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IO NEL RITRATTO DI DORIAN GRAY
DIVENTO FAUST E VICEVERSA IN UN ETERNO GIOCO DI SPECCHI
RIFLETTENTI
Spesse volte mi sono interrogato: chi
sono io in realtà? E sempre la risposta l'ho
trovata nell'ambiguità di un ritratto, di una
immagine mentale, che subito si è tradotta in
una sorta di razionale quanto irrazionale allucinazione.
E mi sono visto metà scimmia,
metà uomo. E mi sono visto per metà buono
e per metà cattivo. Ho riconosciuto che io non
potrei essere se non avessi il coraggio di guardarmi
allo specchio e dirmi: "Sì, io sono Faust.
Ma sono anche Dorian Gray!"
Guardando il mondo di oggi, il tempo presente, in ogni
uomo vedo o un Faust o un Dorian Gray, e solo raramente
ho la fortuna/sfortuna di incontrare un uomo che sia
allo stesso tempo e Faust e Dorian Gray, che sia
Me. Quando mi capita di dimenticarmi chi sono, allora
è la confusione. Ma la confusione può
essere dimenticata e così si può solo
sprofondare nel buio. Oppure si può scegliere
di amare la confusione e disegnarla con il bulino nel
nostro io: quando riesco a disegnare la confusione,
allora sono artista.
Ma questa non è una mia invenzione o scoperta:
è solo acqua calda.
Prima di interessarmi alla letteratura di genere, ho
nutrito la mia mente con i classici e, a un certo punto,
mi sono reso conto che la mia mente era diventata anima
razionale ma anche irrazionale.
Questo mio scritto non ha la pretesa
di essere un saggio: piuttosto, intendetelo per quel
che è, dei consigli di lettura o una newsletter
se preferite. Ho cercato in questa sede di ritagliare
quelle opere "fantastiche" che hanno fatto
parte del mio bagaglio culturale e che la critica di
sempre ha inquadrato come opere puramente classiche.
Eppure, autori come O. Wilde, J. W. Goethe, M. Bulgakov,
T. Mann, H. Hesse, W. S. Burroughs, hanno prodotto opere
fantastiche che, se fossero state scritte in tempi moderni,
probabilmente, sarebbero state dette opere o di fantascienza
o di fantasy. L'incontro con il mondo fantastico
io l'ho avuto con le opere degli autori che ho citato
e con questi loro romanzi: Dorian Gray, Faust, Il
Maestro e Margherita, Il giuoco delle perle di vetro,
Morte a Venezia, ecc. Il primo romanzo "fantastico"
che ho avuto modo di leggere e comprendere appieno è
stato Il giuoco delle perle di vetro di Hermann
Hesse, che mi ha indirizzato ai lavori di Thomas
Mann, poi ho scoperto che Michail Bulgakov
aveva scritto un romanzo come Il Maestro e Margherita,
quindi non ho potuto fare a meno di leggere il Faust
di J. W. Goethe che mi ha svegliato dal torpore
dell'innocenza, così ho letto le opere di O.
Wilde e in particolare ho amato, come tutti, Il
ritratto di Dorian Gray
Nel mezzo di queste
letture tante altre ne ho affrontate e alla fine mi
sono scoperto ad amare fino all'incoscienza gli scritti
di William S. Burroughs e Jerome David Salinger:
questo percorso culturale ha fatto di me un ribelle,
un ribelle che nella letteratura nel corso degli anni
non ha potuto più fare a meno del "fantastico".
Tutti questi libri li ho letti una ventina di anni fa
e posso dire che non ho mai smesso di leggerli, perché
oggi, quando un dubbio mi assale, non riesco davvero
a stornare il sano vizio di riprendere in mano, ad esempio,
Il ritratto di Dorian Gray o Il Maestro e
Margherita e leggerne alcuni passi, pagine intere,
capitoli, ed allora ogni mio dubbio cessa di esistere.
Se oggi amo la fantascienza, quella che è ufficialmente
iniziata con le opere di Jules Verne per passare
poi ad autori quali Edmund Cooper, Raymond
F. Jones, Edgar Pangborn, William Golding,
Philip. K. Dick, Ursula K. Le Guin, Aldous
Huxley, fino ad arrivare a Bruce Sterling,
Neil Gaiman, Robert J. Sawyer, Gene
Brewer, Greg Bear, K.W. Jeter e tanti
tanti altri, è perché prima ho amato la
letteratura classica.
Purtroppo, conosco persone che saprebbero
dirmi vita morte e miracoli del più misconosciuto
autore di sf, ma che non saprebbero dirmi niente su
Bulgakov o Wilde; molti non sanno che Wilde è
l'autore de Il ritratto Dorian Gray, per esempio,
e per me è incredibile, nel senso che è
mostruoso.
In questa sede mi sono riproposto di riprendere in mano
quelle opere più significative che hanno formato
il mio Io e analizzarle brevemente per evidenziarne
gli aspetti fantastici, sperando che chi sino ad oggi
si è solo nutrito di opere di fantascienza, possa
magari ricredersi e tentare una lettura non meno valida,
ossia quella di alcuni classici fantastici che non sono
fantascienza a trecentosessanta gradi e che nonostante
ciò
beh, in seguito sarà tutto molto
più chiaro. Non anticipiamo troppo, almeno per
ora.
