La SF come Mainstream di Giuseppe Iannozzi

IO NEL RITRATTO DI DORIAN GRAY DIVENTO FAUST E VICEVERSA IN UN ETERNO GIOCO DI SPECCHI RIFLETTENTI

Spesse volte mi sono interrogato: chi sono io in realtà? E sempre la risposta l'ho trovata nell'ambiguità di un ritratto, di una immagine mentale, che subito si è tradotta in una sorta di razionale quanto irrazionale allucinazione. E mi sono visto metà Oscar Wildescimmia, metà uomo. E mi sono visto per metà buono e per metà cattivo. Ho riconosciuto che io non potrei essere se non avessi il coraggio di guardarmi allo specchio e dirmi: "Sì, io sono Faust. Ma sono anche Dorian Gray!"
Guardando il mondo di oggi, il tempo presente, in ogni uomo vedo o un Faust o un Dorian Gray, e solo raramente ho la fortuna/sfortuna di incontrare un uomo che sia allo stesso tempo e Faust e Dorian Gray, che sia Me. Quando mi capita di dimenticarmi chi sono, allora è la confusione. Ma la confusione può essere dimenticata e così si può solo sprofondare nel buio. Oppure si può scegliere di amare la confusione e disegnarla con il bulino nel nostro io: quando riesco a disegnare la confusione, allora sono artista.
Ma questa non è una mia invenzione o scoperta: è solo acqua calda.
Prima di interessarmi alla letteratura di genere, ho nutrito la mia mente con i classici e, a un certo punto, mi sono reso conto che la mia mente era diventata anima razionale ma anche irrazionale.

Questo mio scritto non ha la pretesa di essere un saggio: piuttosto, intendetelo per quel che è, dei consigli di lettura o una newsletter se preferite. Ho cercato in questa sede di ritagliare quelle opere "fantastiche" che hanno fatto parte del mio bagaglio culturale e che la critica di sempre ha inquadrato come opere puramente classiche. Eppure, autori come O. Wilde, J. W. Goethe, M. Bulgakov, T. Mann, H. Hesse, W. S. Burroughs, hanno prodotto opere fantastiche che, se fossero state scritte in tempi moderni, probabilmente, sarebbero state dette opere o di fantascienza o di fantasy. L'incontro con il mondo fantastico io l'ho avuto con le opere degli autori che ho citato e con questi loro romanzi: Dorian Gray, Faust, Il Maestro e Margherita, Il giuoco delle perle di vetro, Morte a Venezia, ecc. Il primo romanzo "fantastico" che ho avuto modo di leggere e comprendere appieno è stato Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse, che mi ha indirizzato ai lavori di Thomas Mann, poi ho scoperto che Michail Bulgakov aveva scritto un romanzo come Il Maestro e Margherita, quindi non ho potuto fare a meno di leggere il Faust di J. W. Goethe che mi ha svegliato dal torpore dell'innocenza, così ho letto le opere di O. Wilde e in particolare ho amato, come tutti, Il ritratto di Dorian Gray… Nel mezzo di queste letture tante altre ne ho affrontate e alla fine mi sono scoperto ad amare fino all'incoscienza gli scritti di William S. Burroughs e Jerome David Salinger: questo percorso culturale ha fatto di me un ribelle, un ribelle che nella letteratura nel corso degli anni non ha potuto più fare a meno del "fantastico". Tutti questi libri li ho letti una ventina di anni fa e posso dire che non ho mai smesso di leggerli, perché oggi, quando un dubbio mi assale, non riesco davvero a stornare il sano vizio di riprendere in mano, ad esempio, Il ritratto di Dorian Gray o Il Maestro e Margherita e leggerne alcuni passi, pagine intere, capitoli, ed allora ogni mio dubbio cessa di esistere. Se oggi amo la fantascienza, quella che è ufficialmente iniziata con le opere di Jules Verne per passare poi ad autori quali Edmund Cooper, Raymond F. Jones, Edgar Pangborn, William Golding, Philip. K. Dick, Ursula K. Le Guin, Aldous Huxley, fino ad arrivare a Bruce Sterling, Neil Gaiman, Robert J. Sawyer, Gene Brewer, Greg Bear, K.W. Jeter e tanti tanti altri, è perché prima ho amato la letteratura classica.

Purtroppo, conosco persone che saprebbero dirmi vita morte e miracoli del più misconosciuto autore di sf, ma che non saprebbero dirmi niente su Bulgakov o Wilde; molti non sanno che Wilde è l'autore de Il ritratto Dorian Gray, per esempio, e per me è incredibile, nel senso che è mostruoso.
In questa sede mi sono riproposto di riprendere in mano quelle opere più significative che hanno formato il mio Io e analizzarle brevemente per evidenziarne gli aspetti fantastici, sperando che chi sino ad oggi si è solo nutrito di opere di fantascienza, possa magari ricredersi e tentare una lettura non meno valida, ossia quella di alcuni classici fantastici che non sono fantascienza a trecentosessanta gradi e che nonostante ciò… beh, in seguito sarà tutto molto più chiaro. Non anticipiamo troppo, almeno per ora.
Forse questo mio scritto è semplicemente una lunga, lunga recensione a opere classiche che però contengono molti, moltissimi elementi fantastici che un amante della fantascienza dovrebbe conoscere almeno a grandi linee. Diciamo che sto solo dando dei consigli di lettura, niente di più.

