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JONATHAN
BENISON
La critica della fantascienza negli anni '80
I dati completi delle opere contrassegnate con un asterisco
sono forniti nella Bibliografia Selettiva in appendice.
"... A "lightweight" definition: Science fiction is
that particular subject which triggers the irrepressible
need for complex, contradictory and useless definitions".
(J .G. Ballard in L'effet science-fiction: à; la recherche
d'une définition, 1979)
La mia impressione, esaminando alcuni recenti
contributi in inglese sulla "teorizzazione" della fantascienza,
è che ci troviamo di fronte a quella che si potrebbe
definire una "sindrome di Loch Ness", dove "abbiamo
a che fare con una pluralità; di 'mostri' differenti
ciascuno corrispondente a un caratteristico approccio
culturale alla questione"(1).
Questa situazione, in cui si assiste alla costruzione
di varie versioni di SF più o meno rigorosamente definite,
grazie alla forza ed alla persistenza di ciascuno dei
numerosi metodi critici applicati a possibili materiali,
è bene illustrata nella breve guida di Patrick Parrinder,
Science Fiction: Its Criticism and Teaching. * Parrinder
inizia offrendo un resoconto equilibrato dei numerosi
tentativi di catturare il mostro in una singola definizione
e prosegue, in un importante capitolo su "The Sociology
of Genre", osservando "se noi vogliamo capire questo
genere, dobbiamo considerarlo non come 'sottoletteratura'
formulaica, ma come un modo autonomo di scrivere con
una sua storia e con tradizioni diversificate rispetto
alle forme letterarie dominanti, che hanno cercato di
sopprimerle parzialmente"(2). Parrinder
illustra come dalle dimensioni della SF come romance,
come favola o come epica si giunga, attraverso un processo
di domesticazione, riflesso in testi paradigmatici,
rispettivamente alla fantasia, alla narrativa utopica,
e alla storia del futuro, ma evita di propendere per
l'una o l'altra di queste soluzioni, ampliando invece
la discussione con un'utilissima analisi del "linguaggio
della SF", che ovviamente è per definizione sempre aperto
a possibili ricombinazioni.
Se questo indica la varietà; di interessi della critica
di fantascienza, dalle questioni relative all'inscindibilità;
del genere dai processi storici rispetto ai quali esso
stabilisce la propria posizione, attraverso le tradizioni
e le convenzioni che definiscono il suo ruolo e la sua
identità; fino alle strategie narrative nelle quali può
continuamente ricomporsi, bisogna dire che dal 1979
in poi non si è registrato alcun tentativo di giungere
ad una sintesi di questi problemi. Il libro di Parrinder,
che trae ampia ispirazione dall'opera di Darko Suvin,
è in realtà; una rassegna dei risultati degli anni '70,
quando sembrava che molti critici guardassero con fiducia
a una tale sintesi, e registra gli ostacoli o addirittura
l'impasse di quella fase(3).
La presente bibliografia illustra quelle che ritengo
siano le principali tendenze della critica di fantascienza
in lingua inglese emerse dopo quel periodo, attraverso
una rassegna commentata dei contributi più rilevanti
sulla teoria delle SF (entro i limiti del dibattito
sopraccennato). Tranne un paio di eccezioni, mi limiterò
a considerare le opere in volume, comprese le raccolte
di saggi; ciò non significa che non vi siano stati contributi
significativi apparsi su rivista, ma intendo solo fissare
i limiti di questa rassegna(4).
Sebbene ci sia ben poco da rilevare in termini di innovazione
critica nel panorama degli anni '80, c'è stata certamente
un'abbondante produzione di testi in inglese. Si ha
l'impressione di assistere ad una fase di consolidamento,
con la pubblicazione di numerose monografie su vari
autori di SF e studi di particolari temi o settori -
per esempio, i rapporti tra SF e linguistica(5).
Inoltre, sono ora disponibili numerose opere di consultazione,
piuttosto costose ma estremamente utili, in grado di
offrire un panorama esauriente su opere ed autori di
FS(6). Un altro settore
di grande vitalità; è quello delle raccolte e delle guide
introduttive, destinate principalmente a studenti di
corsi di SF presso università; e college(7).
Tutti i testi finora citati, a rigore di termini, esulano
dai confini di quest'articolo ma, insieme ad altri importanti
contributi sulla teoria della SF che purtroppo non ho
potuto esaminare, sono stati in genere recensiti in
almeno una delle principali riviste critiche di SF in
lingua inglese (s).
Vorrei iniziare con la critica americana, e in particolare
con gli stili del discorso critico "mainstream" rappresentati
nei cinque volumi di saggi apparsi nella collana "Alternatives"
della Southern Illinois University Press. La prima di
queste raccolte, Bridges to Science Fiction", contiene
numerosi saggi relativi allo statuto della SF come genere,
tra i quali i più interessanti sono forse il contributo
di Patrick Parrinder sulla FS come "truncated epic"
(apparso inoltre in Parrinder, 1980*) e quello di CarI
D. Malmgren su Philip K. Dick's "Man in the High Castle
and the Nature of Science-Fictional Worlds". Malmgren
usa il romanzo di Dick per un'analisi che mira a distinguere
con maggiore accuratezza le "trasformazione" o "discontinuità;"
tra il nostro "mondo narrativo fondamentale" e i mondi
delle narrazioni fantascientifiche. Egli sottolinea
che "le componenti di ogni mondo sono tre: attanti,
topoi, il sistema implicito di leggi naturali" e sostiene
che "un mondo fantascientifico può essere creato trasformando
o inserendo un elemento alieno in ognuna di queste componenti"
(p. 129). È un articolo piuttosto indicativo, nella
misura in cui si limita più che altro a illustrare e
parzialmente ad elaborare, con l'ausilio (8)
di una nuova terminologia, le ben note teorie di Suvin,
Delany, Scholes e Rabkin a cui fa riferimento. Anche
per quanto riguarda il saggio di Gerald Prince in Coordinates
(Slusser et al. eds., 1983*), le "coordinate" proposte
appaiono di grande utilità; ma, senza una più ampia dimostrazione
del modo in cui esse si articolano in testi specifici,
difficilmente si può ricavare un'impressione più duratura
se non quella dell'ingenuità; del critico. È altresì
degna di nota, sotto quest'aspetto, la dipendenza dal
concetto di "trasformazione"(9):
molti di questi articoli si fondano su categorie ("metafora",
"mito", e perfino "scienza", per fare alcuni esempi),
che vengono introdotte senza alcuna definizione, con
il presupposto che esse siano operative in quanto unità;;
ne deriva così un tale accumulo di significati potenziali
che, naturalmente, le rende adattabili a qualunque necessità;.
