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Le ossa fradice e coperto di una pelliccia
di lupo infangata, lontano cinquemila miglia da casa.
Un inutile sole gelido sbuca dai rami
scheletrici della foresta, la melma fa d'ogni movimento
una agonia di fatica. Dopo una decina d'anni quest'angolo
di guerra non è cambiato: questa fottuta selva mai sentita
nominare finché non c’è arrivato anche il nemico, barbari
primitivi incapaci di emettere suoni che non siano latrati.
Il primo contatto era avvenuto aldilà
del Reno, dopo la lenta e difficile colonizzazione di
quelle terre ai tempi dell’imperatore Augusto, ed era
stata la guerra, subito; quelli avevano cominciato ad
attaccare senza nemmeno tentare un accordo: le legioni
di Vero erano state massacrate e lui si era salvato
insieme a pochi altri fingendosi morto. Ora le cose
sono cambiate: da qualche anno le baliste da fuoco hanno
rimpiazzato i vecchi giavellotti e i gladi servono solo
nei rari corpo a corpo: senza contare il terrore che
le nuove armi incutono nei barbari, che pure resistono,
coi denti e con le unghie.
Bagnato fradicio, il giorno che volge
al termine livido e spazzato da un vento violento. Tra
poco rientrerà all’interno della palizzata del castrum,
a godersi una zuppa di farro fumante nel suo alloggiamento
riscaldato… Ma ecco uno di loro strisciare verso di
lui. Prende la mira e fa fuoco: la palla di piombo squarcia
il torace del nemico che urla come un animale prima
di cadere con la faccia a terra, fulminato, la pelle
d'un bianco nauseante chiazzata di rosso, i capelli
lunghi fino alle spalle, la barba ispida impastata di
sangue e fango.
Fu dopo la conquista dell’Oriente, nel corso dei viaggi
commerciali lungo le vie carovaniere, che i nostri emissari
incontrarono i mercanti sinensi. Si dimostrarono subito
molto disponibili: nelle loro cronache ci chiamarono
Rum-an e durante quegli incontri ci invitarono a visitare
il loro Regno. La prima spedizione ufficiale in quelle
terre remote, cui io immeritatamente partecipai, fu
quella condotta dal console Tito Manilio Metello, poi
soprannominato il Sinense, in considerazione delle incommensurabili
conseguenze del suo viaggio. La sera che giungemmo nella
capitale fummo accolti da quella che molti di noi chiamarono
in seguito la “tempesta di fuoco”: boati e un incredibile
frastuono accompagnavano cascate ed esplosioni incandescenti
del tipo che solo i vulcani riescono a produrre e incombevano
su di noi a grande altezza illuminando i visi terrorizzati
della nostra scorta armata. Inutile nascondere che molti
di quei valorosi legionari si dettero ad una fuga precipitosa:
io stesso dominai a stento l’impulso di fuggire e solo
dopo le assicurazioni sorridenti dei nostri ospiti ci
rendemmo conto che quel fenomeno che ci aveva spaventati
a morte era una forma di omaggio in onore di visitatori
stranieri.
(Lucio Giunio Moderato, De Sinense
pulvere)
Marco Cornelio Agrippa, comandante della
X Legione Ignifera al Principe Tiberio, ave.
Cesare, ti scrivo durante la seconda
vigilia di questo giorno VII dalle Calende di Aprile
dell’anno DXXLXXXIII dalla Fondazione dell’Urbe.
Ho portato le mie truppe a ridosso della
selva al cui interno i nostri esploratori hanno individuato
folti gruppi dei ribelli che ancora infestano la regione.
A tutti noi è chiaro come, sconfitte queste ultime sacche
di resistenza, il confine settentrionale dell’Impero
potrà essere avanzato in misura fino a qualche anno
fa addirittura impensabile. Merito, oltre che del valore
dei miei soldati, delle nuove armi che hanno impresso
una grande accelerazione alla nostra espansione. Ho
sacrificato agli dei e ho pregato i Penati perché ci
assicurino quella vittoria schiacciante che ti aspetti
da noi e che vendicherà la strage dei soldati di Vero.
Ho schierato oltre il vallo difensivo dieci grandi canne
da fuoco dotate di centinaia di globi incendiari ed
esplosivi che dovrebbero rendere superflui non solo
la carica della cavalleria ma persino l’intervento della
fanteria. Ho affidato la difesa delle postazioni a scolte
fidate che hanno abbattuto stasera alcuni barbari in
perlustrazione.
Inizieremo l’attacco all’alba.
Che Giove Ottimo Massimo ti protegga.
Marco Cornelio Agrippa, comandante della
X Legione Ignifera al Principe Tiberio, salve.
L’odore degli arbusti del sottobosco
l’aria fredda e limpida del giorno laggiù, oltre il
riparo del bosco si agitano intorno ai carri cani! i
nostri villaggi dietro di noi le gambe svelte di mio
figlio l’ascia pesante al fianco la spada sguainata
pronta a farli a pezzi gli occhi chiari della mia donna
gridiamo a gola spiegata per darci forza attenti! un
rumore assordante tuoni due tre dal cielo una valanga
di fuoco sui rami dei faggi che schiantano sulle nostre
teste i miei guerrieri bruciano come torce si contorcono
urla la terra si apre, si alza ricade tuoni sempre più
vicini braccia gambe teste strappate dai tronchi le
capanne! fumo odore di carne bruciata…
Durante il secondo viaggio nell’Impero
Sinense, i nostri esploratori si impadronirono con l’astuzia
della polvere. Negli alloggiamenti che l’imperatore
ci aveva benignamente concesso io e altri scoprimmo
che era composta di nitrato, carbone e zolfo: una miscela
altamente infiammabile che poteva essere utilizzata
per quelli che chiamavamo “fuochi celesti” o, più proficuamente,
per un nuovo, incredibilmente potente, tipo di arma.
(Lucio Giunio Moderato, De Sinense pulvere)
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