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BREVE RASSEGNA CINEMATOGRAFICA HORROR DAL 1910
AD OGGI: LE RADICI DEL MALE… LE NOSTRE ORIGINI
Parlare oggi di horror è estramamente difficile, difatti
questo genere espressivo ha risentito nel corso degli
anni di non poche contaminazioni artistiche; se ieri
era possibile descrivere l'horror facendo stretto riferimento
ad Edgar Allan Poe come caposcuola di un nuovo genere
artistico-letterario, nel giro di pochi anni non è stato
più possibile: difatti, intorno agli scrittori, per
così dire specializzati, nel costruire storie orrorifiche,
si sono venuti ad affiancare una ampia schiera di giovani
leve artistiche che hanno fatto del genere horror territorio
di nessuno. Le incursioni artistiche coinvolgono
il romanzo giallo, quello fantasy, la fantascienza e
il noir: da questa prima analisi ex abrupto è impossibile
definire oggi che cosa sia realmente l'elemento
horror con chiarezza: forse è una commistione di generi
artistici fantastici che vogliono soprattutto "spaventare"
il pubblico per divertirlo e in alcuni rari casi spingerlo
a pensare che l'orrore è quello quotidiano vissuto ogni
giorno, quello della routine; il quotidiano è l'ingrediente
principe perché una situazione apparentemente normale
degeneri in una manifestazione di forze maligne.
Come si è già detto il genere horror ha risentito di
non poche influenze ed incursioni: quando Oscar Wilde
scrisse il suo più celebre romanzo, "Il ritratto
di Dorian Gray" mai avrebbe pensato che nel 1945
potesse diventare un film; "The Picture of Dorian
Gray" uscì negli USA nel '45, film diretto da Albert
Levin e vedeva nel cast attori del calibro di George
Sanders nel ruolo di Mr. Gray, Hurd Hatfield in quello
di Lord Wotton e Angela Lansbury. Il film non vanta
effetti speciali degni di nota, eppure è considerato
un classico del cinema horror; la sceneggiatura è fedele
al romanzo e il Dorian Gray della pellicola non è di
certo meno convincente di quello del romanzo. E' forse
uno dei rari casi dove la cultura cosiddetta "alta"
riesce ad integrarsi alla perfezione con gli stelemi
dell'horror: si tratta di una pellicola che incute paura
quanto rispetto, infatti la paura che Levin dipinge
è di quelle viscerali, profondamente psicologiche, un
film che non teme di certo gli effetti speciali di "The
Crow", una pellicola con una trama debole e un gran
dispiegamento di trucchi scenici ma nulla di più. "The
Crow" è la trasposizione di un famoso quanto inimitabile
fumetto underground di James O'Barr: il fumetto è superbo,
ma la trasposizione cinematografica riesce sì e no ad
ammaliare qualche pubescente ancora impegnato a debellare
dal suo viso le devastazioni dell'acne giovanile. Ad
ogni qual modo, "The Crow" esce nel 1994: l'interprete,
Brandon Lee, muore, forse accidentalemente,
durante le riprese del film e subito la pellicola viene
bollata come maledetta ottenendo, ovviamente, il tutto
esaurito nei botteghini di mezzo mondo. Brandon Lee
figlio del più famoso Bruce Lee prima di subire la maledizione
della famiglia Lee aveva recitato in tanti altri film,
tutti di serie B e molti dedicati alla sola distribuzione
in videocassetta: insomma il successo non gli arrideva
proprio. Ci volle un film come "The Crow" per
proiettarlo nell'Olimpo dei grandi attori: sotto la
regia di Alex Proyas Brandon diventa "Il Corvo"; parlare
della pellicola come un capolavoro horror è ben difficile,
difatti se si esclude l'ambientazione dark, la storia
si risolve in tre cliché fin troppo abusati in ogni
genere cinematografico e letterario, ovvero amore, morte
e vendetta. Una coppia di innamorati durante la notte
di Halloween vengono assassinati da una banda di teppisti:
Eric e Shelley non hanno il tempo di reagire, vengono
barbaramente uccisi ed Eric assiste impotente all'assassinio
brutale della sua donna per morire poi a sua volta.
Ma ad un anno esatto da quel tragico giorno di Ognissanti,
Eric risorge per diventare il "Corvo" e portare giustizia
nella città: l'anima di Eric deve placare la sua anima
in un bagno di sangue, quello di Topdollar capo dei
teppisti che un anno prima uccisero lui e la sua donna.
