due anni in questo sogno e ha creduto davvero di diventare parte di qualcosa di importante. Parte di qualcuno. Parte di una dimensione diversa, sospesa tra la fantasia e la luce oscena del giorno.

 

Ho visto i loro morti essiccarsi nel deserto. E' successo dopo poche settimane che eravamo lì. Non sapevamo ancora nulla, ma mi sembra di ricordare che eravamo felici. Non so perchè, non so come, e tuttavia sono certa che avessimo una parte nella loro vita, una specie di ruolo nella loro società. In principio, tentavamo di comportarci in modo professionale: organizzavamo riunioni tra noi, cercavamo di ricordare tutto quello che avevamo imparato sulle tecniche di contatto con le civiltà aliene. Ma era come cercare di infilare una vite in un foro troppo stretto: se avessimo insistito, saremmo riusciti a farlo, ma forse la cavità, allora, sarebbe diventata troppo larga per tener su quello che volevamo appendere. Non so se è chiaro. Noi eravamo la cavità. Gli Uomini Blu erano la vite. La vita. La nostra, la loro.
Forse, quello che ci insegnavano era troppo, troppo per chiunque di noi. Apprenderlo ci ha reso incapaci di tornare al nostro mondo, ma non ci ha fatto diventare parte del loro. Siamo rimasti in mezzo, sulla soglia.
E dalla soglia delle loro tane, abbiamo visto i loro morti distesi ad asciugarsi nel deserto.

 

Axia era la biologa. La più vecchia, quella che aveva fatto altri viaggi, visitato altri mondi. Axia studiò la faccenda dei morti.
Strano che nessuno di noi provasse alcun disgusto per quella che evidentemente era una loro tradizione. Non sapevamo bene come fosse fatto il loro corpo, dentro. Quello che sapevamo è che in due settimane i morti si "asciugavano". Non c'era carne, non c'erano ossa, non c'erano odori di nessun tipo nell'aria. Dopo quindici giorni, al posto del cadavere, restava una sorta di mantello azzurro, morbido e resistente. Un vestito di pelle, il simulacro di una vita finita. Lo rispettavano, gli Uomini Blu. Voglio dire, i morti, in qualche modo, erano sacri. Per questo usavano ciò che restava di loro. Per questo avevano cura dei vestiti che li proteggevano dal vento del deserto: quegli abiti erano ciò che restava della loro famiglia, alla lettera la pelle dei loro padri.
Non è orribile. Non è disgustoso. Non mi sembrava così allora, nè credo che lo sia adesso. Era la loro cultura. Bisognava vederli per capire. Bisognava sapere quanto tenessero ai loro simili. Quanto rispettassero ogni forma di vita.
All'inizio, mi ricordo che Axia tentò delle ipotesi. La pelle si seccava nel deserto e assumeva una consistenza diversa da quella che aveva avuto sul corpo vero. E di tutto il resto non restava niente. Incomprensibile. Avremmo dovuto fare delle analisi, credo, ma dopo le prime settimane con loro non ci pensammo più. Non pensammo più a niente per quasi due anni. Vivemmo con loro, semplicemente. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se non esistesse nient'altro che il deserto blu e l'oscurità umida dei sotterranei in cui passavamo le giornate e le notti.

 

Non sono più riuscita a fare l'amore con un uomo. C'era qualcuno che mi aspettava, su Terra. Qualcuno che è persino venuto a prendermi quando sono tornata dal deserto la prima volta. Non avevo ancora trent'anni, allora, e credevo di essere sessualmente sana e normale e sufficientemente libera da prendermi tutto il piacere che mi spettava in ogni rapporto sessuale con un maschio della mia specie.
Bene, non ci sono più riuscita, da allora. Ho provato, ma questo carezzarsi senza frutto tra due lenzuola appiccicose dopo un po' mi è venuto a noia. Lui non ha capito, naturalmente. Non ho capito neanch'io, per la verità, nel senso che per un po' ho desiderato davvero che mi riuscisse di fare sesso, almeno, con un po' di soddisfazione. Niente da fare, invece.
Avete mai provato ad arrampicarvi su una parete di vetro non troppo inclinata? Sembra facile farlo, perchè la pendenza non è molta e le mani e i piedi possono far presa per un po'. Ma non dura: quando la pelle si inumidisce, diventa impossibile arrivare in cima. Si scivola indietro ogni tre passi ,e ogni volta si desidera di più riprovare. Si fanno tre passi, si scivola, si torna in fondo, si fanno cinque passi, ci si illude, si scivola di nuovo, si ricomincia. E via così.
Ho fatto sesso per due mesi in questo modo. Poi mi sono arresa.
Lui è tornato su Terra. E ha smesso di aspettarmi.

