|
Medusa si è avvolta i capelli
in una tela azzurra. E' come il cielo su Terra, ha i
colori del deserto di Choukra. Medusa non ha occhi,
è indifesa. E' un sogno che qualcuno non ha finito
di sognare.
I turisti la guardano, quando passano di qui. Qualcuno
racconta una storia, qualcuno lascia soldi che quelle
come me rubano per comprarsi un sonno senza incubi.
Ma nessuno sa, nessuno sa davvero. Sono rimasta io sola.
La memoria di questo mondo di sabbia e sassi. Ma i miei
ricordi sono confusi e hanno il sapore del vento che
ho smesso di respirare.
Non tornerò nel deserto a cercare i pezzi del
mio cuore spezzato. Non tornerò su Terra perchè
nessuno mi aspetta. Così la stazione va bene.
Un posto di transito, la dimensione ideale per chi non
va e non resta. Per chi come me rimane sospeso tra il
rimpianto e il desiderio. Ho smesso di chiedere coraggio
a me stessa molto tempo fa. Adesso sto qui. Non cammino,
non grido, non canto, mangio quanto basta, bevo quello
che capita. E negli intervalli, a volte, ricordo gli
Uomini Blu.
Ho sognato Alid, l'uomo di Atlante.
Aveva la testa staccata dal tronco e la teneva sotto
un braccio. La bocca sorrideva e sotto gli occhi una
linea precisa di kajal segnava una traccia decisa, di
fuga, verso le tempie. Alid se n'è andato per
primo, sapete. Non ho mai saputo con esattezza cosa
gli abbiano fatto. So che non ha detto niente, però.
Non dev'essere stata una bella morte la sua. Forse per
questo continuo a sognarlo con la testa divelta, il
cervello staccato dal cuore. Innaturale, per lui. Innaturale
credere di poter pensare senza provare un'emozione profonda.
E' stato il primo a capire il pericolo e il primo ad
andarsene. Che questo abbia un significato? Che tutto
questo abbia un significato? Non so. Eppure io ero la
più lucida del gruppo, la più rigorosa,
la più rigida, la più lenta a capire.
La mia agonia sarà più lunga per questo?
Nessuno è venuto a cercarmi, dopo il massacro.
Si sono dimenticati di me.
Il problema è che io non riesco a dimenticare.
Non è rancore, no. E nemmeno
paura. Che altro possono farmi, poi? Io sono qui, loro
su Terra Centrale, e questo è quanto. Sono un
avanzo. Mi sono bevuta la vita, quella era mia. E adesso
aspetto. Cosa non so. Rivedere di nuovo il deserto,
questo mi piacerebbe. E gli Uomini Blu.
"Allora, com'è che si
chiama?" Ha i capelli rosa, questa signora, e occhiali
a specchio fucsia innestati sul viso. Non sento il suo
sguardo, come non ho sentito le sue parole, sicchè
lei ha dovuto ripetere la domanda, con la protervia
tipica dei terrestri che credono di aver diritto a tutto,
compreso il rispetto dei barboni.
"Choukra". Cerco di guardarla, ma non mi riesce.
I miei occhi scivolano sulla pelle levigata del suo
viso. "Ho sete, signora. Comprami da bere..."
Ma lei se n'è già andata, portandosi dietro
una borsa azzurra. Un'imitazione, per fortuna. Sono
un'intenditrice, ormai. Riesco a distingue le borse
Kilia dalle imitazioni. Il mio stomaco riconosce quelle
vere. Quando mi attraversano la strada, non posso fare
a meno di vomitare.
Choukra. Choukra. E' il nome di questo pianeta. In Arabo,
più o meno, significa grazie. L'abbiamo scelto
noi. Cori, Axia, Blakie, Alid e io. Due donne, due uomini
e io: i primi coloni volontari, i primi ad essere lasciati
qui, giovani di speranze confuse, tutti ansiosi di andar
via da casa, dal ghetto, dalla prigione, da un silenzio
profondo e vuoto di addii. Grazie, grazie per questo.
Perchè Choukra allora era la nostra terra promessa.
