Serge Grünberg
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David Cronenberg
Ho detto a James Grahame Ballard che
nel suo romanzo sembra esserci un mistero che aleggia, qualcosa come un
segreto fra lui e sua moglie (già morta all’epoca); nel tuo film
c’è ugualmente qualcosa di molto misterioso...
Ieri sera ho parlato con Bertolucci (che
ha molto amato Crash) e ci siamo dichiarati d’accordo su un punto: noi
siamo gli ultimi a sapere di cosa parlino i nostri film (risate)... Hai
certamente ragione — quando parlo ai giornalisti sono costretto a diventare
il critico di me stesso — ma il film evidentemente non scorre a ritmo analitico
e non vorrei perciò rispondere in linguaggio giornalistico, ma so
esattamente a cosa alludi per ciò che riguarda il libro; Ballard
per esempio ama dire che il personaggio di Catherine (Deborah Unger, la
moglie dell’eroe) era ispirato alla donna con cui viveva da venticinque
anni... ma non so. Di sicuro nel film c’è qualcosa di molto forte
sull’amore e la morte, nel romanzo è ancora più oscuro. Prendiamo
per esempio l’ultima scena del film, che non appare nel romanzo: credo
che costituisca la miglior rappresentazione di ciò di cui parli.
Ma sono io adesso che voglio assolutamente sapere cosa ne pensi.
Nel corso della mia discussione con
J.G.Ballard gli ho sottoposto una citazione sulla quale si è innestato
immediatamente — è ancora più evidente nel tuo film che nel
libro — ci sono delle sequenze magnifiche in cui si vedono le autostrade
piene di macchine e in cui James (Spader) dice frasi come: “La circolazione
sembra tre volte più densa che prima del mio incidente” o “La circolazione
è dieci volte più rilevante di prima”. Queste frasi associate
alle immagini delle automobili che scorrono come insetti nelle gallerie
mi hanno fatto pensare all’ultima frase de “La condanna”
di Kafka (nel momento in cui l’eroe si suicida): “In quel momento sul ponte
c’era un interminabile andirivieni di persone e di veicoli”. Ecco, Georges
Bataille scrive in un celebre brano, che Kafka
stesso aveva confidato a Max Brod: “Nello scriverlo ho pensato a una forte
eiaculazione”.
E’ magnifico, veramente magnifico, e adesso
che lo dici, beninteso, mi ricordo di questa frase, è senza dubbio
una delle più terrificanti possibili perché sembra così
fuori luogo nella situazione, più che crudele nel contesto...
Il tuo film è imbottito non
di citazioni, ma di souvenir letterari o artistici... In un certo senso,
Crash è un film d’avanguardia con una qualità “hollywoodiana”.
Anche se so che la tua intenzione non era di fare un film d’avanguardia...
Jeremy Thomas mi ha detto di aver pensato
a Buñuel... Ma anche se non sono cosciente di ciò, se dici
che non era mia intenzione ti risponderò che al contrario era forse
la mia vera intenzione. Quando giro non penso che a fare il mio film, non
sono cosciente di tutto questo, ma quando si mette tutto se stesso in un
film, e tutto ciò che ti ha segnato, compresa l’opera di Kafka,
finisce tutto per filtrare in modo non cosciente. A dire il vero, non penso
che vi sia un solo riferimento letterario cosciente nel film, ma si vede
che finisce tutto per saltare fuori.
Sovente si dice di te — e l’ho udito
spesso a Cannes — che sei un maniaco del “controllo”, dell’autorità,
che tutto, nel tuo film, è controllato alla perfezione, “troppo”
controllato beninteso...