Forse questo mio scritto è semplicemente una
lunga, lunga recensione a opere classiche che però
contengono molti, moltissimi elementi fantastici che
un amante della fantascienza dovrebbe conoscere almeno
a grandi linee. Diciamo che sto solo dando dei consigli
di lettura, niente di più.
La mia immaginazione ha cominciato a
spaziare veramente quando ho incontrato sulla mia strada
Johann Wolfgang Goethe, quando
mi sono imbattuto nel Faust: una volta
finito di leggerlo, non poche volte, io non ero più
io. Perché? Nel Faust ho incontrato me stesso,
o almeno una parte di quel mio Io che ignoravo. Goethe
mi ha indicato lo sviluppo della personalità
individuale, dell'uomo come misura di tutte le cose,
che apre il proprio spazio interiore al massimo di esperienze
possibili (e naturali), facendo così della vita
umana un ritratto onnicomprensivo della realtà
rivelandone le incrinature, ma senza suggerire un ordine
nuovo o alternativo.
Faust è il protagonista della Storia del dottor
Faust ben noto mago e negromante del tedesco J.
Spies, opera del 1587. Nel Faust si narrano le vicende
di un alchimista che è la caricatura dell'individualismo,
il quale vende la propria anima al diavolo in cambio
del successo.
Il personaggio del Faust ha impressionato autori come
Goethe, Marlowe, Mann ed ha suggerito anche a me che
l'uomo è fragile, non tanto per la sua natura
mortale, piuttosto per la sua natura razionale: la razionalità
umana è soggetta a farsi corrompere da idee ed
eventi, purché l'uomo, una volta corrotto, possa
anche solo sperare di ottenere il successo. E il successo,
la brama di ottenerlo a tutti i costi, non è
forse uno dei motivi ricorrenti nella fantascienza?
Quanti e quanti autori hanno disegnato un futuro dove
l'uomo impegna tutto se stesso nel conseguimento del
successo fino a scatenare guerre tra mondi terrestri
e alieni? Tanti, che mi è impossibile enumerarli.
La fantascienza ha sempre avuto un occhio di riguardo
nei confronti del successo che l'umanità potrebbe
conseguire se facesse questo e quello, e, spesse volte,
ha disegnato una umanità impegnata a distruggersi
per la troppa smania di successo politico, religioso,
sociale, scientifico, filosofico. Pensate ad esempio
a 1984 di George Orwell o a Davy di Edgar
Pangborn: la società si distrugge con le
sue stesse mani, e per cosa? Per incarnare dentro di
sé Faust.
"Da più di un secolo e fino a ieri, tra
il Faust e l'opinione letteraria italiana c'è
stato un lungo malinteso: di lodi oratorie, citazioni
a mezza bocca, fastidi e alzate di spalle. Il lavoro
critico e l'intelligenza di alcuni dei nostri migliori
studiosi non erano riusciti ad avere ragione di quelle
resistenze. Si può quasi parlare di una divergenza
fra la critica e la fortuna. Se farne la storia potrebbe
aiutare a chiarire il funzionamento di certe articolazioni
delle nostre ideologie letterarie, una parte dell'equivoco
e del disagio dev'essere attribuita ai caratteri "mostruosi"
di un'opera che già era parsa fuori luogo all'epoca
in cui, senza lasciare apparentemente nessuna eredità,
si era conclusa; di un poema vestito di letteratura,
anzi di dieci letterature diverse - dalla rococò
alla neogotica, dalla alessandrina alla elisabettiana
- che annuncia con settanta o ottant'anni di anticipo
sulle prime avanguardie la distruzione di istituzioni
letterarie secolari e, in una certa misura, della poesia
stessa.
Si direbbe che i tempi siano mutati, sentiamo che esiste
un pubblico nuovo che può ignorare molte delle
immagini del passato correlate al Faust perché
da letture di filosofia e di storia, di economia e di
etnologia è disposto a intendere meglio quell'opera
o, più semplicemente, a leggerla. È un
libro che si lascia perdere di vista; ma solo finché
c'è nebbia. Bisogna ricorrere alla vecchia immagine
della montagna. Il Faust fa parte del grande sistema
orografico tedesco dell'età sua. Ne scorrono
fiumi ancora nostri". (Franco Fortini)
Credo che dopo le parole di Franco Fortini, le mie potrebbero
risultare stonate all'orecchio del lettore, eppure qualcosa
devo ancora dire a proposito del Faust. Fortini guarda
all'opera di Goethe in senso strettamente classico,
ma io no. Faust è il perfetto prototipo dello
scienziato moderno, quello che è reale ma che
è anche soggetto per quasi tutti i libri di fantascienza
che vedono protagonista uno scienziato. Comprendere
Faust, significa comprendere l'animo umano, ma soprattutto
significa riuscire a disegnare altri Faust, quelli che
saranno i protagonisti (o le macchiette) delle nostre
storie di fantascienza già scritte, ma anche
di quelle che scriveremo noi in prima persona o che
lasceremo che qualcun altro scriva per noi.
Dopo Goethe, sulla mia strada ho incontrato Oscar
Wilde e se Goethe mi aveva affascinato, Wilde
mi ha completamente stregato e mi ha reso irriconoscibile:
ha violentato il mio Io ed è stata la più
bella violenza che abbia mai subito.
