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Dall’infinitamente
grande all’infinitamente piccolo, dall’universo alle cellule con i loro
astratti modelli matematici, passando per le persone, i loro rapporti, la loro
concretezza. Uniti in un titolo, “Strings”, che è impossibile da tradurre
in tutte le sue sfaccettature. Strings:
le supercorde della complessità cosmologiche; strings:
le stringhe molecolari dell’imprevedibilità del DNA; in mezzo, le strings
dei legami interpersonali: il sentimento, l’amicizia, la cooperazione fra
compagni di lavoro.
Descrivendo
un mondo in cui anche una mutante Lolita del futuro—che canta e balla in un
locale vicino al porto (allo spazioporto ovviamente)—può avere conoscenze per
noi non banali di cosmologia e genetica, è della dimensione interpersonale, dei
rapporti umani che parla Maureen F. McHugh. In quel mondo—come in molta della
fantascienza migliore—la scienza e la tecnologia fanno parte del quotidiano; e
l’autrice ce li trasmette attraverso un linguaggio ingannevolmente facile che
vuole riprodurre il modo di vedere il mondo di una ragazzina probabilmente
adolescente (forse preadolescente), che parla come tutte le altre ragazzine
della sua età, mescolando babytalk,
vezzeggiativi e allusioni a istituzioni sociali e presenze tecnologiche per lei
scontate.
Innanzitutto
questo è un racconto (uscito su Science
Fiction Age nel 1996) da leggere a voce alta. E che, più di tanti altri,
riesce a immergerci in un universo complesso e complicato. A partire dalla
comunità di quegli operai specializzati del futuro che sono i suoi
“portuali” delle navi spaziali da carico.
L’elemento
sentimentale—e in genere quello dei rapporti interpersonali—è da sempre
centrale nella fantascienza delle donne, anche in quella tradizione che
prefigura molto del cyberpunk, non
rifiutando l’importanza della tecnologia, a partire da C.L. Moore negli anni
‘40, e poi con Anne McCaffrey, Vonda McIntyre, Joan Vinge, James Tiptree (ma
pensiamo anche alle antropologie aliene di Judith Merril e Ursula K. Le Guin). E
l’enfasi sul modificarsi e sul diversificarsi delle istituzioni sociali ha un
ruolo centrale nella rinnovata, sofisticata space
opera scritta da Samuel R. Delany a partire dagli anni 60, e che è
probabilmente il modello diretto di McHugh.
Ma
se esiste un “movimento”, sia pur informale, all’interno del quale nasce
Maureen F. McHugh, questo è precisamente il cyberpunk
delle donne, che ha ovviamente al centro la figura di Pat Cadigan, ma che
comprende anche nomi meno conosciuti in Italia, come Misha, Laura J. Mixon,
Rebecca Ore, Mary Rosenblum, Melissa Scott, e altre. Tutto questo, nel contesto
di una nuova fioritura della SF delle donne, che comprende anche scrittrici come
Connie Willis e, purtroppo meno nota da noi, Karen Joy Fowler.
Forse
più di altre, la vicenda personale di McHugh (nata nel 1959) è rappresentativa
di una generazione: fra studi letterari e esperienza di lavoro nell’industria hi-tech
(e relativo licenziamento), nascita e attuale residenza nell’Ohio (da un paese
chiamato Loveland alla grande città operaia di Cleveland), e importanti periodi
vissuti a New York e in Cina (di vita bohemien,
e di insegnamento universitario): a metà, dunque, fra mondo industriale e
precariato postfordista, nasce un atteggiamento scettico, divertito, aperto ma
non euforico e acritico.
Anch’essi
spesso a metà fra più mondi, i suoi personaggi sono costretti a mantenere una
distanza dall’ambiente che li circonda, mettendo in primo piano le debolezze e
una incancellabile dignità.
C’è
il divertimento, insieme all’inganno, in racconti come “A Coney Island of
the Mind”, del 1993 (tradotto nell’ed. it. di Asimov’s,
gennaio 1995), o “Virtual Love” (1994), dove l’immagine della
“teledildonica” (per riprendere il termine di Howard Rheingold) diventa una
storia di identità infinitamente mutevoli, e di rapporti infinitamente fragili.