Non è che un’illusione di sicuro,
ma non è fondamentalmente questo l’illusione della padronanza del
mezzo? In verità è uno dei film più improvvisati che
abbia mai fatto. Tutti i miei ultimi film sono stati girati principalmente
in studio, mentre qui ho girato soprattutto in esterno con un tempo detestabile,
sovente di notte, giustamente con problemi di circolazione stradale; in
questo senso, Crash è più un “documentario” (non in senso
letterale, sicuro): dovevamo accettare la pioggia o la siccità,
ma l’illusione del controllo, dell’onnipotenza di chi mette in scena, è
così forte da trascendere tutte le peripezie. Ma sono questi legami
tra la padronanza totale e il caos a fornire una definizione dell’arte,
non è vero? Puoi constatare che sorrido per questo trionfo dell’illusione.
D’altronde il mio film descrive personaggi che non hanno il controllo di
nulla!
Tutti dicono che non si erano mai
viste delle automobili in movimento filmate in questo modo...
Ritorniamo alla padronanza del mezzo: le
luci per esempio. In tutte le scene su strada c’è una miscela di
tanti fattori, la luce e tutto il resto... D’altronde, a proposito della
mia pretesa padronanza, tengo a precisare che per queste scene non possiamo
illuminare cinque chilometri di autostrada come in Speed; abbiamo girato
con illuminazione ambientale, di giorno come di notte, e ci siamo serviti
di ciò che abbiamo trovato. Ma ho serbato nell’intimo la convinzione
che le due cose più filmate nella storia del cinema sono il sesso
e le automobili; non volevo dunque che il film apparisse duro o delicato,
volevo che fosse differente: non volevo più andare agli estremi,
perciò ho accumulato numerosi ingredienti molto sottili: come queste
riprese con la camera fissata al parabrezza: quante volte ne abbiamo viste?
Milioni! Allora ho scentrato leggermente le inquadrature... ma evidentemente
è soprattutto ciò che accade dentro le automobili a decidere
il tenore del film. Ho deciso di non girare mai gli scontri al rallentatore:
ironicamente, crea un effetto strano perché per lo spettatore è
l’incidente al rallentatore a essere diventato la realtà. Volevo
filmare gli incidenti in modo naturalista: sono rapidi, brutali, già
terminati prima che uno se ne accorga. Ho desiderato tutto questo per dare
una prospettiva nuova a cose che ci sono divenute molto familiari. Ho rifiutato
il computer e l’hi-tech, perché tutta la vecchia tecnologia fa già
talmente parte del nostro sistema nervoso da divenire pressoché
invisibile; per renderle la sua novità, la sua originalità,
occorre stabilire un equilibrio fra controllo e caos per mezzo di una sottile
dislocazione degli angoli di ripresa, per mezzo della fluidità del
movimento, ecc.
Crash porta comunque a quella che
si potrebbe chiamare la strategia del desiderio. Al cinema il desiderio
la maggior parte delle volte viene immediatamente soddisfatto, mentre qui
segue una strada lunghissima e tortuosa. E’ forse questo che spiega la
reazione di certuni: “E’ freddo!” Come se fosse necessario a ogni costo
che il sesso al cinema sia... caldo!
Lo so. Secondo me è il problema
fondamentale dell’arte! Come giocare con le speranze della gente, tenendo
conto di ciò che hanno già conosciuto? Se tutti i quadri
che hanno preceduto Le fanciulle di Avignone gli fossero assomigliati,
non avrebbe mai fatto scandalo! I critici italiani che ho incontrato a
Cannes mi hanno dichiarato che era un film porno. Io mi sono detto che
era senza dubbio perché la sola volta in cui avevano visto tre scene
di sesso una di seguito all’altra doveva essere stato in un film porno!
Così, perché ai loro occhi una tale struttura formale non
può essere che pornografica, ne concludono pressoché inconsciamente
che Crash è un film porno. E’ una questione di forma. Sono stato
obbligato a spiegare queste scene a molti giornalisti, italiani o americani,
a dire loro che non erano ripetitive, che significavano molte cose, che
non era necessario distogliere lo sguardo e attendere che chissà
quale “azione” riprendesse... Se la gente prova a imporre al film i propri
ricordi cinematografici non arriverà mai a entrare nel film. Uno
spettatore mi ha detto: “Una serie di scene di sesso non costituisce un
intrigo!” Gli ho risposto: “Ma perché no? Chi l’ha detto? Da dove
viene questa regola?”
