Morte in una istantanea di Giuseppe Iannozzi

Il cielo, forse grigio, si rifletteva nella sua anima.

Non era mai stato un poeta: la vita la conosceva semplicemente perché qualcuno si ostinava a ripetergli che lui era vivo, nonostante tutto.

Quando si guardava allo specchio, vedeva un volto ma non era sicuro che fosse il suo. E non sapeva dire se lo specchio fosse veramente una superficie riflettente. Però vedeva dentro lo specchio la sua anima, qualcosa di grossolano e superfluo: una oscenità. Erano tratti di carbone quelli che disegnavano Friedrich.

“Il mio sospiro sedeva su ogni tomba umana e non riusciva più a rialzarsi; il mio sospirare e chiedere facevano sinistri presagi e soffocavano e rodevano e si lamentavano giorno e notte: ‘Ah, l’essere umano ritorna in eterno! Il piccolo uomo ritorna in eterno!’”, amava ripeter Friedrich. Altro non sapeva, o meglio non ricordava. Del suo passato, ricordava solo questo frammento ma gli era sufficiente perché bastava a farlo sentire profondamente male: nella sua anima era stata conficcata una lama di vetro, e adesso, questa sanguinava una impotente rabbia che non sapeva spiegare né a se stesso né al riflesso che lo guatava dallo specchio. Il riflesso, con quella sua stupida aria saccente, gli diceva che “tutto” era vero, ma Friedrich si ostinava a non riconoscere la verità, ammesso che una qualsiasi verità esistesse ancora per lui.

Erano quasi le due di notte: un vento freddo avvolgeva il suo corpo mortale. Tra le labbra, una sigaretta accesa bruciava. Alzò lo sguardo al cielo e questo si capovolse dentro la sua anima sanguinante: ma neanche l’infinito riusciva a tamponare quella sua profonda ferita.

Si sorprese di se stesso quando un alito di vento gli strappò dalla bocca la sigaretta, perché il suo cervello era tornato ad elaborare. Da tanto, tanto tempo ormai aveva perso il vizio di pensare.

“Ma il mio corpo mortale è la mia anima: altro non ho, altro non sono!”

Sorrise al nulla. Di lontano l’eco parlava una lingua muta, eppure Friedrich ne comprendeva ogni singola parola. Era la fabbrica dietro alle sue spalle a proiettare sul suo corpo un’ombra di malvagità. Ebbe paura di se stesso. Poi provò un sentimento di tenerezza: si sentiva fragile. Ma anche cattivo, cattivo come l’ombra della fabbrica.

Accese un’altra sigaretta assaporando ogni boccata di veleno che entrava nei polmoni.

Pensare, un brutto vizio che credeva di aver perso con il passare degli anni sempre uguali agli anni.

Qualcuno lo chiamò, ma lui ignorò quell’identità che era solo una voce alle sue spalle.

La voce lo chiamò di nuovo e lo svegliò da se stesso: Friedrich ormai non poteva più tornare indietro dentro se stesso.

Friedrich tornò a ricordare il suo Io del passato per colpa di quella voce.

La voce, la voce l’aveva violentato un’altra volta. Nell’intimo.

Il manganello si era abbattuto contro il suo cranio: sulla fronte si era aperta una ferita. Il caldo sangue gli scivolava sul volto. No, il sangue non gli faceva paura. Neanche il dolore. Ma il manganello, quello sì.

La piazza era tutto un brulicare di emozioni: “Fascisti di merda!”

La polizia aveva caricato la folla di manifestanti.

Friedrich fu sbattuto dentro una macchina nera: attraverso le sbarre, con la coda dell’occhio, ancora riusciva a distinguere le cavernose bocche aperte dei manifestanti che gridavano rabbia e dolore, tutti prigionieri della loro fragilità e dei loro ideali brutalmente calpestati.

Un altro colpo rovinò contro il suo cranio: fu il buio.

Quando si svegliò, il sangue rappreso era una maschera sul suo volto.

Vedeva il buio.

Si nettò gli occhi con le mani callose: non era cieco ma era come se lo fosse perché cacciato in un “dove” a lui sconosciuto e segreto.

Un cigolio. Uno spiraglio di luce a mortificare il buio che lo avvolgeva. Una voce metallica.

L’aguzzino l’aveva strappato da terra con la forza.

Friedrich cominciava a capire.

Un calcio in culo e si trovò nuovamente a terrà a respirare il puzzo degli escrementi di chi prima di lui aveva abitato quel “dove” di tortura.

Un ghigno. Ma non era il ghigno a ferire la sua anima. Era il dopo. O più semplicemente, il futuro.

Entrarono altri due bravi: erano le camicie nere, lui lo sapeva.

Gli strapparono i pantaloni: una cosa meccanica gli fu dentro. Ripetutamente.

E ripetutamente le urla della piazza echeggiarono nel suo cervello. Queste sole gli facevano male.

Friedrich perse il vizio di pensare quando le urla divennero violente, troppo violente dentro la sua testa. Forse più violente di quell’arnese che gli avevano cacciato in culo.

“Datti una mossa!”, berciò l’identità dietro di lui.

Friedrich si voltò ad incontrare l’uomo: lo conosceva, era di carne mortale come lui.

Subito gli fu addossò. Una gragnola di pugni si abbatté contro l’uomo.

Uomo contro uomo.

La fabbrica comandava questo: uomo contro uomo, fragilità contro fragilità.

I due corpi furono trovati il mattino dopo da un netturbino.

L’uomo era avvinghiato a Friedrich e viceversa.

I loro volti raccolti nell’eternità della morte erano l’uno lo specchio oscuro dell’altro.

Tratti disegnati con il carbone, tratti oscuri, eppure osceni.

“Morte in una istantanea: lo scandalo del futuro ‘presente’”, gridava in strada il ragazzo dei giornali.

Il sole non era mai stato così incerto, un nuovo giorno appena abbozzato: non era né luce né buio. Ma non era neanche il grigio ad illuminare la fabbrica. Era la luce del futuro. Una luce oscura, inintelligibile.

La folla sciamava lungo le strade: colletti bianchi e operai confusi nella stessa massa umana indefinita.

Tutti provavano fastidio per le urla del ragazzo dei giornali, un ragazzetto rachitico, malaticcio, bagnato di freddo sudore. Ma la sua voce era possente, troppo possente, nonostante la malattia del vivere.

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