Mario Fabiani
Joanna Russ, Female Man (Female man)
 

Joanna RUSS, FEMALE MAN (Female man), Nord, Milano, 1989

"Fino ad allora resterò in silenzio;
non posso fare di più. Sono la macchina
da scrivere di Dio e il nastro è ormai consumato"
"Female Man", p.296


Al momento di leggere il titolo di quest'opera sul "Cosmo Informatore", nell'elenco dei libri di prossima pubblicazione dell'Editrice Nord, la sorpresa è stata grande. Innanzitutto per l'insperata rinascita dell'unica collana Nord che abbia mai presentato testi di una certa importanza letteraria all'interno della fantascienza, quella "SF natrativa d'anticipaziòne" che alcuni anni fa ha portato alla conoscenza del lettore italiano autori come Le Guin, Malzberg, Compton, Wotfe e altri, non escluso lo stesso Dick. In secondo luogo la presenza di un'opera a lungo discussa, "Female man" della Russ, sicuramente al di fuori dei canoni abbastanza chiaramente delineati della politica editoriale Nord degli ultimi anni. È solo sperabile che non si tratti di un evento straordinario e isolato, ariche se questo sospetto si insinua notando che non sono previste altre uscite della stessa collana per quest'anno (!).

La lettura di "Female man" non fa che confermare lo stupore per la pubblicazione in Italia di questa complessa opera, a quasi quindici anni di distanza dall'uscita negli U.S.A.: l'elaborazione formale del testo è tale da porlo a una distanza di anni luce dai recenti parti dalla SF americana, e la difficoltà di fruizione, conseguentemente, lo rende assai poco appetibile alla maggior parte dei lettori "tradizionalisti" di fantascienza. Il paragone che subito viene in mente è con alcune opere di Barry Malzberg, uno dei rari innovatori degli stilemi del genere.

Oriana Palusci, nella sua ottima introduzione, evidenzia e risolve i problemi legati all'intreccio non tradizionale del testo, in una sorta di "guida" propedeutica alla fruizione abilmente (e giustamente) studiata per lettori non particolarmente avvezzi a simili artifici formali, una guida che comunque risulta preziosa dal punto di vista critico. Nel panorama delle introduzioni Nord, escluse quelle di Pagetti, è raro inciontrate un simile rigore e precisione di approccio. Mi limiterò in questa recensione ad aggiungere alcune brevi considerazioni, consapevole del fatto che comunque l'opera richiederebbe un esame ben più approfondito, ma non in questa sede.

Ciò che appare chiaro fin dall'inizio affrontando lo scritto della Russ è che non ci si trova di fronte ad un "romanzo di SF" nel senso comune del termine, ma ad un testo che presuppone un diverso rapporto comunicativo. Un rapporto che assegna al lettore un ruolo ben più' attivo, e quindi impegnativo, nella decodificazione. Il disorientamento del lettore tradizionale è attuato eliminando una buona parte degli elementi inferenziali che permettono una fruizione indolore, ancorata in gran parte a riferimenti extratestuali (il romanzo, e poi il romanzo di SF, la storia di universi paralleli, l'intreccio lineare, e così via). Mancando questi punti di appoggio che di solito vengono dati per scontati, il lettore è costretto alla revisione delle proprie strategie e alla elaborazione di un nuovo approccio che prenda l'avvio proprio dallo specifico del testo che gli si presenta.

I quattro personaggi-identità-attori del romanzo sono parte di questa strategia di disorientamento. È vero che esiste pur sempre un'istanza narrativa, quella di Joanna, attrice-narratrice e incarnazione dell'autrice implicita, che lega i frammenti del discorso in una struttura vagamente unitaria. Ma anche quest'istanza non è paragonabile a quella, cosi' comune in SF, del narratore onnisciente, la "voce" che "racconta" e quindi in qualche modo rassicura con la sua completa padronanza dell'universo del romanzo. L'io narrante di Joanna è molto più sfuggente, non sottostà volentieri alle regole, si intromette nel racconto svelandone la finzione, si eclissa lasciando il posto ad altri soggetti (vedi la parte di Jael), si estranea costruendo un testo-nel-testo che è anche metatesto (memorabile in questo senso il capitolo III della settima parte, dove si espongono i possibili commenti critici al romanzo, con amara ironia).

