James
G. Ballard è un uomo che si vede poco. Più britannico che
naturale, questo gentleman ha sempre coltivato la discrezione e decisamente
non ha il gusto della mondanità. Ha pertanto tenuto a essere presente
a Cannes durante la presentazione di Crash, immaginando forse che il suo
romanzo sulfureo, scritto negli anni ‘70, avrebbe avuto modo, grazie all’adattamento
che ne ha fatto David Cronenberg, di scioccare i begli spiriti della Croisette.
E’ un vero militante del cinema quello che è intervenuto davanti
alla stampa, spingendosi fino alla delicatezza di affacciarsi davanti al
regista, che non gli domandava tanto.
Serge Grünberg
James Ballard
Ho dichiarato che
il film di Cronenberg cominciava là dove il mio romanzo finisce,
dal momento che nel mio libro io tento di alleviare il lettore dell’apparente
logica da incubo che sostiene Crash. Tento di persuaderlo che il personaggio
del narratore, che porta il mio nome, è attirato malgrado lui nel
mondo di Vaughan, questo scienziato teppista. Nel film di Cronenberg, al
contrario, i personaggi accettano questo universo dall’inizio. Ciò
che rimane latente nel romanzo diventa manifesto nel film.
Ballard cerca
visibilmente di convincermi del carattere eccezionale del film di Cronenberg
(io non gli confesso che parzialmente che si rivolge a uno già convinto).
Quanto a me, cerco ingenuamente di farlo reagire alle mie affermazioni:
la frase di Kafka — alla quale mi
risponde con un verso di Shakespeare — o la reazione del pubblico di Cannes
(E’ freddo!). Sembra molto stupito che si possa essere insensibili alla
grande sensualità del film e degli attori. Visibilmente, lui lo
è stato. Ma dopo tutto, lui è in posizione migliore — o forse
è il contrario? — per apprezzare la fantasmagoria di Crash.
La passione sessuale
presso molti si sviluppa a un livello intellettuale piuttosto che fisico.
La freddezza di cui si è parlato è inscritta nel soggetto
stesso del romanzo. Ma le emozioni dei personaggi sono sempre molto forti,
la loro tenerezza altrettanto. Cronenberg descrive il suo film come una
storia d’amore, e io condivido interamente il suo punto di vista! E’ un
film magnifico, come non ne ho mai visti, che trascende totalmente il livello
narrativo, un film ossessionante e nello stesso tempo molto contenuto.
I film hollywoodiani sono ben più violenti di Crash. La grande maggioranza
dei film si adagia su intrichi tradizionali ereditati dal XIX secolo. Con
Cronenberg, non più storia, non più psicologia, gioca unicamente
sulla poesia. Questo film è dispensato da una esposizione, i personaggi
potrebbero uscire da una pubblicità televisiva per automobili, e
ciononostante sono così veri! Il cinema è stato ampiamente
preso nella trappola delle formule e delle convenzioni del romanzo e del
teatro del XIX secolo. Il prezzo da pagare è stato molto alto, a
partire dall’avvento del sonoro. In Crash, ciò che rimpiazza la
drammatizzazione esteriore è lo psicodramma interiore, la ricerca
ossessiva nella quale s’impegnano i personaggi. Qui, il cinema diventa
veramente soggettivo, il che è estremamente raro. Gli avvenimenti
esteriori descritti nel film non hanno infine alcuna importanza, quando
la moglie del narratore fa l’amore sul sedile posteriore, di questo si
tratta, con la schiuma e le spazzole del lavaggio automatico, ha più
importanza ciò che succede fra i personaggi, tutto ha luogo nella
testa del narratore, ci troviamo in un mondo poetico, un mondo di sogno.
Uno dei fratelli Goncourt aveva profetizzato che la letteratura del XX
secolo sarebbe stata qualcosa come “A + B + C ...”; si potrebbe dire la
stessa cosa del cinema dominante. Crash dimentica tutto l’armamentario
démodé delle convenzioni drammatiche che tanto limitano il
mezzo. Non nego la seduzione che esercitano il sesso e la violenza, soprattutto
se associati all’automobile, che è l’oggetto più moderno
della nostra vita quotidiana, ma ciò che vediamo in Crash è
non solo un mondo interiore, ma un mondo interiorizzato.