 

Cori ha scoperto che eravamo compatibili con gli Uomini Blu. Sessualmente, intendo. In verità non so se questa sia la definizione giusta. Non so se quello che abbiamo imparato a fare con loro potesse definirsi un'esperienza sessuale. Sicuramente facevamo l'amore. Sicuramente quello che facevamo non poteva essere fatto senza perdersi. Non so spiegarlo. Non bene. Però se ci penso, mi sembra di provare ancora quella sensazione di assoluta appartenenza, di comunicazione totale. Il sogno veniva dopo.

 

Cori aveva occhi grandi e umidi quando tornò dal deserto. Era uscita con due di loro, un maschio e una femmina.
Occhi umidi e il sorriso di un bambino. Senza difese, senza segreti. "Ho fatto l'amore con loro" ha detto. E poi si è messa a piangere, in silenzio, senza che il ritmo del suo respiro cambiasse, senza che il suo sguardo si sciogliesse dal mio. Cori non aveva un compagno, allora. Non ne aveva mai avuto uno. Storie, di tanto in tanto, questo sì. Ma io sapevo che non era mai riuscita a lasciarsi andare del tutto. Quando capita così, sapete, fare l'amore diventa una faccenda faticosissima. Mentre ci si agita su un letto, incapaci di abbandonarsi, si riesce a vedere tutta la scena dall'esterno, da fuori, come se non si fosse davvero lì. Potete immaginare quanto sia ridicolo? Distrugge qualunque desiderio, qualunque impulso sessuale. A Cori succedeva questo, tutte le volte. Poteva mettersi a ridere proprio mentre il suo partner credeva di averla resa felice. Imbarazzante, no?
Per questo era strano vederla così. "Ho fatto l'amore con loro". A nessuno di noi è venuta voglia di ridere. Nessuno si è scandalizzato, nessuno ha pensato che tutto questo fosse poco professionale, nessuno si è ritratto, nessuno l'ha rimproverata. Nessuno, nessuno ha detto nulla.
Eravamo così, allora. Totalmente aperti, totalmente disponibili, totalmente grati al deserto e agli uomini blu per tutto quello che ci stavano regalando.

 

Siamo una razza di predatori e assassini. Adesso lo so, e che io lo sappia non serve a nulla. Questi turisti non si occupano di me nemmeno quando sono abbastanza ubriaca da raccontare senza scopo le mie storie confuse. Non sanno, non credono. Arrivano qui, si guardano intorno, rimangono sempre tutti assieme come lupi in un branco. Dalle colline di Issan, spiano il deserto solo per un po', prima che la navetta li riporti indietro, al sicuro. Nessuno può uscire dal mezzo di trasporto, per nessun motivo. Ragioni di sicurezza, dicono. Come se gli abitanti di Choukra potessero fare del male a qualcuno.
E' ridicolo. Ragioni di sicurezza. Cosa si aspettano che succeda? Gli Uomini Blu non si faranno più vedere. E gli altri, quelli che sono nati qui, sono già morti oppure sono come Medusa: sogni incompleti, fantasie interrotte dalla violenza della veglia.