Il successo della pellicola, come si è detto, fu grande
tant'è che nel 1996 Tim Pope con gran fretta distribuisce
presso le sale il seguito del film: "Il Corvo 2"
non ha interessato nessuno, neanche i più giovani della
generazione Topexan. E come se tutto ciò non bastasse,
è immenente l'uscita del Corvo 3... Come si può
ben constatatare da questi due esempi, due pellicole
horror traggono spunto da due mondi che non gli appartengono:
"Il Ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde rappresenta
il decadentismo della "nobiltà borghese", il bellissimo
fumetto dark di James O'Barr non si presta ad interpretazioni
spudaratamente commerciali, eppure di entrambi i soggetti
originali sono state ricavate due pellicole con ottimi
risultati di botteghino; tuttavia solo per il film di
Levin è il caso di parlare di arte, mentre il lavoro
di Proyas può esser tranquillamente cestinato senza
sparger troppe lagrime di rimpianto.
John W. Campbell con il romanzo "Who Goes There"
si attirò nel 1951 l'attenzione di molti cineasti e
non: "La cosa" diventò un classico e Campbell
già famoso autore di fantascienza, con la trasposizione
cinematografica di uno dei suoi massimi lavori finì
con il diventare un nome in bocca a molti govani degli
anni Cinquanta che poco o nulla conoscevano di SF. Ma
"The Thing" diventerà un autentico capolavoro
nel 1982 grazie a John Carpenter: se "Who Goes There"
di J. W. Campbell è senza ombra di dubbio un classico
della SF, la pellicola di J. Carpenter non tradisce
lo spirito del racconto di Campbell, anzi lo traduce
in "arte" senza per questo svilire la storia originale.
"Der
Golem, wie er auf die Welt kam", produzione tedesca
del 1920 per la regia di Paul Wegener e Carl Boese,
prende spunto da una leggenda ebraica superbamente romanzata
da Gustav Reyrink. "Der Golem" si impone all'attenzione
del pubblico per il suo carattere fortemente politico:
Loew per contrastare un editto antisemita nella Praga
del 500 fa ricorso alle pratiche cabalistiche ed evocare
così Astarotte, che darà la vita al Golem. Il Golem
prende vita e aiuta la comunità del Ghetto, ma finisce
con l'innamorarsi di Miriam, la figlia del rabbino;
Miriam respinge le avances del Golem e questi impazzisce
ribellandosi al suo creatore. Solo un gesto di tenerezza,
un gesto di umanità, lo farà tornare ad essere un pupazzo
senz'anima: da notare che è la tenerezza umana a condannarlo
ad essere nuovamente una cosa senza anima. La genialità
delle scenografie di chiaro stampo espressionista di
Hans Poeltzig fanno di "Der Golem" un autentico
capolavoro e la sapiente regia di Karl Freund (ricordato
soprattutto per "La Mummia" del 1932) trasporta
gli spettatori in un mondo tanto onirico quanto ferale
dove ogni sequenza è autentica poesia tradotta in immagini.
"The Mummy" del 1932 per la regia di Karl Freund,
questa volta una produzione USA della Universal, vede
il regista impegnato a dar vita ad un altro capolavoro
del cinema horror: durante alcuni scavi archeologici
viene scoperto il sarcofago di una mummia, Im-Ho-Tep;
accidentalmente vengono lette le formule scritte nel
papiro di Thoth e la mummia torna in vita per scomparire
subito, inghiottita dalla casba. Tuttavia, qualche anno
dopo, Ardath Bey, si offre di guidare una spedizione
archeologica interessata a scoprir la tomba della principessa
Anck-es-en-Amon. Ardath Bey è in realtà la Mummia che
qualche anno prima era tornata in vita e che ora vuole
richiamar dall'Aldilà l'anima della sua amata: si tratta
di una favola romantica che ricalca il mito dell'eterno
amore oltre la morte, un tema questo già consumato con
successo in film come Dracula e Frankeistein.
A render interessante "The Mummy" contribuiscono,
oltre la straordinaria intermpretazione di Boris Karloff,
gli effetti speciali di John P. Fulton e il trucco di
Jack Pierce che non passano di certo inosservati. Prima
di produrre "The Mummy", la Universal, nel 1931,
aveva già lanciato sul mercato un film culto: "Dracula"
per la regia di Tod Browning con interpreti del calibro
di Bela Lugosi, Helen Chandler ed Edward Van Sloan.
