Italia

P.F.I.

Prontuario della Fantascienza Italiana

(a cura di Marcello Bonati)


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illustrazione Antonio Folli

Fantascienza italiana: la terra dei cactus

Domenico Gallo
      Ricordando Bruno Baccelli, di Carrara
        This is the dead land
        This is the cactus land
        Here the stone images
        Are raised, here they receive
        The supplication of a dead man’s hand
        Under the twinkle of a fading star
        (T.S. Eliot, 1925)
Se è vero che la fantascienza ufficiale è nata in Italia nel 1952, quando il primo numero di Scienza fantastica, avventure nello spazio, tempo e dimensione apparve nelle edicole, ci avviamo a festeggiare un triste cinquantenario. Se si esclude poche eccezioni, l’affezionato lettore si è trovato a percorrere una terra desolata, sgomenta. I pochi autori dignitosi, le cui opere, rarefatte negli anni e pubblicate tra mille difficoltà, hanno comunque ottenuto un’attenzione circoscritta e una diffusione quasi clandestina. Valerio Evangelisti, che ha ottenuto uno strepitoso successo pubblicando a puntate su Il venerdì di Repubblica il suo romanzo Il mistero dell’inquisitore Eymerich, totalizzando un totale di tre edizioni della stessa opera, è forse l’unico scrittore che possa fregiarsi di tale nome, almeno per quanto riguarda l’interesse degli editori. Dobbiamo dunque registrare una sorta di insperata rinascita visto che Urania e la casa editrice Shake hanno annunciato antologie di autori italiani, e la rivista Avvenimenti ha ottenuto un discreto successo con volumetti di basso costo. Che i cactus abbiano perduto le spine?
In realtà, gli scrittori italiani hanno pubblicato una miriade di romanzi, iniziando proprio dal 1952, quando sulle pagine di Scienza fantastica sono apparsi i primi racconti nazionali selezionati attraverso un concorso tra i lettori. Seguirono altre effimere testate, come Mondi nuovi, quindicinale di avventure nello spazio (1952), Mondi astrali (1955), Galassia (1957), I narratori dell’Alpha Tau (1957), Cronache del futuro (1957), Cosmic (1957), Astroman (1957), Le cronache del futuro (1958), Poker d’assi (1959), I romanzi del futuro (1961), Super fantascienza illustrata (1961). Si tratta di veri e propri pulp, con tanto di alieni dalla carnagione verde, raggi colorati, astronavi ed eroine dalle scollature generose che fanno sognare i giovani lettori. Queste rivistacce, ormai quasi introvabili, sono assoluto monopolio degli scrittori italiani che, celati sono pseudonimi come Samuel Balmer (Sandro Sandrelli) o J.R. Johannis (Luigi Rapuzzi), scrivono fantascienza avventurosa nemmeno tanto peggiore dei loro colleghi statunitensi.
A partire dal 1957, per un decennio, I romanzi del cosmo pubblicano ben 202 numeri in cui si avvicendano numerosi scrittori italiani come Robert Rambell (Roberta Rambelli), John Bree (Gianfranco Briatore), Louis Navire (Luigi Naviglio), Hugh Maylon (Ugo Malaguti). Analizzando questa enorme massa di materiale, probabilmente più di un centinaio di titoli, risulta che la fantascienza italiana sussiste come fenomeno d’imitazione di quella anglosassone, non tanto per gli pseudonimi piuttosto per la scarsa originalità dei temi e per la sciatteria della lingua, del resto consona alle pessime traduzioni pubblicate.
Il problema della fantascienza di lingua italiana inizia a porsi durante la pubblicazione di Galaxy (1958-1964), di Galassia (1961-1979) e di Gamma (1965-1968), riviste che hanno proposto al pubblico italiano le traduzioni di testi del periodo sociologico e della New Wave. L’autore italiano, dovendo misurarsi con opere più orientate ai problemi politici e alle modalità della letteratura convenzionale, tenta una difficile mediazione tra la tradizione letteraria italiana e il realismo estremo della science fiction anglosassone degli anni Sessanta. Il realismo si coglie nel fatto che la science fiction radicalizza alcuni aspetti del presente, i più significativi di un’epoca sempre più orientata alla diffusione di massa delle tecnologie, spingendoli all’estremo in un futuro sempre meno remoto. La cultura italiana del dopoguerra, sia di destra che di sinistra, è caratterizzata da un’aperta diffidenza verso la scienza e la tecnica. Come osserva Michela Nacci in Tecnica e cultura della crisi (Loescher, Torino, 1982) e ne L’antiamericanismo in Italia negli anni Trenta (Bollati Borighieri, Torino, 1989), permane tra molti letterati italiani la nostalgia per la condizione rurale e il timore di un imbarbarimento dei valori prodotto dalla società di massa.
La letteratura italiana, se si esclude Italo Calvino, è impossibilitata a cogliere le modificazioni della società e dell’identità del moderno. Gli autori di fantascienza, probabilmente desiderosi di un riconoscimento letterario ufficiale, abbandonano il romanzo d’avventure a loro congeniale, che pure vantava una poco considerata ma gloriosa tradizione, per misurarsi con la crisi perenne dell’intellettuale del dopoguerra. È forse in questa contraddizione che nasce davvero una fantascienza italiana, una letteratura marginale e triste, rinchiusa su se stessa e schiacciata tra il modello anglosassone e la burocrazia narrativa dei Moravia, Parise e Bevilacqua. Vittorio Curtoni, nell’unico volume storico dedicato alla fantascienza italiana, Le frontiere dell’ignoto (Nord, Milano, 1977), descrive con grande cura questi anni, definiti da molti come eroici. Gli autori italiani pubblicano con il loro vero nome, cercano di presentarsi al pubblico assieme a Dick, Delany, Zelazny, Disch, Malzberg, Moorcock, ma il confronto è atroce.
Il tentativo editoriale più interessante è Interplanet (1962-65), una collana di 7 volumi, che raccoglie gli autori più raffinati del periodo. Con coraggio, Primo Levi, Ennio Flaiano, Tommaso Landolfi, compaiono a fianco delle prime opere di Lino Aldani e Renato Petriniero, gli unici due autori decisamente di fantascienza dotati di uno spessore letterario. E sarà proprio Lino Aldani a dirigere gli 8 numeri di Futuro, una rivista interamente dedicata agli scrittori italiani.
