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“Ciao Mamma, sono a casa.”
“Megan, cara, com’è andata a
scuola?”
“Le solite cose. Abbiamo finito con
il secondo ciclo della programmazione. Speriamo di poter
passare presto alle perimentazioni al Centro di Programmazione
Robotica.”
“E che mi dici di Jeoffrey?”
La ragazza distolse lo sguardo: “Scusa
mamma, ma preferisco non parlarne. Vado in camera mia.”
Quindi schizzò su per le scale,
entrò in camera sua e buttò lo zaino olografico
sul letto ad acqua. Lo zaino lo davano in dotazione
insieme a tutto il resto del materiale scolastico. Era
uno dei vantaggi di frequentare l’esclusivo Istituto
di Programmatori nella quale studiavano i futuri analisti
robotici. Megan la frequentava ormai da tre anni e si
poteva dire che la robotica ormai per lei non avesse
più segreti. All’età di diciotto anni
era la più giovane e la più in gamba dell’intero
Istituto. I professori erano molto orgogliosi di lei
eppure lei sentiva di non essere soddisfatta. Inoltre
era molto preoccupata per l’esame di sbarramento che
di lì a pochi giorni avrebbe decretato chi tra
gli studenti fosse effettivamente degno di continuare
negli studi. Tutti le dicevano di non preoccuparsi,
ma lei avrebbe continuato a farlo, almeno fino a quando
Jeoffrey non si fosse deciso a svegliarsi. Se ciò
non fosse accaduto, lei non avrebbe mai superato quell’esame.
Si sedette davanti al suo portatile
indossando la cuffia ottica e i ditali. Quindi riprese
pazientemente a spulciare ogni singolo byte del programma
Jeoffrey. Per l’ennesima volta li ricontrollò
tutti scrupolosamente, uno per uno. Era tutto perfettamente
a posto, tutto in regola, secondo le leggi della Programmazione
Robotica. Non c’era nulla che non andasse, eppure Jeoffrey
non aveva coscienza di sé. Da quando lo aveva messo
insieme non si era mai svegliato.
Era accaduto solo alcuni mesi prima,
quando i professori avevano cominciato a parlare dell’esame
di sbarramento. Ogni studente doveva scegliersi un progetto
e portarlo a termine per l’esame e sarebbe stata la
valutazione di quel compito a decretare il loro futuro.
Megan si era scelta in verità
il progetto più difficile: assemblare e programmare
un robot affinché fosse in grado di interagire con gli
esseri umani. I professori l’avevano invitata a riflettere
bene sulla sua scelta, ma Megan era stata irremovibile
e alla fine tutti avevano convenuto che fosse l’unica
in grado di portare a termine un compito così
difficile.
La prima parte era stata una passeggiata,
dato che tutto il primo anno di corso era dedicato allo
studio dell’assemblaggio di un automa. Il mondo ne era
pieno, ma in realtà la maggior parte della gente
non era in grado di dire come funzionasse effettivamente
un robot. Era quello che ti insegnavano durante il secondo
e il terzo anno di corso ed era la ragione per cui gran
parte degli studenti non riuscivano ad accedere al triennio
successivo, dedicato esclusivamente alla programmazione
di un robot. La teoria di base era di per sé già
molto complicata, con un numero di variabili così
alto che individuare la combinazione giusta non era
impresa da poco. Era infatti quella dell’intuito una
qualità indispensabile per un buon programmatore.
Di intuito Megan ne aveva parecchio
ma fino a quel momento non le era servito a molto.
Si tolse la cuffia, lanciandola nervosamente
sulla pila di cd di testo che ingombrava la scrivania.
Si stropicciò gli occhi. Era stanca.
Decise di accedere alla sua casella
di posta per vedere se ci fossero dei nuovi messaggi.
Non appena si fu connessa il suo programma di chat la
avvertì che I® desiderava parlare con lei.
Megan sbuffò.