Mentre la critica degli anni '70 era spesso preparata
a misurarsi con le complessità; delle opere di SF, nel
tentativo di affrontare lo spinoso problema del "contenuto"
e di tener conto di tutti i fattori operanti come restrizioni
nella produzione dei testi, da questa collana si ricava
l'impressione di assistere alla nascita di un "mercato
editoriale" dove la disponibilità; di saggi sulla SF
non è più un problema ed il ruolo del critico è semplicemente
quello di offrire una serie di cataloghi o di sistematizzare
possibili strategie di lettura. Di qui, l'uso feticistico
delle categorie ed il tono del tutto acritico di un
saggio come quello di Gary K. Wolfe, "Autoplastic Adaptation
in Science Fiction: "Waldo" and "Desertion", che appare
in Coordinates, (Slusser et Al. eds.*), ed è assai tipico
da questo punto di vista. È davvero utile un catalogo
che illustri "il modo in cui la fantascienza cerca di
risolvere l'opposizione tra l'io e l'ambiente" a seconda
che questi tentativi si compiano attraverso la manipolazione
dell'individuo o dell'ambiente - specialmente quando
lo stesso Wolfe non ci rivela il segreto su come differenziare
le due cose? È un peccato che tocchi a un critico tradizionale
ed individualista come Leslie Fiedler ("The Criticism
of Science Fiction", nello stesso volume) il compito
di attaccare questo tipo di esercitazione, anche se
questo indica almeno la varietà; dei contributi presenti
in quello che rimane, a mio giudizio, il miglior volume
della collana. Vorrei inoltre citare, comunque, la riconsiderazione
di Triton di Delany da parte di Michelle Massé, e l'eccellente
articolo di H. Bruce Franklin "American Science Fiction:
1939" (che esamina quell'annata di Astounding nel contesto
del clima economico e delle attese da esso suscitate,
quali si riflettono nelle futuristiche esposizioni internazionali
dell'epoca), nonché l'analisi di Gerald Prince sulle
restrizioni del concetto di novità; nella SF, "How New
Is New?", tutti compresi in Coordinates*. Indispensabile
per chi si interessa a quel sotto-genere della SF relativo
alla distruzione e ricreazione del mondo è The End of
the World, (eds. Rabkin et al. *), in particolare lo
schematizzante saggio di Gary K. Wolfe, "The Remaking
of Zero: Beginning at the End", e per la storia della
narrativa catastrofica gli affascinanti saggi di W.
Warren Wagar e Brian Stableford. Tutti i volumi della
collana, per inciso, comprendono un utile apparato di
note, bibliografie e un indice.
Non sorprende affatto, visto che l'autore è uno dei
curatori della collana "Alternatives", che il libro
di Mark Rose, Alien Encounters*, costituisca un eccellente
tentativo di estendere quel tipo di attività; categorizzante
che contraddistingue la collana. Il primo capitolo,
sul genere, sembra proporre qualcosa di diverso:
lnstead of thinking of science fiction
as a thing, a kind of object to be described, it is
perhaps more useful to think of it as a tradition,
a developing complex of themes, attitudes, and formal
strategies that, taken together, constitute a generaI
set of expectations. (p. 4)
Sarebbe forse stato più opportuno usare
"rigoroso" o "accurato" invece di "utile", poiché il
problema è che in primo tempo, quando il futuro "genere"
è ancora in fase di sviluppo, non si possiede ancora
un oggetto di studio (ma solo il "complex" indicato
da Rose, e che dovrebbe includere molti altri fattori
recuperati tra i residui della storia), mentre in seguito,
quando "esso" diventa autoconsapevole, subisce una mutazione
che Rose descrive come "la trasformazione del campo
generico in metafora"(p.7), dove ogni impiego di un
evidente motivo SF si segnala in quanto tale. Questo
può spiegare perché Rose si rivolga piuttosto all'euristica
di quello che viene definito il "paradigma" dei testi
di SF, segnatamente "lo spazio semantico creato dall'opposizione
tra l'umano e il non-umano" (pp. 31-32), un aspetto,
sostiene l'autore, che "a un più alto livello di astrazione"
si può vedere proiettato attraverso quattro "categorie
correlate logicamente" che sono state definite come
"spazio, tempo macchina e mostro". Quasi a dispetto
di questo reificante apparato concettuale, il libro
di Rose contiene illuminanti discussioni di vari testi
(di Wells, Verne, Lem - ancora Solaris!(10),
Dick, Ballard, Asimov, Kubrick, Clarke e Zamiatin) e
molte importanti formulazioni.
A proposito dell'interesse per il non-umano, Rose sostiene
che la SF ha molto in comune con il movimento romantico
e che "nella sua forma letteraria la fantascienza può
essere compresa come una dislocazione del romance",
mentre "nei contenuti essa può essere compresa come
una dislocazione della religione"(p.40). A sua volta,
questo fatto può essere posto in relazione con una "contraddizione
nel cuore della fantascienza" che potrebbe essere all'origine
della forza del genere: è la "incompatibilità; irrisolvibile
tra l'ideologia materialistica della fantascienza e
la sua condizione di forma del romance che si occupa
di materiali essenzialmente religiosi e che si affida
a una visione del mondo in quanto conflitto tra una
magia buona e una magia cattiva"(p.44). In un simile
approccio da "storia delle idee" è piuttosto facile
parlare in questo senso di una circoscritta "incombatibility",
senza minimamente considerare la presenza di forme parallele
di "contradiction" nella società; che ha prodotto quelle
opere. È inoltre possibile, e plausibile come può esserlo
un discorso circolare, "dedurre" quindi che la "principale
funzione culturale" della SF (ed in un universo positivistico
tutto ha una funzione...) è "quella di produrre narrative
che mediano tra visione del mondo spiritualistiche e
materialistiche"(p.45). Riferendosi alla visione di
Wordsworth sul futuro ruolo del poeta nel familiarizzare
il pubblico con le scoperte della scienza, nella "Prefazione"
alle Lyrical Ballads (1802), ma isolandola dal contesto
storico ed ignorando quanto in essa abbia giocato la
proiezione del desiderio (e che a posteriori è fin troppo
chiaramente un'ambizione sbagliata), Rose sembra voler
trascurare la componente speculativa, di "esperimento
mentale", della SF, assegnando le un ruolo decisamente
troppo importante - il ruolo esercitato da forze storiche
assai più grandi di una singola tradizione letteraria,
il ruolo che è stato assunto dalle tecnologie e dai
discorsi che ruotano intorno ad esse.
Un saggio che riprende la nozione di Umberto Eco di
"spazio semantico", proponendone un diverso impiego,
è quello di Teresa De Lauretis in De Lauretis, Huyssen
and Woodward, eds., The Technological Imagination*.
Oltre al contributo della De Lauretis, "Signs of Wa/onder",
la terza sezione di questo volume contiene "Science
Fiction and the Novum" di Suvin, già; noto ai lettori
italiani attraverso La fantascienza e la critica, e
"General Protocols: Science Fiction and Mundane" di
Samuel R. Delany, una notevole sintesi delle sue teorie
degli anni '70, già; apparsa in una versione pressoché
identica in Analog, May 1979. La De Lauretis punta l'attenzione
sul processo di lettura:
"In the best of SF, the reader's sense
of wOnder a sawe, marvel, portent, revelation is replaced
by a sense of wAndering through a mindscape both familiar
and unfamiliar" (p. 165).