 

Dopo Cori, c'è stato Alid. Poi Blakie, quasi subito. Poi Axia. Infine, io.
Non avevo scrupoli morali, nè mi sembrava ci fosse motivo di aver paura. E' che continuavo ad essere incapace di smettere di ragionare. Volevo capire cosa succedeva quando un umano faceva l'amore con due alieni.
Capire, sempre capire. E poi a cosa serve? Questa signora con i capelli rosa e gli occhiali a specchio non si chiede perchè è venuta qui, non capisce niente di quello che vede, non sa cosa significa Choukra quando gli dico che il pianeta si chiama così. Eppure vive meglio di me.
Ma sono sciocchezze, lo so. Tanto comunque non sarei stata capace di condurre un'esistenza diversa.

 

Si faceva in tre. Un maschio alieno, una femmina aliena e uno di noi. Uno qualunque, uomo o donna, non faceva differenza.
Si faceva fuori, nel deserto, da soli, senza che nessun altro vedesse. Forse per questo non riesco a descriverlo bene: non ho mai visto gli altri e non sono mai riuscita a vedere me stessa o i miei partner mentre ero io a farlo.
Ricordo però la sensazione delle mie mani sulla loro pelle: una carezza leggera su una superficie di vento. Granelli di sabbia tra le dita, un sapore secco nella gola, un bagliore insopportabile negli occhi. Questo era l'inizio. Ed è quello che ricordo.
Dopo, mi perdevo, come tutti, credo. Come cadere in un pozzo ed essere raccolti a mezz'aria da un abbraccio. Mani abbastanza forti da salvarti senza tenerti troppo stretta. Colori tenui che sfumavano uno nell'altro. Occhi che non erano miei ma attraverso i quali potevo vedere. Pensavo i loro pensieri, e loro pensavano i miei.
Non so spiegare. Non era come fare l'amore con un uomo. La differenza tra il rapporto con loro e le relazioni alle quali ero abituata era la stessa che c'è tra guardare un bel quadro e diventare quel quadro, assaggiarlo, mangiarlo, annusarne i colori, sentirne la musica sottile, ma da dentro. Non so. Una comunicazione totale, senza reticenza, senza neanche la possibilità di una menzogna.

 

Blakie è morto un anno fa. L'ho tenuto stretto forte fino all'ultimo. Voleva che lo scaldassi, ma non credo di esserci riuscita. Per lui è stato difficile, tutto è stato difficile dopo che abbiamo lasciato il deserto. Non ha mai avuto difese, perchè la sua testa era incapace di funzionare senza il cuore. Avrebbe voluto andarsene prima, immagino, ma il suo corpo era molto più resistente di quanto noi tutti pensassimo, e ha continuato a comportarsi bene, quasi bene, nonostante il dolore.
Blakie era piccolo e rotondo, e amava Choukra. Aveva un'indole monogama, lo diceva sempre. Era convinto di fare l'amore sempre con gli stessi alieni. Riusciva a distinguerli da tutti gli altri, diceva, e non c'era nessuna possibilità che si sbagliasse. Conosceva gli Uomini Blu meglio di noi tutti. Li vedeva, li vedeva davvero come noi non potevamo vederli. Pareva quasi che fosse sempre stato come loro, in qualche modo, senza saperlo.
La figlia di Blakie è da qualche parte, nel deserto.

 

Il sogno veniva dopo. Era un regalo, un dono d'amore. Come le lacrime di Cori, dopo quella prima volta, era sereno e inarrestabile. Un naturale fluire dell'emozione nell'acqua tranquilla dell'esperienza.
Non ho mai fatto sogni così belli prima di allora. Mi svegliavo col sapore della sabbia sulle labbra. Gli Uomini Blu erano spariti, e io ero lì, nella luce abbagliante a specchiarmi in un'immagine di me stessa che non avevo mai conosciuto prima.
Blakie fu il primo ad avere una figlia. Il primo a provare abbastanza desiderio da dare corpo ad un sogno.

 

Racconto alla signora dai capelli rosa della figlia di Blakie, ma so già che lei se n'è andata. Del resto, non mi crederebbe. Nessuno sembra ascoltare davvero nessun altro. Siamo tutti chiusi dentro la nostra scatola di vetro. Vediamo ma non possiamo toccare. Non c'è verso di confortarsi, di scaldarsi a vicenda. Così è. Non posso farci nulla.