C’è il fascino verso una futura comunità multiculturale, che però è capace
di costruire nuove forme di gerarchia, potere e separazione sociale e umana, nei
suoi primi due romanzi, China Mountain Zhang (1992) e Half
the Day Is Night (1994). Nel primo, il mondo dominato dalla potenza cinese
viene descritto dal punto di vista di un giovane gay, di origine mista
cinese-ispanica: sulla Terra come su Marte, la sua perplessa ricerca di una
nicchia che gli permetta di sopravvivere ci regala una descrizione articolata e
sensibile di un futuro articolato e credibile. Lo stesso vale per il secondo
romanzo, ambientato nel microcosmo di una comunità sottomarina, lo sfondo di
una trama avventurosa e originale.
Non
ho letto i due romanzi successivi, Mission Child e Nekropolis, di cui si è
parlato altrettanto bene. Ma nel racconto da cui si è sviluppato il secondo
(“Nekropolis, Asimov’s, April 1994), la presentazione del futuro esotico ha,
con cupezza, al centro la rigidità dei rapporti di classe, in un mondo diviso
in caste biotecnologiche di umani, cyborg
e Intelligenze Artificiali, e la necessità di trovare uno spazio di vita per
l’individuo non privilegiato.
Come
dice Kit in “Strings”, la canzone a volte è dolce e amara allo stesso
tempo. Ma va cantata lo stesso.
Dall’infinitamente
grande all’infinitamente piccolo, dall’universo alle cellule con i loro
astratti modelli matematici, passando per le persone, i loro rapporti, la loro
concretezza. Uniti in un titolo, “Strings”, che è impossibile da tradurre
in tutte le sue sfaccettature. Strings:
le supercorde della complessità cosmologiche; strings:
le stringhe molecolari dell’imprevedibilità del DNA; in mezzo, le strings
dei legami interpersonali: il sentimento, l’amicizia, la cooperazione fra
compagni di lavoro.
Descrivendo
un mondo in cui anche una mutante Lolita del futuro—che canta e balla in un
locale vicino al porto (allo spazioporto ovviamente)—può avere conoscenze per
noi non banali di cosmologia e genetica, è della dimensione interpersonale, dei
rapporti umani che parla Maureen F. McHugh. In quel mondo—come in molta della
fantascienza migliore—la scienza e la tecnologia fanno parte del quotidiano; e
l’autrice ce li trasmette attraverso un linguaggio ingannevolmente facile che
vuole riprodurre il modo di vedere il mondo di una ragazzina probabilmente
adolescente (forse preadolescente), che parla come tutte le altre ragazzine
della sua età, mescolando babytalk,
vezzeggiativi e allusioni a istituzioni sociali e presenze tecnologiche per lei
scontate.
Innanzitutto
questo è un racconto (uscito su Science
Fiction Age nel 1996) da leggere a voce alta. E che, più di tanti altri,
riesce a immergerci in un universo complesso e complicato. A partire dalla
comunità di quegli operai specializzati del futuro che sono i suoi
“portuali” delle navi spaziali da carico.
L’elemento
sentimentale—e in genere quello dei rapporti interpersonali—è da sempre
centrale nella fantascienza delle donne, anche in quella tradizione che
prefigura molto del cyberpunk, non
rifiutando l’importanza della tecnologia, a partire da C.L. Moore negli anni
‘40, e poi con Anne McCaffrey, Vonda McIntyre, Joan Vinge, James Tiptree (ma
pensiamo anche alle antropologie aliene di Judith Merril e Ursula K. Le Guin). E
l’enfasi sul modificarsi e sul diversificarsi delle istituzioni sociali ha un
ruolo centrale nella rinnovata, sofisticata space
opera scritta da Samuel R. Delany a partire dagli anni 60, e che è
probabilmente il modello diretto di McHugh.
Ma
se esiste un “movimento”, sia pur informale, all’interno del quale nasce
Maureen F. McHugh, questo è precisamente il cyberpunk
delle donne, che ha ovviamente al centro la figura di Pat Cadigan, ma che
comprende anche nomi meno conosciuti in Italia, come Misha, Laura J. Mixon,
Rebecca Ore, Mary Rosenblum, Melissa Scott, e altre. Tutto questo, nel contesto
di una nuova fioritura della SF delle donne, che comprende anche scrittrici come
Connie Willis e, purtroppo meno nota da noi, Karen Joy Fowler.