E' difficile capire, adesso. Difficile anche per me,
che ero qui, ero una di loro. Difficile pensare che
fossimo così ingenui, così poco umani
da non renderci conto del pericolo. Eppure eravamo i
migliori, il gruppo scelto, i cervelli più svegli,
i corpi più agili. Potreste immaginarlo, vedendomi
adesso?
Certe volte mi sembra di avere la sabbia del deserto
nella gola. Granelli minuti, turbini di ricordi che
solo a tratti si compongono in parole. E le parole non
sono abbastanza per raccontare tutto quello che è
stato. E del resto, nessuno più vuole sentire
questa storia. La guerra è finita da dieci anni.
Su Terra, forse, non hanno neanche mai saputo che c'è
stata una guerra, qui. Un massacro.
Ma io c'ero. Io resto.
Mi siedo davanti alla vetrata, quella
dalla quale si vedono le colline di Issan, e vedo Cori
com'era allora, quindici anni fa. Mi fa cenno di seguirla,
e io lo faccio, sorridendo, come se lei ci fosse davvero,
come se non fosse morta la settimana scorsa. La seguo
e mi sembra di essere anch'io quella che ero, bionda
e morbida e giovane. Sicura, una freccia lanciata verso
il bersaglio.
Le colline di Issan sono facili da attraversare. E di
là, oltre l'ultimo sperone di roccia, il lampo
blu del deserto.
Gli abitanti di Choukra sono nascosti
nel deserto. Nessuno sa dove vivano. Nessuno li cerca
più. Si può morire in due giorni laggiù.
A volte ci penso. A volte, mi sembra che sia la soluzione
più semplice. Non verranno a salvarmi stavolta.
Gli Uomini Blu che io ho amato, desiderato, compreso
e tradito. Non sono una di loro. Non più. Non
appartengo a Terra, neanche. Sono sul confine, sul filo
sottile che separa due razze, e non sono mai riuscita
a scegliere da che parte stare. Adesso non ha più
senso porsi il problema.
Però c'è la nostalgia. Questo lembo lacero
fatto di rimorso, rimpianto, rancore per quella che
sono. Per tutto quello che, mio malgrado, è successo.
Gli Uomini Blu sono alti e sottili.
Hanno dita agili, molto mobili, e una specie di sorriso
nella mente. La prima volta, ho fatto fatica a vederli,
nel deserto. E In verità non sono mai riuscita
a vederli davvero, anche se ho vissuto con loro per
due anni, nelle loro tane di sabbia. Ho diviso il loro
cibo e sognato i loro sogni. Ho creduto di capire, anche
se ho impiegato più tempo degli altri. Sono lenta
e cerco sempre di arrivare con la mente a quello che
si può comprendere solo col ventre.
Blakie invece era diverso. Siamo cresciuti assieme,
su Terra Centrale. Due facce della stessa medaglia:
bionda e trasparente, con occhi freddi e mente lucida,
vicina a lui sembravo un pezzo di luce rubato a una
giornata d'estate. Blakie era scuro, invece, appena
di un tono più sbiadito degli Uomini Blu. Forse
anche per questo non ha fatto fatica ad accettare il
loro aspetto. Ho sempre avuto la sensazione che lui
fosse l'unico a vedere com'erano, a intuire qualcosa
di più della sagoma opaca alla quale noi tutti
ci eravamo abituati, nella penombra delle loro case
sotterranee.
E poi, magari, non era vero. Blakie, come noi, si è
perso per due anni in questo sogno e ha creduto davvero
di diventare parte di qualcosa di importante. Parte
di qualcuno. Parte di una dimensione diversa, sospesa
tra la fantasia e la luce oscena del giorno.
Ho visto i loro morti essiccarsi nel
deserto. E' successo dopo poche settimane che eravamo
lì. Non sapevamo ancora nulla, ma mi sembra di
ricordare che eravamo felici. Non so perchè,
non so come, e tuttavia sono certa che avessimo una
parte nella loro vita, una specie di ruolo nella loro
società. In principio, tentavamo di comportarci
in modo professionale: organizzavamo riunioni tra noi,
cercavamo di ricordare tutto quello che avevamo imparato
sulle tecniche di contatto con le civiltà aliene.