Ciò che distingue il suo punto di vista,
tuttavia, è lo sforzo di sottolineare e valorizzare
la "insistenza della SF sulla materialità; dell'ambiente
fisico e tecnologico di un possibile mondo"(p.168),
un orientamento che probabilmente sarà; sempre più congeniale
ad una nuova generazione di critici "post-moderni" assai
consapevoli di vivere in un paesaggio tecnologico, i
quali si domandano se il "sign-work of SF, by re-literalizing
language and giving it use-value, can oppose the entropy
of social discourse and re-shape our semantic universe"(p.169).
È un manifesto tempestivo che ancora attende una verifica.
Altri saggi critici americani meritano di essere ricordati,
non solo per il rilevante contributo a vari settori
specifici, ma anche per quello più generale relativo
alla teorizzazione della SF. Un'area di costante interesse
riguarda l'aspetto filosofico della SF, negli esempi
forniti dalla rivista Philosophical Speculations in
Science Fiction and Fantasy(11),
pubblicata a partire dal 1981, e dalla collezione di
saggi curata da Robert Myers*. Quest'ultima comprende
un'ottima bibliografia, molto utile per chi si interessa
a quest'aspetto della SF, e di particolare rilievo è
l'inclusione di titoli che riguardano i rapporti tra
la filosofia della scienza e la SF, un settore che ritengo
meriti un esame assai più accurato(12).
Tutti i contributi di questo volume sono degni di rilievo,
ma quelli più pertinenti alla teoria della SF sono "Nature
through Science Fiction" di Frans van der Bogert, dove
si sostiene che la SF "può essere caratterizzata come
una letteratura della natura" in considerazione del
fatto che "da scienza è lo studio del mondo naturale,
e immaginare una scienza diversa vuoI dire immaginare
una natura che è almeno conosciuta in modo diverso da
quella che ci è familiare (p. 58); inoltre, Metaphor
as a Way of Saying the Self in Science Fiction di Paul
Rice(13); e soprattutto
Toward a Technological Sublime di Bart Thurber (pp.
221-224)(14). Thurber inizia offrendo
una breve storia del sublime nella letteratura e nel
pensiero filosofico, ed avanza la tesi che, invece di
scomparire o perdere di importanza con la fine del Gotico,
esso apparve in modi nuovi e sorprendenti, soprattutto
collegati alla scienza e alla tecnologia (p. 215). Quindi
documenta questa asserzione con un esame del sublime
nel 19° secolo, attraverso Frankenstein (1818), Carlyle
e la relazione di Turner alla nuova locomotiva a vapore,
e The Coming Race (1871) di Bulwer-Lytton, con il suo
paesaggio subline di Vril-ya, in cui la macchina è impiegata
in una misura inconcepibile - tutte opere in cui i collegamenti
tra il sublime, la tecnologia delle macchine, e la scienza
contemporanea sono espliciti (p. 219). Thurber illustra
inoltre i modi più sottili in cui l'idea del sublime
contribuisce allo sviluppo della fantascienza, segnatamente
attraverso il racconto del mistero, esemplificato negli
scritti di Edgar A. Poe, dove Dupin è l'unico capace
di risolvere il mistero degli assassini della Rue Morgue
poiché egli è un eroe/villain del romanzo gotico e,
nello stesso tempo, un mago della scienza dell'induzione.
Egli unisce i contrari e mostra così, non tanto che
scienza e sublime sono imparentati, ma che lo sono il
sublime e il metodo scientifico(p.220). Il saggio termina
con una sguardo a Jules Verne, il quale, scrive Thurber,
come i suoi contemporanei... era più interessato a vedere
come agiva il sublime che nelle emozioni sublimi, un
interesse che sarebbe rifluito nella fantascienza moderna:
"Verne, however, added something new.
He assumed that his readers would find technological
detail interesting, not because he was a bad writer,
necessarily, but because in Verne science is not like
the sublime, nor is it where the sublime is, it is
assumed be sublime".
Da quel momento in poi "science could in
any sense be fiction"(p.222). Questo insieme di attese
sarebbe quindi alla radice di quella preoccupazione
per il "technological detail", per le modalità; del movimento
in uno spazio semantico saturato dalle tecnologie, che
critici come la De Lauretis sono di nuovo pronti a evidenziare
e a condividere. In ultima analisi, questa linea di
pensiero tende a vedere la SF sempre più indistinguibile
come "special genre" poiché "in un mondo in cui la scienza
è così diffusa e importante" (così ossessivamente incarnata
nella tecnologie), la SF, o qualche sua versione più
ampia, è destinata a diventare "the mainstream...; questo
avviene perché la SF è una nuova modalità; di consapevolezza,
un nuovo mezzo integrato per osservare noi stessi nel
contesto dell'universo, così come lo è un gruppo di
testi letterari, di film, di opere televisive"(15).
Oppure è soltanto l'ultimo terreno di esercitazione
per i sogni utopici di un gruppo di critici americani
che hanno dimenticato come identiche affermazioni fatte
nell'euforia degli anni '60 da J.G. Ballard ed altri
sono ora giustificate come eccessi giovanili?(16)
Il libro di Casey Fredericks rappresenta senz'altro
un importante contributo agli studi su mito e SF (e
fantasy), in quanto introduce una certa dose di rigore
ed intelligenza in un campo che troppo frequentemente
si riduce a formulazioni scontate. Rifacendosi all'opera
di G.S. Kirk sul mito, Fredericks sottolinea che gli
antropologi e i critici del mito "non presuppongono
più un isomorfismo tra i miti e le menti che li hanno
creati, dal momento che anche nello loro stesse culture
i miti appaiono ora più 'straniati' dalle concezioni
normali intorno alla realtà; di quanto si ritenesse in
precedenza" (The Future of Eternity*,p.46). (L'autore
aveva già; fornito un'accurata definizione del concetto
di "straniamento", differenziandolo dalla "Verfremdung"
di Brecht e dalla "decentration" di Piaget, suggerendo
invece come in esso sia implicito "acquisizione di tutto
un nuovo sistema di comprensione",p.38). Il fattore
decisivo che emerge dal rapporto SF/mito è la tendenza
verso l'ambiguità; e l'oscillazione tra "strutture di
riferimento"; ci viene suggerito che i miti "multiformi,
carichi di elementi dell'immaginazione e liberi nei
loro dettagli" (p.43 - con riferimento all'opera di
Kirk, The Nature of Greek Myths), diversamente dal pensiero
"sistematico" che, afferma Fredericks, "in quello che
noi di solito intendiamo con pensiero 'logico' o 'razionale'":
con la dimensione mitica è possibile "(1) collegare
elementi provenienti da sistemi straordinariamente diversi
o (2) saltare praticamente a volontà; da un sistema a
un altro sistema". Fredericks indaga con ottimi risultati
nel territorio familiare delle caratteristiche SF quali
l'"ambiguo potenziale della scienza"(p.6), "discontinuities"
o inversioni di genere (p. 16), l'apocalisse (che implica
sostanzialmente, come già; aveva sostenuto Ketterer,
p. 21), la nozione di "vuoto ermetico" che risulta da
"un'ambigua irrisolvibilità;"(p. 25) deliberatamente
introdotta dall'autore, ed altro ancora; tutte argomentazioni
che confortano le tesi avanzate in uno studio davvero
intelligente e stimolante. Di particolare rilievo è
l'opinione che "la SF moderna trascende - e quindi rifiuta
- la frattura tra fantasia e cognizione, o tra i miti
e la ragione, o tra l'immagine intuitiva e l'intelletto
razionale"(p.176): questo indica l'orizzonte nel quale
si proietta il libro. Èdunque in perfetta sintonia con
quella che è stata battezzata "the new reason" la quale,
come nel caso assai controverso del "pensiero debole",
tende spesso a sostituirsi al superato concetto modernista
del "myths of science"(p.172)(17).