Ma chi è stato Oscar Wilde? Lascio la parola
a Masolino d'Amico: "L'unico scrittore
inglese degli anni Novanta "che tutti leggono ancora,
o più precisamente, che tutti hanno letto"
(la definizione è di Richard Ellmann) era irlandese,
e il suo nome completo - Oscar Fingal O'Flahertie Wilis
- suona come una litania di eroi celtici. "Français
de sympathie, je suis Irlandais de race, et les Anglais
m'ont condamné a parler la langue de Shakespeare";
così Oscar Wilde si sarebbe descritto a Edmond
de Goncourt. Come irlandese apparteneva peraltro alla
sottospecie definita "Anglo-Irish"; era dublinese
di Merrion Square, centro della città bene, roccaforte
della upper class filobritannica e di religione protestante.
Quando cominciò a flirtare con il cattolicesimo,
a Oxford, dove era ancora vivissimo l'esempio del cardinale
Newman, un parente ricco lo diseredò; la conversione
fu quindi rinviata al letto di morte. [
]Secondogenito
dopo un fratello poco di buono, che avrebbe fatto il
giornalista, Oscar si segnalò presto come il
figlio dotato, prediletto dalla madre, con la quale
avrebbe mantenuto un legame assai stretto fino all'ultimo.
Incoraggiato da lei, entrò precocemente in contatto
con la letteratura e le arti figurative, e viaggiò
in Francia e in Italia. Sir William lo iscrisse al Trinity
College
di Dublino, dove rimase tre anni prima di conquistarsi
l'ingresso a Oxford con le proprie forze, vincendo una
borsa di studio. In "De Profundis", alterando
e abbellendo la verità, come gli capitò
altre volte di fare, avrebbe dichiarato che i due momenti
fatidici della sua vita erano stati quando il padre
lo aveva mandato a Oxford e quando la società
lo aveva mandato in prigione. [
]
Quando entrò a Oxford, Wilde era dunque più
preparato ma anche più vecchio di quasi tutti
i nuovi compagni, cosa che tentò di occultare.
Può darsi che ciò abbia un rapporto con
quella ossessione per la giovinezza che ricorre in tante
sue opere e che lo condusse, nella vita, a circondarsi
di giovani, cui attribuiva una saggezza speciale. Si
sarebbe tolto degli anni persino davanti al giudice,
durante il processo all'Old Bailey. A Oxford trovò
nuovi maestri, in particolare lo entusiasmarono i due
grandi sacerdoti moderni del nuovo culto per l'arte:
John Ruskin, per il quale spinse la camola durante un
trimestre trascorso a sterrare una strada, conseguenza
di una collettiva esplosione di passione per il lavoro
manuale come protesta contro le brutture dell'industrializzazione;
e Walter Pater, dalla fama più sotterranea ma,
per gli iniziati, non meno intensa. Wilde terminò
gli studi, coronati dal conseguimento del massimo dei
voti, con una certa reputazione di poeta (aveva conquistato
il premio Newdigate, prestigioso riconoscimento studentesco
già appannaggio in passato di letterati poi divenuti
insigni), e soprattutto con una nascente notorietà
di "esteta". [
]
Agli inizi di un'attività ancora incerta, il
neolaureato Wilde non chiedeva di meglio che mettersi
in luce in qualunque modo. Sfruttando il proprio talento
istrionico, assunse atteggiamenti intrepidamente stravaganti;
intraprese, per esempio, senza alcun titolo particolare,
una crociata per la riforma dell'arredamento e dell'abbigliamento,
sospirando pubblicamente per la porcellana cinese e
facendosi fotografare in brache al ginocchio, calze
di seta e scarpini. I giornali umoristici furono felici
di caricaturarlo, e di conseguenza il suo primo volume
di poesie, stampato a proprie spese nel 1881, raggiunse
diverse edizioni, anche se non mancò chi ne sottolineasse
la scarsa originalità o, peggio, la carenza di
audacia ("Si chiama Wilde - "selvaggio"
- ma la sua poesia è mansueta" commentò
la rivista "Punch"). Un'operetta dei popolarissimi
Gilbert e Sullivan, "Patience", fece la parodia
della voga per le emozioni squisite (con fanciulle che
preferiscono la corte di sospirosi poeti a quella di
baffuti dragoni), e quando la produzione londinese si
spostò a new york, l'impresario scritturò
Wilde per un giro di conferenze nel Nuovo Mondo".
Wilde ha lasciato a noi un vero capolavoro di fantasia,
arguzia e ingegno poetico, Il ritratto di Dorian
Gray, che per me è il più grande romanzo
di fantascienza che l'uomo abbia mai scritto. In quest'opera,
l'autore anticipa i simulacri di P. K. Dick,
anticipa la corruzione dell'anima anche quando questa
potrebbe essere immortale, anticipa, più in generale,
la tendenza dell'uomo ad autodistruggersi. E questa
non è fantascienza? Il ritratto di Dorian
Gray è opera paragonabile a Ma gli androidi
sognano pecore elettriche?, questo posso dire.