La pellicola ottiene il consenso immediato del pubblico
e il mito del Vampiro è ancor vivo oggi tant'è che nel
1992 Francis Ford Coppola annuncia a mezzo mondo l'imminente
uscita della suo nuovo film battendo forte il martello
sull'incudine che per la prima volta il personaggio
di Dracula veniva presentato al grande pubblico in tutta
la sua sensualità vampiresca così come Bram Stoker l'aveva
immaginato nel suo romanzo del 1897. La pellicola ottiene
l'Oscar per i costumi, gli effetti sonori e il trucco
di Greg Cammon, Michele Burke e Matthew W. Mungle. Dracula
però affonda il suo mito cinematografico nella pellicola
"Nosferatu": nel 1922, il primo vampiro fa la
sua comparsa sul grande schermo. "Nosferatu Eine
Symphonie des Grauens" per la regia di Friedrich
Wilhelm Murnau pur non essendo una interpretazione letterale
del Dracula inventato da Bram Stoker è sicuramente una
grande film: Murnau ci ha regalato un bianco e nero
cupo, gotico, dove il Vampiro è un essere malato e nulla
affatto sensuale, qualcosa che assomiglia più alla Morte
che non ad un Diavolo passionale, e proprio per questo
è opera unica nel suo genere. "Nosferatu" di
Murnau si ispira chiaramente al Dracula di Stoker e
alla sua uscita nelle sale cinematografiche, la vedova
Stoker si vide costretta a far causa alla casa di produzione
per non aver pagato i diritti d'autore.
Nel 1931 un altro capolavoro letterario, "Frankenstein
o il Prometeo moderno" di Mary Shelley, approda
sul grande schermo:
Mrs. Shelley, moglie di Percy Shelley, aveva inventato
il "mostro" nel 1918; il Frankenstein di James Whale
è quello più famoso, almeno cinematograficamente parlando,
ma già nel 1910 J. Searle Dowley aveva fatto del mostro
creato da Mrs. Shelley una icona del cinema e nel 1915
con "Life Without Soul" di Joseph W. Smiley,
Franky diventa un cliché della cinematografia, cliché
rinnovato nel 1920 da Eugenio Testa con "Il mostro
di Frankenstein". Whale pone l'accento nella lotta
tra una filosofia positivista e modernista che si illude
di riuscire a crear la vita per mezzo della scienza,
evidenziando così il problema morale quanto religioso
che la morte non può essere governata dalla scienza
umana. Il film fu distribuito in bianco e nero virato
al verdognolo che la pubblicità recitava come "il colore
della paura": la maschera del mostro creato da Jack
Pierce è ancora proprietà della Universal così come
tutti i diritti di sfruttamento della medesima. Nel
corso degli anni in molti hanno ridato vita a Frankenstein:
basti ricordare il "Figlio di Frankenstein" per la regia
di Rowland V. Lee, "La Moglie di Frankenstein"
per la regia di James Whale, "La maledizione di Frankenstein"
per la regia di Terence Fischer fino all'ultimo "Frankenstein
di Mary Shelley" che vede alla regia Kenneth Branagh,
che per questo film si è avvalso di attori del calibro
di Robert De Niro e Helena Bonham Carter e lui stesso
nelle vesti del dottor Frankenstein. Il film, pur rimanendo
fedele alla storia di Mrs. Shelley, è assai meno cupo
dei suoi predecessori; bravissimo Robert De Niro nella
parte del mostro, ma tutto sommato la pellicola rimane
di scarso valore artistico. Più interessante è invece,
tornando indietro nel tempo, nel 1976 per esser precisi,
la pellicola "Frankenstein Junior" di Mel Brooks
con attori del Calibro di Gene Wilder, Peter Boyle e
Marty Feldman: si tratta in realtà di una parodia del
mito del mostro inventato dalla Signora Shelley, quindi
di horror non c'è traccia se non la genialità di Mel
Brooks nel sdrammatizzare le tinte cupe della vita e
della morte, ma soprattutto di una scienza che vuole
a tutti i costi valicare il limite della morte calpestando
tutte le più elementari regole morali; la scienza viene
derisa, sceverata di ogni attributo razionale per esser
ridotta (o costretta) in un contesto di varietée.