 

Axia mi spiegò che succedeva solo in alcuni casi. Fece uno sforzo per farmi capire, perchè io volevo capire. E tuttavia non capii davvero finchè non successe anche a me.
Quella volta, dopo, mi trovai con un fagotto in grembo nel deserto. Un peso tiepido sulle mie gambe incrociate. Un viso dalla pelle chiara. Capelli blu, scuri e lucidi.
Non mi somigliava, mio figlio. Il parto del mio sogno e del mio desiderio. Il fratello e il padre che avrei voluto avere. L'uomo che avrei voluto essere. La creatura che avrei voluto allevare. Mio figlio.
Mio figlio ha smesso di avere un futuro dieci anni fa, all'inizio del massacro, quando io sono stata tanto stupida e crudele da portarlo con me, scappando dal deserto.

 

Alid, l'uomo di Atlante, aveva spalle grandi e antenati arabi. Axia era innamorata di lui prima di conoscere gli Uomini Blu. Credo che in qualche modo abbia continuato ad amarlo. Tutti noi ci amavamo, credo. Abbiamo continuato ad amarci finchè il nostro stupido mondo di illusi ingenui ragazzini è andato in pezzi. Come sempre accade.

 

Quando siamo tornati dal deserto la prima volta, dopo due anni con gli uomini blu, avevamo già figli e sogni da vendere.
Non ci hanno creduto. Devono aver creduto che fossimo pazzi e che avessimo inventato tutto finchè non hanno messo le mani sui nostri vestiti. I terrestri non sono stupidi, capiscono quando si possono far soldi con poca fatica.
Quella stoffa era unica, capite? Niente di simile poteva essere fabbricato in laboratorio, niente che avesse quella consistenza, quel colore. Bisognava solo capire che quello che raccontavamo era vero o no.
Per questo, dopo due mesi alla base, ci hanno lasciato tornare nel deserto. Solo per questo.

 

Tutto il resto è una storia molto triste. La storia di sempre. L'umanità fa rotolare un macigno su tutta una razza e poi si volta indietro a vedere cosa è rimasto di utile, di vendibile. Le lacrime, il dolore...niente conta sul serio.
Cori, Axia, Blakie, Alid ed io abbiamo dato una direzione a quel sasso. Abbiamo sofferto, dopo. Ma la nostra sofferenza non è servita di più di queste mie parole sussurrate ai turisti. Granelli di sabbia blu in una nebbia di rabbia e di dolore.

 

Eppure gli Uomini Blu ci hanno ripreso con loro dopo i due mesi alla Base. Eravamo diversi, però. Sentivamo con chiarezza che qualcosa sarebbe accaduto, e che non sarebbe stato niente di bello.
Sono passati altri due anni, con la rapidità di un soffio. Abbiamo fatto in tempo a dimenticare, quasi. O forse il problema vero era che non riuscivamo a concepire che potesse succedere qualcosa di davvero terribile. Eravamo felici. Completi.
Mio figlio cresceva. Io avevo bisogno di lui più di quanto lui ne avesse di me. E avevo bisogno del deserto e dei sogni. Tutti eravamo stupiti e ignari di quello che stava per succedere.
Quando arrivò il momento di tornare alla Base, ci rendemmo conto di non avere nessuna voglia di farlo. Avremmo potuto restare lì, dimenticarci di essere terrestri, scordare la lealtà, i giuramenti che avevamo fatto, la missione che ci avevano assegnato.
Non lo facemmo. O lo facemmo a metà.
Alid e Cori andarono. Noi restammo.
Alid e Cori, in nome di quello che li univa, qualunque cosa fosse, partirono assieme per annullare i contratti che ci legavano alla Compagnia e informare tutti del fatto che saremmo rimasti su Choukra, con gli alieni, a vivere la nostra strana e incredibile nuova vita.
Alid e Cori partirono insieme.
Cori tornò, un mese dopo, da sola.