"Il Ritratto era rimasto nella mia memoria come
una delle più belle idee che siano mai venute
a uno scrittore di romanzi... Un ritratto che invecchia
al nostro posto, garantendoci l'eterna giovinezza, almeno
finché dura l'illusione; un ritratto che è
anche la nostra anima, relegata nella stanza dell'infanzia,
lontano dagli occhi di tutti, che diventa sempre più
vecchio e sempre più brutto. Anche se Wilde lo
ha sempre negato, Il ritratto è una favola autobiografica,
in cui l'autore moltiplica se stesso in vari personaggi:
non solo Dorian Gray, il dandy che sa di dover espiare
il proprio edonismo sfrenato con la vecchiaia, ma anche
Lord Henry, maestro di perfidie verbali, che è
l'anima cinica e decadente dello scrittore; e Basil
Hallward, l'autore del quadro fatale, che rappresenta
il Wilde sacerdote dell'arte." (Javier Marias)
Sempre più Dorian Gray
si innamorava
della sua stessa bellezza,
con sempre
maggiore interesse
seguiva il corrompersi
della sua anima.
Immaginate la lascivia dello Swinburne
confettata negli zuccheri dell'ultimo decadentismo francese.
Avete Oscar Wilde. (Emilio Cecchi)
Oscar Wilde ha lavorato come in estasi
di fronte alla parola. In questo sta la vera decadenza.
(Bernhard Fehr)
Avete ancora qualche dubbio in merito
a quanto vi ho detto? Spero di no. Dovrebbe essere chiaro
che Oscar Wilde ha tratteggiato il simulacro di se stesso,
il prototipo del simulacro che poi gli autori di fantascienza
hanno fatto proprio per adattarlo alle loro storie.
Ma la produzione artistica di O. Wilde non è
solo Il ritratto di Dorian Gray; Wilde scrisse
molti racconti fantastici, almeno
tre importantissime raccolte, ovvero: IL PRINCIPE
FELICE E ALTRI RACCONTI (Il Principe Felice, L'usignolo
e la rosa, Il Gigante egoista, L'amico devoto, Il razzo),
LA CASA DEI MELOGRANI (Il giovane re, Il compleanno
dell'Infanta, Il pescatore e la sua anima, Il figlio
delle stelle) e IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE E ALTRI
RACCONTI (Il delitto di lord Arthur Savile, La sfinge
senza segreti, Il fantasma di Canterville, Il milionario
modello). Le favole di Oscar Wilde sono riconosciute
universalmente come un ottimo esempio di semplice, felice
e avvincente narrazione: il suo merito si traduce in
supremazia sui grandi creatori della letteratura per
l'infanzia adulta. Sia che si tratti di adolescenti
dalle corazze d'argento, di paggi dalle chiome d'oro
o di sferraglianti, patetici fantasmi, è impossibile
non sottoscrivere le parole dello stesso Wilde, che
definiva i propri racconti e favole come degli "studi
in prosa volti in forma fantastica e intesi in parte
per i bambini, e in parte per coloro che hanno mantenuto
la capacità di gioire e di stupirsi"
Tanto ci sarebbe da dire circa i lavori di Oscar Wilde,
ma penso che quanto ho evidenziato sia motivo sufficiente
per riconoscere nell'artista la figura di un precursore
che scrisse opere di fantascienza e di fantasy pur non
avendone l'intenzione.
E poi Hermann Hesse, il solitario che
cercava Dio; in una lirica all'interno del romanzo Demian,
H. Hesse scrive:
I poeti, quando scrivono romanzi,
si comportano come se fossero Dio
e potessero contemplare
e comprendere in tutto e per tutto
qualsiasi storia umana,
rappresentandola senza pudori,
in modo assolutamente essenziale.
Io questo non posso farlo.
Con le parole di Michel Mourre, ecco
il Demian di H. Hesse: "È il problema
del Bene e del Male, dell'inconscio, dell'istinto e
della cultura. Il giovane scolaro Sinclair cade sotto
l'influsso di un cattivo compagno, Kromer, piccolo vagabondo
millantatore che assume atteggiamenti da uomo vissuto
e si fa ubbidire. Sinclair, irretito, inganna i genitori,
ruba, discende la china del peccato, ma a questo punto
entra in scena Demian... Già in Demian è
possibile vedere come il mito faustiano sia presente
nelle opere di H. Hesse, ma è ne Il Giuoco
delle Perle di Vetro che Hermann Hesse dà
il meglio di sé, inventando una storia che è
ambientata nel 2200. Il romanzo è un capolavoro
di fantasia sfrenata, forse l'opera più ambiziosa
e compiuta del grande autore, che come un solitario
(eremita) nel deserto si sforzava di trovare Dio e riconoscerlo.
