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Intervista a Nicoletta Vallorani
per Intercom
Eva è un romanzo duro,
crudo.Le prospettive del nostro mondo, leggendo ciò
che hai scritto, non sembrano sicuramente rosee. Un
futuro segnato pesantemente da conflitti etnici reali
(la guerra nella ex-Jugoslavia) e da recrudescenze di
guerre politico-religiose attuali. Una società
dove il solco tra ricchezza e povertà è
ancora più profondo, dove la diversità
è vista sempre più come deformità
da relegare in appositi ghetti. Il quadro che tracci
è inquietante. Ciò che racconti in Eva
fa parte della tua reale percezione del futuro che ci
aspetta?
Forse bisogna intendersi sull'uso del
termine reale. Non essendo in alcun modo versata
nelle ricerche sociologiche, il mio quadro del futuro
non è scientificamente attendibile. Però
sì, è questo che sento, e che tuttavia,
a mio modo di vedere, è ancora un rischio che
possiamo arginare. Non mi sono spinta molto in là
con le previsioni, e ho adottato un procedimento che
non ha niente di nuovo. L'extrapolation come
cardine della speculazione fantascientifica è
ben presente in tutte le trattazioni teoriche sull'argomento,
a cominciare da quelle di Darko Suvin. Il punto vero,
però, è come rendere visibile qualcosa
che viene normalmente rimosso nella nostra quotidianità,
qualcosa che temiamo o con cui non sappiamo rapportarci
o che semplicemente subiamo per pigrizia, eccesso di
lavoro, abitudine a non usare il cervello come macchina
pensante. Non ho la presunzione di vedere più
in là degli altri. Semplicemente, vedo delle
cose. Non so quanto siano attendibili, ma per capirlo
non c'è altro modo se non farle vedere ai lettori
e confrontarsi su questo.
Nell'anno in cui si svolge il romanzo,
il 2023, descrivi una Milano tetra, perennemente nebbiosa
e piovigginosa dove tutte le caratteristiche peggiori
della grande metropoli si sono amplificate. Anche in
questo caso hai espresso alcune dei tuoi timori?
Milano si vergogna di essere quello che
è, già adesso. È un patchwork
interessante, dove le tracce della planimetria originaria
sono andate perdute nella nebbia, e la cultura dichiarata
è infinitamente peggiore di quella esistente.
Non ho modificato di molto la polis, voglio dire la
comunità sociale e culturale: nel senso che mi
pare che concettualmente Milano sia già molto
simile a quella che io descrivo. Le architetture urbane
sono poco familiari, ma poi, anche questo non è
del tutto vero. C'è qualche esagerazione e qualche
compiacimento alla Blade Runner, ma tant'è.
Tecnicamente, Eva ha molto poco di fantascientifico.
Sospetto che molti lettori abituali di fantascienza
non abbiano amato il mio romanzo esattamente per questo.
La fantascienza ha regole che sono ampiamente disattese
in Eva, ma per quanto mi riguarda le regole sono
lì per essere violate: altrimenti non avrebbero
senso di essere.
Tu che hai vissuto sia la realtà
della piccola che della grande città, quali ritieni
siano i pregi e difetti di ciascuna delle due?
La persona che ero, quella che viveva
in una piccola città, era talmente diversa dalla
persona che sono ora che francamente non so cosa rispondere.
Posso solo dire che l'aspetto che adoro delle grandi
città è la possibilità di perdersi,
di essere nessuno. Da lì, quando sei invisibile
al mondo, tracci una linea e ricominci. Forse è
proprio questo il punto: la città grande ti consente
prove di invisibilità che sono impossibili nei
centri piccoli. A qualcuno questa cosa piace e a qualcuno
no.
Nigredo, il protagonista del romanzo,
è un investigatore privato, apparentemente intorno
alla cinquantina, con un passato di terrorista, che
per campare collabora con i servizi della Polizia. A
parte le caratteristiche del personaggio, hai avuto
problemi a narrare la storia da un punto di vista maschile?
Prima di Eva, non avrei mai pensato
di scegliere un uomo come voce narrante di una mia storia.
La scrittura non è un mestiere per me. Faccio
quello che mi viene di fare, quando ho voglia di farlo.
E scrivo/parlo se ho qualcosa da dire. Altrimenti sto
zitta. Nella maggior parte dei casi, accade che i personaggi
che ho in mente comincino a parlare e si facciano avanti
sgomitando nel mio immaginario. Nigredo è stato
più determinato di altri, ed era così
prima ancora di cominciare a raccontarmi la sua storia.
Detto questo, nei fatti, ho corretto molte concordanze
al femminile riferite a Nigredo, in fase di editing.