 

"Spostati, bambino". Lo dico con cattiveria, perchè quello che ho davanti è un piccolo terrestre dai capelli neri e dalla pelle chiara, e mi fa venire in mente Jacob. Jacob mezzo umano e mezzo alieno, nato da un desiderio di donna e da mani strette nel vento secco del deserto.
Jacob è morto. Perchè tu devi essere vivo?
"Spostati...". Se avessi forza gli darei un calcio. Se avessi parole gli spiegherei perchè deve evitare di diventare come suo padre e sua madre. Ma capirebbe, poi? Ne dubito.
Maledetti turisti. Fratelli e padri di assassini. Una razza sanguinaria di cui anch'io faccio parte.

 

Cori è tornata da sola. E così è cominciato tutto.
Ancora per ingenuità, non riuscivamo a credere che Alid sarebbe stato ucciso. E interrogato, prima.
Arrivarono a noi, comunque, e agli Uomini Blu. Ci arrivarono malgrado il silenzio ostinato di Alid, malgrado la sua morte senza parole. Cori era stata seguita. Gli alieni se ne erano accorti, ma non avevano fatto nulla: pensavano...non lo so, credo che pensassero che tutti i terrestri fossero come noi. pronti a sognare, a regalarsi per nulla.
Così non è stato possibile evitare quello che è accaduto poi. Non è stato possibile. Inshallah. Quello che dio vuole.
Quale dio?

 

Kilia. Era il nome del tessuto con cui erano fatti i nostri vestiti. La pelle dei morti. L'anima di quelli che erano vissuti prima di noi. Il sudario al quale si doveva portare rispetto.
Finchè è durata, i terrestri ne hanno fatto borse e scarpe e giacche. Tutto è stato venduto a peso d'oro: pezzi unici, contati.
Quando sono abbastanza ubriaca mi chiedo chi abbia comprato la pelle di Jacob. Quando non lo sono, non riesco a pensarci senza sentire nel ventre il dolore vero di una volpe alla quale abbiano rubato il figlio per farne una pelliccia. E' diverso? No, non lo è. Non lo è affatto.

 

Quando sono arrivati, Axia era fuori con gli Uomini Blu. Stava sognando e il dolore l'ha svegliata.
E' così che è nata Medusa. Senza occhi e con capelli come serpenti.

 

E' un incubo confuso che continuo a fare tutte le notti.
Corpi azzurri stesi al sole, sventrati, aperti perchè si asciughino prima. Pelli senza testa, con i segni di una morte innaturale. Mio figlio tra essi, credo, ma non ricordo...bene.
E io, chiusa dentro una stanza bianca, con una sola finestra sul deserto, perchè mi sia possibile vedere questo massacro e tornare in me. Pareti imbottite per impedirmi di farmi del male.
E l'odore. L'odore della conceria. Come di cuoio e acidi. Bisognava lavorare in fretta le pelli. Venderle in tempi brevi per rifarsi delle spese del massacro. Così l'odore fa parte del mio incubo. Non riesco a scordarlo.
Cadaveri di Uomini Blu dovunque, dovunque intorno alla mia cella, a quella di Axia, di Cori, di Blakie, che urlava sempre, notte e giorno.
Non sono riuscita a capire perchè ci tenessero lì, perchè non ci aiutassero a morire in fretta, con meno dolore. Axia, anni dopo, disse che era solo per una sorta di istinto di protezione nei confronti dei membri della propria specie. Non lo so se è vero, oppure se è solo un modo per evitare di pensare qualcos'altro.
Che lo abbiano fatto per punirci, ad esempio. Punirci di aver tradito la nostra razza, di aver fatto l'amore con degli alieni e di aver provato piacere nel farlo.

 

Questo è tutto.
E' quello con cui sono costretta a vivere, che mi piaccia o no, per tutto il tempo che mi resta.
Ci penso mentre la signora dai capelli rosa ripassa e si ferma di nuovo. "Vattene via" dico.
"Cosa?" fa lei, e a me manca la voglia di ripetere. Guardo la sua faccia senza occhi e sorrido come per farle piacere.
Lei gira i tacchi e se ne va, con i suoi occhiali fucsia e la borsa di finta kilia. "Choukra". E' solo un sospiro, il mio: l'alito caldo e vendicativo del deserto. "Choukra, signora...Choukra...".

 

 

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