Una giornalista mi ha detto: “Non
succede così nella vita!” Le ho risposto che quello che mi descriveva
(la maggior parte delle scene di sesso al cinema) era nei fatti una violenza.
Hollywood ha conosciuto un successo eccezionale
scoprendo la formula della “gratificazione istantanea”. In una certa maniera
è la stessa cosa con le automobili: in Europa c’è la 24 ore
di Le Mans, e negli Stati Uniti si apprende il vincitore di una gara di
dragster entro sei secondi... E perciò quando si guardano commedie
americane come French Kiss è sottinteso che è delizioso che
i due eroi si incontrino, si detestino immediatamente e che non cadano
una nelle braccia dell’altro che all’ultimissimo momento. E dunque ciò
che è accettabile nel genere commedia leggera non lo sarebbe nel
dramma...
John
Carpenter diceva in una recente conversazione
che il movimento che si ottiene con la successione delle immagini non è
che un bluff, ma che il pubblico faceva finta di credere che fosse il “vero”
movimento.
E’ ciò che si considera come “reale”,
è vero. E’ quello che dicevo a proposito del rallentatore per gli
incidenti di automobile. Il rallentatore è divenuto il reale. E
la gente vede gli incidenti in Crash e dice a se stessa: “ma non è
realistico”! Per loro ciò che è realistico è un incidente
al rallentatore, filmato almeno da cinque angolazioni diverse. E’ per questo
che in una scena mostro i miei personaggi nell’atto di guardare degli incidenti
al rallentatore in tv.
In questa strana strategia del desiderio
che permette alla coppia Ballard di ritrovare se stessa c’è qualcosa
di nuovo per il cinema, che definirei con i termine burroughsiano di “parola”.
Le frasi che scambiano Ballard (James Spader) e sua moglie Catherine (Deborah
Unger) nel contesto del romanzo sono osé, ma niente più,
mentre nel film è come se le parole si imprimessero letteralmente
sullo schermo, con tutto il loro carico erotico.
E’ vero che utilizzano il linguaggio per
dare alla luce la figura di Vaughan, che attireranno nel loro letto e che
servirà loro da intermediario. Qualcuno mi ha confessato di avere
l’impressione che Vaughan non esistesse per davvero nel film, che non fosse
che un fantasma inventato a loro piacere. Ho risposto che da un punto di
vista drammatico non ero affatto d’accordo, ma che da un punto di vista
tematico era assolutamente vero: Vaughan è evocato, è un
po’ la parola che si fa carne.
Ho avuto l’impressione che Vaughan
fosse piuttosto una vittima...
Sì, ma è una vittima sacrificale?
In questo caso torneremmo allo stesso punto: è sotto il loro controllo,
è il corpo che riunisce marito e moglie. Non è affatto il
leader di una setta: piuttosto un masochista che si infligge innumerevoli
tormenti, una creatura complessa e composita.
A proposito di Sade e le sue 120 giornate,
ho riletto di recente l’edizione della Pléiade, ho trovato dei capitoli
incompleti in cui Sade non cessa di allineare cifre: numero di vittime,
date esatte, nome delle parti del castello, etc... tutto si riassume in
una strana algebra, la sua algebra...
L’algebra
del desiderio [risate]
Ma ciò non toglie nulla al
lato osceno di Sade, al contrario! Allo stesso modo in Crash, la coppia
si associa a altre persone secondo regole combinatorie segrete. E’ l’aspetto
più “realista” del film...
Ma la gente non l’accetterà mai,
perché reprime e nega ciò che i protagonisti fanno. Da un
punto di vista razionale trovano tutto ciò inaccettabile.
Ballard mi ha detto che ciò
che preferiva nel tuo film era che l’avevi spurgato dalle ultime reliquie
di ciò che egli chiama “la tradizione narrativa del XIX secolo”:
è un’opera filmata dall’interno. Per esempio la scena dell’autolavaggio.