Forse
più di altre, la vicenda personale di McHugh (nata nel 1959) è rappresentativa
di una generazione: fra studi letterari e esperienza di lavoro nell’industria hi-tech
(e relativo licenziamento), nascita e attuale residenza nell’Ohio (da un paese
chiamato Loveland alla grande città operaia di Cleveland), e importanti periodi
vissuti a New York e in Cina (di vita bohemien,
e di insegnamento universitario): a metà, dunque, fra mondo industriale e
precariato postfordista, nasce un atteggiamento scettico, divertito, aperto ma
non euforico e acritico.
Anch’essi
spesso a metà fra più mondi, i suoi personaggi sono costretti a mantenere una
distanza dall’ambiente che li circonda, mettendo in primo piano le debolezze e
una incancellabile dignità.
C’è
il divertimento, insieme all’inganno, in racconti come “A Coney Island of
the Mind”, del 1993 (tradotto nell’ed. it. di Asimov’s,
gennaio 1995), o “Virtual Love” (1994), dove l’immagine della
“teledildonica” (per riprendere il termine di Howard Rheingold) diventa una
storia di identità infinitamente mutevoli, e di rapporti infinitamente fragili.
C’è il fascino verso una futura comunità multiculturale, che però è capace
di costruire nuove forme di gerarchia, potere e separazione sociale e umana, nei
suoi primi due romanzi, China Mountain Zhang (1992) e Half
the Day Is Night (1994). Nel primo, il mondo dominato dalla potenza cinese
viene descritto dal punto di vista di un giovane gay, di origine mista
cinese-ispanica: sulla Terra come su Marte, la sua perplessa ricerca di una
nicchia che gli permetta di sopravvivere ci regala una descrizione articolata e
sensibile di un futuro articolato e credibile. Lo stesso vale per il secondo
romanzo, ambientato nel microcosmo di una comunità sottomarina, lo sfondo di
una trama avventurosa e originale.
Non
ho letto i due romanzi successivi, Mission Child e Nekropolis, di cui si è
parlato altrettanto bene. Ma nel racconto da cui si è sviluppato il secondo
(“Nekropolis, Asimov’s, April 1994), la presentazione del futuro esotico ha,
con cupezza, al centro la rigidità dei rapporti di classe, in un mondo diviso
in caste biotecnologiche di umani, cyborg
e Intelligenze Artificiali, e la necessità di trovare uno spazio di vita per
l’individuo non privilegiato.
Come
dice Kit in “Strings”, la canzone a volte è dolce e amara allo stesso
tempo. Ma va cantata lo stesso.
Dall’infinitamente
grande all’infinitamente piccolo, dall’universo alle cellule con i loro
astratti modelli matematici, passando per le persone, i loro rapporti, la loro
concretezza. Uniti in un titolo, “Strings”, che è impossibile da tradurre
in tutte le sue sfaccettature. Strings:
le supercorde della complessità cosmologiche; strings:
le stringhe molecolari dell’imprevedibilità del DNA; in mezzo, le strings
dei legami interpersonali: il sentimento, l’amicizia, la cooperazione fra
compagni di lavoro.
Descrivendo
un mondo in cui anche una mutante Lolita del futuro—che canta e balla in un
locale vicino al porto (allo spazioporto ovviamente)—può avere conoscenze per
noi non banali di cosmologia e genetica, è della dimensione interpersonale, dei
rapporti umani che parla Maureen F. McHugh. In quel mondo—come in molta della
fantascienza migliore—la scienza e la tecnologia fanno parte del quotidiano; e
l’autrice ce li trasmette attraverso un linguaggio ingannevolmente facile che
vuole riprodurre il modo di vedere il mondo di una ragazzina probabilmente
adolescente (forse preadolescente), che parla come tutte le altre ragazzine
della sua età, mescolando babytalk,
vezzeggiativi e allusioni a istituzioni sociali e presenze tecnologiche per lei
scontate.