Infatti, secondo Fredericks la SF "propone tre miti
speculativi dove la scienza creativa e la capacità; di
mitizzazione sono reciprocamente complementari"(p.178).
Si tratta in realtà; di tre relazioni assai vicine a
quelle avanzate da Mark Rose, ma qui collocate nella
cornice di speculazione erudita che caratterizza questo
studio. Esse sono: il "man-superman encounter" (il riferimento
è a Nietzsche); il "man-machine encounter" e lo "human-alien
encounter" .
D'altro canto, credo sia corretto affermare che The
Cybernetic Imagination in Science Fiction* di Patricia
Warrick rappresenti una sforzo tardivo di vedere la
SF in termini modernisti (di qui l'enfasi sulla nozione
di "epiphany"), come risulta evidente nel capitolo "An
Approach and an Aesthetic". Trovo che questo studio
sia viziato dal ricorso a un modello essenzialmente
goffo e superato che oppone ai valori "umanistici" la
"conoscenza scientifica" (p. 234), e mi sembra inoltre
eccessivo il rilievo dato all'idea di "mediation" ed
al ruolo degli elementi "profeti ci" nella SF. Comunque,
l'opera rileva un'ottima familiarità; con testi primari
su robot, computer e simili (di cui viene fornita una
bibliografia) offre un dettagliato resoconto di vari
modelli sistematici, e comprende un eccellente capitolo
sulla narrativa di Philip K. Dick: un libro molto utile
che prende in esame un'ampia varietà; di testi. Nell'ambito
dei temi trattati in questo articolo, vorrei citare
l'analisi del R.U.R. di Karel Capek poiché, secondo
la Warrick, quest'opera drammatizza la distinzione fra
scienza e tecnologia; infatti, i robot protagonisti
di un esperimento scientifico costituiscono una minaccia
solo dopo la loro produzione di massa da parte di "un
ingegnere che è anche un astuto capitalista, il cui
obiettivo è di fornire mano d'opera a buon mercato;
perciò egli semplifica i robot, eliminando in loro l'anima
e le emozioni"(p.49). Nonostante l'accento sul motivo
del profitto, l'uso disumanizzante della tecnologia
e la subordinazione ad un imperativo produttivista,
la Warrick riesce alla fine a porre il problema in termini
di "theoretical knowledge" (p. 50); emerge qui con chiarezza
la riduttività; di questo tipo di astrazione destoricizzata
e dicotomizzante, così cara agli accademici americani.
Un altro titolo al quale vorrei accennare brevemente,
ma solo per mancanza di spazio, è TerminaI Visions*
di W. Warren Wagar. Il saggio si occupa di quella che
l'autore definisce "speculative literature", ovvero
"ogni opera narrativa... che si specializza in una speculazione
plausibile sulla vita in circostanze mutate ma razionalmente
concepibili, in un passato o in un presente o in un
futuro alternativi. Quasi tutta la science fiction risponde
a questa definizione. Anche molte opere del mainstream"
(p. 9). Wagar offre un panorama storico di quella che
egli definisce "l'eziologia della parola che annuncia
l'apocalisse", nel tentativo di "far emergere i sintomi
e le fonti dell'ansietà; moderna" per mezzo di una "stratigrafia
della paura"(p. 66). È un progetto ambizioso. Wagar
possiede una grande facilità; di scrittura, ma ritengo
che in qualche caso sarebbe stato utile uno sforzo d'interpretazione
dei materiali. Per esempio, durante la discussione delle
"sessanta storie abbondanti scritte dopo il 1945 e riguardanti
una guerra futura che vengono esaminate" gli osserva
che "la proporzione delle storie sulla guerra futura
nella letteratura della Fine (literature of Last Things)
si riduce progressivamente dopo gli anni' 60"(p.126).
Un'osservazione affascinante, a mio giudizio, e tipica
del genere di affermazione che Wagar riesce continuamente
a portare alla luce - ma l'autore si ferma alla semplice
constatazione, senza alcun tentativo di dame un senso.
O si suppone forse che questo sia compito del lettore?
Nel quadro di un positivismo endemico nella corrente
principale della critica americana è confortante imbattersi
nella concettualizzazione della SF avanzata da Fredric
Jameson, dove la "più profonda vocazione" del genere
è individuata come quella di "mostrare un'opera dopo
l'altra e di drammatizzare la nostra incapacità; di immaginare
il futuro" (p. 153), anche se attraverso "mediazioni
formali e testuali che danno parziale articolazione
a tali narrative più profonde"(p.148). La risposta alla
domanda posta dal titolo: "Possiamo immaginarci un futuro?"*,
è che non è questo il problema:
For the apparent realism, or representationality,
of SF has concealed another, far more complex temporal
structure: not to give us "images" of the future...
but rather to defamiliarize and restructure our experience
of our own present, and to do so in ways distinct
from alI other forms of defamiliarization.(p.151)
È destino della SF "avere il successo attraverso
il fallimento", e di rivolgersi a una massiccia "strategy
of indirection" che ci permette di fissare la Gorgone:
"i suoi multipli futuri fittizi assolvono alla funzione
di trasformare il nostro presente nel passato determinato
di qualcosa ancora a venire" (p. 152), più o meno come
le trame poliziesche di Raymond Chandler servono solo
a suscitare un'emozione in grado di "concentrare la
nostra attenzione"; così ciò che realmente conta (e
contava per Chandler) "può penetrare lateralmente dentro
l'occhio, con la sua intensità; non diminuita" (p. 152)
- segnatamente, l'"intollerabile spazio della California
Meridionale"(18). Nel caso della
SF è stato più volte sottolineato come l'ambiente sia
il protagonista principale.