Lino Aldani rappresenta con la propria scrittura le difficoltà e le contraddizioni di un’intera generazione. Il romanzo Quando le radici (La Tribuna, Piacenza, 197) incarna in sé la visione antitecnologica e catastrofista del marxismo critico. La società tecnologica separa l’individuo dalla propria identità, lo aliena vanificando ogni alleanza di classe e ogni prospettiva di liberazione. La realtà contadina, comunque realisticamente destinata all’estinzione, si contrappone alla società alienante come ricordo e come rifugio. I suoi racconti assumono la dimensione moralista dei Minima Moralia di Theodor Adorno, ammoniscono, indicano, svelano, ma si richiudono nella lacerazione politica della nostalgia di un’epoca in cui le manifestazioni della società di massa non avevano ancora permeato profondamente la realtà italiana. Renato Pestriniero, veneziano, dotato di una scrittura attenta, sottile, elude il conflitto che incombe nella società italiana degli anni Settanta, e che sembra paralizzare Aldani, Vittorio Catani e tutta la fantascienza nazionale, e rivolge la sua attenzione all’unico recupero possibile della letteratura ufficiale: il fantastico. Pestriniero attinge alle immagini del folclore e della storia di Venezia, elude il tema della tecnologia e della scienza, almeno direttamente, sfumando sempre più la sua presenza nella fantascienza.
Nell’aprile del 1976, esce nelle edicole la più interessante rivista di fantascienza. Si tratta di Robot, diretta da Vittorio Curtoni, e incarna in sé gli entusiasmi politici che attraversavano la società di quegli anni. Nel contesto di una narrativa anglosassone di alto livello, Curtoni, autore del romanzo Dove stiamo volando (Galassia 174), inserisce, non senza polemiche, i più interessanti, ambigui e discutibili esempi di fantascienza italiana. Si tratta di "Visita al padre" (Robot 8) e "Screziato di rosso" (Robot speciale 4) di Lino Aldani, "Otto significa per sempre?" (Robot 12) di Gialuigi Pilu, "Il pianeta dell’entropia" (Robot 22) di Vittorio Catani, "In morte di Aina" (Robot 19) di Morena Medri. Se a questi si aggiunge un’antologia di racconti dello stesso Curtoni, La sindrome lunare e altre storie (Robot speciale 6), si coglie come un ristretto gruppo di autori abbia fatto proprie le pulsioni della fantascienza contemporanea anglosassone e incentrato i propri racconti su interessi linguistici, politici, di definizione dell’identità. Si è trattato di una breve estate, o, parafrasando un libro dedicato alla fine degli anni Settanta, Una sparatoria tranquilla (Odradek, Roma, 1997). Dopo Robot, come dopo la guerriglia del ’77, si instaura nella fantascienza italiana un allucinante clima di sospetto, si moltiplicano i pentiti, l’omologazione letteraria dilaga in quello sgangherato ambiente di appassionati, scrittori, critici, editori, illustratori chiamato fandom. La fine di Robot, giunta fino al numero 40, ma clinicamente morta con il in numero 28/29, è segnata dall’amareggiato commiato di Vittorio Curtoni, e, parafrasando le tragiche vicende dei movimenti, la fantascienza italiana è costretta alla clandestinità. Quella fiammata di new wave resiste e si sviluppa sulle fanzine, fino a giungere ai giorni nostri. Dapprima ciclostilate nelle sedi dei partiti, dei sindacati, delle parrocchie, poi, con l’avvento dei personal computer, graficamente dignitose, gli autori italiani scrivono sulle fanzine per un pubblico di poche centinaia di lettori. Svincolata dagli editor, dalle necessità di ritorno economico delle case editrici, si sviluppa una fantascienza radicale, oltraggiosa, orientata alla letteratura ufficiale per violentarla, deriderla, sussumerla, desiderarla come un corpo da amare. È l’epoca di scrittori politicamente irriducibili, capaci si descrivere la realtà di quegli anni solo attraverso le pesanti metafore della fantascienza, sono Daniele Ganapini, Gianluigi Pilu, Daniele Brolli, Claudio Asciuti, Domenico Gallo, e, in seguito, Franco Riciardiello, Roberto Sturm, Danilo Santoni. Scrivono su Lucifero, Intercom, The dark side, Un’ambigua utopia, mischiano alla fantascienza i personaggi dei fumetti, le icone dei media (come Ballard), la musica rock, i poeti maledetti, la narrativa criminale francese e americana, la ricerca di base, gli studi strategici. Un esempio per tutti, "Art Decade" (Un’ambigua utopia 7) di Claudio Asciuti.
Contemporaneamente, dilaga l’omologazione di massa. "Il fondo, però, si è toccato con la produzione di chiara impronta di destra. Sono usciti racconti in cui invincibili legioni dalla divisa nera schiacciavano l’Orda Rossa dei senzadio, in cui un papa futuro chiamava a raccolta contro i comunisti. Vera spazzatura." (Valerio Evangelisti, Il manifesto, 27-8-97). Evangelisti è ancora troppo tenero... Molti autori pagavano le spese di pubblicazione pur vedere stampati i loro orrori. Sono gli anni del fantasy, dell’heroic fantasy, dell’horror, del magico. Si è trattato di un fenomeno puramente ideologico, non di un’espressione letteraria, del resto perfettamente leggibile nell’ambito del mito tecnicizzato introdotto da Furio Jesi.
Il riscatto avviene lentamente, con i premi letterari dell’editore Nord e di Urania. Si tratta di opere diseguali, che vanno dalla pesantezza de Gli universi di Moras (Urania 1120), di Vittorio Catani, fino a opere estremamente ingenue. Almeno fino alla pubblicazione di Nicolas Eymerich, inquisitore, di Valerio Evangelisti, e vincitore del Premio Urania 1993. Sulla scia del successo editoriale, decisamente inaspettato, della serie di Eymerich, sembra che la fantascienza italiana si stia timidamente risollevando.
La SF italiana
Carlo Pagetti