Il lupo mannaro è un altro personaggio caratteristico
del cinema horror: "The Wolf Man" del 1941 per
la regia di George Wagner è forse il licantropo più
famoso della cinematografia horror e sicuramente il
meglio riuscito nella lunga serqua di film dedicati
al mostro. "The Curse of the Werewolf", produzione
britannica, regia di Terence Fisher merita qualche parola
in più: in una cittadina spagnola, il marchese Dawson
non riesce, nonostantate le sue avances, a conquistare
i favori della figlia sordomuta del carcerire, quindi
si risolve di farla incarcerare nelle segrete dove sta
anche un mendicante. Questi, seppur allo stremo delle
forze, prima di morire violenta la ragazza con fregola
belluina; Yvonne fugge coraggiosamente dal carcere e
un medico, Don Alfredo Carido, si prende cura di lei
e del bambino che sta per avere. Ma il bambino che nasce
dallo stupro non è normale, difatti è un licantropo,
la cui vera natura verrà alla luce solo in età matura.
La filosofia fisheriana indica nel mendicante ridotto
ad una condizione animale il motivo scatenante della
licantropia: il peccato carnale commesso dall'uomo contro
la donna genera il male, un simbolismo tutto cristiano
che conferisce alla pellicola una certa sua malinconia
romantica; quando il licantropro, Reed, alla fine muore,
la sua dipartita viene enfatizzata dalle lagrime che
scendono copiose dagli occhi del lupo. Il film inizia
con un suono, tocchi di campane a nozze e termina con
un altri tocchi di campana, questa volta, a morte. "An
American Wolf in London" per la regia di John Landis,
pellicola del 1981, è un raro caso dove è legittimo
parlar di film culto: la licantropria è tradotta magistralmete
da Landis in autentico horror; la trama è quella di
due studenti americani, David e Jack, turisti in Inghilterra
che si smarriscono nella brughiera in una notte di plenilunio...
un lupo uscito dalla nebbia uccide Jack e ferisce David...
il resto è facilmente immaginabile. Il film è innovativo
soprattutto per gli effetti speciali: per la prima volta
sullo schermo l'uomo si trasforma in licantropo, un
film inimitabile che valse a Rick Baker l'oscar per
il trucco. "Wolf", pellicola americana del 1994
per la regia di Mike Nichols, vede tra i protagonisti
un attore che non ha bisogno di tante presentazioni:
Jack Nicholson. Nicholson è affiancato dalla bravissima
Michelle Pfeiffer e anche in questa film il trucco è
affidato alle amorevoli cure di Rick Baker, mentre la
colonna sonora è addirittura firmata da Ennio Morricone.
La sceneggiatura di Jim Harrison ci mostra un lupo mannaro
sceverato del suo lato buio: Nicholson grandissimo attore
ha bisogno poco o nulla di effetti speciali, bastano,
si fa per dire, le sue smorfie animalesche, i suoi cachinni,
gli occhi stralunati (chi non ricorda lo sguardo teneramente
animale nella superba interpretazione di Qualcuno
volò sul nido del cuculo e quello folle in Shinining?)...
la figura di Nicholson è al centro di tutta la pellicola,
è lui a dar corpo al lato animale dell'uomo.
Altro
tema tipico dei film d'horror sono gli zombies: "I
Walked with a Zombie" del 1943 per la regia di Jacques
Tourneur è un buon film che venne sceneggiato da Ardel
Wray e Curt Siodmak su soggetto tratto da un resoconto
di Inez Wallace che qualcuno dice influenzato da "Jane
Eyre" di Emile Bronte. La trama: sull'isola di St.
Sebastian giunge Betsy, infermiera assunta per assistere
Mrs. Jessica Holland afflitta da una progressiva forma
di pazzia che l'ha portata alla quasi totale paralisi.