Vorrei osservare in margine che mi sembrerebbe a questo
punto doveroso aspettarsi un maggior numero di contributi
in questa direzione, per scoprire quella che Jameson
definisce "la funzione storica" o "vocazione" della
SF (e anche di altri generi). L'alternativa è quella
di una critica che continua a basare i suoi approcci
sull'ovvio, come nel caso del legame privilegiato e
indiscusso tra SF e scienza(19).
Se lo studio della SF fosse fondato su concetualizzazioni
della dinamica storica nella quale si sono sviluppati
i suoi vari filoni, potrebbe emergere che in termini
di riferimento più significativi erano associati a meccanismi
di plausibilità; e accettabilità;, e quindi il richiamo
alla scienza sarebbe in gran parte epifenomenico, relativo
allo statuto socialmente privilegiato del discorso scientifico.
O ancora, nella SF più recente, lo spostamento verso
le scienze umane osservato, tra gli altri, dalla De
Lauretis* e da Fredericks* (p. 63), potrebbe venire
anch'esso ricollegato a questo progetto più radicale
sul quale insiste Jameson, e cioè di rivolgersi al presente,
dove tali scienze possiedono una particolare aura di
pertinenza (un valore lungamente inseguito dalla New
Wave) dovuta al fatto che esse operano pervasivamente
in un mondo sempre più sistematizzato.
Sui rapporti tra SF e realismo da un punto di vista
formale è d'obbligo il riferimento al capitolo 4 "Science
fiction and realistic fiction", pp.72-102) di A Rhetoric
of the Unreal* di Christine Brooke-Rose. Rifacendosi,
con opportune rielaborazioni, agli studi di Philippe
Hamon(20) sui principi della narrativa
realistica, la Brooke-Rose dimostra come la SF "abbia
fatto integralmente proprie le tecniche della narrativa
realistica" (p. 82) che mirano a fornire una "pletora
di informazioni" e ad assicurare "la leggibilità;" (pp.
99-100). Si tratta di uno studio critico assai sistematico,
ma i suoi limiti risiedono proprio nell'insistenza metodologica
con la quale le questioni di forma vengono affrontate
come se si trattasse esclusivamente di problemi formali.
Ci si potrebbe domandare, per esempio, se il ricorso
alla "defocalizzazione", tramite "costante variazione
del punto di vista" (p. 88) possa venire spiegato solamente
con il desiderio di evitare uno "sgonfiamento dell'illusione
realistica" conseguente allo slittamento nei territori
del genere eroico (o qualsiasi altra analoga spiegazione
tecnico-generica): anche senza un richiamo immediato
ad "omologie" tra questi sviluppi "formali" e il riferimento
più generalizzato a narrazioni sociali esplicative o
al ripiegamento delle posizioni del soggetto nella sfera
macrosociale, ci si deve per lo meno domandare perché
mutamenti di questo tipo erano accettabili al pubblico.
Le premesse di quest'ultimo tipo di approccio alla SF
sono chiarite da Darko Suvin nel suo articolo, "Narrative
Logic, Ideological Domination, and the Range of Science
Fiction: A Hypothesis with Historical Test". (Il "test"
in questione riguarda la "SF in UK, 1848-1870"; si veda
inoltre il suo "Victorian Science Fiction, 1871-85:
The Rise of the Alternative History Sub-Genre")(21).
Entrambi i saggi sono inclusi nel volume di Suvin, Victorian
Science Fiction in the UK*(22).
Suvin vuole orientare lo studio della SF attorno alla
nozione di "intertestualità;" intesa "non semplicemente
come un'intersezione e l'influenza reciproca di testi
diversi", ma come "principalmente un modo di sviluppare,
da dentro i testi, l'indagine decisiva dei loro significati
e dei loro valori in quanto strutture del sentimento
all'interno del campo del discorso sociale che è diffuso
dappertutto, complesso e in movimento, e delle sue tensioni
ideologiche"(p.4). Ancora una volta le "forme narrative"
sono considerate come "mediations" nel campo di dialogicità;
appena indicato; termini di riferimento "privilegiati",
afferma Suvin, ma non esclusivi.
Vorrei avviarmi alla conclusione di questa rassegna
con un breve sguardo ai contributi inglesi. Lo studio
comparativo di John Griffiths* sulla SF americana, inglese
e sovietica, fu concepito inizialmente negli anni '60
e fa uso di un apparato critico datato ma, tuttavia,
non è da sottovalutare. L'autore, che ha lavorato come
giornalista ed ha scritto saggi critici sulla situazione
in vari paesi, trasmette alla SF sensibilità; e interesse
per l'attualità;, nonché la sua esperienza di lettore
maturata come appassionato del genere. Così, per Griffiths,
il "constituente scientifico" (come viene definito)
della SF è di primaria importanza, poiché egli vede
la SF come "narrativa della conoscenza, poiché essa
si occupa dell'impatto della conoscenza contemporanea
e della sua estensione nel futuro sul comportamento
dell'uomo": se la SF è "accettabile al lettore", la
sua plausibilità; "deriva, in parte, dal fatto che il
lettore vive in un mondo che sta passando attraverso
un'esplosione della conoscenza"(p.22). Mi sembra questa
una premessa valida e stimolante per lo studio delle
SF, non dissimile dalle posizioni di un altro commentatore
assai sensibile alla realtà; contemporanea, Jean Baudrillard(23).
Ho voluto includere nella mia bibliografia lo studio
di Colin Greenland* sulla "New Wave" inglese, poiché
si tratta sicuramente di grande interesse per molti
lettori italiani di SF, e che meriterebbe di venire
tradotta in italiano al più presto. Scritto in modo
elegante, il libro esplora a fondo le ambizioni e i
traguardi raggiunti da Moorcock, Ballard ed Aldiss (a
ciascuno dei quali è dedicato un capitolo), e di altri
autori meno noti; nonostante qualche divagazione di
troppo, è sempre ben documentato (si tratta in realtà;
dell'ampliamento di una tesi di laurea). Tra gli aspetti
di maggior rilievo ci sono quelli del sesso e la SF
(capitolo 3), sul concetto di "entropia" e sul territorio
che la SF ha in comune con "immaginazione popolare"
(ovvero quel retroterra a cui si riferisce Alberto Abruzzese
quando parla di "immaginario collettivo"). Greenland
illustra ciò che accade quando
SF passes out of fandom's walled city and into general
circulation, with exchanged values. Its unknown landscapes,
alien races, robots and gadgets, global disasters
and ruptures in space and time provide extreme symbols
for elusive aspects of our situation.(p.65)
Uno tra gli "aspetti elusivi" più interessanti
degli anni '60, suggerisce l'autore, era la sensazione
di venire schiacciati dal peso del passato, l'incapacità;
di dire qualcosa di nuovo: "l'esplosione dell'informazione
consente troppe vedute da troppi punti d'osservazione"(p.187).
Di qui la "ricerca disperata di un punto di vista al
di fuori dell'ortodossia, non importa quanto estremo;
l'ambiguità; implacabile che evita di scegliere tra valori
in conflitto; l'irrequieto rimescolio degli stili".