Un testo letterario esiste sempre in rapporto a una tradizione, anche quando si assume il compito di rinnovarla o di modificarla radicalmente. E stato più volte osservato che la fantascienza non ha solide radici nella tradizione narrativa del nostro Paese, che ha sempre seguito altre strade, dall'analisi psicologica alla denuncia, moralistica o meno, di certe condizioni sociali, evitando invece il fantastico come se fosse letteratura deteriore, buona al massimo per i bambini, ma poco adatta all'impegno severo di una rappresentazione "realistica" della società o della psicologia dell'individuo. Si può aggiungere che, almeno per quanto riguarda la letteratura di altri paesi "occidentali", la fantascienza si è sempre iscritta nell'area consistente del "romance" o romanzo fantastico-avventuroso. Questo è avvenuto soprattutto in America, dove, per buona parte dell'Ottocento, almeno fino all'arrivo di Howells e del realismo, il "romance" è la forma più importante di comunicazione narrativa in Poe, Hawthorne, Melville. Alcuni degli schemi più profondamente radicati nella fantascienza novecentesca si trovano puntualmente nei racconti di Poe e di Hawthorne, o in un romanzo come Moby Dick, con il viaggio per mare (viaggio nello spazio) di una ciurma in mezzo a cui sono presenti un po' tutti i popoli della terra (l'umanità del futuro), comandata da Ahab (il capitano dell'astronave terrestre, volto alla conquista dell'universo), alla ricerca della terrificante balena bianca (lo "alien" per eccellenza, antropologicamente così diverso che qualsiasi tentativo di comunicazione con esso è destinato al fallimento). Più tardi, all'inizio del '900, questa tradizione si fuse con elementi diversi e, più in generale, fu inglobata in quel culto della tecnologia e del progresso che doveva servire come cemento ideologico per una parte dei nuovi Americani emigrati dal Vecchio Mondo: come Hugo Gernsback o Isaac Asimov.