Innanzitutto
questo è un racconto (uscito su Science
Fiction Age nel 1996) da leggere a voce alta. E che, più di tanti altri,
riesce a immergerci in un universo complesso e complicato. A partire dalla
comunità di quegli operai specializzati del futuro che sono i suoi
“portuali” delle navi spaziali da carico.
L’elemento
sentimentale—e in genere quello dei rapporti interpersonali—è da sempre
centrale nella fantascienza delle donne, anche in quella tradizione che
prefigura molto del cyberpunk, non
rifiutando l’importanza della tecnologia, a partire da C.L. Moore negli anni
‘40, e poi con Anne McCaffrey, Vonda McIntyre, Joan Vinge, James Tiptree (ma
pensiamo anche alle antropologie aliene di Judith Merril e Ursula K. Le Guin). E
l’enfasi sul modificarsi e sul diversificarsi delle istituzioni sociali ha un
ruolo centrale nella rinnovata, sofisticata space
opera scritta da Samuel R. Delany a partire dagli anni 60, e che è
probabilmente il modello diretto di McHugh.
Ma
se esiste un “movimento”, sia pur informale, all’interno del quale nasce
Maureen F. McHugh, questo è precisamente il cyberpunk
delle donne, che ha ovviamente al centro la figura di Pat Cadigan, ma che
comprende anche nomi meno conosciuti in Italia, come Misha, Laura J. Mixon,
Rebecca Ore, Mary Rosenblum, Melissa Scott, e altre. Tutto questo, nel contesto
di una nuova fioritura della SF delle donne, che comprende anche scrittrici come
Connie Willis e, purtroppo meno nota da noi, Karen Joy Fowler.
Forse
più di altre, la vicenda personale di McHugh (nata nel 1959) è rappresentativa
di una generazione: fra studi letterari e esperienza di lavoro nell’industria hi-tech
(e relativo licenziamento), nascita e attuale residenza nell’Ohio (da un paese
chiamato Loveland alla grande città operaia di Cleveland), e importanti periodi
vissuti a New York e in Cina (di vita bohemien,
e di insegnamento universitario): a metà, dunque, fra mondo industriale e
precariato postfordista, nasce un atteggiamento scettico, divertito, aperto ma
non euforico e acritico.
Anch’essi
spesso a metà fra più mondi, i suoi personaggi sono costretti a mantenere una
distanza dall’ambiente che li circonda, mettendo in primo piano le debolezze e
una incancellabile dignità.
C’è
il divertimento, insieme all’inganno, in racconti come “A Coney Island of
the Mind”, del 1993 (tradotto nell’ed. it. di Asimov’s,
gennaio 1995), o “Virtual Love” (1994), dove l’immagine della
“teledildonica” (per riprendere il termine di Howard Rheingold) diventa una
storia di identità infinitamente mutevoli, e di rapporti infinitamente fragili.
C’è il fascino verso una futura comunità multiculturale, che però è capace
di costruire nuove forme di gerarchia, potere e separazione sociale e umana, nei
suoi primi due romanzi, China Mountain Zhang (1992) e Half
the Day Is Night (1994). Nel primo, il mondo dominato dalla potenza cinese
viene descritto dal punto di vista di un giovane gay, di origine mista
cinese-ispanica: sulla Terra come su Marte, la sua perplessa ricerca di una
nicchia che gli permetta di sopravvivere ci regala una descrizione articolata e
sensibile di un futuro articolato e credibile. Lo stesso vale per il secondo
romanzo, ambientato nel microcosmo di una comunità sottomarina, lo sfondo di
una trama avventurosa e originale.
Non
ho letto i due romanzi successivi, Mission Child e Nekropolis, di cui si è
parlato altrettanto bene. Ma nel racconto da cui si è sviluppato il secondo
(“Nekropolis, Asimov’s, April 1994), la presentazione del futuro esotico ha,
con cupezza, al centro la rigidità dei rapporti di classe, in un mondo diviso
in caste biotecnologiche di umani, cyborg
e Intelligenze Artificiali, e la necessità di trovare uno spazio di vita per
l’individuo non privilegiato.
Come
dice Kit in “Strings”, la canzone a volte è dolce e amara allo stesso
tempo. Ma va cantata lo stesso.
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