Credo che si tratti di un fortunato incontro
tra il romanzo e la mia attuale pratica di cinema. E’ vero a partire da
La mosca dove non ci sono che tre personaggi in una commedia, di questo
nessuno si è reso conto. All’epoca, questo mi aveva fatto molta
paura. Ma allo stesso tempo mi sono detto che era formidabile, che avrebbe
finito per darmi molta forza perché ero obbligato a distillare e
a distillare ancora di più fino a ottenere qualcosa di essenziale.
E’ stata la stesa cosa con Inseparabili e Il pasto nudo, questa distillazione
mi ha portato a scoprire la purezza essenziale di qualsiasi cosa; è
un progetto impossibile ma che deve continuare. J.G.Ballard ha ragione:
ho provato una grande eccitazione a distillare il suo romanzo. E quando
la gente parla di “padronanza del mezzo” a proposito di Crash pensa naturalmente
alla fotografia e al suono, mentre nei fatti io credo che si tratti di
questo processo di distillazione lenta. Ma è un’arma a doppio taglio:
da una parte può darti una forza incredibile, ma dall’altra se si
filtra troppo si può arrivare a ucciderne tutta la vitalità.
E’ il rischio che devo accettare, ma che il pubblico deve ugualmente accettare.
Detesto trovarmi nella posizione in cui il regista tenta di convincere
un giornalista ad amare il suo film, eppure mi accade spesso. So che il
sottile equilibrio di Crash è tale, a causa di quest’incredibile
distillazione, che alcuni non si sentono a loro agio non sapendo come reagire.
Ma per me è positivo.
I toni dominanti sono freddi (il blu,
il grigio), alcuni dunque ne hanno concluso che il film era freddo.
La tecnica attuale mi avrebbe permesso
di ritoccare tutte le dominanti e di ottenere colori dorati e caldi, ma
non sarebbe stato molto fedele a quanto accade sulle autostrade. Hai ragione,
alcuni traducono impressioni visive in emozioni. Vado una volta ancora
contro corrente. Se avessi voluto trasmettere l’impressione di un film
soleggiato e felice avrei filmato cieli blu e lo spettatore avrebbe associato
le mie immagini con i ricordi felici dei giorni soleggiati della sua infanzia,
quando tutto era così meraviglioso e soprattutto non si pensava
ancora a cose disgustose come la morte e la separazione. Ma rifiuto di
sottopormi a questo, perché se accettassi sarei obbligato a fare
un altro genere di film, e in quel caso davvero non avrei più alcun
controllo sul mio lavoro.
In televisione soprattutto la maggior
parte dei film, quale che ne sia il soggetto, si svolgono sotto cieli blu,
al sole.
E’ l’egemonia delle convenzioni hollywoodiane.
Questo è fondamentalmente un film al giorno d’oggi: è come
se fosse ambientato a Beverly Hills! In Sense and sensibility è
ridicolo... tutto era verde e soleggiato! Hanno dovuto attendere mesi per
avere dieci secondi di bel tempo! Anche ciò diventa poco a poco
realtà per la gente: se si va al di là si è accusati
di non realismo. In Wild palms di Bruce Wagner almeno il soggetto stesso
lo giustificava (bisogna assolutamente leggere il romanzo di Bruce Wagner!
Ha scritto Forza maggiore sui contratti hollywoodiani, e un altro ancora,
I’m losing you. E’ nato a Hollywood, in mezzo al cinema; è un tipo
davvero brillante, molto buffo, un ottimo scrittore. Il suo ultimo script
è veramente senza compromessi).
Il microclima di Cannes, molto specifico,
porta alla paranoia: si è molto detto che Crash era provocante,
come se, essendo un autore, tu fossi obbligato a fare un certo tipo di
film.