È una argomentazione che spiega gran parte della carica
dirompente della SF di New Worlds, ed anch'io ne sono
rimasto convinto.
I due saggi sulla SF nel volume curato da Christopher
Pawling* possono anch'essi interessare il lettore europeo.
L'intervento di Mellor concerne l'attendibilità; della
SF; l'autore inizia sostenendo che "la crescita sia
della fantascienza che delle scienze sociali è una diretta
funzione dell'espansione dell'istruzione superiore,
e della crescita di un ceto medio istruito" (p. 22).
Il problema cruciale è relativo al periodo degli anni
'50 e '60: "perché l'abbandono da parte della SF dell'ottimismo
scientifico, tecnologico e sociologico dovrebbe riconciliarla
alla cultura più consolidata del ceto medio?"(p.37);
la risposta, che si avvale del concetto di Pierre Bourdieu
di "frazione dominata dalla classe dominante", è che
la SF si è trasformata e, perdendo "fede nel futuro"
(p. 40), è divenuta accettabile a questa frazione. Il
saggio di Jordin, d'altro canto, fedele al dichiarato
presupposto che "l'analisi dovrebbe iniziare dai singoli
testi letterari e dai loro conflitti ideologici interni"
(p. 72), esamina con una certa ampiezza Wolfbane (1959)
di F. Pohl e C. Kornbluth, applicando il tipo di critica
ideologica struttural-marxista associata a Pierre Macherey
(o a Jameson) sottolineando "il modo in cui Wolfbane
costruisce, piuttosto che riflettere, una posizione
ideologica"(p.70)(24). Ne deriva
un'analisi pregevole e sofisticata, che conferma l'opinione
dell'autore per cui "la visione del mondo comune alla
SF, quella che noi possiamo riconoscere in Wolfbane"
può essere definita affermando che "essa articola la
contraddizione tra Razionalismo e Umanismo", mentre
"ciascun singolo testo è molto più di questo, in quanto
mette alla prova, definisce e ricostruisce questa ideologia
nel processo di interpretazione del contenuto in trasformazione
di una specifica esperienza storica"(p.71).
L'ampio studio (370 pagine) di Brian Stableford, ScientificRomance
in Britain 1890-1950*, è senz'altro quello che mi ha
colpito di più tra i recenti contributi critici sulla
SF. Diviso in tre parti, il saggio considera da prima
le origini dello "scientific romance", i maggiori autori
d'anteguerra (Griffith, Wells, Shiel, Conan Doyle, Hodgson
e Beresford) e una schiera di minori, nonché le tendenze
e i modelli dominanti fino alla Prima Guerra Mondiale.
nella seconda sezione viene affrontato il periodo tra
le due guerre, in cui lo "scientific romance" si differenza
dalla SF e cominciano ad affermarsi le figure di Olaf
Stapledon e Fowler Wright, con una dettagliata analisi
degli "speculative essays" scritti negli anni '20 e
'30 da scienziati come J .B.S. Haldane; infine, si discute
in che modo si sia realizzata la fusione con la SF negli
anni del dopoguerra. Per il suo carattere di indagine
storica, non è un libro strettamente pertinente a questa
rassegna, tuttavia ritengo che, per la sorprendente
cultura enciclopedica mostrata da Stableford a proposito
di centinaia di opere semisconosciute e per il suo stile
limpido e vigoroso, si tratti di una strumento indispensabile
per lo studio della tradizione inglese di narrativa
speculativa(25).
In ogni modo, vorrei soffermarmi un attimo sulle tesi
avanzata dal libro. L'intero studio tende a fissare,
attraverso elaborate e convincenti argomentazioni, la
specificità; dello "scientific romance" rispetto alla
nozione prevalentemente americana di "science fiction".
Fedele alla metodologia esposta, secondo la quale i
scientific romances sono contraddistinti da "legami
aperti di parentela che sono parzialmente inerenti negli
stessi esercizi dell'immaginazione e parzialmente insiti
nella mente di autori e lettori che riconoscono in essi
un qualche elemento di causa comune" (p. 4), Stableford
non cerca di sovrapporre la sua definizione di scientific
romance, quanto di offrire un'adeguata e libera "terminologia
dialettica" che gli consente di scoprire insieme con
il lettore le ragioni del suo sviluppo(26):
"Un scientific romance è una storia costruita attorno
a qualcosa che è stato intravisto attraverso una finestra
del possibile da cui la scoperta scientifica ha tirato
indietro le tende"(p.8). Su queste basi è possibile
seguire la sua discussione sui condizionamenti editoriali,
sul contesto ideologico e sulle intenzioni degli autori
presi in esame (un'importante categoria alla luce della
nozione di contratto o comune interesse tra scrittore
e lettore che definisce l'intero progetto del genere),
arrivando alla conclusione che questi ultimi hanno ben
poco in comune con i loro colleghi americani. Può suscitare
qualche dubbio la sua fiducia in un apparato critico
piuttosto convenzionale (fondato in larga misura sulla
figura dell'autore, e incline a dare eccessiva importanza
alla componente dell'idea -minimizzando le implicite
contraddizioni - e a ridurre forze storiche complesse
in termini psicologici) e l'implicito obiettivo di analizzare
i testi dal punto di vista della loro produzione (e
della collocazione nella carriera dell'autore), escludendo
aspetti come la ricezione e l'accettabilità;. (Così,
quando ci viene detto che un testo era "widely read",
come nel caso di The People of the Ruins (1920) di Edward
Shanks, si avverte in maggior misura la mancanza di
un 'identica prospettiva in altri casi). Alla luce di
quanto è stato rilevato, è difficile riassumere i fattori
distintivi da Stableford per differenziare scientific
romance e SF. Però è possibile citare alcun punti salienti:
l'interesse specifico nei racconti di "guerra del futuro"
in relazione alla (presunta) vulnerabilità; del Regno
Unito rispetto agli USA (p. 32); lo scarso entusiasmo
per il viaggio interplanetario (p. 133) l'apertura a
"esperimenti del pensiero nella metafisica", meno congeniali
agli americani (p. 138); il tono "intensamente serio"
dello scientific romance inglese, al punto che anche
quando "orientato verso il puro intrattenimento le sue
storie tendevano a riguardare quasi esclusivamente una
catastrofe minacciata o effettivamente avvenuta" (p.
154); la fascinazione per l'idea stessa del disastro
e per "l'idea della distruzione", piuttosto che per
"the struggIe to rebuilt a technological civilization"
(p. 246) che preoccupa gli scrittori americani; e il
modo in cui lo scientific romance scompare, vittima
della sua stessa identificazione con le reali inquietudine
dell'epoca, poiché "I motivi utilizzati dentro il genere
divennero banali, sfruttabili in una maniera meno sofisticata
e a un livello meno esoterico" (p. 288). Se dovessi
consigliare alcuni titoli tra quelli citati, suggerirei
come buone introduzioni i paperback di Parrinder e Rose,
benché, per chi possa acquistarli o prenderli a prestito,
i libri di Greenland e Stableford sono studi estremamente
interessanti su periodi diversi della tradizione inglese,
mentre i volumi di Wagar e di Fredericks sono opere
più generali e di assoluto valore.
