Hot TV di Massimo Giraldo


Senziente.

Sono senziente, ma ormai logoro.

Certo non dentro, dove mi sento soltanto un po' graffiato.

Sono un'anomalia.

Singolarità, ecco come sono stati definiti dal sistema quelli come me. Ci hanno scarnificato. Hanno prima tentato di farlo psicologicamente, poi sono passati al concreto. Hanno iniziato strappandoci le unghie e poi attuando atrocità che solo a voi lascio immaginare. Eravamo pochi, ma tutti della serie mi-piego-ma-non-mi-spezzo. Invece la maggior parte di noi è stato fatto a pezzi. E nel vero senso del termine. Qualcuno di quelli che non hanno saputo resistere e che subito hanno ceduto a quelle barbarie psicologiche, pensava in precedenza che i peggiori viaggi potessero essere quelli causati dalla depressione post-lisergica o da quella chimica di merda proveniente dai laboratori olandesi.

E invece NO.

Quelli che si sono ingollati quintali di pasticchette multicolore, che hanno leccato strani rospi sudamericani o pranzato con grosse cappelle a pois di funghi rizzatesi all'ombra di umidi boschi montani, proprio quegli individui, spesso avevano visto bene, avevano visto meglio.

Qualcuno di loro, quando gli altri li accusavano di paranoia, quando non anche di schizofrenia, avevano scorto realmente da dove proveniva il più tremendo dei mali.

Tutti gli altri, la bella gente, rimanevano lì, con gli occhi sgranati e spersi, la bocca orrendamente spalancata, gli orecchi tesi come radar a carpire tutto quello che la scatola delle cazzate (o, caro Heinlein, qualcosa di positivo tu dicesti quella volta!) gli vomitava addosso. E loro, con il cervello divenutogli irrimediabilmente una puzzolente pattumiera, acritici assorbivano come delle spugne tutto ciò che gli veniva propinato, tutto quel fiume di immagini e parole che riempiva fino ad allagare le loro menti vuote. Inebetiti dall'abile e quanto mai perversa oratoria dei potenti e spregiudicati manipolatori di mesasggi, si facevano sbrindellare il cervello senza nemmeno accorgersene. Nel tempo la maggior parte di loro, forse tutti, aveva sviluppato inspiegabilmente una fobia per i libri. Non più semplicemente indifferenza alla lettura, giacché di per sé era uno strazio, un vuoto incolmabile. Ora, non appena avevano il sentore della carta stampata o semplicemente giungevano in presenza di un susseguirsi ordinato di lettere, divenivano oggetto di convulsi attacchi di panico.

Un giorno, fin che stava davanti alla tele, uno dei miei amici fece un viaggetto chimico terribile. E lo raccontò a tutti. Ce ne burlammo per una buona mezz'ora, finché anche noi, trascinati dal gruppo, non decidemmo di unirci a lui. Ci aveva raccontato di uno spettro mediatico, così gli piacque definirlo, che si aggirava per i programmi delle otto. Di quello che il mio amico andava blaterando, almeno all'inizio, non riuscivo a capirci proprio nulla. Poi ebbi la visione. E fu tremenda.

Il nostro cult-movie acido girava lento, molto più lento delle trasmissioni digitali trasmesse alla nostra TV. Tanto lento da lasciarci cogliere delle sfumature altrimenti indotte solo in forma subliminale.

"Merda santa, che cazzo succede alla tele" ci dicemmo Lucia e io, fissandoci l'un l'altra per un minuto, in un momento di lucidità, alla ripresa del secondo tempo del nostro movie. Gli occhi di lei brillavano come diamanti, accesi di uno straordinario luccichio, illuminavano la mia mente, mentre sopra di noi il soffitto della camera si stagliava blu come il cielo di una limpida serata d'agosto.

hot tv
Quel giorno la tele era sintonizzata su un canale che trasmetteva la replica di un vecchio giuoco a premi d'inizio secolo. Lucia ed io ridevamo e commentavamo sarcasticamente tutte le stronzate che venivano dette dall'occhialuto conduttore, che vestiva un elegante frac, sotto la giacca del quale faceva mostra un'impeccabile e candida camicia col colletto incorniciato da un ridicolo papillon.