E’ un’altra versione del problema delle
aspettative del pubblico e della critica: si tratta non solamente delle
forme e delle strutture del cinema in generale, ma anche delle mie proprie
convenzioni, di ciò che la gente si aspetta da me. Se fossi un attore
si chiamerebbe “type casting”: non si accetta che Clint Eastwood giochi
un ruolo simile, perché è obbligato a interpretare personaggi
forti... ecco, è più sottile, ma torniamo allo stesso punto!
Quando parli di provocazione mi diverti, perché mi è successo
di sovente: la gente non mi crede. Utilizza la parola provocazione per
evocare il modo in cui tratto certi soggetti sensibili, ma nei fatti è
molto più sottile; per esempio sarei un provocatore perché
le scene di sesso non sono abbastanza “calde”, per altri ancora perché
lo sono troppo! Non si può vincere a questo gioco. Pensano davvero
che io e i miei attori durante le riprese ci siamo detti: “Sì, questo
è davvero provocante, facciamolo!” Non arrivano a credere che ci
sono davvero altre cose da fare durante le riprese: i dialoghi, le luci,
i gesti... non credono che si è quasi sorpresi quando infine la
gente si sente provocata. Non sono abbastanza ingenuo da credere che adattando
un libro come Crash non avrei provocato certe reazioni: ma una volta fatta
la scelta si dimentica tutto, non fa più parte del processo... Se
ci si preoccupasse delle reazioni del pubblico si sarebbe completamente
paralizzati, perché si sa che qualunque sia la direzione presa si
verrà criticati e che alcuni saranno delusi. Se si pensasse allo
spettatore-tipo e alle sue attese sarebbe la morte di ogni creatività.
Un giovane mi ha detto che Crash era
ancora più bello di Videodrome, nella misura in cui è il
tuo film più radicale.
La parola “radicale” ha come tu sai un
senso molto preciso: viene da “radice”, è ciò che è
più radicato, il più “basico”, forse... d’altronde i miei
attori, ai quali sono raramente stato così vicino, venivano sovente
a dirmi che risentivano di una sorta di abbandono, al che io rispondevo
che risentivo esattamente della stessa cosa, come se Crash fosse il mio
ultimo film. Credo di avere spinto questo processo di distillazione talmente
lontano, in maniera talmente radicale e completa... questo film possiede
una sorta di purezza così estrema che non potrei mai andare oltre.
Il mio prossimo film dovrà necessariamente andare in tutt’altra
direzione. Crash segna forse la fine di un ciclo, un ciclo interiore, penso
di avere raggiunto una zona inesplorata. Quando penso a Videodrome ho i
brividi: per me è ancora un film amatoriale, in esso sono sempre
alla ricerca della padronanza del mezzo; so che la gente che lo ama compensa
nel guardarlo gli errori, perdona il mio andare a tentoni, ma non posso
confrontare i due, Crash è di gran lunga superiore per me...
Qualche tempo fa ho rivisto Il pasto
nudo e dimenticando praticamente Burroughs e Cronenberg l’ho riguardato
come un qualsiasi film di genere, e ho scoperto un altro film.
E’ molto difficile per me fare questo tipo
di esperienza, nella misura in cui ognuno dei miei film è ugualmente
un “home movie” associato a un periodo della mia vita, in cui ogni piano
cinematografico ha una sua storia, ogni espressione di ogni attore mi ricorda
i problemi che ho sopportato durante le riprese... ma mi piacerebbe tanto
poterlo fare, anche se forse mi spaventerebbe! Mi è successo di
recente, facendo zapping alla tv, c’era una settimana Cronenberg su un
network canadese appena prima della mia partenza da Toronto, di capitare
per caso su uno dei miei film, e per un secondo forse ho provato ciò
che dici...
E’ evidente che hai una relazione
unica con i tuoi attori. Non smettono di parlare della fiducia che hanno
in te. A cosa la attribuisci?