Ma era come cercare di infilare una vite in un foro
troppo stretto: se avessimo insistito, saremmo riusciti
a farlo, ma forse la cavità, allora, sarebbe
diventata troppo larga per tener su quello che volevamo
appendere. Non so se è chiaro. Noi eravamo la
cavità. Gli Uomini Blu erano la vite. La vita.
La nostra, la loro.
Forse, quello che ci insegnavano era troppo, troppo
per chiunque di noi. Apprenderlo ci ha reso incapaci
di tornare al nostro mondo, ma non ci ha fatto diventare
parte del loro. Siamo rimasti in mezzo, sulla soglia.
E dalla soglia delle loro tane, abbiamo visto i loro
morti distesi ad asciugarsi nel deserto.
Axia era la biologa. La più
vecchia, quella che aveva fatto altri viaggi, visitato
altri mondi. Axia studiò la faccenda dei morti.
Strano che nessuno di noi provasse alcun disgusto per
quella che evidentemente era una loro tradizione. Non
sapevamo bene come fosse fatto il loro corpo, dentro.
Quello che sapevamo è che in due settimane i
morti si "asciugavano". Non c'era carne, non
c'erano ossa, non c'erano odori di nessun tipo nell'aria.
Dopo quindici giorni, al posto del cadavere, restava
una sorta di mantello azzurro, morbido e resistente.
Un vestito di pelle, il simulacro di una vita finita.
Lo rispettavano, gli Uomini Blu. Voglio dire, i morti,
in qualche modo, erano sacri. Per questo usavano ciò
che restava di loro. Per questo avevano cura dei vestiti
che li proteggevano dal vento del deserto: quegli abiti
erano ciò che restava della loro famiglia, alla
lettera la pelle dei loro padri.
Non è orribile. Non è disgustoso. Non
mi sembrava così allora, nè credo che
lo sia adesso. Era la loro cultura. Bisognava vederli
per capire. Bisognava sapere quanto tenessero ai loro
simili. Quanto rispettassero ogni forma di vita.
All'inizio, mi ricordo che Axia tentò delle ipotesi.
La pelle si seccava nel deserto e assumeva una consistenza
diversa da quella che aveva avuto sul corpo vero. E
di tutto il resto non restava niente. Incomprensibile.
Avremmo dovuto fare delle analisi, credo, ma dopo le
prime settimane con loro non ci pensammo più.
Non pensammo più a niente per quasi due anni.
Vivemmo con loro, semplicemente. Come se fosse la cosa
più naturale del mondo, come se non esistesse
nient'altro che il deserto blu e l'oscurità umida
dei sotterranei in cui passavamo le giornate e le notti.
Non sono più riuscita a fare
l'amore con un uomo. C'era qualcuno che mi aspettava,
su Terra. Qualcuno che è persino venuto a prendermi
quando sono tornata dal deserto la prima volta. Non
avevo ancora trent'anni, allora, e credevo di essere
sessualmente sana e normale e sufficientemente libera
da prendermi tutto il piacere che mi spettava in ogni
rapporto sessuale con un maschio della mia specie.
Bene, non ci sono più riuscita, da allora. Ho
provato, ma questo carezzarsi senza frutto tra due lenzuola
appiccicose dopo un po' mi è venuto a noia. Lui
non ha capito, naturalmente. Non ho capito neanch'io,
per la verità, nel senso che per un po' ho desiderato
davvero che mi riuscisse di fare sesso, almeno, con
un po' di soddisfazione. Niente da fare, invece.
Avete mai provato ad arrampicarvi su una parete di vetro
non troppo inclinata? Sembra facile farlo, perchè
la pendenza non è molta e le mani e i piedi possono
far presa per un po'. Ma non dura: quando la pelle si
inumidisce, diventa impossibile arrivare in cima. Si
scivola indietro ogni tre passi ,e ogni volta si desidera
di più riprovare. Si fanno tre passi, si scivola,
si torna in fondo, si fanno cinque passi, ci si illude,
si scivola di nuovo, si ricomincia. E via così.
