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CRONACHE MARZIANE (omaggio a Ray Bradbury)
Ottobre 3026
SECONDO INTERMEZZO
Mille anni erano trascorsi in fretta
da quando gli ultimi razzi erano giunti sul suolo di
Marte.
Furono sette in tutto i razzi che nell’ottobre di mille
anni prima vennero dalla Terra, al loro interno intere
famiglie che erano riuscite a fuggire dall’agonia del
pianeta.
La guerra colpiva tutto senza posa,
solo alcuni, i più accorti, prevedendo il peggio avevano
nascosto i razzi che normalmente servivano per navigare
fino alla Luna e quando si resero conto che tutto era
ormai inutile, partirono per Marte coi loro familiari:
solo in sette giunsero a destinazione.
Sicuramente furono di più ad andarsene,
ma alcuni razzi esplosero colpiti dalla contraerea,
amica o nemica a questo punto aveva poca importanza,
altri si persero nelle immensità dello spazio.
Sette razzi, sette famiglie giunsero
e tutte si stabilirono in una stessa città marziana
che possedeva da cinquanta a sessanta strutture ancora
in piedi e le strade, benché ricoperte di polvere erano
sempre lastricate; due o tre fontane centrifughe ancora
pulsavano fresca linfa nelle vasche.
Era la città millenaria nella quale
la famiglia di William Thomas aveva per prima deciso
d’abitare.
Le colonie terrestri costruite in legno
già cadevano in segatura. Sette razzi, sette famiglie:
una città.
Attivarono subito un faro elettromagnetico
per segnalare la loro presenza ad improbabili sopravvissuti.
E uomini e donne dei quali non si sospettava l’esistenza
si fecero avanti.
Undici in tutto che avevano passato
lunghi periodi di tempo nascosti tra le rovine delle
città marziane, undici uomini giunsero alla spicciolata,
ognuno con la propria storia.
Anche i superstiti dell’antica civiltà
marziana, in numero esiguo ma mai calcolato, vennero
in silenzio uno ad uno e si confusero con la popolazione
della città sempre cercando di non dare nell’occhio.
Quando arrivava un congiunto o un amico
morto o rimasto sulla Terra, veniva accolto con la massima
gioia e ogni dubbio o problema era subito accantonato.
L’antica città si rianimò è pulsò di
vita. La Terra intanto taceva e da essa nessun segnale
giunse mai più su Marte.
Mille anni erano trascorsi e quella
rimase l’unica città abitata. Le sfere di fuoco in cui
s’erano trasformati gli abitanti più antichi non scesero
mai dalle vette delle loro alte montagne e sempre più
raramente si riusciva a scorgerle. Nessuno cercò di
stabilire contatti con loro, si tendeva a preservare
il loro isolamento.
Coi cannocchiali s’osservava la Terra
che aveva da tempo rimarginato le proprie ferite e le
sue terre emerse formavano oggi un’unica foresta.
Su Marte nessun razzo fu mai ricostruito,
i sette che giunsero furono smantellati e i loro pezzi
giacquero in antiche discariche nell’attesa d’esser
riciclati.
I ragazzi giocavano a pallone davanti
alle scuole, posavano al limitare dei campi da gioco
i loro libri e i quaderni tutti scritti con quell’alfabeto
a serpentelli usato un tempo dagli antichi abitanti,
il pallone lo costruivano da soli pensandolo.
Questi nuovi abitanti mutavano aspetto
alle volte, ma solo per divertimento a carnevale e a
halloween.
Le autostrade costeggiavano ancora i
mari essiccati e la nuova generazione di marziani le
percorreva con moduli del tutto originali. Anche gli
oceani da tempo resi lisci e vetrificati ospitavano
gare di mezzi simili a natanti che scivolavano silenti
sulle onde di sabbia, di sale, di pietra e di vetro.
Le donne nei giorni di festa si riunivano
al crepuscolo davanti a un fuoco e cantavano antiche
canzoni:
…
Quali radici s’abbarbicano, quali rami crescono
Su queste macerie? Figliuol d’uomo,
Tu non lo puoi dire, né immaginare, perché tu conosci
soltanto
Un mucchio di frante immagini, dove batte il sole,
E l’albero secco non dà riparo, e il canto del grillo
non dà ristoro,
E l’arida pietra non dà suon d’acqua. Solo
V’è ombra sotto questa rossa roccia,
(Venite all’ombra della rossa roccia),
E io vi mostrerò cosa diversa
Dall’ombra vostra che da mane vi cammina dietro,
Dall’ombra vostra che si leva ad incontrarvi;
Vi mostrerò il terrore in pugno di polvere.*
…
Canzoni che avevano ormai perso il loro
senso originario, ma che le donne recitavano con amore,
quasi fossero un devoto omaggio ai loro antenati.
La Terra in cielo veniva sempre osservata,
ma ostinatamente se ne restava muta.
Vittorio Baccelli
* da "La terra desolata" di Thomas Stearns Eliot
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