Ancora quel rompiscatole. Ma perché
non mi lascia in pace e pensa a qualcos’altro?
-tok tok-
Uffa...
-tok tok-
Il tempo di controllare la posta!
-tok tok ci sei?-
E va bene, va bene.
-si ci sono-
-ciao-
-ciao-
-perché non rispondevi?-
-stavo controllando la mia posta-
-bene, che fai?-
-te l’ho detto, controllavo la mia
posta-
-:))))-
-sono un po’ di fretta…-
-:(((-
-lo studio…-
-va bene, ti vedrò presto-
-ma si, certo-
-ciao-
-ciao-
Nel frattempo Megan aveva avuto modo
di controllare che nella sua casella di posta in arrivo
non c’era nessun nuovo messaggio. Sbuffò e spense
il portatile. Era stanca.
L’indomani si recò a scuola di
buonora come al solito e non mancò al suo appuntamento
quotidiano con Jeoffrey. Quando aveva manifestato il
desiderio di affrontare l’esame di sbarramento assemblando
e programmando un robot, l’Istituto le aveva messo a
disposizione un intero laboratorio dove poter lavorare
in santa pace. Da allora vi si era recata ogni giorno
e in poco più di un mese aveva messo insieme
il corpo di Jeoffrey. Poi era passata a lavorare sul
cervello, la cui costruzione aveva richiesto circa due
mesi. Una volta pronto era stata la volta della sua
programmazione. Quindi aveva posto il cervello al suo
posto, nel cranio, ormai da qualche settimana e da allora
stava ancora aspettando che Jeoffrey si svegliasse.
Il corso di formazione dell’Istituto
prevedeva periodiche visite al Centro di Programmazione
Robotica e Megan aveva avuto modo di assistere più
di una volta all’attivazione di un robot e ne ricordava
ogni dettaglio: il momento fatidico del posizionamento
del cervello all’interno del cranio e l’illuminazione
verdastra degli occhi. La colorazione di questi ultimi
era a scelta. Quelli di Jeoffrey erano celesti, ma quando
Megan aveva posizionato il suo cervello essi non si
erano illuminati.
Non era successo un bel niente.
Entrò nel laboratorio e lo vide.
Lì davanti a lei, seduto su una poltrona di acciaio,
c’era Jeoffrey. In piedi sarebbe stato alto più
di due metri, ma anche seduto era ugualmente imponente.
La testa reclinata in avanti, perfettamente liscia,
con una congiuntura appena visibile nel punto in cui
si apriva. Due grate al posto delle orecchie, un naso
ed una bocca appena accennati. Doveva avere una bella
voce, profonda e metallica…avrebbe tanto voluto sentirla.
Si fermò davanti all’automa,
sul punto di dirgli qualcosa. Poi ci ripensò
e andò a prendere posto al terminale del laboratorio
al quale era collegato anche il robot. Lo accese e inserì
la password d’accesso ai dati di Jeoffrey. Caricò
poi il programma di verifica delle probabilità,
utile per verificare l’esattezza delle combinazioni
nella programmazione.
Il programma le passò al setaccio
una per una ma non trovò nessuna anomalia. La
risposta, quindi, fu identica alle precedenti: tutto
perfettamente in ordine.
Megan spense tutto e si alzò.
“Insomma!” urlò portandosi davanti
al robot “Si può sapere perché non parli? Ti
vuoi decidere a svegliarti, si o no?!”
L’eco delle grida si spense all’interno
delle mura del laboratorio, ma da parte del robot non
vi fu alcuna reazione. Megan allora afferrò il
cavo di alimentazione che collegava ancora Jeoffrey
ai generatori dell’Istituto.
“Non c’è alcuna ragione per continuare
ad alimentarti! Sei solo un essere assemblato…privo
di vita!”
Megan piangeva per la rabbia, sul punto
di staccare il cavo. Ma non lo fece. Lo lasciò
cadere a terra posando la mano sulla testa di Jeoffrey.