La mia immaginazione ha cominciato a spaziare veramente quando ho incontrato sulla mia strada Johann Wolfgang Goethe, J.W.Goethequando mi sono imbattuto nel Faust: una volta finito di leggerlo, non poche volte, io non ero più io. Perché? Nel Faust ho incontrato me stesso, o almeno una parte di quel mio Io che ignoravo. Goethe mi ha indicato lo sviluppo della personalità individuale, dell'uomo come misura di tutte le cose, che apre il proprio spazio interiore al massimo di esperienze possibili (e naturali), facendo così della vita umana un ritratto onnicomprensivo della realtà rivelandone le incrinature, ma senza suggerire un ordine nuovo o alternativo.
Faust è il protagonista della Storia del dottor Faust ben noto mago e negromante del tedesco J. Spies, opera del 1587. Nel Faust si narrano le vicende di un alchimista che è la caricatura dell'individualismo, il quale vende la propria anima al diavolo in cambio del successo.
Il personaggio del Faust ha impressionato autori come Goethe, Marlowe, Mann ed ha suggerito anche a me che l'uomo è fragile, non tanto per la sua natura mortale, piuttosto per la sua natura razionale: la razionalità umana è soggetta a farsi corrompere da idee ed eventi, purché l'uomo, una volta corrotto, possa anche solo sperare di ottenere il successo. E il successo, la brama di ottenerlo a tutti i costi, non è forse uno dei motivi ricorrenti nella fantascienza? Quanti e quanti autori hanno disegnato un futuro dove l'uomo impegna tutto se stesso nel conseguimento del successo fino a scatenare guerre tra mondi terrestri e alieni? Tanti, che mi è impossibile enumerarli.
La fantascienza ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti del successo che l'umanità potrebbe conseguire se facesse questo e quello, e, spesse volte, ha disegnato una umanità impegnata a distruggersi per la troppa smania di successo politico, religioso, sociale, scientifico, filosofico. Pensate ad esempio a 1984 di George Orwell o a Davy di Edgar Pangborn: la società si distrugge con le sue stesse mani, e per cosa? Per incarnare dentro di sé Faust.
"Da più di un secolo e fino a ieri, tra il Faust e l'opinione letteraria italiana c'è stato un lungo malinteso: di lodi oratorie, citazioni a mezza bocca, fastidi e alzate di spalle. Il lavoro critico e l'intelligenza di alcuni dei nostri migliori studiosi non erano riusciti ad avere ragione di quelle resistenze. Si può quasi parlare di una divergenza fra la critica e la fortuna. Se farne la storia potrebbe aiutare a chiarire il funzionamento di certe articolazioni delle nostre ideologie letterarie, una parte dell'equivoco e del disagio dev'essere attribuita ai caratteri "mostruosi" di un'opera che già era parsa fuori luogo all'epoca in cui, senza lasciare apparentemente nessuna eredità, si era conclusa; di un poema vestito di letteratura, anzi di dieci letterature diverse - dalla rococò alla neogotica, dalla alessandrina alla elisabettiana - che annuncia con settanta o ottant'anni di anticipo sulle prime avanguardie la distruzione di istituzioni letterarie secolari e, in una certa misura, della poesia stessa.
Si direbbe che i tempi siano mutati, sentiamo che esiste un pubblico nuovo che può ignorare molte delle immagini del passato correlate al Faust perché da letture di filosofia e di storia, di economia e di etnologia è disposto a intendere meglio quell'opera o, più semplicemente, a leggerla. È un libro che si lascia perdere di vista; ma solo finché c'è nebbia. Bisogna ricorrere alla vecchia immagine della montagna. Il Faust fa parte del grande sistema orografico tedesco dell'età sua. Ne scorrono fiumi ancora nostri
". (Franco Fortini)
Credo che dopo le parole di Franco Fortini, le mie potrebbero risultare stonate all'orecchio del lettore, eppure qualcosa devo ancora dire a proposito del Faust. Fortini guarda all'opera di Goethe in senso strettamente classico, ma io no. Faust è il perfetto prototipo dello scienziato moderno, quello che è reale ma che è anche soggetto per quasi tutti i libri di fantascienza che vedono protagonista uno scienziato. Comprendere Faust, significa comprendere l'animo umano, ma soprattutto significa riuscire a disegnare altri Faust, quelli che saranno i protagonisti (o le macchiette) delle nostre storie di fantascienza già scritte, ma anche di quelle che scriveremo noi in prima persona o che lasceremo che qualcun altro scriva per noi.
Dopo Goethe, sulla mia strada ho incontrato Oscar Wilde e se Goethe mi aveva affascinato, Wilde mi ha completamente stregato e mi ha reso irriconoscibile: ha violentato il mio Io ed è stata la più bella violenza che abbia mai subito.