Ho fatto sesso per due mesi in questo modo. Poi mi sono
arresa.
Lui è tornato su Terra. E ha smesso di aspettarmi.
Cori ha scoperto che eravamo compatibili
con gli Uomini Blu. Sessualmente, intendo. In verità
non so se questa sia la definizione giusta. Non so se
quello che abbiamo imparato a fare con loro potesse
definirsi un'esperienza sessuale. Sicuramente facevamo
l'amore. Sicuramente quello che facevamo non poteva
essere fatto senza perdersi. Non so spiegarlo. Non bene.
Però se ci penso, mi sembra di provare ancora
quella sensazione di assoluta appartenenza, di comunicazione
totale. Il sogno veniva dopo.
Cori aveva occhi grandi e umidi quando
tornò dal deserto. Era uscita con due di loro,
un maschio e una femmina.
Occhi umidi e il sorriso di un bambino. Senza difese,
senza segreti. "Ho fatto l'amore con loro"
ha detto. E poi si è messa a piangere, in silenzio,
senza che il ritmo del suo respiro cambiasse, senza
che il suo sguardo si sciogliesse dal mio. Cori non
aveva un compagno, allora. Non ne aveva mai avuto uno.
Storie, di tanto in tanto, questo sì. Ma io sapevo
che non era mai riuscita a lasciarsi andare del tutto.
Quando capita così, sapete, fare l'amore diventa
una faccenda faticosissima. Mentre ci si agita su un
letto, incapaci di abbandonarsi, si riesce a vedere
tutta la scena dall'esterno, da fuori, come se non si
fosse davvero lì. Potete immaginare quanto sia
ridicolo? Distrugge qualunque desiderio, qualunque impulso
sessuale. A Cori succedeva questo, tutte le volte. Poteva
mettersi a ridere proprio mentre il suo partner credeva
di averla resa felice. Imbarazzante, no?
Per questo era strano vederla così. "Ho
fatto l'amore con loro". A nessuno di noi è
venuta voglia di ridere. Nessuno si è scandalizzato,
nessuno ha pensato che tutto questo fosse poco professionale,
nessuno si è ritratto, nessuno l'ha rimproverata.
Nessuno, nessuno ha detto nulla.
Eravamo così, allora. Totalmente aperti, totalmente
disponibili, totalmente grati al deserto e agli uomini
blu per tutto quello che ci stavano regalando.
Siamo una razza di predatori e assassini.
Adesso lo so, e che io lo sappia non serve a nulla.
Questi turisti non si occupano di me nemmeno quando
sono abbastanza ubriaca da raccontare senza scopo le
mie storie confuse. Non sanno, non credono. Arrivano
qui, si guardano intorno, rimangono sempre tutti assieme
come lupi in un branco. Dalle colline di Issan, spiano
il deserto solo per un po', prima che la navetta li
riporti indietro, al sicuro. Nessuno può uscire
dal mezzo di trasporto, per nessun motivo. Ragioni di
sicurezza, dicono. Come se gli abitanti di Choukra potessero
fare del male a qualcuno.
E' ridicolo. Ragioni di sicurezza. Cosa si aspettano
che succeda? Gli Uomini Blu non si faranno più
vedere. E gli altri, quelli che sono nati qui, sono
già morti oppure sono come Medusa: sogni incompleti,
fantasie interrotte dalla violenza della veglia.
Dopo Cori, c'è stato Alid.
Poi Blakie, quasi subito. Poi Axia. Infine, io.
Non avevo scrupoli morali, nè mi sembrava ci
fosse motivo di aver paura. E' che continuavo ad essere
incapace di smettere di ragionare. Volevo capire cosa
succedeva quando un umano faceva l'amore con due alieni.
Capire, sempre capire. E poi a cosa serve? Questa signora
con i capelli rosa e gli occhiali a specchio non si
chiede perchè è venuta qui, non capisce
niente di quello che vede, non sa cosa significa Choukra
quando gli dico che il pianeta si chiama così.
Eppure vive meglio di me.