Il giuoco delle perle di vetro descritto con le parole
di Hans Mayer: "Un'opera del tempo di guerra,
della vecchiaia, della solitudine. Apparve dapprima
a Zurigo durante il conflitto, nel 1943. In Germania
la pubblicazione, per cui si era battuto Peter Suhrkamp,
non era stata autorizzata. La Svizzera era a quei tempi
un'isola minacciata da ogni parte. Allo scrittore che
aveva inventato il Giuoco delle perle di vetro e la
biografia del Maestro del Giuoco Josef Knecht essa poteva
sembrare, laggiù nel Canton Ticino, proprio una
specie di Castalia, considerata la sua neutralità
nei confronti delle parti in guerra. All'uscita del
libro, infatti, la critica rileva subito che i paesaggi,
di questo romanzo - a prescindere da occasionali visioni
in cui riaffiora il natio paesaggio svevo di Hesse -
in fondo potrebbero essere tutti genuinamente svizzeri:
le prealpi, il Ticino, la famiglia Designori che potrebbe
abitare a Berna nella Junkergasse, Knecht che presumibilmente
an-nega in un laghetto montano dell'Engadina. Il termine
"il nostro paese" ricorre nel romanzo ogni
volta che vengono illustrate le relazioni fra la Castalia
e il mondo esterno. Si parla di "consiglio federale",
con cui si designa solitamente il governo della Confederazione
elvetica. Un titolo come Maestro di Musica è
al tempo stesso elvetico e arcaico. I rapporti fra la
Castalia e l'apparato statale cui appartiene la Provincia
pedagogica sono chiaramente modellati sulla politica
di un piccolo stato. Si ha l'impressione che un membro
della sfera più alta dell'Ordine pedagogico della
Castalia non debba percorrere grandi distanze per ispezionare
la Provincia o per recarsi nella capitale a trattare
con il governo.
Si consideri inoltre che in questa storia, la quale,
secondo i calcoli della maggior parte dei critici, dovrebbe
svolgersi verosimilmente nell'anno 2200, Hermann Hesse
introduce non solo parametri svizzeri, ma anche uno
stadio tecnologico già sorpassato all'epoca in
cui fu scritto il libro del Giuoco delle perle di vetro.
Knecht si reca dal presidente dell'Ordine con una "vettura".
Ascolta all'"apparecchio" le fasi di una premiazione,
ma, a quanto pare nel convento benedettino di padre
Jacobus gli manca la possibilità, sia pure in
quel futuro per noi lontano, di seguire la cerimonia
di Waldzell sul teleschermo. Un'utopia, quindi, territorialmente
commisurata a un piccolo stato, tecnologicamente a un'epoca
ancora tutt'altro che automatizzata. [
]
Motivi e caratteri consueti che tuttavia figurano in
combinazioni completamente nuove. Si individuarono subito
anche i punti di contatto con Goethe, soprattutto con
il "Wilhelm Meister". Così come non
passò inosservato, già alla pubblicazione
del libro, che la scelta stessa del nome Knecht [it:
servo] tendeva a configurare una posizione gerarchica,
una successione spirituale, attraverso la quale l'autore
si proponeva di inserirsi nella tradi-zione del romanzo
pedagogico tedesco. Max Rychner riscontrò subito
un altro contrappunto: non solo Hesse e Goethe, ma anche
Hesse e Hölderlin; la morte di Josef Knecht in
un lago di montagna "rispecchia il motivo di Empedocle
che si getta nel cratere" [
]
Una lettrice tedesca, abbastanza ignorante, riceve un'energica
risposta quando tenta di incrinare l'amicizia fra Hesse
e Thomas Mann e di mettere a confronto "Il giuoco
delle perle di vetro" con il "Doctor Faustus".
Nel carteggio si insiste molto sul carattere laico,
anzi anticristiano del pensiero castalio".
Se
questa non è fantascienza, davvero non saprei
dire cosa potrebbe essere. Il giuoco delle perle
di vetro, è fantascienza allo stato puro.
Allora io mi chiedo: perché sino ad oggi questo
romanzo mirabile e sotto il profilo narrativo e sotto
quello stilistico è stato pressoché ignorato
dagli amanti della science fiction? Voglio sperare che
sia passato inosservato agli occhi attenti degli scrittori
di fantascienza per un motivo banale riconducibile essenzialmente
all'ignoranza: in fondo non si possono conoscere tutti
i libri che sono stati scritti, ma adesso io la pietra
l'ho scagliata e mi auguro che qualcuno la raccolga,
perché sarebbe un vero peccato non studiare questo
romanzo di Hermann Hesse. Non è mia intenzione
fare del revisionismo letterario, e mi auguro che nessuno
si proponga di mettere in atto un rimaneggiamento tanto
volgare: molto più semplicemente spero che la
fantascienza riconosca Hermann Hesse come uno scrittore
che ha anticipato i tempi, che ha regalato al mondo
della cultura un romanzo forte e non meno valido di
1984 di George Orwell. Anzi, è mia opinione
personale che Il giuoco delle perle di vetro
è romanzo addirittura superiore a romanzi quali
1984 di G. Orwell e La trilogia di
Valis di P. K. Dick.
Un romanzo di Thomas Mann, La morte
a Venezia, non è opera di fantascienza ma
nel suo cuore custodisce molti elementi cari alla science
fiction: vediamo perché.
Uno scrittore tedesco di mezza età, Gustav Aschenbach,
da sempre fedele ai canoni classici dell'etica e dell'estetica,
decide di fare un viaggio a Venezia: l'estate è
oltremodo calda e ammorbata dalla peste. Il fascino
di un ragazzo polacco di nome Tadzio e la sua bellezza
sfuggente si insinuano nell'animo estetico di Gustav
e lo inquietano. Gustav, con un unico gioco di sguardi,
sente su di sé la vergogna della propria decrepitezza,
e per nasconderla decide di imbellettarsi per nasconderla.