Ma chi è stato Oscar Wilde? Lascio la parola a Masolino d'Amico: "L'unico scrittore inglese degli anni Novanta "che tutti leggono ancora, o più precisamente, che tutti hanno letto" (la definizione è di Richard Ellmann) era irlandese, e il suo nome completo - Oscar Fingal O'Flahertie Wilis - suona come una litania di eroi celtici. "Français de sympathie, je suis Irlandais de race, et les Anglais m'ont condamné a parler la langue de Shakespeare"; così Oscar Wilde si sarebbe descritto a Edmond de Goncourt. Come irlandese apparteneva peraltro alla sottospecie definita "Anglo-Irish"; era dublinese di Merrion Square, centro della città bene, roccaforte della upper class filobritannica e di religione protestante. Quando cominciò a flirtare con il cattolicesimo, a Oxford, dove era ancora vivissimo l'esempio del cardinale Newman, un parente ricco lo diseredò; la conversione fu quindi rinviata al letto di morte. […]Secondogenito dopo un fratello poco di buono, che avrebbe fatto il giornalista, Oscar si segnalò presto come il figlio dotato, prediletto dalla madre, con la quale avrebbe mantenuto un legame assai stretto fino all'ultimo. Incoraggiato da lei, entrò precocemente in contatto con la letteratura e le arti figurative, e viaggiò in Francia e in Italia. Sir William lo iscrisse al Trinity George OrwellCollege di Dublino, dove rimase tre anni prima di conquistarsi l'ingresso a Oxford con le proprie forze, vincendo una borsa di studio. In "De Profundis", alterando e abbellendo la verità, come gli capitò altre volte di fare, avrebbe dichiarato che i due momenti fatidici della sua vita erano stati quando il padre lo aveva mandato a Oxford e quando la società lo aveva mandato in prigione. […]
Quando entrò a Oxford, Wilde era dunque più preparato ma anche più vecchio di quasi tutti i nuovi compagni, cosa che tentò di occultare. Può darsi che ciò abbia un rapporto con quella ossessione per la giovinezza che ricorre in tante sue opere e che lo condusse, nella vita, a circondarsi di giovani, cui attribuiva una saggezza speciale. Si sarebbe tolto degli anni persino davanti al giudice, durante il processo all'Old Bailey. A Oxford trovò nuovi maestri, in particolare lo entusiasmarono i due grandi sacerdoti moderni del nuovo culto per l'arte: John Ruskin, per il quale spinse la camola durante un trimestre trascorso a sterrare una strada, conseguenza di una collettiva esplosione di passione per il lavoro manuale come protesta contro le brutture dell'industrializzazione; e Walter Pater, dalla fama più sotterranea ma, per gli iniziati, non meno intensa. Wilde terminò gli studi, coronati dal conseguimento del massimo dei voti, con una certa reputazione di poeta (aveva conquistato il premio Newdigate, prestigioso riconoscimento studentesco già appannaggio in passato di letterati poi divenuti insigni), e soprattutto con una nascente notorietà di "esteta". […]
Agli inizi di un'attività ancora incerta, il neolaureato Wilde non chiedeva di meglio che mettersi in luce in qualunque modo. Sfruttando il proprio talento istrionico, assunse atteggiamenti intrepidamente stravaganti; intraprese, per esempio, senza alcun titolo particolare, una crociata per la riforma dell'arredamento e dell'abbigliamento, sospirando pubblicamente per la porcellana cinese e facendosi fotografare in brache al ginocchio, calze di seta e scarpini. I giornali umoristici furono felici di caricaturarlo, e di conseguenza il suo primo volume di poesie, stampato a proprie spese nel 1881, raggiunse diverse edizioni, anche se non mancò chi ne sottolineasse la scarsa originalità o, peggio, la carenza di audacia ("Si chiama Wilde - "selvaggio" - ma la sua poesia è mansueta" commentò la rivista "Punch"). Un'operetta dei popolarissimi Gilbert e Sullivan, "Patience", fece la parodia della voga per le emozioni squisite (con fanciulle che preferiscono la corte di sospirosi poeti a quella di baffuti dragoni), e quando la produzione londinese si spostò a new york, l'impresario scritturò Wilde per un giro di conferenze nel Nuovo Mondo
".
Wilde ha lasciato a noi un vero capolavoro di fantasia, arguzia e ingegno poetico, Il ritratto di Dorian Gray, che per me è il più grande romanzo di fantascienza che l'uomo abbia mai scritto. In quest'opera, l'autore anticipa i simulacri di P. K. Dick, anticipa la corruzione dell'anima anche quando questa potrebbe essere immortale, anticipa, più in generale, la tendenza dell'uomo ad autodistruggersi. E questa non è fantascienza? Il ritratto di Dorian Gray è opera paragonabile a Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, questo posso dire.
"Il Ritratto era rimasto nella mia memoria come una delle più belle idee che siano mai venute a uno scrittore di romanzi... Un ritratto che invecchia al nostro posto, garantendoci l'eterna giovinezza, almeno finché dura l'illusione; un ritratto che è anche la nostra anima, relegata nella stanza dell'infanzia, lontano dagli occhi di tutti, che diventa sempre più vecchio e sempre più brutto. Anche se Wilde lo ha sempre negato, Il ritratto è una favola autobiografica, in cui l'autore moltiplica se stesso in vari personaggi: non solo Dorian Gray, il dandy che sa di dover espiare il proprio edonismo sfrenato con la vecchiaia, ma anche Lord Henry, maestro di perfidie verbali, che è l'anima cinica e decadente dello scrittore; e Basil Hallward, l'autore del quadro fatale, che rappresenta il Wilde sacerdote dell'arte." (Javier Marias)