Ma sono sciocchezze, lo so. Tanto comunque non sarei
stata capace di condurre un'esistenza diversa.
Si faceva in tre. Un maschio alieno,
una femmina aliena e uno di noi. Uno qualunque, uomo
o donna, non faceva differenza.
Si faceva fuori, nel deserto, da soli, senza che nessun
altro vedesse. Forse per questo non riesco a descriverlo
bene: non ho mai visto gli altri e non sono mai riuscita
a vedere me stessa o i miei partner mentre ero io a
farlo.
Ricordo però la sensazione delle mie mani sulla
loro pelle: una carezza leggera su una superficie di
vento. Granelli di sabbia tra le dita, un sapore secco
nella gola, un bagliore insopportabile negli occhi.
Questo era l'inizio. Ed è quello che ricordo.
Dopo, mi perdevo, come tutti, credo. Come cadere in
un pozzo ed essere raccolti a mezz'aria da un abbraccio.
Mani abbastanza forti da salvarti senza tenerti troppo
stretta. Colori tenui che sfumavano uno nell'altro.
Occhi che non erano miei ma attraverso i quali potevo
vedere. Pensavo i loro pensieri, e loro pensavano i
miei.
Non so spiegare. Non era come fare l'amore con un uomo.
La differenza tra il rapporto con loro e le relazioni
alle quali ero abituata era la stessa che c'è
tra guardare un bel quadro e diventare quel quadro,
assaggiarlo, mangiarlo, annusarne i colori, sentirne
la musica sottile, ma da dentro. Non so. Una comunicazione
totale, senza reticenza, senza neanche la possibilità
di una menzogna.
Blakie è morto un anno fa.
L'ho tenuto stretto forte fino all'ultimo. Voleva che
lo scaldassi, ma non credo di esserci riuscita. Per
lui è stato difficile, tutto è stato difficile
dopo che abbiamo lasciato il deserto. Non ha mai avuto
difese, perchè la sua testa era incapace di funzionare
senza il cuore. Avrebbe voluto andarsene prima, immagino,
ma il suo corpo era molto più resistente di quanto
noi tutti pensassimo, e ha continuato a comportarsi
bene, quasi bene, nonostante il dolore.
Blakie era piccolo e rotondo, e amava Choukra. Aveva
un'indole monogama, lo diceva sempre. Era convinto di
fare l'amore sempre con gli stessi alieni. Riusciva
a distinguerli da tutti gli altri, diceva, e non c'era
nessuna possibilità che si sbagliasse. Conosceva
gli Uomini Blu meglio di noi tutti. Li vedeva, li vedeva
davvero come noi non potevamo vederli. Pareva quasi
che fosse sempre stato come loro, in qualche modo, senza
saperlo.
La figlia di Blakie è da qualche parte, nel deserto.
Il sogno veniva dopo. Era un regalo,
un dono d'amore. Come le lacrime di Cori, dopo quella
prima volta, era sereno e inarrestabile. Un naturale
fluire dell'emozione nell'acqua tranquilla dell'esperienza.
Non ho mai fatto sogni così belli prima di allora.
Mi svegliavo col sapore della sabbia sulle labbra. Gli
Uomini Blu erano spariti, e io ero lì, nella
luce abbagliante a specchiarmi in un'immagine di me
stessa che non avevo mai conosciuto prima.
Blakie fu il primo ad avere una figlia. Il primo a provare
abbastanza desiderio da dare corpo ad un sogno.
Racconto alla signora dai capelli
rosa della figlia di Blakie, ma so già che lei
se n'è andata. Del resto, non mi crederebbe.
Nessuno sembra ascoltare davvero nessun altro. Siamo
tutti chiusi dentro la nostra scatola di vetro. Vediamo
ma non possiamo toccare. Non c'è verso di confortarsi,
di scaldarsi a vicenda. Così è. Non posso
farci nulla.
Axia mi spiegò che succedeva
solo in alcuni casi. Fece uno sforzo per farmi capire,
perchè io volevo capire. E tuttavia non capii
davvero finchè non successe anche a me.
Quella volta, dopo, mi trovai con un fagotto in grembo
nel deserto. Un peso tiepido sulle mie gambe incrociate.