“Se non ti svegli, per me è
finita.”
Il resto della mattinata passò
tranquilla. Megan tornò a casa e come al solito
controllò la posta. C’era un nuovo messaggio
in arrivo. Si trattava di un estratto di una fiaba vecchissima,
intitolata “La Bella addormentata nel Bosco”. Era il
pezzo in cui la principessa veniva svegliata dal suo
profondo sonno. Il messaggio non aveva mittente.
Chi poteva averglielo mandato?
-tok tok-
No!
-tok tok-
Ti prego...
-tok tok-
Non sono proprio dell’umore adatto
-tok tok ci sei?-
Megan non aveva alcuna voglia di chattare
con I®. A dirla tutta ne aveva abbastanza di quella
storia. Tutto era iniziato qualche settimana prima in
piena fase euforica per il posizionamento del cervello.
I® era apparso nel suo programma di chat e felice
com’era Megan non si era neanche chiesta come avesse
fatto a procurarsi il suo indirizzo privato di chat.
Ricordava ancora la loro prima conversazione.
-tok tok ci sei?-
-ti…ci sono ma tu chi sei?-
-I®-
-piacere io sono Megan-
-lo so. che fai?-
-controllavo la mia posta-
-bene, ti vedrò presto-
-non ne ho idea-
Ora che ci pensava bene tutte le loro
conversazioni erano state più o meno uguali e
molto brevi. A partire da quel giorno lo aveva trovato
connesso ogni volta che aveva controllato la sua posta.
-hai ricevuto il mio messaggio, Megan?-
-me l’hai mandato tu? come ti sei
procurato il mio indirizzo e-mail?-
-ti è piaciuto? conosci la
fiaba?-
-rispondi-
-:)))-
-ma si può sapere chi sei?
È un pezzo che volevo chiedertelo, come hai ottenuto
il mio indirizzo di chat?-
-non devi preoccuparti dell’esame.
andrà benone-
-come fai a sapere dell’esame?-
-sei stata tu a dirmelo-
-io? ma…perché non ci incontriamo?-
-va bene-
-sai dov’è l’Op Center?-
-si-
-allora ci vediamo lì tra
un’ora-
-no-
-allora facciamo più tardi
o domani-
-no, devi venire tu da me-
-perchè?-
-io non posso camminare e non so
parlare-
In quel momento I® si scollegò
e Megan cercò di rintracciarlo senza riuscirci.
Ma chi diavolo è?
Si alzò e si buttò sul
letto a riflettere.
-Non posso camminare e non so parlare-
Cos’aveva voluto dire?
Forse si trattava di un ragazzo invalido
e magari anche muto.
Megan si rese conto di non sapere nemmeno
se fosse maschio o femmina.
Oppure…
Si alzò di scatto dal letto e
tornò al portatile. Caricò il programma
Jeoffrey, ma stavolta invece che la programmazione controllò
l’assemblaggio e fu allora che si accorse di un errore
nel collegamento delle gambe. Avviò quindi il
programma di verifica assemblaggi ed effettivamente
furono messi in evidenza questo e un errore nei meccanismi
di fonazione del robot.
Megan sorrise, per la prima volta da settimane.
L’indomani si precipitò a scuola
e si barricò nel laboratorio. Aveva con sé il
dischetto sul quale aveva salvato le informazioni corrette.
Quindi accese il terminale e avviò il programma.
Inserì il dischetto e sostituì i file
errati con quelli esatti.
Attese con impazienza il trasferimento
dati, quando udì Tok Tok
Girò la testa di scatto e vide
Jeoffrey in piedi che bussava con le nocche sull’acciaio
della sedia.
“Ci sei?” disse con la sua voce profonda
e metallica
“Si…ci sono.”
Megan superò brillantemente l’esame
di sbarramento. I professori rimasero davvero colpiti
dall’elevato grado di interazione del robot che Jeoffrey
presentò a tutti col nome di I®.
FINE
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