Sempre più Dorian Gray
si innamorava
della sua stessa bellezza,
con sempre
maggiore interesse
seguiva il corrompersi
della sua anima.

Immaginate la lascivia dello Swinburne confettata negli zuccheri dell'ultimo decadentismo francese. Avete Oscar Wilde. (Emilio Cecchi)

Oscar Wilde ha lavorato come in estasi di fronte alla parola. In questo sta la vera decadenza. (Bernhard Fehr)

Avete ancora qualche dubbio in merito a quanto vi ho detto? Spero di no. Dovrebbe essere chiaro che Oscar Wilde ha tratteggiato il simulacro di se stesso, il prototipo del simulacro che poi gli autori di fantascienza hanno fatto proprio per adattarlo alle loro storie.
Ma la produzione artistica di O. Wilde non è solo Il ritratto di Dorian Gray; Wilde scrisse molti racconti fantastici, almenoH. Hesse tre importantissime raccolte, ovvero: IL PRINCIPE FELICE E ALTRI RACCONTI (Il Principe Felice, L'usignolo e la rosa, Il Gigante egoista, L'amico devoto, Il razzo), LA CASA DEI MELOGRANI (Il giovane re, Il compleanno dell'Infanta, Il pescatore e la sua anima, Il figlio delle stelle) e IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE E ALTRI RACCONTI (Il delitto di lord Arthur Savile, La sfinge senza segreti, Il fantasma di Canterville, Il milionario modello). Le favole di Oscar Wilde sono riconosciute universalmente come un ottimo esempio di semplice, felice e avvincente narrazione: il suo merito si traduce in supremazia sui grandi creatori della letteratura per l'infanzia adulta. Sia che si tratti di adolescenti dalle corazze d'argento, di paggi dalle chiome d'oro o di sferraglianti, patetici fantasmi, è impossibile non sottoscrivere le parole dello stesso Wilde, che definiva i propri racconti e favole come degli "studi in prosa volti in forma fantastica e intesi in parte per i bambini, e in parte per coloro che hanno mantenuto la capacità di gioire e di stupirsi"…
Tanto ci sarebbe da dire circa i lavori di Oscar Wilde, ma penso che quanto ho evidenziato sia motivo sufficiente per riconoscere nell'artista la figura di un precursore che scrisse opere di fantascienza e di fantasy pur non avendone l'intenzione.
E poi Hermann Hesse, il solitario che cercava Dio; in una lirica all'interno del romanzo Demian, H. Hesse scrive:

I poeti, quando scrivono romanzi,
si comportano come se fossero Dio
e potessero contemplare
e comprendere in tutto e per tutto
qualsiasi storia umana,
rappresentandola senza pudori,
in modo assolutamente essenziale.
Io questo non posso farlo
.