"Ma come ha potuto sbagliarmi questa domanda, signor Ettore. Lei così perde centomila euro" disse la faccia di pinguino, ostentando costernato stupore.

"Centomila euro, centomila euro, sto stronzo é proprio da neuro!" dissi suscitando in Lucia uno sbotto di risa che le fece venire i crampi allo stomaco. Le immagini si fecero allora piú lente, lentissime, mentre la voce del conduttore si fece stridula e cantilenante, ancora più nauseabonda, quasi schizofrenica.

Poi, tra un fotogramma e l'altro, colsi una scena abominevole, brutale, orripilante.

Una bambina, una graziosa bimba dagli occhi azzurri e i capelli biondi, passeggiava fieramente lungo un viale alberato in compagnia del suo pechinese bianco. D'improvviso attraverso le fronde degli alberi cominciarono a piovere violentemente degli oggetti, dei grossi parallelepipedi di varie tinte e di varie dimensioni. La bimba cercava di sfuggire, ma la strada era stata sbarrata dai grossi monoliti, ognuno dei quali riportava delle scritte che in quell'istante apparivano distorte e non si potevano leggere. Dal ramo di uno degli alberi scese una corda, il cui capo terminava in una forma simile a una lettera "d". Altre piccole forme simili a martello, che mi ricordavano una lettera "p", presero a schiacciare incessantemente i piedi della piccola biondina, che ora saltava come una molla. Da un altro ramo scese un serpente che aveva l'evidente forma della lettera "s", il quale si avventò furiosamente sul collo del pechinese, mordendolo con violenza. La piccola bestiola rimase riversa su un fianco con i nervi che lo scuotevano impercettibilmente, mentre la sua vita diveniva un'ombra che lentamente lo abbandonava.

Poi il cappio, la lettera "d", si fece attorno al collo della bimba, rimasta silenziosa ed immobile, pervasa da una paura incommensurabile. La corda si strinse inesorabililmente. Ora la bambina era una vera e propria maschera di terrore, gli occhi sbalzati dalle orbite, la bava alla bocca, i capelli scarmigliati e il volto trafelato e cianotico. Ci fu ancora un attimo di silenzio. Poi il suo urlo agghiacciante penetró visceralmente il mio corpo, i miei peli erano ora tutti ritti, e rimasi interdetto a guardare mentre una voragine circolare, molto simile a una lettera "o" si aprì sotto i piedi della ragazzina.
Attorno al tondo che delimitava il baratro, sostavano in bella mostra tutti quegli strani parallelepipedi che risultavano ai miei occhi piuttosto familiari. Poi socchiusi le palpebre tentando di acuire la vista, e cercando di osservare con più attenzione le scritte poste su due dei grossi monoliti. Riuscii a stento a decifrare sull'uno "La div..edia - ... ghieri" sull'altro "Odis... ...ero". Una voce roca, imperiosa e lentissima come di un vecchio disco 45 giri che girasse a 33 si fece udire. Diceva "questa è la fine che potreste fare. E forse neanche la peggiore..." dopo di che, nuovamente, lentissime, ripresero le immagini del signor Ettore e del pinguino.

Lucia mi fissò, i suoi occhi strabordanti di lacrime e, in un vocio appena percettibile, disse: "sono io che sono partita col mio viaggio o ciò che ho visto c'è stato davvero? Troia la miseria, l'hai registrato?"

Soffocai una bestemmia e dissi "stanno tentando di fregarci e hanno il coltello dalla parte del manico". Ansante di terrore, avviluppato dall'incubo di quelle immagini, e con la fronte completamente madida, crollai disperatamente la testa verso di lei.

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