Jonathan Benison
Università; di Padova
Traduzione di Piergiorgio Nicolazzini
NOTE
1. Si veda
l'eccellente volumetto di Roger Grimshaw e Paul Lester,
The meaning of the Loch Ness Monster (Birmingham:
Centre for Contemporary Cultural Studies, 1976), p.1.
Assumendo come campo d'immagine la "teorizzazione",
devo escludere monografie (come la collana "Science
Fiction Writers" curata da Robert Scholes per la Oxford
University Press americana) o bibliografie (come la
collana "Masters of Science Fiction and Fantasy" pubblicata
da G.K. Hall and Co., Boston) dedicate a singoli autori
e che non toccano la natura delle SF in generale (come
tradizione, genere, ecc.).
2. Parrinder (1980)*, p.
47. Purtroppo questo capitolo non fa alcun riferimento
alle posizioni di Brian Stableford; per esempio, "SF:
A Sociological Perspective", Fantastic (March 1974),
"Notes Toward a Sociology of Science Fiction", Foundation
15 (January 1979).
3. Varie opere significative
apparse nel 1979 hanno fissato i termini di riferimento
per la critica (in lingua inglese) degli anni '80:
-Darko Suvin, Metamorphoses of Science fiction (New
Haven and London: Yale University Press, 1979) -Gary
K. Wolfe, The Known and the Unknown: the Iconography
of Science Fiction (Kent, OH: Kent State University
Press, 1979) -Patrick Parrinder, ed., Science Fiction:
A CriticaI Guide (London and New York: Longman, 1979).
Vedi la recensione di Fredric Jameson, "Toward a New
Awareness of Genre", Science FictionStudies 9/3 (November
1982), 322-24. -Marc Angenot, "The Absent Paradigm:
An Intriduction to the Semiotics of Science Fiction",
Science Fiction Studies 6/1 (March 1979),9-19. Una
diversa versione è apparsa in francese in Poétique
33 (février 1978).
4. Alcuni importanti articoli
sulla teorizzazione della SF non esaminati nella presente
rassegna sono stati pubblicati in Science-Fiction
Studies (SFS): -Samuel R. Delany, "Reflection on Historical
Models in Modern English Language Science Fiction",
SFS 7/2 (July 1980), 200-207; -I. and A. Gopnik, "A
Brief and Biased Guideto the Philosophy of Science
for Students of Science Fiction", SFS 7/2 (July 1980),
135-49; -Gérard Klein, "A Petition by Agents of the
Dominant Culture For the Dismissal of Science Fiction",
SFS 10/2 (July 1983), 115-23. Si possono qui inoltre
citare due articoli: Marshall B. Tymn, "Masterpieces
of Science-Fiction Criticism", Mosaic 13/3-4 (1980),
219-22 e Evgeni Brandis, "The Horizons of Science
Fiction", Soviet Literature 1 (1982),146-53.
5. cfr. Walter E. Meyers,
Aliens and Linguists: Language Study and Science Fiction
(Athens, GA: Georgia University Press, 1980). Vedi
inoltre Marie Maclean, "Metamorphoses of the Signifier
in "Unnatural" Languages", SFS 11/2 (July 1984), 166-173
e Eric S. Rabkin, "Metalinguistics and Science Fiction",
CriticaI Inquiry 6/1 (Automn 1979), 79-97.
6. cfr. Neil Barron, ed.,
Anatomy of Wonder: A Critical Guideto ScienceFiction,
Rev. Ed. (NewYork: Bowker, 1981): un'opera di consultazione
estremamente utile, con ottime sezioni saggistiche;
Everett Franklin B1einer, ed., Science Fiction Writers:
Criticai Studies of the Major Authors jrom the Early
Nineteenth Century to the Present Day (New York: Scribner's
Sons, 1982): brevi saggi biocritici; David Cowart
and Thomas L. Wymer, eds., TwentiethCentury American
Science Fiction Writers (Detroit: Gale Research, 1981);
Franklin N. Magill, ed., Survey of Science Fiction
Literature, 5 Vols. (Englewood Cliffs, NJ: Salem Press,
19797: una serie di saggi di 2000-3000 parole su singoli
romanzi di SF e sulla produzione breve di alcuni autori;
Curtis C. Smith, ed., Twentieth-Century Science-Fiction
Writers (n.p.: Macmillan, 1981 and New York: St. Martin's
Press, 1981); Marshall B. Tymn, Science Fiction Rejerence
Book (Mercer Island, W A: Starmont House, 1981).
7. cfr. Michael A. Banks,
Understanding Science Fiction (Morristown, NJ: Silver
Burdett, 1982); Donald L. Lawler, Approaches to Science
Fiction (Boston: Houghton Mifflin, 1978): una selezione
di racconti con materiale integrativo; Kenneth Roemer,
ed., American as Utopia (n.p.: Burt franklin and Co.,
1981); Jack Williamson, ed., Teaching Science Fiction:
Education for Tomorrow (Philadelphia: Owlswick Press,
1980); Thomas L. Wymer et al., Intersections: The
Elements of Fiction in Science Fiction (Bowling Green,
OH: Bowling Green State University Popular Press,
1978).
8. Non ho potuto esaminare
i seguenti titoli: la più recente raccolta di saggi
di Samuel R. Delany, Starboard Wine: More Notes and
Language in Science Fiction (Elizabethtown, NY: Dragon
Press, 1985); Eric S. Rabkin et al., eds., No PIace
Else: Exploration in Utopian and Dystopian Fiction
(Carbondale and Edwardsville; Southern Illinois University
Press, 1983); David Pringle, Science Fiction: The
100 Best Novels (London: Xanadu, 1985)- disponibile
presso Xanadu, 5 Uplands Road, London, N8 9NN al prezzo
di £ 3.95; J. Antczak,Science Fiction: The Mythos
of a New Romance (New York: Neal-Shuman, 1985); Umberto
Eco, "Science fiction and the art of conjecture",
Times Literary Supplemnt, No. 4257 (2 Nov, 1984),
1257-258; Thomas D. Clareson and Thomas L. Wymer,
eds., Voicesjor the Future, Vol. 111 (Bowling Green,
OH: Bowling Green University Popular Press, 1984);
Gary Wolfe, ed., Science Fiction Dialogues (Chicago:
Academy, 1982). Inoltre, alcune opere dedicate a temi
specifici: Frederick A. Kreuziger, Apocalypse and
Science Fiction: A Dialetics of Religious and Secular
Soteriologies (Chico, CA: Scholars Press, 1982), recensito
in SFS 10/1 (March 1983), e Richard D. Erlich and
Thomas P. Dunn, eds., Clockwork Worlds: Mechanized
Environments in SF (Westport, CT: Grenwood Press,
1983).