Anche in Inghilterra, dove pure dal '700 doveva trionfare il romanzo "borghese" di impianto realistico-psicologico, non viene mai meno la presenza alternativa di una forte componente fantastica, vuoi con intenti satirici e polemici (da Swift a Wells, da Huxley a Orwell), vuoi con propositi orrifico-moralistici (il romanzo gotico, il Frankenstein di Mary Shelley, ancora Wells, M. P. Shiel). Perfino in Francia, dove l'opera di Verne appare piuttosto isolata, non si può dimenticare che essa, come quella di altri scrittori della decadenza, interessati alle conseguenze "fantastiche" dello sviluppo scientifico, nacque anche come reazione alle "aberrazioni" del naturalismo di Zola e dei suoi seguaci. Non a caso, tra i firmatari del "Manifesto dei Cinque" pubblicato nel 1887 sul Figaro, che si dissociava violentemente dalle concezioni narrative di Zola, troviamo anche J.-H. Rosny, il quale, nello stesso anno, pubblicava Les Xipéhuz, "dove appare", come ci informa quella preziosa miniera di informazioni che è la Storia della Fantascienza di Jacques Sadoul, "per quanto ne so, la prima descrizione d'un incontro tra l'uomo e una razza minerale e intelligente che ha un modo di pensare totalmente dissimile da quello umano".

Nulla del genere si può trovare in Italia, salvo forse per una molto secondaria tradizione fantastico-satirica ispirata, nel Settecento, ai Gulliver's Travels di Swift. Recentemente sono stati ripubblicati, ad esempio, i Viaggi di Enrico Wanton ai Regni delle Scimmie e dei Cinocefali del veneziano Zaccaria Seriman, che risale al 1749 e che offre una visione satirica non priva di efficacia della società veneziana del tempo. Questa tradizione, troppo trascurata dalla nostra ctitica, ha avuto qualche buon esempio anche nel '900, soprattutto con un romanzo che, se fosse stato termina-o, avrebbe certamente dato un contributo rilevante all'affermazione del "genere" in Italia, Belmoro, di Corrado Alvaro, pubblicato incompiuto, per la morte del suo autore, nel 1957. Belmoro precipita "da una stella" in Italia, e visita un paese a noi noto, eppure cambiato perché sconvolto da una catastrofica guerra avveniristica, una "esplosione stellare", visto da occhi primordiali, che non conoscono la storia. E evidente, comunque, che in questo caso, come in altri degli stessi anni (Un Marziano a Roma di Flajano) o in successivi tentativi di Bacchelli, Soldati ecc. l'elemento propriamente fantascientifico tende sovente a diventare puro espediente di comodo, giustificato al più da intenti di satira sociale e politica. Questo filone si è in questi ultimi tempi ravvivato (ma anche immiserito) con la voga dei romanzi fantapolitici che ipotizzano, di solito in termini pessimistici, alcuni sviluppi della situazione politica italiana, come i recentissimi Nel Segno del Leone di Stefano Reggiani, Bersaglio 65 di Donato Martucci o Ferragosto Colpo di Stato, anonimo.