Il passaggio da un universo all'altro, e da un personaggio all'altro, è mediato tramite una sensibilità tutta interiore, psichica. Più che la struttura del periodo di alcuni tratti "autoriflessivi", legata ad un discorso indiretto libero abbastanza tradizionale, è il succedersi dei capitoli che si struttura secondo un "flusso di coscienza" proprio dell'autrice. Tipiche sono dunque le lunghe digressioni che spezzano quella che potrebbe essere una parvenza di ritmica narrativa, per ricondurre il tutto ad una dimensione strettamente privata, in cui il romanzo si stacca dalla "simulazione del reale" (di "un" reale). La successione degli elementi dinamici, in questo modo, risulta disgregata da una miriade di interlocuzioni che minano irreparabilmente il percorso logico-cronologico del discorso; quest'ultimo si perde così in circonvoluzioni e salti apparentemente casuali che rispondono ad una "ritmica psichica" e ad una logica privatizzata e soggettiva che pone il lettore in una posizione di continua, angoscia interpretativa. "Female man", in altre parole, non è un testo che si possa dire "accattivante" per il lettore, non è facile, e nemmeno divertente: solo (!) incredibilmente stimolante dal punto di vista intellettuale.

Ciò che appare subito evidente dopo la lettura dei primi capitoli, come si accennava, è la fragilità degli elementi identificativi dell'io narrante. . Joanna è Joanna, ma allo stesso tempo è Janet, e Jeannine, e Jael, e nessuna di esse. Tutte queste "maschere" attanziali rivendicano all'interno del testo una propria funzione generatrice, una propria "visione del mondo" che si estrinseca nella descrizione (tutta mediata) della propria "utopia", o "universo parallelo" che dir si voglia. E l'uso di determinate valenze stilistiche rende molto diverse le "mediazioni" attraverso le quali i mondi si esprimono ed esistono in funzione di chi fruisce il testo.

Abbiamo così il continuo monologo interiore di Jeannine, legato ad un mondo in cui le modalità espressive dell'universo femminile sembrano essere molto limitate. Abbiamo il continuo "moralizzare" di Joanna, sempre molto attenta alle convenzioni di una realtà in cui i "ruoli" sono incredibilmente definiti al di là dell'ipocrisia di un'emancipazione solo apparente. Abbiamo i racconti "d'avventura" di Janet, nei quali si staglia un affascinante mondo privo di distinzioni e pregiudizi sessuali, quanto mai "altro", più di qualsiasi pianeta alieno. Abbiamo infine il linguaggio violento e contrastato di Jael, efficace specchio di un universo in lotta perenne e sanguinosa.

Mai come in questo caso "il linguaggio è il mondo": la manipolazione dei diversi toni narrativi dà luogo, in assenza pressochè totale di motivi statici e quindi di momenti descrittivi, ad una "costruzione della realtà" che scaturisce direttamente dal dialogo (la modalità in assoluto più utilizzata nel romanzo) e dal monologo, dal "metatesto" che i personaggi scrivono continuamente.

Al centro del divenire dinamico di tutti questi mondi testuali rimane un obbiettivo centrale: l'evoluzione, l'emancipazione, il cambiamento. Cio' a cui tende il continuo ridiscutere e ridiscutersi, in cui i personaggi si dibattono. La lotta è essenzialmente psichica, quindi verbale, quindi ancora fisica nei confronti di un reale da ridefinire. Cio' che il demiurgo/attore Joanna fa compiere alle proprie identità/personaggi è un cammino, all'interno di possibili ipotesi generative, alla ricerca di un linguaggio innovatore.