Un viso dalla pelle chiara. Capelli blu, scuri e lucidi.
Non mi somigliava, mio figlio. Il parto del mio sogno
e del mio desiderio. Il fratello e il padre che avrei
voluto avere. L'uomo che avrei voluto essere. La creatura
che avrei voluto allevare. Mio figlio.
Mio figlio ha smesso di avere un futuro dieci anni fa,
all'inizio del massacro, quando io sono stata tanto
stupida e crudele da portarlo con me, scappando dal
deserto.
Alid, l'uomo di Atlante, aveva spalle
grandi e antenati arabi. Axia era innamorata di lui
prima di conoscere gli Uomini Blu. Credo che in qualche
modo abbia continuato ad amarlo. Tutti noi ci amavamo,
credo. Abbiamo continuato ad amarci finchè il
nostro stupido mondo di illusi ingenui ragazzini è
andato in pezzi. Come sempre accade.
Quando siamo tornati dal deserto la
prima volta, dopo due anni con gli uomini blu, avevamo
già figli e sogni da vendere.
Non ci hanno creduto. Devono aver creduto che fossimo
pazzi e che avessimo inventato tutto finchè non
hanno messo le mani sui nostri vestiti. I terrestri
non sono stupidi, capiscono quando si possono far soldi
con poca fatica.
Quella stoffa era unica, capite? Niente di simile poteva
essere fabbricato in laboratorio, niente che avesse
quella consistenza, quel colore. Bisognava solo capire
che quello che raccontavamo era vero o no.
Per questo, dopo due mesi alla base, ci hanno lasciato
tornare nel deserto. Solo per questo.
Tutto il resto è una storia
molto triste. La storia di sempre. L'umanità
fa rotolare un macigno su tutta una razza e poi si volta
indietro a vedere cosa è rimasto di utile, di
vendibile. Le lacrime, il dolore...niente conta sul
serio.
Cori, Axia, Blakie, Alid ed io abbiamo dato una direzione
a quel sasso. Abbiamo sofferto, dopo. Ma la nostra sofferenza
non è servita di più di queste mie parole
sussurrate ai turisti. Granelli di sabbia blu in una
nebbia di rabbia e di dolore.
Eppure gli Uomini Blu ci hanno ripreso
con loro dopo i due mesi alla Base. Eravamo diversi,
però. Sentivamo con chiarezza che qualcosa sarebbe
accaduto, e che non sarebbe stato niente di bello.
Sono passati altri due anni, con la rapidità
di un soffio. Abbiamo fatto in tempo a dimenticare,
quasi. O forse il problema vero era che non riuscivamo
a concepire che potesse succedere qualcosa di davvero
terribile. Eravamo felici. Completi.
Mio figlio cresceva. Io avevo bisogno di lui più
di quanto lui ne avesse di me. E avevo bisogno del deserto
e dei sogni. Tutti eravamo stupiti e ignari di quello
che stava per succedere.
Quando arrivò il momento di tornare alla Base,
ci rendemmo conto di non avere nessuna voglia di farlo.
Avremmo potuto restare lì, dimenticarci di essere
terrestri, scordare la lealtà, i giuramenti che
avevamo fatto, la missione che ci avevano assegnato.
Non lo facemmo. O lo facemmo a metà.
Alid e Cori andarono. Noi restammo.
Alid e Cori, in nome di quello che li univa, qualunque
cosa fosse, partirono assieme per annullare i contratti
che ci legavano alla Compagnia e informare tutti del
fatto che saremmo rimasti su Choukra, con gli alieni,
a vivere la nostra strana e incredibile nuova vita.
Alid e Cori partirono insieme.
Cori tornò, un mese dopo, da sola.
"Spostati, bambino". Lo
dico con cattiveria, perchè quello che ho davanti
è un piccolo terrestre dai capelli neri e dalla
pelle chiara, e mi fa venire in mente Jacob. Jacob mezzo
umano e mezzo alieno, nato da un desiderio di donna
e da mani strette nel vento secco del deserto.
Jacob è morto. Perchè tu devi essere vivo?