Molti gli intrecci sentimentali, a dir poco svenevoli
e che rendono la pellicola pesante e noiosa, intrecci
che sono tenuti insieme da riti vodoo. Pur non essendo
un capolavoro, questo film mette IN NUCE la dicotomia
bene/male presente nella civiltà umana, anche quella
più isolata: il male è una componente inestinguibile
della natura umana. Il videoclip di Michael Jackson,
"Thriller", è considerato a tutti gli effetti
una pellicola horror: John Landis dirige il film nel
1983, costo 500mila dollari, trucco di Rick Baker (si
veda Un lupo mannaro americano a Londra); il
videoclip è un piccolo capolavoro ma la sceneggiatura
è tiepida e se non fosse per gli effetti speciali, con
tutta probabilità sarebbe passato inosservato. Non vanno
poi dimenticati film come "Night of the Living Dead"
del 1968, "Dawn of the Dead" del 1979, "Day
of the Dead" del 1985 tutti per la regia di George
A. Romero mentre "Night of the Living Dead" del
1990 per la regia di Tom Savini è il remake delle pellicole
"Dawn of the Dead" e "Day of the Dad"
di George A. Romero, che ha dato nuova vita al mito
degli zombies creando un vero e proprio ciclo cinematografico
ad essi dedicato. Vale la pena citare "The Return
of the Living Dead" del 1985 per la regia di Dan
O'Bannon compagno di corso del più famoso John Carpenter:
O'Bannon ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio
"Dark Star" del 1974 e nel 1979 ha scritto la
sceneggiatura di "Alien". Il film non aggiunge
niente di nuovo al mito popolare degli zombies già resi
immortali da George A. Romero: punto di forza della
pellicola è quello di metter a nudo una società malata
dove le nuove etnie di giovani punk e rock sono (forse)
l'incarnazione più spaventosa di un mondo senza ideali,
e quasi vien da domandarsi chi è più morto, le nuove
generazioni allo sbaraglio nelle metropoli o gli zombie?
Altro tema caro al cinema horror sono le case maledette,
le chiese sconsacrate, le cittadine infestate da diavoli
e fantasmi: è d'obbligo citare almeno "The Amityville
Horror" del 1979, regia di Stuart Rosemberg, "Beetlejuice"
del 1988, regia di Tim Burton, "Evil Dead" del
1983, regia di Sam Raimi, "The People Under the Stairs"
del 1991, regia di Wes Craven, "La Chiesa" del
1989, regia di Dario Argento, il superbo "Mystery
of the Wax Museum" del 1933, regia di Michael Curtis,
"I, Madman" del 1988, regia di Tibor Takacs,
"The Haunted Palace" del 1963, regia di Roger
Corman, "The Curse of the Cat People" del 1944,
regia di Robert Wise e lo splendido ed intramontabile
"The Rocky Horror Picture Show" del 1975, regia
di Jim Sharman con attori del calibro di Tim Curry,
Barry Bostwick, Susan Sarandon, Rchard O'Brien.
Dozzinali i film dedicati ai pazzi assassini: il ciclo
"Friday the 13th" inaugurato nel 1980 da Sean
S. Cunningham ha tenuto vivo l'interesse degli spettatori
per oltre 15 anni; l'ultimo lungometraggio dedicato
a "Venerdì 13" porta il titolo "Jason Goes
to Hell", regia di Adam Marcus. Toni più onirici
e lovecraftiani sono riscontrabili nel ciclo "Nightmare":
la prima pellicola, "A Nightmare on Elm Street"
del 1984 per la regia di Wes Craven fu un capolavoro,
peccato che il personaggio di Freddy Krueger compaia
in ben sette film per il grande schermo, dieci anni
con F.K.: c'è da domandarsi come il pubblico abbia resistito
tanto a lungo davanti al personaggio di Freddy Krueger
senza spaventarsi dalla noia... e non è ancor chiaro
se Freddy Krueger tornerà sul grande schermo, ma è quasi
sicuro che avrà ancora lunga vita in film da videocassetta,
e non è da escludere che qualche regista alle prime
armi ne rinfreschi il mito proponendo al pubblico altre
pellicole di serie B, che ovviamente non potranno non
attirare l'attenzione della "volontà popolare" sempre
ben disposta a farsi turturare dalla banalità.
Parlando di cinema horror serio, impossibile non ricordare
il capolavoro di Alfred Hitchcok, "Psyco" del
1960: Marion Crane, impiegata modello presso un ufficio
di Phoenix, si lascia tentare da una considerevole somma
di danaro che le viene data in consegne e che alla fine
ruba. Durante la fuga fa una sosta presso il Bates Motel
e viene accoltellata sotto la doccia. Il film è tratto
dal grande romanzo di Robert Bloch che si ispirò alle
vicende del serial killer Ed Geint. La pellicola è un
capolavoro, un classico intramontabile con attori di
grandissima statura artistica: Anthony Perkins, Janet
Leigh, Vera Miles e John Gavin. Altra pellicola capolavoro,
anche se in questo caso forse è il caso di parlare di
arte allo stato puro, è "Shining" del 1980 per
la regia del geniale Stanley Kubrick, interpreti, Jack
Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers.