Dalla laguna sale un tanfo putrido, mentre la fascinazione
impone a Gustav un intimo abbandono estetico nell'intorno,
che subito diventa un teatro della catastrofe dove cominciano
a muoversi affascinanti allegoriche ombre. Thomas Mann,
spirito goethiano in questo romanzo, confondendo l'antitesi
di vita e spirito come quella di vita e arte, esprime
la dissoluzione della vita borghese fondendo in essa
tanto gli aspetti patologici quanto la perfezione formale.
E' un romanzo estetico dove la poesia goethiana dell'autore
disegna il travaglio dell'arte per l'arte, ma anche
la vita per l'arte. Un romanzo inquietante, emblematico,
che disegna la morte come maturazione e fragile eternazione
della bellezza. Un romanzo che non è science
fiction, ma che disegna comunque tanti temi cari alla
fantasy e alla fantascienza: Fuoco sacro di Bruce Sterling,
ad esempio, potrebbe essere in chiave moderna quanto
Mann ha espresso in La morte a Venezia.
E che dire di Michail Bulgakov che con
Il Maestro e Margherita ha scritto il più
bel romanzo di fantasia che il mondo abbia
mai conosciuto? Marietta Cudakova nel saggio
Nell'universo artistico di Michail Bulgakov evidenzia
quanto segue: "'La gloria è il sole dei
morti': per pochi scrittori russi queste parole valgono
quanto per Bulgakov.
Comparve dinanzi a lettori, compatrioti e stranieri,
dal non-essere; affiorò come il primo strato
di un antico affresco, tornò alla luce come i
quadri di un pittore caduto nell'oblio: ritrovati in
una soffitta molti anni dopo la sua morte, gli doneranno
la celebrità postuma. [
]
'Scriveva con estrema facilità' ci raccontò
Elena Sergeevna Bulgakova, 'le parole in lui nascevano
da sole, non doveva darsi pena per trovarle. Vuoi sapere
come scrisse, per esempio, il 'Romanzo teatrale'? Tornava
dal Teatro Bol'soj, si infilava nella sua stanza, e
mentre io apparecchiavo la tavola lui si sedeva allo
scrittoio e scriveva un certo numero di pagine. Poi
usciva dalla sua stanza e mi diceva, fregandosi le mani:
'Dopo pranzo ti leggo cosa è venuto fuori!'.
Scrisse il romanzo di getto, senza minute.' I manoscritti
bulgakoviani, dove intere pagine si susseguono senza
una sola correzione e sembrano già in bella copia,
sono il modello di un'arte in cui il testo si forma
già tutto nella mente e in seguito viene soltanto
trasferito sulla carta da una mano che riesce appena
a seguire i velocissimi tempi dell'opera nascente. L'ormai
celeberrima frase de 'Il Maestro e Margherita' - 'I
manoscritti non bruciano' - ha anche un significato
del tutto concreto, autobiografico: Bulgakov era convinto
che avrebbe potuto sempre riscrivere, ricreare un testo
distrutto..."
E il grande poeta italiano Eugenio Montale
ecco come definì Il Maestro e Margherita di
Bulgakov:
"Il Diavolo è il più appariscente
personaggio del grande romanzo postumo di Bulgakov.
Appare un mattino dinanzi a due cittadini, uno dei quali
sta enumerando le prove dell'inesistenza di Dio. Il
neovenuto non è di questo parere... Ma c'è
ben altro: era anche presente al secondo interrogatorio
di Gesú da parte di Ponzio Pilato e ne dà
ampia relazione in un capitolo che è forse il
più stupefacente del libro... Poco dopo, il demonio
si esibisce al Teatro di varietà di fronte a
un pubblico enorme. I fatti che accadono sono cosi fenomenali
che alcuni spettatori devono essere ricoverati in una
clinica psichiatrica... Un romanzo-poema o, se volete,
uno show in cui intervengono numerosissimi personaggi,
un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o
si mescola col più alto dei possibili temi: quello
della Passione... È qui che Bulgakov si congiunge
con la più profonda tradizione letteraria della
sua terra: la vena messianica, quella che troviamo in
certe figure di Gogol e Dostoevskij e in quel pazzo
di Dio che è il quasi immancabile comprimario
di ogni grande melodramma russo
Un miracolo".
Il Maestro e Margherita è un magico (miracoloso)
gioco della fantasia
Quanto hanno detto Marietta
Cudakova ed Eugenio Montale mi sembra sufficiente per
convincere anche i più riottosi: è d'obbligo
ammettere che questo romanzo di Bulgakov è fantasia
poetica tanto sfrenata quanto felice che gli autori
di fantasy moderna farebbero bene a studiare a fondo.
Io, personalmente, sono schifato dalla fantasy contemporanea:
è insipida o è al massimo una volgare
scopiazzatura da quanto J. R. R. Tolkien ha già
consegnato alla storia. Ad esempio, Il respiro delle
montagne di Ornella Lepre, al suo debutto
nel panorama letterario di genere, ha consegnato alle
stampe un libro di fantasy che è un Tolkien rivisto
e corretto, o meglio adattato ad un pubblico adolescenziale:
io di fantasy come quella di Ornella Lepre non ne voglio
più che sapere.
Nel 1951 Jerome David Salinger ha sconvolto
il corso della letteratura contemporanea influenzando
l'immaginario collettivo e stilistico del Novecento
consegnando alle stampe un romanzo che non teme il tempo,
Il giovane Holden.
"Non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare
tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella.
Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi
sono capitate verso Natale, prima di ridurmi cosí
a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia.