"Spostati...". Se avessi forza gli darei un
calcio. Se avessi parole gli spiegherei perchè
deve evitare di diventare come suo padre e sua madre.
Ma capirebbe, poi? Ne dubito.
Maledetti turisti. Fratelli e padri di assassini. Una
razza sanguinaria di cui anch'io faccio parte.
Cori è tornata da sola. E così
è cominciato tutto.
Ancora per ingenuità, non riuscivamo a credere
che Alid sarebbe stato ucciso. E interrogato, prima.
Arrivarono a noi, comunque, e agli Uomini Blu. Ci arrivarono
malgrado il silenzio ostinato di Alid, malgrado la sua
morte senza parole. Cori era stata seguita. Gli alieni
se ne erano accorti, ma non avevano fatto nulla: pensavano...non
lo so, credo che pensassero che tutti i terrestri fossero
come noi. pronti a sognare, a regalarsi per nulla.
Così non è stato possibile evitare quello
che è accaduto poi. Non è stato possibile.
Inshallah. Quello che dio vuole.
Quale dio?
Kilia. Era il nome del tessuto con
cui erano fatti i nostri vestiti. La pelle dei morti.
L'anima di quelli che erano vissuti prima di noi. Il
sudario al quale si doveva portare rispetto.
Finchè è durata, i terrestri ne hanno
fatto borse e scarpe e giacche. Tutto è stato
venduto a peso d'oro: pezzi unici, contati.
Quando sono abbastanza ubriaca mi chiedo chi abbia comprato
la pelle di Jacob. Quando non lo sono, non riesco a
pensarci senza sentire nel ventre il dolore vero di
una volpe alla quale abbiano rubato il figlio per farne
una pelliccia. E' diverso? No, non lo è. Non
lo è affatto.
Quando sono arrivati, Axia era fuori
con gli Uomini Blu. Stava sognando e il dolore l'ha
svegliata.
E' così che è nata Medusa. Senza occhi
e con capelli come serpenti.
E' un incubo confuso che continuo
a fare tutte le notti.
Corpi azzurri stesi al sole, sventrati, aperti perchè
si asciughino prima. Pelli senza testa, con i segni
di una morte innaturale. Mio figlio tra essi, credo,
ma non ricordo...bene.
E io, chiusa dentro una stanza bianca, con una sola
finestra sul deserto, perchè mi sia possibile
vedere questo massacro e tornare in me. Pareti imbottite
per impedirmi di farmi del male.
E l'odore. L'odore della conceria. Come di cuoio e acidi.
Bisognava lavorare in fretta le pelli. Venderle in tempi
brevi per rifarsi delle spese del massacro. Così
l'odore fa parte del mio incubo. Non riesco a scordarlo.
Cadaveri di Uomini Blu dovunque, dovunque intorno alla
mia cella, a quella di Axia, di Cori, di Blakie, che
urlava sempre, notte e giorno.
Non sono riuscita a capire perchè ci tenessero
lì, perchè non ci aiutassero a morire
in fretta, con meno dolore. Axia, anni dopo, disse che
era solo per una sorta di istinto di protezione nei
confronti dei membri della propria specie. Non lo so
se è vero, oppure se è solo un modo per
evitare di pensare qualcos'altro.
Che lo abbiano fatto per punirci, ad esempio. Punirci
di aver tradito la nostra razza, di aver fatto l'amore
con degli alieni e di aver provato piacere nel farlo.
Questo è tutto.
E' quello con cui sono costretta a vivere, che mi piaccia
o no, per tutto il tempo che mi resta.
Ci penso mentre la signora dai capelli rosa ripassa
e si ferma di nuovo. "Vattene via" dico.
"Cosa?" fa lei, e a me manca la voglia di
ripetere. Guardo la sua faccia senza occhi e sorrido
come per farle piacere.
Lei gira i tacchi e se ne va, con i suoi occhiali fucsia
e la borsa di finta kilia. "Choukra". E' solo
un sospiro, il mio: l'alito caldo e vendicativo del
deserto. "Choukra, signora...Choukra...".
torna
alla pagina precedente
|