La donna che è in me
be', insomma, suppongo
che la cosa più giusta da dire sia che non è
importante il genere sessuale di un personaggio, ma
la sua capacità di funzionare. Uomo o donna non
importa.
Sei una delle prime autrici italiane
ad aver capito, secondo me, l'importanza di una letteratura
mista, di una narrativa contaminata che passasse da
un genere ad un altro, senza una linea di confine ben
definita. Con questa tua ultima opera continui sulla
strada che avevi intrapreso fin dai tempi di Il cuore
finto di DR, vincitore del Premio Urania nel 1993,
dove la fantascienza e il noir erano strettamente
legati. Recentemente sembra che il noir stia prendendo
il sopravvento nella tua narrativa
Nicoletta Vallorani
sta diventando un'autrice noir? Credi che la
letteratura di genere possa essere uno strumento di
indagine più incisivo rispetto a una letteratura
alta, un mainstream che sembra spesso
vivere di sterili auto citazioni, di schemi già
visti ed abusati?
Il mio lavoro non è così
ragionato. Diciamo così: la cosa che so con chiarezza
è di voler scrivere narrativa di genere,
che sia fantascienza o noir poco importa.
A esser giusti, io credo che neanche Il cuore finto
fosse fantascienza a pieno titolo, e ci sono lettori
che se ne sono lamentati. Era di certo più fantascientifico
di Eva, e questo spiega come mai, nonostante
le mille ingenuità e la scarsa originalità
complessiva, alcuni lettori monografici non troppo
abituati alle contaminazioni lo considerino come un
romanzo migliore di Eva. E tuttavia anche lì,
come in tutto quello che scrivo, salta fuori, come dici
tu, un quadro contaminato. Non è una mia scoperta,
mi piacerebbe, ma non lo è. È una scelta
che sta nelle cose, e che ha riguardato tutta la letteratura,
italiana e non. I generi nella loro purezza hanno smesso
di esistere più o meno come i milanesi purosangue,
e da un bel pezzo. La questione, semmai, è che
io a questa cosa conferisco più peso di altri.
La prendo e ne faccio una bandiera, soprattutto perché
mi piace mischiare gli ingredienti e vedere cosa salta
fuori dal caos. Questo si adatta alla letteratura di
massa, che è più tollerante, e che si
prende meno sul serio. La capacità di ridere
di sé è preziosa, specie in tempi come
questi.
L'omicidio come opera d'arte, in qualche
modo, come è stato riportato in molte recensioni
e critiche, sembra essere uno degli elementi portanti
del tuo romanzo. Sembra un modo per sottolineare, se
non addirittura accusare, una società dove i
notiziari puntano al sensazionalismo, dove crimini efferati
sono diventati cronaca di routine, dove i sentimenti
sono relegati in secondo piano. Il serial killer
di Eva sembra volersi elevare, dal punto di vista
dell'orrore, rispetto agli altri criminali, e per questo
- appunto - cerca di fare qualcosa di più, di
spettacolarizzare i propri omicidi per svegliare le
coscienze intorpidite della gente
Non ho alcuna competenza specifica nel
campo dell'arte, ma mi occupo di media studies
abbastanza da capire - come del resto qualunque utente
assiduo dei media - che i processi di comunicazione
hanno un codice che è stato letteralmente riscritto
dalla modifica dei canali di comunicazione. Non è
stata una trovata geniale: l'avrebbe capito anche uno
scemo che stiamo andando in questa direzione. Semmai
il mio problema è stato quello di pensare una
storia che stesse in piedi da sola e che parlasse di
questo. Non volevo scrivere un saggio su come la spettacolarizzazione
del WTC abbia abolito in modo definitivo il confine
tra finzione e realtà, erodendo la tragedia reale
fino a convertirla in uno show televisivo. Non volevo
- e non voglio - fare prediche. Volevo che Nigredo fosse
una voce dissonante rispetto a questo processo, ma mi
pareva che la dissonanza dovesse nascere da una profonda
consapevolezza del processo medesimo, e non dalla volontà
di estraniarsi da esso. Perciò Nigredo non è
un puro, non vive fuori dal mondo, non è estraneo
alle pulsioni e ai meccanismi che producono gli omicidi.
Nigredo è un Kurtz che è tornato indietro
dal Congo: invece di morire in mezzo ai selvaggi, si
è rimesso abiti civili ed è tornato nel
mondo. Con quale consapevolezza di dove il mondo stia
andando non so. Non spetta a me dirlo.