Niente di più di quel che ho raccontato a D.B.,
con tutto che lui è mio fratello e quel che segue.
Sta a Hollywood, lui. Non è poi tanto lontano
da questo lurido buco, e viene qui a trovarmi praticamente
ogni fine settimana. Mi accompagnerà a casa in
macchina quando ci andrò il mese prossimo, chi
sa. Ha appena preso una Jaguar. Uno di quei gingilli
inglesi che arrivano sui trecento all'ora. Gli è
costata uno scherzetto come quattromila sacchi o giù
di lì. È pieno di soldi, adesso. Mica
come prima. Era soltanto uno scrittore in piena regola,
quando stava a casa. Se davvero avete voglia di sentire
questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto
dove sono nato e com'è stata la mia infanzia
schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia
bella prima che arrivassi io, e tutte quelle belle baggianate
alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di
parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai
miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per
uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro
conto".
Sono passati più di cinquant'anni da quando Salinger
ha scritto il suo capolavoro. Salinger ha disegnato
l'ansia del giovane moderno
in Holden Caulfield: l'aria scocciata, insofferente
alle ipocrisie e al conformismo, una "infanzia
schifa" e le "cose da matti che gli sono capitate
verso Natale", dal giorno in cui lasciò
l'Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna
voglia di farlo sapere ai suoi, questo è Holden,
un personaggio che è diventato exemplum vitae
per generazioni di lettori. In Holden, ognuno ha letto
la propria rabbia, l'ansia, la fascinazione della ribellione;
la trama è scabra ed è tutta un vortice
di rabbia e ribellione, ed è questa la grandezza
del romanzo di Salinger.
In Italia, parte della sua fortuna il romanzo la deve
alla traduzione di Adriana Motti. Holden come lo conosciamo
noi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi "e
tutto quanto", "e compagnia bella", "e
quel che segue" per tradurre sempre e soltanto
l'espressione "and all". Ne chi lo ha letto
potrebbe pensarlo denudato del suo slang fatto di "una
cosa da lasciarti secco" o "la vecchia Phoebe".
Salinger non ha scritto fantascienza, ma ha proposto
il modello del giovane ribelle: quanti romanzi di sf
parlano di ribellione giovanile? Tanti, troppi. Io non
mi ci provo neanche ad enumerarli. Lo slang di Salinger,
il personaggio da lui creato, fanno ormai parte della
cultura universale, sia questa impegnata a produrre
romanzi di genere o per la letteratura di consumo. Io
dico solo questo.
E finalmente arrivo a parlare di William S. Burroughs:
William Burroughs, capostipite della beat generation,
si differenzia dagli altri scrittori dediti agli stupefacenti
per la fredda, impassibile obiettività scientifica
con cui descrive e sperimenta su se stesso gli effetti
delle varie droghe, dalla morfina allo yagè,
che favorisce i fenomeni telepatici. Il pasto nudo,
pubblicato per la prima volta nel 1953, riflette, in
un linguaggio di crudele precisione, queste sue esperienze.
"Un giorno ti svegli, ti fai una bomba e sotto
la pelle senti brulicare gli insetti. Sbirri stile 1890
con i baffi neri bloccano le porte e si sporgono dalle
finestre mostrando zanne ringhiose a forma di nudi distintivi
blu in rilievo. I tossici attraversano la stanza intonando
il Canto Funerario Musulmano, reggono il corpo di Bill
Gains, le stigmate delle ferite procurate dall'ago luccicano
con una fiammella azzurra. Detective schizofrenici e
risoluti ti fiutano il vaso da notte.
"La paranoia da coca... Siediti, sta' calmo e sparati
in vena tonnellate di quella morfina governativa".
Norman Mailer disse a proposito de Il pasto nudo:
"
l'unico romanziere americano vivente
a cui si possa plausibilmente
attribuire genio". Burroughs offre ai suoi
lettori il racconto allucinato dell'inferno di un tossico:
lacerato tra la necessità impellente della "roba"
e il richiamo molesto della carne, braccato da poliziotti
e spacciatori, Lee, il suo Doppio, trascorre le giornate
in sordidi luoghi pervasi dai miasmi del corpo e dalle
fobie della mente. Burroughs tratteggia, con uno stile
sfrontato e perentorio, un ritratto dell'America all'acido
fenico, un ritratto cui la vita quotidiana - oltre che
il cinema e la letteratura dell'orrore - ha tentato
con gli anni di adeguarsi. L'America di Burroughs è
schiava dell'"algebra del bisogno", dominata
da una inveterata forma di "dipendenza" che
affonda le radici nei tessuti di corpi fantasmatici
e nelle cellule di cervelli in sfacelo. Pasto nudo
è un libro senza pietà, un perfetto ritratto
dell'America ai margini, un ritratto che Burroughs disegna
in base alle sue personali esperienze. Il pasto nudo
è uno scritto allucinato, perfetto, una commistione
di realtà e irrealtà comunque e sempre
all'insegna della paranoia che non lascia scampo al
lettore: un romanzo che accoglie le paranoie della maggior
parte dei romanzi di P. K. Dick. Un capolavoro in ogni
senso.
A proposito de La scimmia sulla schiena, Fernanda
Pivano, la maggiore studiosa della Beat Generation,
si è così espressa: "...questo
Junkie e un libro appassionato, commovente, drammatico.