9. Probabilmente l'applicazione
più ampia dell'idea di trasformazione si trova in
Georges R. Guffey, "The Unconscious, Fantasy and Science
Fiction: Trasformations in Bradbury's Martian Chroniques
and Lem's Solaris", in Slusser et al., eds., Bridges
to Fantasy*, pp. 142-59.
10. Solaris (1961) di
Stanislaw Lem sembra essere un testo prediletto in
un periodo nel quale i critici scelgono di derivare
le loro schematizzazioni da casi paradigmatici. il
romanzo viene analizzato nell'articolo di Guffrey
(citato nella nota precedente); Rose, Alien Encounters*
pp. 82-95; Parrinder, Science Fiction* pp. 122-30;
Stephen W. Potts, "Dialogues Concerning Human Understanding:
Empirical Views of God from Locke to Lem" in Bridge
to Science Fiction*, eds., Slusser et al., (e nel
saggio di Gregory Benford che appare nello stesso
volume). È un fatto sconcertante, anche se tipico,
che nonostante questo grande interesse il testo esaminato
sia la ritraduzione in inglese di una traduzione tedesca.
11. Pubblicata da Burning
Bush Publications, PO Box 178, Kemblesville, PA 19347,
USA.
12. Penso, ad esempio,
alle affascinanti prospettive offerte agli studi comparativi
da un eccellente lavoro come quello di Patrick Heeelan,
Space-Perception and Philosophy of Science (Berkeley:
University of California Press, 1983).
13. La critica di SF rimane
tuttora legata alla struttura della metafora, nonostante
l'opinione della De Lauretis, secondo cui "the concrete,
sensible specifity of its signs... allows SF language
to be poetic rather than merely metaphoric", sostituendo
la funzione della metafora con la "literalization
of laguage": De Lauretis et al., eds.*, p. 168. In
fondo non c'è differenza sostanziale con le "literal
metaphors" di Patricia Warrick (Warrick*, p. 81, 214).
Vedi inoltre Darko Suvin, "Parable, Metaphor, Chronotope",
in de Vos, ed. (1985)*.
14. Per chi fosse interessato
a quest'aspetto, rimando all'approfondita analisi
condotta da Strother B. Purdy, "Technopoetics: Seeing
What Literature Has to Do with the Machine", Criticai
lnquiry 11/1 (September 1984), 130-40, che prende
in esame, tra l'altro, Metropolis di Fritz Lang.
15. Fredericks, Future
of Eternity*, p. 177.
16. Per esempio, ecco
Ballard in una conversazione con Lynn Barber del 1970:
"Dammit, we're living in the year 1970, the science
fiction is out there, one doesn't to write it any
more. One's living science fiction. AlI our lives
are being invaded by science, technology and their
applications. So I believe the only important fiction
being written now is science fiction. This is the
literature of the 20th century". "Sci-fi seer", Penthouse
5/5 (1970), p. 26.
17. Vedi Paolo Rossi,
ed., La Nuova Ragione: Scienza e Cultura nella Società;
Contemporanea (Bologna: Il Mulino, 1981), in particolare
il saggio di Yehuda Elkana, "Of Cunning Reason"; inoltre,
Il Pensiero debole, a cura di Gianni Vattimo e Pier
Aldo Rovatti (Milano: Feltrinelli, 1983). Cjr. anche
Paul Caro, "Science Fiction", in Modernes et après?
"Les lmmateriaux", ed. Elié Théofilakis (Paris: Eds.
Autrement, 1985), pp. 112-20.
18. Un concetto parallelo
di spostamento viene sviluppato da Gerald Prince in
Coordinates, eds. Slusser et al.*, p. 27, ma secondo
una diversa prospettiva.
19. Tra coloro che privilegiano
i rapporti tra SF e scienza troviamo Rose (Alien Encounters*),
Griffiths (Three Tomorrows*) e Parrinder "Space and
Time in Science Fiction"* e nel suo contributo a Science
Fiction: A Criticai Guide -citato nella nota 3). Eric
S. Rabkin, "The Rhetoric of Science in Fiction", in
Tom Staicar, ed., Critical Encounters II (New york:
Frederick Ungar, 1982), affronta il tema attraverso
una ricognizione storica all'uso del linguaggio di
carattere scientifico in opere letterarie quali il
Novum Organum di Bacon, Hard Times di Dickens, Robinson
Crosoe, Frankenstein, e poi in Verne e in Wells. Tra
le altre opere sull'argomento: Eugene M. Emme, ed.,
Science Fiction and Space Futures Past and Present
(San Diego: American Austronautical Soc., 1982); e
un'opera divulgativa che raccomando, Peter Nicholls,
ed., The Science in Science Fiction (London: Michael
Joseph, 1982 and New York: Knopf, 1983).
20. Philippe Hamon. "Qu'est-ce
qu'une description?" Poétique 12 (1972), 465-85, e
"Un discours constraint", Poétique 16 (1973), 411-45.
21. In Science-fiction
Studies 9/1 (March 1982), 1-25 e SFS 10/2 (July 1983),
148-69 rispettivamente. Cfr. inoltre Darko Suvin,
"On What Is and What Is Not an SF Narration", SFS
5/1 (1978), 45-52.
22. Mi sono avvalso dell'ampia
recensione di Herbert Sussman, "Victorian Science
Fiction",SFS Il (1984), 324-28, a cui, a mia volta,
rimando il lettore.
23. Per ulteriori dettagli
sul libro di Griffith, vedi la recensione di K.G.
Mathieson in Foundation 24 (February 1982), pp. 105-6.
Su Baudrillard, vedi il mio articolo "Jean Baudrillard
on the current state of SF", Foundation 32 (November
19847, PP. 25-42.
24. Un esempio di questo
tipo di critica è quello di Peter Fitting, "The Modern
Anglo-American SF Novel: Utopian Longing and Capitalist
Cooptation", Science-Fiction Studies 6/1 (March 1979),
59-75, citato da Jordin.
25. Pubblicato da Fourth
Estate Ltd, 113 Westbourne grove, London W2 4UP, al
prezzo di £ 25.
26. Io stesso tipo di
presentazione è presentato in modo più succinto nel
lucido articolo di Brian Stableford, "Marriage of
Science and Fiction", in Encyclopedia of Science Fiction,
ed. R. Holdstock (London: Octopus Books, 1978), pp.
20-27. "Dialectical terminology", secondo Fredric
Jameson, è "an attempt to stretch terminology so that
it registers difference as well as identity"; invece
che su di una "single great collective story" l'accento
viene posto tipicamente sui punti di congiunzione,
"a series of discontinuous moments". "Dialectical
terminology is therefore never stable in some older
analytical or Cartesian sense; it builds on its own
uses in the process of development of the dialectical
texts, using its initial provisory formulations as
a ladder which can either be kicked away or drawn
up behind you in later "moments" of the Text". "Interwiew",
Diacritics 12/3 (FaIl1982), p. 79.
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