Con le parole di Michel Mourre, ecco il Demian di H. Hesse: "È il problema del Bene e del Male, dell'inconscio, dell'istinto e della cultura. Il giovane scolaro Sinclair cade sotto l'influsso di un cattivo compagno, Kromer, piccolo vagabondo millantatore che assume atteggiamenti da uomo vissuto e si fa ubbidire. Sinclair, irretito, inganna i genitori, ruba, discende la china del peccato, ma a questo punto entra in scena Demian... Già in Demian è possibile vedere come il mito faustiano sia presente nelle opere di H. Hesse, ma è ne Il Giuoco delle Perle di Vetro che Hermann Hesse dà il meglio di sé, inventando una storia che è ambientata nel 2200. Il romanzo è un capolavoro di fantasia sfrenata, forse l'opera più ambiziosa e compiuta del grande autore, che come un solitario (eremita) nel deserto si sforzava di trovare Dio e riconoscerlo.
Il giuoco delle perle di vetro descritto con le parole di Hans Mayer: "Un'opera del tempo di guerra, della vecchiaia, della solitudine. Apparve dapprima a Zurigo durante il conflitto, nel 1943. In Germania la pubblicazione, per cui si era battuto Peter Suhrkamp, non era stata autorizzata. La Svizzera era a quei tempi un'isola minacciata da ogni parte. Allo scrittore che aveva inventato il Giuoco delle perle di vetro e la biografia del Maestro del Giuoco Josef Knecht essa poteva sembrare, laggiù nel Canton Ticino, proprio una specie di Castalia, considerata la sua neutralità nei confronti delle parti in guerra. All'uscita del libro, infatti, la critica rileva subito che i paesaggi, di questo romanzo - a prescindere da occasionali visioni in cui riaffiora il natio paesaggio svevo di Hesse - in fondo potrebbero essere tutti genuinamente svizzeri: le prealpi, il Ticino, la famiglia Designori che potrebbe abitare a Berna nella Junkergasse, Knecht che presumibilmente an-nega in un laghetto montano dell'Engadina. Il termine "il nostro paese" ricorre nel romanzo ogni volta che vengono illustrate le relazioni fra la Castalia e il mondo esterno. Si parla di "consiglio federale", con cui si designa solitamente il governo della Confederazione elvetica. Un titolo come Maestro di Musica è al tempo stesso elvetico e arcaico. I rapporti fra la Castalia e l'apparato statale cui appartiene la Provincia pedagogica sono chiaramente modellati sulla politica di un piccolo stato. Si ha l'impressione che un membro della sfera più alta dell'Ordine pedagogico della Castalia non debba percorrere grandi distanze per ispezionare la Provincia o per recarsi nella capitale a trattare con il governo.
Si consideri inoltre che in questa storia, la quale, secondo i calcoli della maggior parte dei critici, dovrebbe svolgersi verosimilmente nell'anno 2200, Hermann Hesse introduce non solo parametri svizzeri, ma anche uno stadio tecnologico già sorpassato all'epoca in cui fu scritto il libro del Giuoco delle perle di vetro. Knecht si reca dal presidente dell'Ordine con una "vettura". Ascolta all'"apparecchio" le fasi di una premiazione, ma, a quanto pare nel convento benedettino di padre Jacobus gli manca la possibilità, sia pure in quel futuro per noi lontano, di seguire la cerimonia di Waldzell sul teleschermo. Un'utopia, quindi, territorialmente commisurata a un piccolo stato, tecnologicamente a un'epoca ancora tutt'altro che automatizzata. […]
Motivi e caratteri consueti che tuttavia figurano in combinazioni completamente nuove. Si individuarono subito anche i punti di contatto con Goethe, soprattutto con il "Wilhelm Meister". Così come non passò inosservato, già alla pubblicazione del libro, che la scelta stessa del nome Knecht [it: servo] tendeva a configurare una posizione gerarchica, una successione spirituale, attraverso la quale l'autore si proponeva di inserirsi nella tradi-zione del romanzo pedagogico tedesco. Max Rychner riscontrò subito un altro contrappunto: non solo Hesse e Goethe, ma anche Hesse e Hölderlin; la morte di Josef Knecht in un lago di montagna "rispecchia il motivo di Empedocle che si getta nel cratere" […]
Una lettrice tedesca, abbastanza ignorante, riceve un'energica risposta quando tenta di incrinare l'amicizia fra Hesse e Thomas Mann e di mettere a confronto "Il giuoco delle perle di vetro" con il "Doctor Faustus". Nel carteggio si insiste molto sul carattere laico, anzi anticristiano del pensiero castalio"
.
Thomas MannSe questa non è fantascienza, davvero non saprei dire cosa potrebbe essere. Il giuoco delle perle di vetro, è fantascienza allo stato puro. Allora io mi chiedo: perché sino ad oggi questo romanzo mirabile e sotto il profilo narrativo e sotto quello stilistico è stato pressoché ignorato dagli amanti della science fiction? Voglio sperare che sia passato inosservato agli occhi attenti degli scrittori di fantascienza per un motivo banale riconducibile essenzialmente all'ignoranza: in fondo non si possono conoscere tutti i libri che sono stati scritti, ma adesso io la pietra l'ho scagliata e mi auguro che qualcuno la raccolga, perché sarebbe un vero peccato non studiare questo romanzo di Hermann Hesse. Non è mia intenzione fare del revisionismo letterario, e mi auguro che nessuno si proponga di mettere in atto un rimaneggiamento tanto volgare: molto più semplicemente spero che la fantascienza riconosca Hermann Hesse come uno scrittore che ha anticipato i tempi, che ha regalato al mondo della cultura un romanzo forte e non meno valido di 1984 di George Orwell. Anzi, è mia opinione personale che Il giuoco delle perle di vetro è romanzo addirittura superiore a romanzi quali 1984 di G. Orwell e La trilogia di Valis di P. K. Dick.
Un romanzo di Thomas Mann, La morte a Venezia, non è opera di fantascienza ma nel suo cuore custodisce molti elementi cari alla science fiction: vediamo perché.