Sarcasmo e sadismo, incubi e angosce, ritratti pietosi
e esperienze spietate sono lì, a portata di mano
di chiunque abbia voglia di aprire gli occhi e guardare
il baratro dove si muovono i diseredati, i disperati,
i fantasmi stritolati dalla vita".
Vorrei concludere prendendo in esame un altro scritto
di Burroughs, La febbre del ragno rosso.
All'inizio
del XVIII secolo, il pirata Mission fonda in una remota
baia del Madagascar la colonia di Libertatia, per dimostrare
che trecento sbandati, tra cui pirati, marinai disertori
e schiavi liberati, possono coesistere in relativa armonia
fra di loro e con l'ambiente circostante. Nella casa
che Mission ha ricavato da una antica e misteriosa struttura
vive anche un lemure chiamato Fantasma: nel loro legame
si rispecchia l'unione fra le due parti dell'organismo
umano, l'una "scivolata dentro un'incantata innocenza
senza tempo", l'altra "avviata inesorabilmente
verso il linguaggio, il tempo, l'uso di strumenti, la
guerra, lo sfruttamento e la schiavitù".
Una sera Mission assume una dose sconsiderata di cristalli
di indii, una potente droga, e inizia un viaggio a ritroso
nel tempo. La caverna si trasforma nell'ingresso al
biologico Giardino delle Occasioni Perdute, in cui sono
contenuti "tutti i morbi insiti nello stampo dell'uomo",
le Sette Piaghe d'Egitto, i Peli, i Sudori, che si liberano
quando lo stampo si spezza.
Burroughs in questo romanzo disegna con precisione chirurgica
le angosce dei nostri anni: la società è
avviata ad appartenere all' "età dei virus",
dove mali inauditi si scatenano come vendette ancestrali
e come risposte a una lesione sopravvenuta nella fisionomia
umana. Questa è fantascienza per chi ancora non
se ne fosse reso conto; ed è fantascienza inventata
da uno dei massimi esponenti della Beat Generation.
Una
riflessione è d'obbligo in ultimo: come ho dimostrato
(almeno è quello che spero), la fantascienza
è presente negli scritti classici più
improbabili. Io ho solo dato dei consigli di lettura,
nulla di più. Con questo scritto ho preso in
esame solo pochissime opere che possono e potrebbero
appartenere al panorama culturale della letteratura
fantascientifica e fantastica, ma non dubito che ce
ne siano molte altre. Io mi sono limitato a suggerire
al lettore di questo mio breve scritto quelle opere
maggiori classiche "non specificatamente di sf",
che sino ad oggi sono state poco o per niente considerate
dagli amanti della science fiction come possibili lavori
fantastici (di fantascienza e di fantasy). Spero di
aver offerto alcuni spunti di riflessione e a chi si
occupa di fantascienza e a chi guarda alla fantascienza
ancora con sospetto inquadrandola come un sottogenere
letterario.
Quello che io so è poco ma voglio
offrirvelo: io sono Faust, ma sono anche Dorian Gray!
A voi il compito di approfondire il tema:
da bravo peccatore, io la prima pietra l'ho scagliata
e non me ne vergogno affatto, quindi voglio asserire
a lettere di fuoco che il mainstream spesse volte è
fantascienza al cento per cento.
GIUSEPPE IANNOZZI
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE:
Burroughs, William S. - La Scimmia
sulla schiena Rizzoli - Collana: BUR - La Scala
Burroughs, William S. - Pasto nudo - Adelphi
- Collana: Fabula
Burroughs, William S. - La febbre del ragno
rosso - Adelphi - Collana: PBA - Piccola Biblioteca
Adelphi
Bulgakov, Michail - Romanzi e racconti - Mondadori
- Collana: Meridiani Note: A cura di Marietta Cudakova
Mann, Thomas - Romanzi brevi - Mondadori -
Collana: Meridiani Note: A cura di Roberto Fertonani
Goethe, Johann Wolfgang - Faust - Mondadori
- Collana: Meridiani Note: Introduzione, traduzione
con testo a fronte e note a cura di Franco Fortini
Hesse, Hermann - Knulp - Tre storie
della vita di Knulp - Rizzoli - Collana: Superclassici
Hesse, Hermann - Giuoco dalle perle
di vetro - Mondadori - Collana: Meridiani Note: Saggio
biografico sul Magister Ludi Josef Knecht pubblicato
insieme con i suoi scritti postumi/Traduzione Ervino
Pocar - Introduzione Hans Mayer
Hesse, Hermann - Demian - Rizzoli -
Collana: SB - Classici
Salinger, Jerome David - Il giovane Holden
- Einaudi - Collana: ETn - Tascabili (narrativa)
Wilde, Oscar - Il ritratto di Dorian
Gray - Rizzoli - Collana: SB - Classici - Note: Con
un saggio di Bernhard Fehr
Wilde, Oscar - Il ritratto di Dorian
Gray - Einaudi - Collana: ETn - Tascabili (narrativa)
- Note: Contributi di Javier Marías
Wilde, Oscar - Racconti - Rizzoli -
Collana: BUR - Classici - Note: Introduzione di James
Joyce
Wilde, Oscar - Opere - Mondadori - Collana:
Meridiani - Note: A cura di Masolino d'Amico
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