Kubrick ha riletto in chiave cinematografica il romanzo
di Stephen King: lo scrittore si è detto assai scontento
di come Kubrick aveva chiosato il suo scritto, ma guardando
il film kubrickiano e leggendo il romanzo di Stephen
King, risulta evidente come il film sia nettamente superiore
al libro; è forse uno dei rari casi dove la pellicola
è pura arte, mentre il romanzo, pur rimanendo un grande
romanzo, non raggiunge la perfezione dimensionale/mentale/labirintica,
caratteriale, psicologica ed onirica tracciata nelle
immagini kubrickiane. Nel 1973 William Friedkin con
"The Exorcist" terrorizza il mondo intero: gli
esorcismi diventano per la prima volta "materia"
di disquisizione e nei bar e nei confessionali, la paura
di essere indemoniati dilaga a macchia d'olio, tutti
corrono in chiesa a farsi battezzare, tutti credono
che il proprio vicino di casa sia indemoniato. Con "The
Exorcist" il mondo dell'horror non è più lo stesso:
la religione cristiana, il terrore del Demonio, diventano
immaginario collettivo e il cristianesimo si trasforma
da religione popolare in oggetto (soggetto) di indagine
teopsicologia borghese. L'ottima scelta del cast, Ellen
Burstyn, Linda Blair, Max Von Sydow, ha contribuito
non poco al successo del film che ha ottenuto l'Oscar
per la sceneggiatura di William Peter Blatty. Nel 1977
esce "Exorcist II: The Heretic", regia di John
Boorman, è un film debole ma riesce comunque ad attirare
l'attenzione del pubblico; nel 1990, P. W. Blatty firma
la regia di "The Exorcist III", un autentico
flop commerciale che attira non poche critiche negative
e da parte del pubblico e da parte della critica più
raffinata. Altro grande capolavoro immortale è "Phantom
of the Paradise" del 1974, regia di Brian De Palma,
interpreti Paul Williams, William Finley, Jessica Harper,
George Memmoli: le scenografie di Sissy Spacek sotto
la supervisione del marito Jack Fisk, quale direttore
artistico, aiutano il film non poco a decollare. La
pellicola si aggiudica il "Gran Premio al festival del
film di Fantascienza - Avoriaz 1975". "Carrie"
del 1976, la regia è sempre quella di Brian De Palma,
è tratto dal primo romanzo di Stephen King, interpreti,
Piper Laurie, Syssy Spacek (già addetta alla scenografia
per Phantom of the Paradise) ed Amy Irving. Syssy
Spacek per questo film insieme a Piper Laurie si aggiudicò
una Nomination all'Oscar. E' ancora la penna di Stephen
King ad ispirare un altro capolavoro in pellicola: "The
Dark Half" del 1993, regia di George A. Romero,
con attori del calibro di Timothy Hutton, Amy Madigan,
Michael Rooker, ricorda al mondo che l'uomo ha una doppia
natura, quella del Dr. Jekyll e quella di Mr. Hyde.
E la prima trasposizione "intelligente" sul grande schermo
del celeberrimo romanzo di Robert Louis Stevenson risale
al 1932, una produzione USA, regia di Rouben Mamoulian,
intrepriti indimenticabili come Fredrich March, Mirian
Hopkins e Holmes Herbert; già nel 1920 John S. Robertson
tentò di tradurre in linguaggio cinematografico le due
facce del bene e del male ricorrendo ai personaggi di
R. L. Stevenson, ma solo nel '32 Dr. Jekyll e Mr. Hyde
diventano due icone del cinema horror; e nel 1996 Stephen
Fears rilegge in chiave filosofica il dramma umano di
Jekyll/Hyde con la pellicola "Mary Reilly", un lavoro
senza né lode né infamia. Ed infine, IT, l'orrore firmato
Stephen King, romanzo che ha disegnato un mondo di paure
che noi tutti conosciamo e non osiamo ammettere: sicuramente
"IT" è il capolavoro del Re dell'Orrore, incentra
in "esso" tutte le paure moderne della nostra civiltà
falsamente civile. Dal romanzo è stato anche tratto
un film televisivo per la regia di Tommy Lee Wallace:
la pellicola risale al 1990, un film debole e nell'intepretazione
e nella sceneggiatura che non rende affatto giustizia
al genio di King.
La cinematografia horror è ricca, molto ricca: spesse
volte le pellicole prodotte sono di poco o nullo valore,
ma come si è avuto modo di vedere non mancano casi dove
si può parlare tranquillamente di arte. E l'Arte con
la A maiuscola, oggi che nessuno o pochi veramente la
comprendono, fa veramente paura, sicuramente di più
di un film horror!
GIUSEPPE IANNOZZI
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