Tempesta di spade di George R.R. Martin


Recensione a cura di Marcello Bonati



George R.R. Martin
Tempesta di spade (A Storm of Swords, 2000)
Traduzione di Sergio Altieri
Mondadori
Collana: Omnibus
Genere: Fantasy
Pagine 477
Anno: 2002
€ 17,60

 

Ecco, quindi, il quinto libro de "Le cronache del ghiaccio e del fuoco", nelle quali, come abbiamo visto, Martin stà dipingendo un immenso scenario di guerre, intrighi e meraviglie.

E, in questo quinto volume, succedono cose molto importanti, nella, per così dire, macro-trama; infatti, parallelamente al proseguire degli infiniti intrighi di palazzo più o meno meschini, vi si vedono i popoli barbari che abitano oltre la Barriera, unificati da un ex Guardiano dei popoli civili, che, avanzati compatti, stanno per invadere i Sette Regni, i territori, appunto, civilizzati.

E come loro, ma non con loro, gli Estranei, il misterioso popolo di non-morti dai poteri magici, indistruttibili, invincibili, che già avevamo visto in azione, anche se solo brevemente, nei precedenti.

E Daenerys, l’erede legittima al trono, che, tornata dal suo lungo viaggio in terre magiche ed esotiche, acquista un immenso esercito di schiavi per gettarsi nella mischia della guerra.

A parte ciò, mi è sembrato di non aver detto, nelle precedenti recensioni, una cosa abbastanza importante; avevo accennato al fatto di come la prosa di Martin sia più adatta alle prove sulla breve distanza, ma, ora, leggendo questo, mi sono reso conto che ciò era impreciso.

I vari capitoli che lo compongono, infatti, sono sempre dei veri e propri racconti a sé stanti, o che, quanto meno, ne hanno la struttura.

E il loro essere collegati, spazzialmente, anche a grandi distanza l’uno dall’altro, l’avere, a protagonisti, personaggi che, spesso, non hanno, quasi, nulla a che fare con quelli dei precedenti e successivi, ed il proseguire, della narrazione di uno stesso protagonista a diverse pagine di distanza, aumenta questo effetto.

Indubitabilmente Martin è ben consapevole di questa caratteristica del suo scrivere, ed ha, quindi, adottato questo stile.

Per concludere, questo mi è sembrato migliore di tanti, dei precedenti, forse perché il fatto che così tanti fatti siano già stati narrati consente all’autore di procedere più pacatamente, raccontando episodi che non hanno più bisogno di molta cornice, per quanto fantastico sia lo scenario nel quale i svolge, sia per la piacevolezza del ricordo di quanto si era letto qualche tempo addietro.

Aspettiamoci, dunque, che nel sesto, e forse conclusivo volume, come si suol dire, "tutti i nodi vengano al pettine", e che la sorte dei Sette Regni si dipani, e trovi la sua catarsi.


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