Si puo azzardare un modello oppositivo/attanziale che, in un certo senso, investe anche il sovratesto dell'istanza narrativa:

DESTINATORE: Joanna (l'autrice implicita)

DESTINATARIO: Joanna, Janet, Jeannine, Jael (ogni donna)

SOGGETTO: Le quattro J

OGGETTO: Un nuovo linguaggio (mondo)

AIUTANTE: il proprio linguaggio (mondo)

OPPOSITORE: Il proprio linguaggio (mondo)

L'identità di aiutante e oppositore non deve stupire, in quanto il linguaggio è unico strumento atto a ridisegnare sè stesso e il mondo che rappresenta. Esso è quindi inevitabilmente anche ostacolo, proprio per le istanze culturali che veicola, al processo innovatore. E ciò vale sia per le "quattro J" che per l'istanza superiore della narrazione, l'autrice di "Female man".

E naturalmente la ricerca del nuovo mondo non puo' prescindere dall'analisi retroattiva delle radici del linguaggio contingente, della cultura dominante, della ragnatela comunicativa nella quale sono intessuti in modo indelebile i ruoli e le competenze sociali e psicologiche.

È indubbio che la Russ riesca bene ad individuare molte rappresentazioni di questa "mistificazione" (per quanto ogni linguaggio sia una mistificazione), e riveli di conseguenza l'ipocrisia di fondo di alcune teoriche pseudo-femministe (tipo quelladella "donna in carriera", solo per fare un eseapio). Nel corso della interminabile auto-analisi che "Female Man" rappresenta, vengono sviscerati tutta una serie di problemi legati alla condizione femminile, in maniera peraltro assolutamente non convenzionale. In altre parole l'autrice rifugge dall'incombente pericolo di scrivere uno dei tanti (ed inutili) "saggi" sull'argomento, espressioni di un'ipocrisia che tende a "nominare" l'oggetto scomodo per esorcizzarlo. Del resto, se così non fosse, si tratterebbe pur sempre di una concessione alla cultura dominante. Ciò che invece preme all'autrice è proprio di uscire da tali modi espressivi per cercare una via diversa, "altra", anche magari a rischio di allontanarsi troppo dai referenti del lettore medio per avventurarsi in territori stranieri, affascinanti quanto difficili da comprendere.

Ecco quindi che il racconto utopico si alterna al flash-back autobiografico, il monologo psichico al "quadretto morale". Ed ecco che i capitoli si succedono con lunghezze variabili da poche righe a svariate pagine. Ecco che l'istanza narrativa si estranea per autorivelarsi, oppure si nasconde nella falsa assenza del narratore onnisciente. È veramente la "negazione di una testualità rigida, regolata e incanalata dai principi del patriarcato", come asserisce la Palusci nell' introduzione.

E tuttavia è proprio qui che maggiormente si rivela la "resistenza" del linguaggio tradizionale nei confronti di questo tentativo strategicamente rivolto alla trasgressione costruttiva delle regole. Così come i mondi utopici di Jeannine, Janet e Jael si rivelano tutti dei parziali fallimenti, delle ipotesi incomplete, il progetto "Female man" si scontra con sè stesso, con la propria identità di testo che va alla ricerca di situazioni nuove con mezzi antiquati, e fortemente contaminato dallo stesso virus che vorrebbe combattere. La Russ ben sottolinea i termini della questione femminile, che risiedono, più che nel contrasto sessista e sessuofobo, nella difficoltà di ridefinire un ruolo comunicativo attivo dell'universo femminile, in quel continuo atto linguistico che è la realtà del divenire delle cose.

In questo quadro si comprende facilmente la praticamente totale assenza di qualsiasi personaggio maschile nel romanzo. Il maschio è visto non in una rappresentazione fisica e concreta di individuo-attore, ma diventa una categoria del pensiero, un referente psichico nella mediazione attuata dai personaggi femminili nei confronti della propria realtà . È così che la Russ riesce a proporre un discorso più imperniato sulla sostanza, la sostanza archetipica profonda dei ruoli sessuali. La lotta non è una lotta di classe, e lo dimostra il grottesco mondo di Jael, diviso in Terradilui e Terradilei, non un conflitto tra due "razze", ma un ben piu impegnativo confronto con gli stessi modelli socio-culturali contingenti, profondamente radicati nella psiche e nell'immaginario collettivo delle donne, sottolineati e rafforzati da secoli di formazione del mondo e del linguaggio in forme sessiste e maschiliste.