La situazione interna attuale, la realtà
politica mondiale, la globalizzazione, l'omologazione
dell'informazione, le nuove icone televisive. Quanto
hanno contato questi fattori, se hanno avuto un effettivo
ruolo, nella stesura del tuo romanzo?
Hanno un ruolo nella mia vita, quindi
hanno un ruolo in quello che scrivo. Rischio molto con
questa omologia: è come essere senza pelle, e
dire al lettore "questo è esattamente quello
che sento, e non ve lo mando a dire". Ma tant'è.
Non m'interessa mediare nella scrittura, non mi riesce
di farlo nella vita.
Credo che anche in questo romanzo tu
abbia fatto una scelta molto precisa dello stile da
usare. In un periodo letterario dove il linguaggio va
verso l'essenziale, ammiccando a volte al minimalismo,
la tua sembra essere una scelta in controtendenza. Il
tuo stile, seppure mai ridondante o appesantito da ricerche
stilistiche leziose, è costruito con parole pesanti,
parole che, a volte, impongono al lettore di fermarsi
a pensare. Un linguaggio che insinua dubbi, che suggerisce
riflessioni. Credi che sia una scelta dettata da un
certo tipo di background generazionale? Magari
anche una sorta di ribellione verso una società
dell'immagine che bombarda il telespettatore di informazioni
in modo da impedirgli una discriminazione obiettiva?
No, non so, niente di tutto questo. Suppongo
che la mia formazione c'entri, suppongo che molto facciano
le mie letture, suppongo che la frequentazione erratica
di molta stampa contribuisca, suppongo che questi risultati
debbano qualcosa a tutte le scritture che ho frequentato.
Il lavoro consapevole che è stato fatto è
nella direzione della leggerezza di cui parla Calvino
nelle Lezioni americane: la sottrazione di peso a partire
da un'estrema, insopportabile pesantezza. Molto del
peso deve essere rimasto, e sono ben lontana ancora
da arrivare dove voglio. Ma la strada è quella,
e la densità di significato di ogni parola è
voluta. Molto imperfetta, ancora, ma voluta.
E' uscito recentemente, per i tipi della
Salani, La Fatona, un libro per ragazzi
che personalmente non ho ancora letto. Come riesci a
coniugare due tipi di letterature così diverse,
a prima vista così lontane, quasi antitetiche?
Stando nel mondo, vivendo una vita reale,
crescendo figli e facendo un mestiere. Non so, siamo
tutti fatti di pezzi. Il problema degli scrittori è
che questi pezzi tendono a diventare pubblici. Chi non
ha contraddizioni? Solo le persone inguaribilmente noiose
o terribilmente stupide. È vero che in tempi
come questi lo scemo del villaggio diventa re, ma le
persone dotate di intelletto sono più interessanti.
Contraddittorie, difficili, insopportabili, ma interessanti.
Ultima domanda d'obbligo. Esiste in Italia
una cultura di letteratura di genere importante, che
sta imponendo nuovi autori e consolidando i meno nuovi?
Questo problema appartiene alle cerchie
letterarie che sentono il bisogno di integrare la vita
nelle caselle di una storia della letteratura. Per mestiere,
per fortuna, non mi occupo di letteratura italiana,
ma so come funziona il processo per averlo frequentato
in altri settori letterari. La verità vera è
che quando un processo è in corso si hanno alcune
difficoltà a vedere dove porta. Per la maggior
parte, tende a circolare la voce secondo cui questo
sia un momento di particolare prestigio per la letteratura
di genere in Italia. Possibile. Certo si ha più
spazio, si riesce a far sentire la propria voce. Ma
in parte forse questo vuol dire che ci sono più
compromessi, e che certi meccanismi di adattamento/accettazione/integrazione
dei must editoriali si stanno estendendo anche agli
scrittori di genere. E comunque, quale che sia l'opinione
corrente, gli scrittori di genere che vengono invitati
al Festivalletteratura di Mantova o che vincono lo Strega
sono ancora pochi, no? Non so. Non resta che fare e
vedere dove ci porta questa cosa. Ci sono parecchi scrittori
bravi e più professionali di me che credo debbano
occuparsi di questa questione. Per conto mio, mi permetto,
col privilegio di chi non vive con questo mestiere,
di non proporre bilanci. Faccio l'artigiano della scrittura,
e dichiaro la mia consapevolezza politica di dove stiamo
andando come cittadini di questo paese piuttosto che
come scrittori. Una consapevolezza che comunque resta
mia, e non ha pretese di globalità (!!!). Lo
faccio attraverso la letteratura di genere, come molti
altri in questo momento, ma i proclami e le elaborazioni
di principio li lascio a chi è più bravo
di me.
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