Per quanto riguarda Holly Hunter per esempio
sapevo che voleva il ruolo di Genevieve Bujold in Inseparabili. Tutti i
miei attori vivono nel sistema hollywoodiano ma hanno ugualmente desiderio
di fare film in cui saranno compresi e dove potranno esprimersi in un contesto
differente. Tutti conoscono il mio lavoro come Rosanna Arquette e Elias
Koteas [che interpreta il personaggio di Vaughan] che aveva rifiutato di
recitare ne Il pasto nudo e l’aveva molto rimpianto in seguito; se ne è
scusato, è talmente adorabile! Credo che avrebbero tutti accettato
di recitare in Crash senza conoscerne la sceneggiatura. Ci vuole molto
tempo per arrivare a questo, occorre rifiutare molti compromessi.
Nella tua regia d’autore sembri condurli
a “recitare al di sotto delle loro possibilità”, a evitare, come
diciamo in francese, di “fare del cinema”.
E’ un’espressione che conosco, si dovrebbe
allora dire piuttosto “fare del teatro”... è un po’ come regolare
un carburatore, occorre molta delicatezza e pazienza. Ma effettivamente
una delle parole che impiego più sovente è “meno, un po’
di meno”! Una volta stabilito il protocollo con la star, in questo caso
James Spader, l’atmosfera è già creata. Gli altri lo sentono.
Non occorre che un paio di giorni. Ma alcuni attori sono giunti quando
le riprese erano iniziate da tre settimane e per nulla al mondo volevano
essere quello o quella che aveva guastato l’atmosfera. I buoni attori hanno
dei radar; se il tono generale è Joe Pesci, tutti faranno i Joe
Pesci... [risate] Dopo qualche giorno di riprese non è più
nemmeno necessario parlare, si è su un altro piano, si tratta di
trovare delle minuscole sottigliezze. La scenografia, occorre dirlo, era
molto austera, 77 pagine con molti spazi bianchi; quanto al dialogo non
è troppo fitto.
Puoi parlarmi della magnifica musica
di Howard Shore?
Howard e io siamo uguali, in un certo modo:
cerebrali e passionali al tempo stesso. La gente può anche dire
che siamo “freddi” fino a che ci conosce meglio. Quando si lavora con gli
attori tutto ha inizio con il budget e il piano delle riprese; sapere che
io ho il final cut è importante per gli attori, si sentono meglio
protetti, fa parte della fiducia reciproca. E’ la stessa cosa con Howard.
Gli ho detto: “Non abbiamo un grosso budget, non possiamo permetterci di
andare a Londra a registrare con la London Philarmonic”. Per Videodrome
abbiamo registrato a Toronto con pochissimi strumenti e poi mixato le differenti
tracce sonore in studio. Gli ho fatto capire che le riprese avrebbero somigliato
più a Scanners che a M. Butterfly o a Il pasto nudo — niente studio
bensì esterni, farà freddo, si girerà in luce ambiente,
etc., occorreva che anche la musica seguisse questa inclinazione. Siamo
andati nello studio dove avevamo registrato Brood nel 1979, senza orchestra.