Che la Russ insista sulle caratterizzazioni anti-femminili del linguaggio è evidente, a partire da quando ipotizza il mondo utopico di Whileaway, nella cui lingua ogni distinzione di genere perde significato rendendo invece evidente la mistificazione maschilista del linguaggio terrestre. È questo un meccanismo comune a molta fantascienza cosiddetta "del contatto": l'arrivo dell'"altro" e le conseguenti reazioni di conflitto e contrasto con la cultura umana non sono altro che un pretesto utile ad evidenziare alcuni aspetti di quest'ultima cultura in una luce diversa, sottraendoli all'alone mistificatorio di "visione reale" e ontologica del mondo, per rivelarne la sottostante identità di sovrastruttura ideologica. E comunque il romanzo della Russ non si limita a proporre situazioni di contrasto comportamentali e sociali, peraltro presenti e alquanto efficaci (si veda la memorabile scena del party), ma pone la propria attenzione sui conflitti del linguaggio; per quanto questo punto non possa essere definito completamente a causa dei problemi legati alla traduzione, problemi a cui la stessa Palusci accenna, si tratta di un procedimento non comune in fantascienza: la cosa è singolare, dato che probabilmente la SF "di contatto" si porrebbe come genere ideale per un discorso di questo tipo. Il problema, forse, è di mezzi...

Il dramma di "Female man", quindi, espresso del resto già nel titolo, consiste nella sofferta creazione di un'identità ibrida sul piano del linguaggio, una sorta di creatura capace di superare le limitazioni sessiste della cultura contingente costruendo una "visione del mondo" diversa; e questo senza, tuttavia, poter fare a meno dei mezzi comunicativi propri del sistema che intende combattere. Il conflitto dà luogo ad un risultato ambiguo, frammentato, in ogni caso non ancora completamente definito. L'oggetto del desiderio di congiunzione, evidenziato nella struttura oppositiva sopra vista, rimane inarrivabile; il progetto dinamico non si compie.

In questo senso va inteso il ruolo di Joanna, che "vive tra i mondi", una singolare rivisitazione del tema degli universi paralleli: è ancora una volta l'incarnazione sfuggente dello scrittore, che cerca attraverso il linguaggio letterario di tirare le fila di più esperienze trasgressive, nella speranza di trovare l'alchimia giusta, il linguaggio androgino, e riesce soltanto, per il momento, a tracciare alcune possibili vie di approccio. Ma è già molto. Nella sua dolorosa accettazione dei propri limiti, "Female man" è ancora una volta un meta-testo, un'opera letteraria che parla della letteratura e di sè stessa, come tutte le grandi opere letterarie. E non c'e probabilmente tema piu impegnativo che la letteratura possa affrontare.

La frammentazione, simbolo del testo e ancor più sottolineata dalla separazione dei quattro personaggi-chiave alla fine del romanzo, e segno evidente che il raggiungimento dell'obiettivo e ancora lontano. Nè tantomeno si puo' pensare che la Russ abbia voluto presuntuosamente pretendere di scrivere un'opera "definitiva" (con tutto cio' che questa parola puo' o non puo' significare). Si puo' parlare invece di testo aperto, coraggiosamente lanciato alla scoperta di un altra maniera di comunicare. Il capitolo finale, in cui l'autrice prende le distanze dalla sua opera e ne compie una singolare elegia, in tono quasi evangelico ("Rallegrati, piccolo libro! Perchè quel giorno, noi saremo libere") è pieno di un ottimismo consapevole, realista, combattivo. Il che non è poco, viste le premesse.

Che cosa dire, in conclusione di questa limitatissima lettura, di "Female man"? Che e stato un misfatto non pubblicarlo prima? Che comunque non accusa l'età (soprattutto visti i concorrenti!)? Certo è che si puo' considerare una di quelle opere "da non perdere" (perdonate la terminologia da Euroclub!), una pietra nel lontano 1975 nello stagno della letteratura di fantascienza (e non), in attesa di sviluppi da parte di possibili interlocutori che avrebbero potuto recepire il messaggio e continuare, in qualche modo, la discussione. Purtroppo la palude della fantascienza ha finora dimostrato di saper ingoiare, senza particolari sconvolgimenti, qualsiasi tipo di pietra.

[Mario Fabiani]