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La navicella si stacca dai bracci semoventi
del molo, accompagnata da un piccolo scatto che noi
passeggeri avvertiamo solo attraverso il leggero tremolio
dei sedili. La lucida superficie esterna dello spazioporto
inizia ad allontanarsi lentamente, e l’immagine dello
scafo su di essa riflessa svanisce gradualmente, sommersa
da una mareggiata di luce abbagliante.
È il mio primo viaggio sul Pianeta Azzurro,
la nostra terra madre.
Per me è un sogno che si trasforma quasi
per magia in realtà.
Mi sento privilegiata e anche un po’
orgogliosa, perché la selezione è stata durissima e
molto più ristretta di quanto ci si aspettasse. Non
volevano semplici traduttori o interpreti, volevano
dei maniaci della materia; e in pratica infatti hanno
selezionato i massimi esperti di quella che ormai è
una cultura quasi del tutto sconosciuta ed estranea
alla maggior parte degli indivudui.
Non riuscire ad avere questo incarico
per me sarebbe stata una vera disfatta; forse addirittura
un disonore. Il mancato coronamento di un obiettivo
inseguito da una vita intera, perché io, a differenza
della maggioranza dei miei coetanei che se ne appassionano
solo perché va di moda interessarsene, sin da piccola
sono rimasta affascinata da tutto ciò che concerne le
nostre origini naturali, affannandomi nella comprensione
di ogni singolo aspetto, anche il più piccolo e insignificante.
Ho coltivato con tutta me stessa, e per così tanto tempo,
questo amore intellettuale fino al punto da potermi
definire senza falsa modestia uno dei pochi, veri esperti
della disciplina, e se non fossi riuscita a guadagnarmi
quel posto di lavoro avrei perso forse l’unica concreta
occasione di rendere tutta la mia preziosa conoscenza
utile al resto della comunità.
Ora, anche se non mi sembra ancora vero,
sono a un lancio di traghetto spaziale dal poter toccare
e vedere le vive e vibranti molecole che renderebbero
finalmente reale e non più solo immaginaria la mia unica
passione. La nave si è appena lasciata dietro di sé
le luci brillanti della pista-faro e l’imponente, ampio
imbocco del molo spaziale è già solo una minuta finestra
rettangolare lontana decine di chilometri. L’intera,
immensa sagoma rotante della nostra colonia, si confonde
con l’oscurità che l’avvolge e la inghiotte come fosse
pulviscolo cosmico, e le sue migliaia di piccole luci
si fanno sempre più indistinguibili dal tappeto di stelle
che fa loro da sfondo.
La mia generazione è nata con la guerra
e ha vissuto nella guerra. E stessa sorte è capitata
a tante altre generazioni precedenti, che non hanno
nemmeno avuto la fortuna di vederla concludersi. Ci
siamo combattuti nei cieli delle nostre patrie, sulla
terra dei nostri avi e nel vuoto dello spazio dove i
Primi hanno iniziato ad allevarci, ma le battaglie della
nostra infinita guerra fratricida ci hanno lasciato
in eredità solo l’incolmabile ricordo dei nostri cari
da riempire. Una guerra il cui inizio è così distante
nel tempo che si fa fatica persino a ricordare come
e perché sia scoppiata.
Anni di lotte sanguinose ci hanno separato
per troppo tempo, ma ora finalmente è tutto finito.
Ora regna la pace.
E pace è la parola che tutti pronunciano,
dimenticando con troppa leggerezza che se loro non si
fossero rivelati totalmente incapaci di riprodursi in
natura, fatto del tutto insperato dagli analisti strategici,
ora saremmo ancora qui a discutere di cronache di guerra
e di morti. L’obiettivo della Terza Ondata di attacco
era solo ridurre il loro bacino di fanteria, e nessuno
poteva immaginare che la massiccia distruzione dei loro
impianti di procreazione artificiale li avrebbe invece
trascinati ad un palmo dalla completa estinizione. Anche
in questo evento in troppi leggono un preciso disegno
del destino o un ineludibile volere superiore, mentre
io credo che se abbiamo prevalso è stato solo per pura
fortuna.
Tutto ciò che la gente comune sa di
loro (quasi la totalità della popolazione), della loro
cultura, della società o della filosofia di vita, come
di qualunque altra peculiarità che li riguardi, purtroppo
è solo pura propaganda militare, o calunnia propagandistica;
chiamatela come volete, ma è solo spazzatura informativa,
sfornata e servita in pasto alla pubblica opinione come
genuina razione quotidiana di persuasione subliminale.
Per secoli così è stato, e per sempre forse così sarà.
Loro avevano le colpe, non sono una
revisionista, ma non erano poi così dalla parte del
torto come invece li vogliono far passare, senza alcun
minimo approccio autocritico alla nostra politica di
stabilizzazione, così la chiamavano. La loro politica
ovviamente non era condivisibile, ma possedendo appropriati
mezzi di raffronto per poter comprendere il loro punto
di vista, era pur sempre ragionevole; fermamente sbagliata,
ma legittima.
Nel tentativo di preservare questa prezionsa
specie, cerchiamo così di scacciare il più possibile
il dolore, l’amarezza e il cocente rimorso che accompagna
la nostra razza intera; feriti nella coscienza, tutti
ci sentiamo in parte colpevoli per ciò che ci siamo
ritrovati costretti a fare, ma siamo anche certi che
le nostre colpe verranno perdonate se qualcuno un giorno
dovesse mettere in dubbio la nostra buona fede.
Io sono convinta che sapranno dimostrersi
dei buoni servitori. I migliori mai avuti. E sono felice
che sia riuscita a imporsi la parte più ragionevole
e saggia della popolazione, quella che crede in una
convivenza possibile e che dimostra di possedere ancora
un briciolo di comprensione e di compassione, nonostante
tutte le avversioni criminali del partito dei “depuratori”.
Finalmente, non vedo l’ora. Deve essere
una specie magnifica.
Per interi secoli non ci siamo parlati,
e anche le più recenti testimonianze rimaste del loro
linguaggio forse sono troppo antiquate perché si possa
sperare in una iniziale comunicazione tra i popoli che
sia al contempo semplice ed efficace; ma spero davvero
tanto di riuscire a comprenderli almeno un po’, per
poterli aiutare a farsi capire, e di dimostrarmi anche
un valido aiuto per i funzionari governativi, affinché
le nostre civiltà possano finalmente parlarsi. E capirsi,
soprattutto.
Sono davvero entusiasta di poter incontrare
dal vivo gli esseri umani, i nostri vicini di sempre.
I nostri poveri fratelli maggiori.
Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo
fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse il
guardiano di mio fratello?".
(GENESI - 4,9)
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