Uno scrittore tedesco di mezza età, Gustav Aschenbach, da sempre fedele ai canoni classici dell'etica e dell'estetica, decide di fare un viaggio a Venezia: l'estate è oltremodo calda e ammorbata dalla peste. Il fascino di un ragazzo polacco di nome Tadzio e la sua bellezza sfuggente si insinuano nell'animo estetico di Gustav e lo inquietano. Gustav, con un unico gioco di sguardi, sente su di sé la vergogna della propria decrepitezza, e per nasconderla decide di imbellettarsi per nasconderla. Dalla laguna sale un tanfo putrido, mentre la fascinazione impone a Gustav un intimo abbandono estetico nell'intorno, che subito diventa un teatro della catastrofe dove cominciano a muoversi affascinanti allegoriche ombre. Thomas Mann, spirito goethiano in questo romanzo, confondendo l'antitesi di vita e spirito come quella di vita e arte, esprime la dissoluzione della vita borghese fondendo in essa tanto gli aspetti patologici quanto la perfezione formale. E' un romanzo estetico dove la poesia goethiana dell'autore disegna il travaglio dell'arte per l'arte, ma anche la vita per l'arte. Un romanzo inquietante, emblematico, che disegna la morte come maturazione e fragile eternazione della bellezza. Un romanzo che non è science fiction, ma che disegna comunque tanti temi cari alla fantasy e alla fantascienza: Fuoco sacro di Bruce Sterling, ad esempio, potrebbe essere in chiave moderna quanto Mann ha espresso in La morte a Venezia.
E che dire di Michail Bulgakov che con Il Maestro e Margherita ha scritto il più bel romanzo di fantasia che il mondo Michail Bulgakivabbia mai conosciuto? Marietta Cudakova nel saggio Nell'universo artistico di Michail Bulgakov evidenzia quanto segue: "'La gloria è il sole dei morti': per pochi scrittori russi queste parole valgono quanto per Bulgakov.
Comparve dinanzi a lettori, compatrioti e stranieri, dal non-essere; affiorò come il primo strato di un antico affresco, tornò alla luce come i quadri di un pittore caduto nell'oblio: ritrovati in una soffitta molti anni dopo la sua morte, gli doneranno la celebrità postuma. […]
'Scriveva con estrema facilità' ci raccontò Elena Sergeevna Bulgakova, 'le parole in lui nascevano da sole, non doveva darsi pena per trovarle. Vuoi sapere come scrisse, per esempio, il 'Romanzo teatrale'? Tornava dal Teatro Bol'soj, si infilava nella sua stanza, e mentre io apparecchiavo la tavola lui si sedeva allo scrittoio e scriveva un certo numero di pagine. Poi usciva dalla sua stanza e mi diceva, fregandosi le mani: 'Dopo pranzo ti leggo cosa è venuto fuori!'. Scrisse il romanzo di getto, senza minute.' I manoscritti bulgakoviani, dove intere pagine si susseguono senza una sola correzione e sembrano già in bella copia, sono il modello di un'arte in cui il testo si forma già tutto nella mente e in seguito viene soltanto trasferito sulla carta da una mano che riesce appena a seguire i velocissimi tempi dell'opera nascente. L'ormai celeberrima frase de 'Il Maestro e Margherita' - 'I manoscritti non bruciano' - ha anche un significato del tutto concreto, autobiografico: Bulgakov era convinto che avrebbe potuto sempre riscrivere, ricreare un testo distrutto..."
E il grande poeta italiano Eugenio Montale ecco come definì Il Maestro e Margherita di Bulgakov:
"Il Diavolo è il più appariscente personaggio del grande romanzo postumo di Bulgakov. Appare un mattino dinanzi a due cittadini, uno dei quali sta enumerando le prove dell'inesistenza di Dio. Il neovenuto non è di questo parere... Ma c'è ben altro: era anche presente al secondo interrogatorio di Gesú da parte di Ponzio Pilato e ne dà ampia relazione in un capitolo che è forse il più stupefacente del libro... Poco dopo, il demonio si esibisce al Teatro di varietà di fronte a un pubblico enorme. I fatti che accadono sono cosi fenomenali che alcuni spettatori devono essere ricoverati in una clinica psichiatrica... Un romanzo-poema o, se volete, uno show in cui intervengono numerosissimi personaggi, un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o si mescola col più alto dei possibili temi: quello della Passione... È qui che Bulgakov si congiunge con la più profonda tradizione letteraria della sua terra: la vena messianica, quella che troviamo in certe figure di Gogol e Dostoevskij e in quel pazzo di Dio che è il quasi immancabile comprimario di ogni grande melodramma russo… Un miracolo".
Il Maestro e Margherita è un magico (miracoloso) gioco della fantasia… Quanto hanno detto Marietta Cudakova ed Eugenio Montale mi sembra sufficiente per convincere anche i più riottosi: è d'obbligo ammettere che questo romanzo di Bulgakov è fantasia poetica tanto sfrenata quanto felice che gli autori di fantasy moderna farebbero bene a studiare a fondo. Io, personalmente, sono schifato dalla fantasy contemporanea: è insipida o è al massimo una volgare scopiazzatura da quanto J. R. R. Tolkien ha già consegnato alla storia. Ad esempio, Il respiro delle montagne di Ornella Lepre, al suo debutto nel panorama letterario di genere, ha consegnato alle stampe un libro di fantasy che è un Tolkien rivisto e corretto, o meglio adattato ad un pubblico adolescenziale: io di fantasy come quella di Ornella Lepre non ne voglio più che sapere.
Nel 1951 Jerome David Salinger ha sconvolto il corso della letteratura contemporanea influenzando l'immaginario collettivo e stilistico del Novecento consegnando alle stampe un romanzo che non teme il tempo, Il giovane Holden.
"Non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi cosí a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia. Niente di più di quel che ho raccontato a D.B., con tutto che lui è mio fratello e quel che segue. Sta a Hollywood, lui. Non è poi tanto lontano da questo lurido buco, e viene qui a trovarmi praticamente ogni fine settimana. Mi accompagnerà a casa in macchina quando ci andrò il mese prossimo, chi sa. Ha appena preso una Jaguar. Uno di quei gingilli inglesi che arrivano sui trecento all'ora. Gli è costata uno scherzetto come quattromila sacchi o giù di lì. È pieno di soldi, adesso. Mica come prima. Era soltanto uno scrittore in piena regola, quando stava a casa. Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle belle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto".