Non posso impedirmi
di fargli presente che Cronenberg è il miglior rappresentante nel
cinema di questo genere drammatico che non ha più un posto proprio:
la tragedia. Ma il gentleman di Shanghai si sbaglia e crede che io insinui
che il film è pessimista. Mi risponde allora con parole che ho spesso
sentito dalla bocca del regista.
Per me, Crash — il romanzo
e il film — ha per soggetto la gratificazione, la soddisfazione profonda
di un desiderio. Ai miei occhi, la sola cosa che amplia il paesaggio del
XX secolo è la psicopatologia, e questa psicopatologia se ne ride
dei diktat della morale. Il narratore e sua moglie hanno conquistato questa
immensa libertà che permette loro di giocare i loro strani giochi
senza preoccuparsi delle conseguenze. La psicopatologia è divenuta
il motore di gran parte della nostra vita quotidiana. Il libro e il film
terminano con una nota di esultanza, di soddisfazione profonda, di compiutezza.
Come me, Cronenberg è profondamente ottimista. I miei personaggi
accettano il rischio di una morte violenta, il che sembra assurdo, ma l’assumono
come Cortez, come un conquistador che sente l’oceano al di là delle
montagne. Crash è un film girato con un’energia incredibile. Cronenberg ha eliminato tutto ciò che restava della narrazione
classica nel mio romanzo, e ha permesso ai personaggi la scoperta immediata
del loro io profondo. Nel romanzo, il narratore, divenuto impotente a seguito
dell’incidente, giunge a ri-erotizzarsi grazie alle protesi che gli applicano
sul corpo. Nel film, è il carattere ossessivo della sua ricerca
a rendergli il desiderio. C’è un elemento iperrealista in Crash,
tutto è perfettamente reale, ma il mondo interiore è costantemente
sovvertito dalle ossessioni dei personaggi. Niente di naturalista, dunque.
Anche in Psycho di Hitchcock lo spettatore è convinto a credere
alla realtà del motel o della casa in collina, ma in Crash, assolutamente
tutto è sottomesso alla volontà di una immaginazione psicopatologica.
Io credo in questa libertà fondamentale che consiste nel giocare
con la nostra psicopatologia. Nel regno della poesia e dell’invenzione,
possiamo esplorare i regni che, in quanto cittadini, ci restano proibiti.
Io accetto le costrizioni sociali, ma assumo il rischio che Crash spinga
qualcuno a imitare i fatti e i gesti dei personaggi. E’ un pericolo connaturato
all’attività artistica. La censura non cessa di prendere a pretesto
l’influenza del cinema, del video e della televisione sui criminali, per
tentare di proibire certi spettacoli.
E aggiunge questa
formula che, in bocca a un altro, potrebbe sembrare vanitosa o autoindulgente:
Si direbbe che Cronenberg
abbia passato tutta la sua carriera — inconsciamente, sicuro — a preparare
un film come Crash. Occorre un talento straordinario per riuscire in un’opera
come questa.
Quando gli domando
se l’esperienza di questo adattamento gli abbia dato desiderio di scrivere
un film, Ballard mi risponde con una certa franchezza:
Sono davvero un cinefilo.
E’ un miracolo che un film come l’Orfeo di Cocteau [Orphée
(1950), regia di Jean Cocteau (NdT)] abbia potuto vedere la luce,
dato che trasgredisce tutte le convenzioni drammatiche del cinema dominante.
Senza parlare del valore intrinseco di questo film, lo trovo affascinante
a sufficienza per questa ragione. Non penso di scrivere sceneggiature:
è un talento tecnico, come quello di un medico o di un architetto.
Non sono dotato per questo. Inoltre, sono troppo vecchio.
KAFKA
Nella pressoché contemporanea intervista
a David Cronenberg, il 20 maggio 1996, Serge Grünberg rivela di
aver detto a Ballard che alcune frasi di James Spader nel film (“La circolazione
sembra tre volte più densa che prima dell’incidente”, “La circolazione
è dieci volte più rilevante di prima”) gli hanno ricordato
un passo di Kafka tratto da La condanna:: “In quel momento sul ponte
c’era un interminabile andirivieni di persone e di veicoli”. A proposito
di questa frase, Georges Bataille in La littérature et le mal
afferma che Kafka avrebbe confidato a Max Brod: “Ho pensato nello scriverlo
a una forte eiaculazione”. {NdT}
Tratto da Cahiers
di cinéma n. 504, Traduzione di Franco
Ricciardiello