Quando, a partire dagli anni '50, la fantascienza anglo-americana cominciò a trovare un suo mercato in Italia, si ebbe il fenomeno degli scrittori che pubblicavano su Urania o sulle vecchie edizioni "Cosmo" con pseudonimi inglesi. In questi casi, più che di una scarsa coscienza delle tradizioni narrative nostrane, bisogna parlare di una volontà dichiarata di imitare i canoni - veri o presunti - della produzione "specializzata" con risultati che sarebbero da riesaminare, nel senso che l'impulso mimetico poteva anche tradursi in un fallimento dell'imitazione con l'emergenza di valori narrativi meno artificiosi e grossolani. Ricordo Risonanza Cosmica di N.H. Laurentix, pubblicato su Urania nel 1956, un curioso "pastiche" di vari motivi fantascientifici, desunti forse anche dalla lettura di Superman(allora, se non sbaglio, conosciuto in Italia come Nembo Kid) e da interessi che spaziavano dall'archeologia alla parapsicologia.

La polemica sulla "supremazia" della fantascienza anglo-arnericana, scoppiata sulle pagine delle riviste specializzate negli anni '60, doveva comunque portare rapidamente alla nascita di una "scuola" italiana, all'affermazione, cioè, di autori che intendevano consapevolmente contrapporre ai modelli anglo-americani una via nazionale alla fantascienza. Tra questa scuola e quella degli imitatori non corre un abisso, sia perché alcuni nomi si possono ritrovare in entrambe le categorie, sia perché anche gli innovatori avevano l'occhio rivolto - magari in senso polemico - all'America e accettavano comunque quasi tutti di lavorare all'interno di certe convenzioni narrative fondate dalla science-fiction di lingua inglese, accentuandone semmai i toni lirici, la perplessità rispetto al "progresso" tecnologico o il carattere di analisi psicologica ed esistenziale. I nomi più noti sono quelli di Gilda Musa, Roberta Rambelli, Aldani, Cremaschi, Sandrelli fino agli autori più giovani, che si sono affermati negli anni '70. In una posizione per così dire "defilata" possiamo collocare Roberto Vacca, per la sua qualità di scrittore-scienziato, attento, più che ai modelli narrativi americani, a certi sviluppi della scienza e della tecnica americana.

Roberto Vacca ci introduce a una quarta e ultima categoria di scrittori italiani che si possono iscrivere nell'area fantascientifica, quella, appunto, degli atipici o irregolari, che tuttavia hanno un genuino interesse per certi problemi posti dalla scienza o per certe dimensioni del futuribile, e utilizzano la forma aperta e anti-tradizionale del racconto o del romanzo fantastico. E a proposito di questi autori che recentemente Valerio Fissore ha giustamente parlato di "contributi occasionali di forti personalità letterarie inserite in contesti nazionali indipendenti". Possiamo ricordare Primo Levi (Storie Naturali), Guido Morselli (Dissipatio H. G.), ma soprattutto Italo Calvino, il nostro romanziere che più di ogni altro ha saputo calare una viva sensibilità per i processi tecnologici che costituiscono e determinano la nostra civiltà in forme narrative innovatrici, aperte alle più varie suggestioni fantastiche appartenenti a una tradizione atipica e, in Italia, sempre prudente, quella della prosa scientifica di Galileo, di certe stanze ariostesche, delle Operette Morali del Leopardi o di certe bizzarrie narrative degli Scapigliati lombardi. I racconti delle Cosmicomiche e di Ti con Zero che, seppure in modo improprio, si possono più facilmente definire "fantascienza" trovano una loro rispondenza coerente, nel diverso modularsi degli statuti narrativi, nei romanzi allegorici dei Nostri Antenati, nei romanzi di impegno civile e politico, nell'interesse sempre vivo di Calvino per la favola, o anche in interventi di sapore saggistico come il recente articolo "Quando va via la luce", apparso sul Corriere della Sera del 16 luglio '77 dove la ricostruzione competente e non pedantesca o puramente moraleggiante del black-out degli impianti elettrici di New York diventa oggetto di lucida riflessione sulla crisi apocalittica che grava sulla nostra epoca imbevuta di mitologie tecnologico-consumistiche: "Cade il fulmine su una centrale periferica e la città sparisce. Nuova York, una delle più intense concentrazioni di luce del pianeta, s'oscura come un astro spento...". Potrebbe essere l'inizio di un romanzo di fantascienza.

© Carlo Pagetti, Pescara, agosto 1977
Apparso come introduzione a:
Vittorio Curtoni, Le Frontiere dell'Ignoto, ed. Nord, 1977