Sono passati più di cinquant'anni da quando Salinger ha scritto il suo capolavoro. Salinger ha disegnato l'ansia del giovane P.K.Dick nel 1982moderno in Holden Caulfield: l'aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, una "infanzia schifa" e le "cose da matti che gli sono capitate verso Natale", dal giorno in cui lasciò l'Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi, questo è Holden, un personaggio che è diventato exemplum vitae per generazioni di lettori. In Holden, ognuno ha letto la propria rabbia, l'ansia, la fascinazione della ribellione; la trama è scabra ed è tutta un vortice di rabbia e ribellione, ed è questa la grandezza del romanzo di Salinger.
In Italia, parte della sua fortuna il romanzo la deve alla traduzione di Adriana Motti. Holden come lo conosciamo noi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi "e tutto quanto", "e compagnia bella", "e quel che segue" per tradurre sempre e soltanto l'espressione "and all". Ne chi lo ha letto potrebbe pensarlo denudato del suo slang fatto di "una cosa da lasciarti secco" o "la vecchia Phoebe".
Salinger non ha scritto fantascienza, ma ha proposto il modello del giovane ribelle: quanti romanzi di sf parlano di ribellione giovanile? Tanti, troppi. Io non mi ci provo neanche ad enumerarli. Lo slang di Salinger, il personaggio da lui creato, fanno ormai parte della cultura universale, sia questa impegnata a produrre romanzi di genere o per la letteratura di consumo. Io dico solo questo.
E finalmente arrivo a parlare di William S. Burroughs: William Burroughs, capostipite della beat generation, si differenzia dagli altri scrittori dediti agli stupefacenti per la fredda, impassibile obiettività scientifica con cui descrive e sperimenta su se stesso gli effetti delle varie droghe, dalla morfina allo yagè, che favorisce i fenomeni telepatici. Il pasto nudo, pubblicato per la prima volta nel 1953, riflette, in un linguaggio di crudele precisione, queste sue esperienze.
"Un giorno ti svegli, ti fai una bomba e sotto la pelle senti brulicare gli insetti. Sbirri stile 1890 con i baffi neri bloccano le porte e si sporgono dalle finestre mostrando zanne ringhiose a forma di nudi distintivi blu in rilievo. I tossici attraversano la stanza intonando il Canto Funerario Musulmano, reggono il corpo di Bill Gains, le stigmate delle ferite procurate dall'ago luccicano con una fiammella azzurra. Detective schizofrenici e risoluti ti fiutano il vaso da notte.
"La paranoia da coca... Siediti, sta' calmo e sparati in vena tonnellate di quella morfina governativa
".
Norman Mailer disse a proposito de Il pasto nudo: "…l'unico romanziere americano vivente a cui si possa Philip K. DIck con il filgio Chrisplausibilmente attribuire genio". Burroughs offre ai suoi lettori il racconto allucinato dell'inferno di un tossico: lacerato tra la necessità impellente della "roba" e il richiamo molesto della carne, braccato da poliziotti e spacciatori, Lee, il suo Doppio, trascorre le giornate in sordidi luoghi pervasi dai miasmi del corpo e dalle fobie della mente. Burroughs tratteggia, con uno stile sfrontato e perentorio, un ritratto dell'America all'acido fenico, un ritratto cui la vita quotidiana - oltre che il cinema e la letteratura dell'orrore - ha tentato con gli anni di adeguarsi. L'America di Burroughs è schiava dell'"algebra del bisogno", dominata da una inveterata forma di "dipendenza" che affonda le radici nei tessuti di corpi fantasmatici e nelle cellule di cervelli in sfacelo. Pasto nudo è un libro senza pietà, un perfetto ritratto dell'America ai margini, un ritratto che Burroughs disegna in base alle sue personali esperienze. Il pasto nudo è uno scritto allucinato, perfetto, una commistione di realtà e irrealtà comunque e sempre all'insegna della paranoia che non lascia scampo al lettore: un romanzo che accoglie le paranoie della maggior parte dei romanzi di P. K. Dick. Un capolavoro in ogni senso.
A proposito de La scimmia sulla schiena, Fernanda Pivano, la maggiore studiosa della Beat Generation, si è così espressa: "...questo Junkie e un libro appassionato, commovente, drammatico. Sarcasmo e sadismo, incubi e angosce, ritratti pietosi e esperienze spietate sono lì, a portata di mano di chiunque abbia voglia di aprire gli occhi e guardare il baratro dove si muovono i diseredati, i disperati, i fantasmi stritolati dalla vita".
Vorrei concludere prendendo in esame un altro scritto di Burroughs, La febbre del ragno rosso.
KerouacAll'inizio del XVIII secolo, il pirata Mission fonda in una remota baia del Madagascar la colonia di Libertatia, per dimostrare che trecento sbandati, tra cui pirati, marinai disertori e schiavi liberati, possono coesistere in relativa armonia fra di loro e con l'ambiente circostante. Nella casa che Mission ha ricavato da una antica e misteriosa struttura vive anche un lemure chiamato Fantasma: nel loro legame si rispecchia l'unione fra le due parti dell'organismo umano, l'una "scivolata dentro un'incantata innocenza senza tempo", l'altra "avviata inesorabilmente verso il linguaggio, il tempo, l'uso di strumenti, la guerra, lo sfruttamento e la schiavitù". Una sera Mission assume una dose sconsiderata di cristalli di indii, una potente droga, e inizia un viaggio a ritroso nel tempo. La caverna si trasforma nell'ingresso al biologico Giardino delle Occasioni Perdute, in cui sono contenuti "tutti i morbi insiti nello stampo dell'uomo", le Sette Piaghe d'Egitto, i Peli, i Sudori, che si liberano quando lo stampo si spezza.
Burroughs in questo romanzo disegna con precisione chirurgica le angosce dei nostri anni: la società è avviata ad appartenere all' "età dei virus", dove mali inauditi si scatenano come vendette ancestrali e come risposte a una lesione sopravvenuta nella fisionomia umana. Questa è fantascienza per chi ancora non se ne fosse reso conto; ed è fantascienza inventata da uno dei massimi esponenti della Beat Generation.