Il primo giorno ha registrato tre arpe, l’indomani sei chitarre elettriche
(molto strano!), il terzo giorno unicamente le percussioni più qualche
partitura per orchestra... poi ci siamo messi a montare questi suoni. In
origine la musica della pre-produzione era un po’ differente, non c’erano
che le sei chitarre elettriche: ma in seguito Howard ha fatto venire Simon
Franglin — che è molto celebre nel mestiere, ha lavorato con Madonna
— con un Synclavier, uno strumento elettronico che non si fabbrica più
e che è in grado di campionare suoni reali. E’ arrivato con quattrocento
chili di materiale (poiché è un equipaggiamento obsoleto,
con cavi dappertutto) per non registrare altro che suoni sottili. E abbiamo
lavorato come in Scanners e Videodrome — con gli ingegneri del suono che
si occupano dei rumori del motore, quelli che fanno gli speciali effetti
sonori, i pneumatici che stridono, i freni che urlano, poi abbiamo integrato
questi suoni nella partitura riprocessandola elettronicamente. Quando ho
ascoltato questo frammento per la prima volta (Howard l’aveva destinato
alla lunga sequenza della catastrofe sull’autostrada) senza il ritocco
elettronico, mi sono detto che sarebbe stato perfetto per la colonna sonora
(in origine aveva composto un piccolo brano sinfonico, ma in seguito non
ha voluto nemmeno farmelo ascoltare), l’ho trovato fantastico, intenso,
metallico come il film. Ma il problema della musica da film è sempre
lo stesso: la musica esiste per dirci ciò che dobbiamo provare (come
è sempre nei film hollywoodiani)? In Crash io non voglio dire allo
spettatore ciò che deve sentire, occorre dunque una musica che generi
qualcos’altro, che sia intonata con il film: neutra. In effetti Howard
Shore non aveva mai scritto una partitura del genere. Siamo dunque ritornati
all’epoca di Scanners e di Videodrome ma ancora una volta spero che siamo
anche migliorati, maturati. Per la scena dell’autolavaggio automatico Howard
aveva composto una musica magnifica, perfettamente integrata, ma abbiamo
deciso di non mantenerla. Non resta che un’orchestrazione/modulazione di
rumori meccanici, che è opera degli ingegneri del suono. Questa
scena ha pertanto un’essenza musicale. Quando gli attori hanno visto per
la prima volta a Cannes il film terminato, su quest’immenso schermo dell’auditorium
Lumière, l’hanno in un certo modo scoperto: è per dire a
quale punto gli elementi sonori sono essenziali.
Dopo Cannes dove il tuo film è
stato di gran lunga quello di cui si è più parlato, che puoi
dirmi della tua situazione nel cinema d’oggi?
Gli studios hollywoodiani hanno sempre
una buona opinione di me soprattutto perché ho la fama di non sfondare
il budget, l’immagine di “padronanza” di cui abbiamo parlato significa
per la gente degli studios che non sono uno che se la mena; è una
posizione strana; in un certo senso è un trionfo per me. Nei miei
film riesco a frustrare la gente con ciò che potrebbero aspettarsi
da me; nella mia carriera ho proceduto nello stesso modo: non mi si può
incollare un’etichetta né limitarmi. Avevo un agente che non smetteva
mai di dirmi: “Non fare Crash, ti rovinerà la carriera!” Era una
frase che aveva letto in un libro su Hollywood (risate) Gli ho risposto:
“Ma è questa la mia carriera! Quale altra carriera potrei avere?
Tu pensi davvero che non mi proporranno Alien 4 perché ho fatto
Crash” [In effetti mi hanno davvero proposto Alien 4]. Non penso che la
gente di Hollywood mi rinfaccerà Crash... si diranno soltanto: “Ah,
se solo si potesse fargli fare qualcosa di più commerciale!” (risate)
E’ una posizione meravigliosa. Sarei d’altronde scontento se cessassero
di propormi questo genere di film, perché anche se non accetto mai
— e questo oltrepassa di molto i miei problemi di ego — è confortante
dirsi che malgrado le differenze enormi tra il mio punto di vista e il
loro restano capaci di ammettere il valore del mio lavoro.
Hai talvolta l’impressione di essere
un musicista, diciamo (la tua modestia dovrebbe soffrirne) come Mozart,
questo frammassone che non scriveva altro che messe e requiem al servizio
di principi della chiesa?
Sono naturalmente onorato di essere paragonato
a Mozart (risate)... ma è proprio così! Sono un ateo di Hollywood
al quale si domanda di tanto in tanto di comporre una messa hollywoodiana.
Può darsi che non la faccia mai, ma non sarei contento che l’arcivescovo-principe
di Hollywood cessasse di domandarmelo. Non si sa mai cosa può capitare
nella vita, un giorno forse realizzerò Alien 4...
Cannes, 20 maggio 1996
Entretien avec David Cronenberg,
da “Cahiers du cinéma n. 504, 1996.
traduzione dal francese di Franco
Ricciardiello