Pasto NudoUna riflessione è d'obbligo in ultimo: come ho dimostrato (almeno è quello che spero), la fantascienza è presente negli scritti classici più improbabili. Io ho solo dato dei consigli di lettura, nulla di più. Con questo scritto ho preso in esame solo pochissime opere che possono e potrebbero appartenere al panorama culturale della letteratura fantascientifica e fantastica, ma non dubito che ce ne siano molte altre. Io mi sono limitato a suggerire al lettore di questo mio breve scritto quelle opere maggiori classiche "non specificatamente di sf", che sino ad oggi sono state poco o per niente considerate dagli amanti della science fiction come possibili lavori fantastici (di fantascienza e di fantasy). Spero di aver offerto alcuni spunti di riflessione e a chi si occupa di fantascienza e a chi guarda alla fantascienza ancora con sospetto inquadrandola come un sottogenere letterario.

Quello che io so è poco ma voglio offrirvelo: io sono Faust, ma sono anche Dorian Gray!

A voi il compito di approfondire il tema: da bravo peccatore, io la prima pietra l'ho scagliata e non me ne vergogno affatto, quindi voglio asserire a lettere di fuoco che il mainstream spesse volte è fantascienza al cento per cento.

GIUSEPPE IANNOZZI

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Burroughs, William S. - La Scimmia sulla schiena Rizzoli - Collana: BUR - La Scala
Burroughs, William S. - Pasto nudo - Adelphi - Collana: Fabula
Burroughs, William S. - La febbre del ragno rosso - Adelphi - Collana: PBA - Piccola Biblioteca Adelphi
Bulgakov, Michail - Romanzi e racconti - Mondadori - Collana: Meridiani Note: A cura di Marietta Cudakova
Mann, Thomas - Romanzi brevi - Mondadori - Collana: Meridiani Note: A cura di Roberto Fertonani
Goethe, Johann Wolfgang - Faust - Mondadori - Collana: Meridiani Note: Introduzione, traduzione con testo a fronte e note a cura di Franco Fortini
Hesse, Hermann - Knulp - Tre storie della vita di Knulp - Rizzoli - Collana: Superclassici
Hesse, Hermann - Giuoco dalle perle di vetro - Mondadori - Collana: Meridiani Note: Saggio biografico sul Magister Ludi Josef Knecht pubblicato insieme con i suoi scritti postumi/Traduzione Ervino Pocar - Introduzione Hans Mayer
Hesse, Hermann - Demian - Rizzoli - Collana: SB - Classici
Salinger, Jerome David - Il giovane Holden - Einaudi - Collana: ETn - Tascabili (narrativa)
Wilde, Oscar - Il ritratto di Dorian Gray - Rizzoli - Collana: SB - Classici - Note: Con un saggio di Bernhard Fehr
Wilde, Oscar - Il ritratto di Dorian Gray - Einaudi - Collana: ETn - Tascabili (narrativa) - Note: Contributi di Javier Marías
Wilde, Oscar - Racconti - Rizzoli - Collana: BUR - Classici - Note: Introduzione di James Joyce
Wilde, Oscar - Opere - Mondadori - Collana: Meridiani - Note: A cura di Masolino d'Amico

 

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